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Testimonianze ulteriori e dirette per una maggiore cognizione della strage compiuta a Sant’Anna di Stazzema il 12 agosto 1944
di , numero 54, dicembre 2022, Note e Riflessioni, DOI

Testimonianze ulteriori e dirette per una maggiore cognizione della strage compiuta a Sant’Anna di Stazzema il 12 agosto 1944
Come citare questo articolo:
Luca Petroni, Testimonianze ulteriori e dirette per una maggiore cognizione della strage compiuta a Sant’Anna di Stazzema il 12 agosto 1944, «Bibliomanie. Letterature, storiografie, semiotiche», 54, no. 14, dicembre 2022, doi:10.48276/issn.2280-8833.10243

Questo contributo punta a un approfondimento e una integrazione delle conoscenze sul contesto e sugli eventi culminati nella strage nazi-fascista eseguita sabato mattina, 12 agosto 1944, in Versilia a di Sant’Anna di Stazzema; questa frazione – prima trascurata e ignorata per alcuni decenni – è poi divenuta una delle tragedie più pubblicizzate e identificate con la lotta partigiana nonché oggetto anche di ricerche approfondite poi pubblicate. Tuttavia essa merita di essere inquadrata e descritta ulteriormente grazie a una testimonianza obiettiva.
In questo elaborato abbiamo delineato, in primis e brevemente, il luogo e in contesto economico-sociale dove essa era stata eseguita. Ogni successiva affermazione o quesito concernente la strage troveranno riscontro, precisazioni, integrazioni, valutazioni o correzioni grazie – soprattutto – alle dichiarazioni di uno dei più giovani sopravvissuti di allora: nostro testimone oculare1 inoltre ritenuto particolarmente attendibile dai magistrati del Tribunale Militare di La Spezia, durante le fasi del processo attivato con estremo ritardo soltanto cinquanta anni dopo.
Difatti, il ricercatore Paolo Paoletti aveva scoperto nell’archivio nazionale del USArmy militare di Washington degli atti riguardanti la strage di Sant’ Anna; ciò mentre 695 fascicoli della Procura Militare – “provvisoriamente archiviati” nel 1960 presso la sede della Procura Militare in palazzo Cesi a Roma – erano riemersi nel 1994, quasi contemporaneamente e insieme a quello su Sant’Anna di Stazzema, per iniziativa del PM militare Antonino Intelisano: il magistrato incaricato di svolgere le indagini relative al processo contro l’ufficiale nazista Erich Pribcke, responsabile della strage alle Fosse Ardeatine ed estradato dall’Argentina. Le indagini concernenti l’eccidio qui considerato, peraltro, erano state rivolte contro una parte limitata dei presunti responsabili: cioè i reparti germanici e soltanto sui soldati tedeschi, non contro quelli italiani integrati nelle medesime e certamente partecipi attivi nella strage, sui quali torneremo dopo avere individuato – molto sinteticamente – la situazione geografica, storica, sociale ed economica della comunità santannina.
Sant’Anna di Stazzema era ed è un piccolo villaggio ubicato in Versilia – a circa 650 m.s.l. sull’alta collina sottostante le Alpi Apuane – in una posizione semi nascosta, ma più elevata rispetto ad altre frazioni apuo-versiliesi dei confinanti comuni di Camaiore, Pietrasanta e Seravezza. Attualmente, è stabilmente abitato da una ventina di persone mentre i residenti, prima della seconda guerra mondiale, ammontavano a circa 400: in parte, abitanti in case o micro borgate sparse e in parte presso la piazzetta della piccola chiesa edificata – pare – a metà del XVI° secolo, per volontà e con onere sui parrocchiani di mantenere la canonica. All’epoca, questa comunità contava 174 anime, poi divenute circa 200 verso la fine del XVIII° secolo; essa appartiene alla pievania di San Giovanni e Santa Felicita la quale era già stata edificata – almeno nel IX° secolo – fra Pietrasanta e Valdicastello Carducci, dunque entro i confini attuali della provincia di Lucca, ma appartenente tuttora all’ Arcidiocesi di Pisa: ciò sin dai tempi della Repubblica Marinara.
