Bibliomanie

Suggestioni massoniche nell’opera di D. W. Griffith e di C. B. Demille
di , numero 38, gennaio/aprile 2015, Note e Riflessioni

Fine ultimo (dichiarato) della Massoneria è il miglioramento dell’uomo e dell’umanità, attraverso un perfezionamento graduale. Essa promuove tra i suoi aderenti la ricerca incessante della verità per realizzare la fratellanza universale del genere umano, caratterizzandosi in molte fasi storiche per la sua segretezza. Tema fondamentale è quello della libertà, requisito indispensabile per essere ammessi al suo interno, e accanto a esso valori universali quali, fra gli altri, lealtà, amicizia, fedeltà, sincerità, bontà e altruismo, nello spirito di una tolleranza universale.
David Wark Griffith (1875-1948) e Cecil Blount DeMille (1881-1959) sono considerati, a ragione, fra i padri di quel cinema americano che hanno contribuito a rendere famoso in tutto il mondo. Notoria è la loro partecipazione alla Massoneria ma purtroppo non abbiamo scritti che ne testimonino l’attività latomistica.
Scopo dell’articolo è quindi indagare come la loro esperienza massonica ne abbia influenzato le opere cinematografiche, rintracciando, alla stregua di una vera indagine giallistica, tutti quei segni e quelle suggestioni riconducibili alla loro affiliazione.
I film scelti sono quelli che li hanno resi più famosi, proprio per evidenziare come questa consonanza sia stata rilevante nella loro opera di cineasti; ci riferiamo quindi a Nascita di una nazione e Intolerance per Griffith e a I dieci comandamenti per DeMille.

Il tema della fratellanza è fondamentale nel film Nascita di una nazione, nel quale viene raccontata la vicenda di due famiglie, una nordista, gli Stoneman, l’altra sudista, i Cameron, legate da profonda amicizia ben prima dello scoppio della guerra civile americana.
I personaggi principali sono tutti intrisi di quei valori precedentemente richiamati; ne costituisce un esempio la bontà e l’altruismo di Flora, la piccola di casa Cameron, che dona il suo ultimo cappotto all’esercito sudista ormai allo stremo, o l’amicizia fra i secondogeniti delle rispettive famiglie che, incontrandosi e scontrandosi negli opposti eserciti, finiscono per morire insieme invece che combattersi. Di una fratellanza che va oltre la politica, le divisioni, le guerre racconta anche la scena in cui Ben, il maggiore dei Cameron, prima salva un soldato avversario fra gli applausi dell’esercito nemico, e poi a sua volta viene risparmiato da un capitano nordista.
Alla fine del film Ben sposerà Elsie Stoneman, in un matrimonio che, assieme a quello fra Phil Stoneman e Margaret Cameron, rappresenta l’ideale riconciliazione e quasi un atto di nascita, ça va sans dire, della nuova nazione americana dopo la guerra.
Se quindi appare evidente come alcuni dei principali valori massonici vengano incarnati dai protagonisti, molto più complessa è la questione relativa al punto di vista del regista riguardo al Ku Klux Klan, che nel film assume un ruolo fortemente positivo, a difesa dei bianchi in balìa – questa è la tesi di Griffith – delle scorribande e dei soprusi messi in atto dalla popolazione di colore dopo la guerra. Lo stesso Ben infatti è l’iniziatore dell’organizzazione.
La tesi di fondo, com’è palese, contrasta con quella che è stata l’evidenza storica e per questo la pellicola non è stata al riparo da critiche feroci; il film, uscito in America nel 1915 e subito accusato di razzismo, in Europa fu proiettato solo nel 1922.
Non è questa la sede per entrare in una delle querelle più dibattute della storia del cinema, ma due elementi vanno comunque messi in rilievo a parziale contestualizzazione. Anzitutto, le origini del regista, che difficilmente può prescindere dalla sua provenienza sudista, figlio per giunta di un colonnello eroe di guerra. In secondo luogo, il fatto che solo nel 1970 il cinema statunitense arriva a una rappresentazione non stereotipata della cultura indiana, altro grande scheletro della storia americana, con l’uscita di tre film Un uomo chiamato cavallo, Soldato blu e Il piccolo grande uomo che affrontano in maniera finalmente adeguata il tema dei nativi d’America.
Ciò che, tuttavia, maggiormente interessa ai fini del nostro discorso è l’incredibile operazione con il quale il regista ha cercato di trasferire alcuni caratteri della massoneria in quel Ku Klux Klan del quale, ricordiamolo ancora, Griffith aveva un’opinione del tutto positiva. Le immagini, infatti, indugiano molto sulla ritualità delle riunioni, sul collegamento fra le “claus” delle varie contee, nelle quali non è difficile scorgere un parallelo con le logge, e soprattutto sull’elemento della segretezza. Ne risulta infine che l’azione del Ku Klux Klan consente un miglioramento della società americana, portandola alla pacificazione.
Alle numerose e vibranti polemiche il regista risponde già nel 1916 con Intolerance. In questo film si alternano quattro diverse vicende ambientate in epoche storiche molto lontane fra loro: l’antica Babilonia, la Palestina al tempo di Cristo, la Francia della notte di San Bartolomeo e l’America contemporanea del 1916.
Ne emerge una concezione della realtà in cui domina la lotta fra gli uomini, e in cui la costruzione di una società migliore, in un mondo caratterizzato dalla reciproca diffidenza, richiede un’enorme fatica: il risultato è una sorta di compendio dell’intolleranza nei secoli. Il Gran Sacerdote di Babilonia, per affermare la sua potenza, complotta col re persiano Ciro causando la caduta della città; Gesù è condannato a morte; la Francia viene dilaniata dal confitto religioso fra cattolici e ugonotti. I diversi racconti sono collegati dall’immagine ricorrente della culla, simbolo della vita comune a tutta l’umanità, con le stesse gioie e gli stessi dolori.
Se però le tre vicende ambientate nel passato hanno un esito tragico, sia a livello generale che nelle vite dei singoli protagonisti, la storia ambientata nella contemporaneità regala il classico lieto fine, come se l’autore volesse evidenziare i progressi realizzati nel corso della storia nella costruzione della difficile strada della fratellanza fra gli uomini, che porterà finalmente l’umanità a esser un sol popolo. Un messaggio di speranza e di pacifismo che sarà però alla base dell’insuccesso del film, recepito come poco attuale in quell’America che si apprestava a combattere la Prima Guerra Mondiale.
Se quindi ci pare di poter cogliere diverse influenze latomistiche sui temi e sui personaggi sviluppati da Griffith, c’è forse un altro ambito in cui l’ideale massonico si rivela ancor di più in tutto il suo valore, ed è quello dell’attività artistica dello stesso regista. La sua esperienza cinematografica infatti, è tutta improntata a una continua ricerca, un ininterrotto percorso di perfezionamento che lo porterà a essere considerato uno dei padri fondatori del cinema, l’inventore di nuovi generi e tecniche di ripresa. L’autore, con i suoi successi, sancisce la nascita di Hollywood e la consacrazione della serie dei film kolossal. Numerose le sue innovazioni nel montaggio delle azioni parallele, negli effetti fotografici, nei primi piani e nei contrasti, tenendo sempre presente al centro della sua ricerca l’animo umano, indagato nei volti e nelle movenze dei numerosi personaggi a cui ha dato vita eterna.

