Bibliomanie

Musikanten. Parole e musica nelle canzoni
di , , numero 14, luglio/settembre 2008, Note e Riflessioni

Anche se la quaestio è sin troppo vexata, in una canzone di quelle che siamo abituati ormai ad ascoltare per radio (e taciamo, volutamente, tutti gli altri supporti tecnologici, la cui attualità non si riesce mai a definire) non possiamo che chiederci se nasca prima il testo o la musica. Se facessimo un minimo di etimologia, intuiremmo subito che musica è parola legata a Musa, cioè alla dea metonimia della poesia: può, allora, esistere un testo poetico svincolato dalla musica?
Della musica antica non ci resta nulla, e noi leggiamo i testi poetici della lirica e dell’epica come se fossero stati scritti senza il supporto musicale. Ma come lavoravano i poeti greci e latini? Non lo sappiamo pienamente. E nel Medioevo che succedeva? È innegabile: nella communis opinio il poeta, chiuso nel suo universo di nuvole, ricerca con gli occhi persi nel vuoto una parola che non trova. Ma succede così veramente?
C’è qualche musicista che abbia musicato la poesia italiana del Novecento? E c’è qualche poeta che abbia scritto parole per una canzone? Sì, un esempio è proprio Roberto Roversi, che ha scritto per Lucio Dalla. Ma pare più che altro un’eccezione. Musica e poesia non si danno più la mano: sono due universi paralleli. Eppure, ed è forse solo un’impressione, le canzoni sembrano avere ereditato dalle esperienze poetiche anteriori al Futurismo quegli stilemi tradizionali che la poesia ha rifiutato. La musica leggera, allora, vive e si nutre ancora di tradizione, con il valore aggiunto del musicista che si associa al poeta, oggi chiamato paroliere.
Anche a noi, e vogliamo dirlo senza remore, è successa un po’ la stessa cosa: un amico – Pier Paolo Castellani – ci ha chiesto di mettere le parole, di creare insomma un testo, ad alcune sue melodie. Ci siamo mossi in direzione opposta a quella usuale alla poesia: è nata prima la musica che il testo. Ci siamo mossi in modo inusuale rispetto anche alla tradizione del melodramma e delle romanze, per cui nasceva prima il testo e poi la musica, come nel miglior stile librettistico. Meglio sarebbe, forse, che nella stessa persona convivessero musicista e paroliere (diremmo, preferibilmente, poeta). Certo, poeta in accezione estesa, come creatore di – tale è l’etimologia – di universi emotivi fatti di parole: la poesia vive di musica propria, i testi delle canzoni riflettono, interpretandole, musiche altrui.
Proponiamo, quindi, qualche testo. Uno di essi cerca di coniugare tra loro due autori antichi, Saffo e Catullo: La luna tra le stelle ne è il titolo, e prende le mosse dal notissimo fr. 34 Voigt di Saffo e dal carmen 5 di Catullo.

Guarda: stanotte lassù ogni stella
Brilla nel cielo, ma poi scompare,
quando al suo colmo la luna bella
torna di nuovo e per noi riappare;

ecco tu splendi: tu sei la luna,
ogni altra donna ti sta a guardare!
Come te bella non c’è nessuna…
Seguimi, allora: si va a ballare!

Lascia che dicano i vecchi tristi
senza più vita, senza più amore,
lascia che dicano i moralisti
ciò che non sanno, ciò che non c’è:
senso non hanno, non hanno cuore
per te e per me.

Baciami mille, poi cento volte:
Baciami, baciami mille baci!
Bacia le labbra folli e sconvolte:
baciami, baciami ancora e taci!

Oggi bisogna che noi viviamo
questo presente che ci appartiene:
oggi bisogna che noi ci amiamo
come sappiamo volerci bene.
(Federico Cinti>

Un altro testo si muove su esigenze diverse: cerca di reificare una musica nuova con parole del passato, possenti, inusitate quasi all’orecchio dell’uomo del terzo millennio: Stolta divinità ne è il titolo.

Passano i giorni vuoti,
Se non amo anche te:
Sei del bello la voce
Contrasto e voluttà!
Luce tu sei verace,
Pura sacralità,
poi gettata nel vuoto
(da una) stolta divinità…

Tu non basti mai
E puoi ciò che vuoi:

togli il velo dal viso
Di nebbia, normalità,
Come se fossi vicina
Ai campi dell’al di là.
Colle tue dita rosate,
Carezza e sacralità,
Cerchi le soglie del vuoto,
Colori d’estremità.

Non mi lascerai,
Mai ti pentirai…
(solo guit)
Non mi lascerai,
Mai ti pentirai…

Orizzonte di sogno
Prova di castità
Dai la mano al bisogno
Tumida sensualità
Togli il velo dal viso
Di nebbia e normalità
Come se fossi vicina
Ai campi del al di là

Non mi lascerai
Mai ti pentirai
(Mauro Conti)

Il terzo testo s’intitola Ultime luci, e racconta del trapasso dal tramonto alla sera, nella ricerca di una sintonia difficilmente raggiungibile nella confusione del giorno. Potremmo dire che essa sia ambientata in un luogo inaccessibile, su un’altana da cui si vede il mare, donde si parte, donde si va, ove non c’è certezza di ritorno.

Sediamoci un po’ sul terrazzo; godiamoci, qui, tutt’intorno,
l’azzurro che stempera in rosa nelle ultime luci del giorno;
parliamoci, parlami: dimmi ogni minima tua sensazione,
e tutto scompaia, si perda… abbassa la televisione.
È rosso, laggiù, tutto il porto: viaggiare e partire
da tutti e da sé, via, lontano, lasciare e lasciarsi, fuggire
e perdersi… gli uomini sanno raggiungere quell’orizzonte,
quel rosso che luccica, e vanno; e noi stiamo qui, sotto il monte.

Fugge la gente, senza un perché,
corre in un mondo piccolo, ormai;
io voglio stare sempre con te,
Tu non lasciarmi, ti prego, mai!

Ogni albero ancora racconta, nel vento, la favola antica
del prestito che la cicala domanda all’avara formica;
E, in questa distesa di case, che abbiamo davanti, infinita,
s’accendono ancora le luci, ritorna di nuovo la vita…
in quella magia artificiale di vetri, fanali, lampioni.
e tu, che mi stringi e mi guardi, tra i battiti delle emozioni,
sei tutto, per me, sei la vita, sei sempre più meravigliosa,
adesso che il cielo ha perduto l’azzurro trapunto di rosa.

Resta, ti prego, resta così:
stammi vicino sempre di più…
(Federico Cinti)