Il suddetto borgo risultava già esistente nel X° sec., in base a un atto di permuta firmato dal prete di Sant’Anna e il vescovo di Lucca (Arch. arciepisc. Lucca, ist. not. 69, anno 970) riguardante dei beni di Camaiore. Difatti, durante il tardo medioevo, il territorio della Versilia e dunque anche quello di Sant’Anna risultavano frazionati e ciclicamente sottoposti al dominio delle signorie locali o delle ambiziose e spesso belligeranti città di Firenze, Genova, Lucca, Massa-Carrara e ovviamente Pisa; le quali si contendevano le miniere e le cave di marmo apuo-versiliesi nonché il controllo commerciale o doganale delle storiche strade (Aurelia\Francigena) di collegamento fra Roma e la Europa occidentale.
Sant’Anna aveva poi ricevuto una definizione meno approssimativa dei propri territori – rispetto a quelli di Camaiore (lucchese) e Pietrasanta (fiorentina) – in applicazione del Lodo del 1512 di papa Leone X° de’ Medici che componeva le contestazioni e le diatribe di confine – sfocianti spesso anche in violente conflittualità – tra le popolazioni locali appartenenti allo stato di Lucca o a quello di Firenze. Successivamente, Sant’Anna era stata accorpata dalle riforme amministrative del granduca Pietro Leopoldo I° (1776) con Farnocchia e Gallena al comune di Stazzema; infine, aggregata al Regno di Italia con l’intero Granducato di Toscana.
Durante questi secoli, analogamente ai piccoli centri urbani circostanti, gli abitanti riuscivano a sviluppare una economia di mera sussistenza: i raccolti agricoli erano limitati a grano, segale, biade, erbette aromatiche, carote, patate, radicchio o qualche altro ortaggio nonché castagne a quote più elevate oppure uva e olive ad altitudini un po’ più basse o sui terreni più assolati; l’allevamento prevalentemente a fini domestici di capre, mucche, pecore, conigli e pollame si aggiungeva a una limitata produzione mineraria; contestualmente, il commercio di questi prodotti era pressoché impedito dalla ridotta viabilità consistente – nel migliore dei casi – in mulattiere oppure in viottoli talvolta impraticabili a causa del maltempo. Da evidenziare, inoltre, la carenza di circolazione di denaro: riservato ai carbonai, ai pochi minatori delle cave di marmo o delle quasi improduttive miniere di argento, mercurio, rame e ferro (queste chiuse definitivamente nel 1980). Tutti beni finalizzati al consumo locale o a un ridotto scambio commerciale basato per secoli sul baratto, soprattutto con il sale: vitale prodotto proveniente dalla Versilia costiera.
Questa economia si era mantenuta e lentamente incrementata sino agli anni 40 del secolo scorso ed era stata garantita dalla solidarietà diffusa e pacifica fra popolazioni di località ubicate per secoli sui confini degli stati italiani pre-unitari – Massa e Carrara, Lucca, Firenze, Ferrara e Modena, oltreché le occupazioni più o meno prolungate dei Pisani, dei Milanesi e dei Genovesi – perciò i santannini erano abituati a convivere sulla base di rapporti tranquilli anche con persone per alcuni aspetti (cultura, norme, dialetto, moneta, cucina, usi) assai diverse2.
Forse anche per questa attitudine, la popolazione era risultata ospitale e comprensiva verso persone giunte lassù a diecine e poi a centinaia (uomini e donne con bambini e anziani, renitenti alla leva della RSI, fascisti locali, fuggiaschi già arruolati, giovani aderenti a qualche banda partigiana; soggetti sbandati, disillusi dagli eventi, dai feriti, dai morti rispetto alla propaganda fascista; amici o parenti di chi già stava nel paese) allontanatesi dalla costa o dalle città per evitare le rischiose corvées imposte dai fascisti ai residenti civili nonché i bombardamenti aerei e i cannoneggiamenti correlati alla linea  gotica; però, soprattutto le razzie e i rastrellamenti tedeschi sempre più ricorrenti nelle zone costiere e urbanizzate.