Nel solco di questa importanza e di queste innovazioni si colloca l’attività di DeMille che con Griffith condivide il lavoro di strutturazione della forma cinematografica e il principio della piena riconoscibilità di una cifra registica che sia collegata a una ben precisa offerta visiva. In comune fra i due anche il fondamentale contributo all’affermazione del kolossal storico; inoltre DeMille riveste un ruolo decisivo nello sviluppo del kolossal biblico e western, di cui sperimenta l’efficacia, sia nell’ambito della ricerca di mercato e sia in quello della ricerca stilistica. Si evidenzia quindi subito come il tema della ricerca e del continuo perfezionamento appartenga anche all’esperienza di DeMille; se però Griffith mette al centro della propria opera il tema della fratellanza, il più giovane cineasta si distingue come un vero e proprio cantore della libertà, certo un valore non meno importante dell’ideale massonico.
Il capolavoro che lo ha reso immortale, I dieci comandamenti, rappresenta la storia della nascita della libertà, come il regista stesso afferma nella singolare introduzione al film da lui stesso recitata. Nelle prime battute, l’autore infatti presenta la pellicola da un palco teatrale e offre al pubblico alcune importanti chiavi di lettura per comprenderlo al meglio. Appare evidente, nel prosieguo del preambolo, una concezione dell’arte finalizzata al miglioramento e al perfezionamento della società, mentre l’intento divulgativo si concilia armonicamente con la riflessione e la ricerca di una più approfondita conoscenza.
Lo stesso DeMille chiarisce in maniera inequivocabile l’interrogativo centrale sollevato dal film: l’uomo è proprietà dello Stato o è un anima libera a immagine di Dio?
Una stretta consonanza fra l’attività latomistica del regista e la sua corrispondenza visiva nel film risulta poi evidente se si prova ad approfondire il tema della simbologia massonica.
Mosè, per esempio, viene fin da subito esaltato non solo per le virtù morali ma, soprattutto, per le singolari capacità di costruttore. Prima di scoprire le sue vere origini, lo vediamo in effetti impegnato ad innalzare città per il faraone; la circostanza permette a DeMille di introdurre nelle inquadrature la squadra e il compasso, simboli massonici per eccellenza, che rappresentano i mezzi ordinatori delle virtù e delle conoscenze che inducono alla perfezione dello spirito. In questa chiave si possono identificare nella squadra la morale e nel compasso la spiritualità. Accanto a essi trovano posto, nel corso della visione, altri simboli massonici e strumenti tipici dell’attività edilizia, di costruzione di templi, statue, altari e città, ovvero la livella, il filo a piombo e il regolo.
Su un elemento sopra tutti si concentra però maggiormente l’attenzione dell’autore: il mattone.
L’insistenza su questo tema, che si presenta in momenti focali del film, rimanda al tentativo di edificare una nuova società e una nuova storia. Mosè, tuttavia, sta costruendo su delle fondamenta sbagliate. Non a caso dunque, scoperta la sua vera identità e diventato schiavo per suo volere, decide di ricominciare dal fango; il suo personale percorso di vita, suggerisce DeMille, riparte dall’inizio, dal fango e dalla paglia dai quali nasceranno i mattoni su cui costruire la nuova storia del suo vero popolo.
Alla fine di un lungo cammino, che è del corpo e insieme dello spirito, l’eroe biblico conduce il popolo ebreo nella terra promessa; il film, un vero inno alla libertà, si conclude con un messaggio universale: la libertà è dono di Dio ovunque e ne devono godere tutti gli uomini.

Sembra quindi di poter concludere che l’attività massonica abbia permeato l’attività dei due grandi autori più di quello che si penserebbe, orientandone i temi, la costruzione dei personaggi ma soprattutto la loro stessa ricerca cinematografica; del resto, fra i grandi meriti di Griffith e DeMille ce n’è uno che spicca fra tutti, quello ovvero di aver portato con narrazioni lunghe, complesse e spettacolari il cinema appena nato ai livelli sublimi del teatro e della letteratura.