Per tali cause collaterali, molte persone erano sfollate nel paesino di Sant’Anna di Stazzema e non soltanto dalla Versilia: ma pure da provincie limitrofe o non confinanti oppure provenienti da altre regioni anche meridionali; tutte interessate o costrette a collocarsi in zone meno rischiose proprio per schivare cannonate o bombardamenti aerei. Molti gruppi, invece, dovevano abbandonare le zone sottoposte all’ordine tedesco di sfollamento: spesso conseguenti agli scontri fra partigiani e nazi-fascisti che si fronteggiavano in tutta la Versilia o lungo la Linea Gotica appena costruita o in fase di costruzione o di consolidamento. A causa di tutti questi arrivi, la popolazione avrebbe raggiunto e triplicato quella residente3, comportando problemi di alloggio, di alimentazione e di igiene; per tutti i suddetti motivi molte persone – fra le ultime pervenute – si erano sparpagliate nei boschi per cercare rifugio nei metati o in edifici semiabbandonati o in stalle oppure addirittura in grotte. Tuttavia, la popolazione santannina si era mostrata – anche riguardo alle contrapposte componenti locali in esasperato e violentissimo conflitto fra loro (reduci, disertori, renitenti, ribelli, partigiani, fascisti e tedeschi) – timorosa o compassionevole: “in alcuni casi per solidarietà umana, per spirito cristiano o per timore”4 di possibili reazioni violente anche contro amici e familiari.
La gente aveva assunto, progressivamente, una posizione agnostica rispetto allo scontro intercorrente tra le poche formazioni resistenti; comunque, essa era divenuta prevalentemente più favorevole a queste poiché la diffidenza rispetto alle truppe nazi-fasciste si era diffusa e radicata reciprocamente; forse poiché il finale della guerra era ormai percepito prospetticamente a danno di queste ultime, forse per le loro condotte violente e talvolta raccapriccianti, forse per la ormai evidente vicinanza delle truppe alleate assestate sulla sponda sinistra dell’Arno e dunque a meno di trenta chilometri dalle truppe tedesche attestate in Versilia e sulle Alpi Apuane.  Inoltre, quelle tedesche risultavano sempre più prive di vettovagliamento, di rifornimenti bellici nonché di truppe fresche o di manodopera da adibire alle loro esigenze difensive. Difatti, i rastrellamenti non miravano soltanto ad arrestare o eliminare i partigiani e i presunti sostenitori – realizzando così una zona franca più favorevole alla costruzione o all’utilizzo della Linea Gotica – ma puntavano anche a reperire ogni risorsa e uomo abile a svolgere lavori manuali o altre funzioni utili alle truppe tedesche.
In effetti, già nell’estate del 1944, i reparti tedeschi non beneficiavano più della garantita fornitura di cibo e perciò erano costretti a chiedere o razziare i centri abitati, i depositi di beni e vivande oppure i terreni coltivati o i prodotti ottenuti dalle famiglie abitanti in campagna, né disponevano di materiale bellico sufficiente per eseguire tutti gli ordini a scopo difensivo che le gerarchie impartivano. Conseguentemente, la prospettiva di una sconfitta o la rabbia e il risentimento verso gli italiani – ai loro occhi dei traditori, dopo avere riscontrato la condotta italiana dopo 8 settembre 19435 – si manifestavano con particolare accanimento; soprattutto da parte dei reparti speciali quali SS o Guastatori. Uno di questi ultimi si era aggiunto – ai primi del settembre 1944 – a un comando di truppe ordinarie che occupava da circa uno anno alcune abitazioni nel paese di Capezzano Pianore, sottostante la collina di Sant’Anna. Quel manipolo di guastatori era pronto a intervenire per sabotare o distruggere ogni infrastruttura o immobile segnalato dal loro comando: fra questi anche le case dove un qualunque comando tedesco aveva alloggiato.  Durante i medesimi giorni i guastatori avevano fatto brillare le cariche sotto le verghe della vicina ferrovia Pisa – La Spezia per renderla inservibile alle truppe alleate che stavano per sferrare un attacco, inoltre avevano minato anche il campanile: per mozzare un edificio elevato e perciò ritenuto postazione militarmente utile all’esercito USA ormai in rapido avvicinamento. Proprio la celerità dei loro mezzi cingolati aveva poi costretto il comando dei guastatori a ordinare di minare tutti i ponti su fossi e canali limitrofi e quindi di usare per quello scopo pure le cariche già apposte intorno alle abitazioni; evitando così la demolizione delle tre o quattro case utilizzate dai comandi tedeschi di zona6.
Inoltre, sino agli ultimissimi giorni prima della ritirata, i militari tedeschi e la polizia fascista continuavano a convocare chiunque o rastrellare chi cercava di sottrarsi alla leva, pure minacciando di prendere gli altri uomini di famiglia (i c.d. “bandi del generale Graziani”); per cui l’alternativa per gli uomini in età di leva era l’adesione alla TODT o alla RSI o alle formazioni partigiane7
A queste condizioni di incertezza o di rischio per la vita propria o dei familiari o amici più intimi, anche a causa di possibili vendette pure trasversali, la popolazione ubicata nei territori apuo-versiliesi doveva rapportarsi – almeno dal novembre 1944 all’ aprile 1945 – pure con le bande partigiane non coordinate, talvolta separate o contrapposte ideologicamente fra loro ma comunque operative e con metodi da guerriglieri; inoltre, i partigiani non indossavano una divisa o evidenti distintivi ma abiti civili così da apparire ai tedeschi come qualunque altra persona. Pertanto, le SS diffidavano di chiunque avrebbe potuto essere un partigiano o un loro fiancheggiatore, cosìcché la popolazione stabilitasi o residente in zone frequentate da bande di resistenti (talvolta rifornite di armi paracadutate e di informazioni dagli Americani) era genericamente percepita come nemica o almeno equiparata a soggetti di cui diffidare a priori. In particolare, nella zona di Sant’Anna, chiunque doveva diffidare di chiunque poiché lì risiedevano o da lì transitavano famiglie o soggetti notoriamente appartenenti o simpatizzanti dei partigiani o dei fascisti; addirittura era noto che disertori, detenuti evasi, spie o doppiogiochisti o collaborazionisti si infiltravano fra la popolazione, ma anche nelle contrapposte formazioni delle parti resistenti così come in quelle nazi-fasciste.
Questo era il contesto in cui confliggevano fascisti, partigiani e nazi-fascisti e in cui la popolazione – residenti o persone sfollate – tentava, inerme, di sopravvivere in attesa della fine delle ostilità.

La famiglia del testimone si trovava in tale situazione, purtroppo proprio a Sant’Anna di Stazzema; lui è scampato, fortunosamente, alla morte. Dunque grazie alla cortese disponibilità dello stesso Renato Bonuccelli si redigono, con lui, i racconti e le precisazioni che seguono concernenti le condizioni di vita subite e sopportate dalla popolazione versiliese fra il 1943 e il 1944, in prossimità della Linea Gotica.
Il primo quesito al riguardo concerne il motivo per cui la sua famiglia aveva deciso di abbandonare le attività commerciali, per sfollare a Sant’Anna di Stazzema; la risposta è illuminante sulla ormai diffusa precarietà delle situazioni in cui la popolazione doveva arrangiarsi. Essa dipendeva tanto dai rischi derivanti da bombardamenti o cannonate alleate quanto, lui sottolinea, “dalle corvées obbligatorie imposte a rotazione agli uomini come quelle finalizzate al controllo notturno e per qualche chilometro dei pali delle linee elettriche, telefoniche e telegrafiche”. Questo controllo, era svolto da più squadre composta da un soggetto armato, collegato alle autorità fasciste locali, che si faceva accompagnare da due o tre cittadini obbligati a collaborare; i quali sarebbero stati ritenuti responsabili di ogni danno eventualmente intercorso e le cui conseguenze nei loro confronti non erano predeterminate; però, di certo, molto negative. Inoltre, le nottate di questo genere si ripetevano più volte, improvvise, pericolose e fonte di solitudine e ansietà per il resto delle famiglie.
Pertanto – continua la spiegazione – molte persone avevano optato per una residenza meno comoda, ma presunta più tranquilla e sicura quale appariva Sant’Anna di Stazzema; anche poiché risultava essere considerata dalle autorità tedesche una “zona bianca”: cioè priva di presenze partigiane. Ovviamente, anche le autorità della RSI dovevano avere la stessa opinione per non intervenire contro la popolazione, comunque erano gli ufficiali tedeschi ad avere la prima e l’ultima parola. I fascisti manifestavano posizioni contrapposte al loro interno: alcuni erano meno radicali e forse filo-monarchici; mentre altri avevano condotte più violente e palesemente filo-naziste e perciò mal tolleravano i camerati meno estremisti.
Il nostro testimone rimarca altresì come “la gente aspettava, ormai e in primis, la fine della guerra; restando in attesa dell’esercito alleato sul quale giungevano notizie tramite un passa-parola”. Il quale però per lunghi mesi aveva cannoneggiato o bombardato la Versilia, soprattutto quella costiera, per ostacolare la costruzione o il consolidamento delle infrastrutture difensive delle truppe nazi-fasciste; oppure, probabilmente, poiché il fronte adriatico era più arretrato di quello tirrenico. In tal modo rallentando, però, l’avanzamento verso nord; ovvero poiché il supporto alleato alla Francia era stato stimato più strategico e impegnava maggiormente le truppe alleate su quel fronte. Tuttavia, le bombe, le cannonate, le incursioni dei caccia anglo-americani permanevano così come rastrellamenti; perciò i rischi di incontri con militari dei comandi tedeschi piazzati a Viareggio e Pietrasanta o con altri ubicati in punti logisticamente rilevanti, costituivano tutti delle minacce sparse per la popolazione. Infatti, qualsiasi azione per motivi di lavoro come qualunque casuale incontro poteva risolversi in un esito favorevole o nefasto.
Al riguardo, Renato Bonuccelli ricorda bene alcuni fatti esemplificativi e definisce le varie cause che avevano indotto tutti i suoi famigliari a sfollare presso Sant’Anna di Stazzema.
Innanzitutto, “la sempre maggiore ostilità dimostrata dai soldati tedeschi con requisizioni, ruberie o minacce a mano armata. Io stesso ero presente quando requisirono il cavallo a mio nonno e poiché non voleva darglielo, fu minacciato con la pistola. L’attività commerciale che svolgeva la mia famiglia era divenuta ormai irrisoria a causa della scarsità delle merci quasi tutte sottoposte all’ammasso obbligatorio e alla impossibilità di trasporto a causa della requisizione dei mezzi meccanici nonché degli animali da tiro”. Inoltre, “il fatto che mio padre uscito un giorno in bicicletta nel pomeriggio, era ritornato a casa solo a tarda sera con il viso e con la camicia insanguinati: poiché un soldato tedesco, per portargli via la bicicletta, lo aveva colpito usando un pugno di ferro dotato di spunzoni.” Altresì, la popolazione era sottoposta alle aggressioni dei mezzi da guerra alleati non soltanto terrestri; in particolare, lui ci evidenzia due modi ricorrenti di attacco: “le incursioni notturne di un aviatore inglese solitario che – volando a volo radente per sfuggire ai colpi della contraerea nemica – sganciava sui casolari della campagna versiliese delle piccole bombe al fine di dimostrare la vulnerabilità delle difese nazi-fasciste”. Inoltre, aggiunge, “la pericolosità di rimanere a Capezzano Pianore a causa dei frequenti mitragliamenti di caccia inglesi ai veicoli che percorrevano la Sarzanese, principale via del paese, proprio dove abitavamo. Infine ai primi di luglio mentre ero con i miei a un rinfresco di nozze, nell’aia di un contadino poco distante dalla nostra abitazione, un caccia inglese cominciò a mitragliarci: ci rifugiammo subito in casa evitando così e fortunosamente di essere colpiti; però, lo spavento fu tanto”.
Queste complessive ed esasperanti condizioni avevano indotto a cercare località più isolate, esenti da questi molteplici e spesso incontrollabili rischi; fra queste, proprio Sant’Anna di Stazzema. La quale – precisa Renato Bonuccelli – “fu scelta poiché mia considerata sicura essendo formata da piccole borgate sparse nonché accessibile soltanto da una mulattiera; conseguentemente la mia famiglia, quella dei nonni materni con quella dei nonni paterni sfollarono verso le colline apuane. Giunte a Sant’Anna, le famiglie erano andate ad abitare insieme in località Le Case ai primi di luglio. Qui vivevamo in condizioni nel complesso accettabili, in quanto la zona appariva abbastanza tranquilla: anche per la convinzione espressa al riguardo dal segretario locale del Fascio. Comunque, circolavano anche dei partigiani che si scontravano talvolta con dei nazi-fascisti in località vicine o giungevano in paese per rifornirsi di cibo”.
La situazione si era aggravata con l’arrivo dell’estate del 1944 quando gli scontri fra formazioni tedesche delle SS o anche della Wehrmacht e quelle della Resistenza erano divenuti più frequenti e consistenti; al punto che Sant’Anna di Stazzema non era più considerata dai nazi-fascisti zona bianca cioè un territorio non infestato da partigiani. Infatti, prosegue Renato Bonuccelli riferendosi a quella zona, “i partigiani erano progressivamente aumentati di numero sino a raggiungere le 150\200 unità; conseguentemente, loro avevano riscontrato non poche difficoltà per effettuare gli spostamenti ritenuti necessari senza esporsi troppo, perciò essi avevano dovuto suddividersi in formazioni meno consistenti e dunque più agili e meno visibili per le truppe tedesche”.
Tuttavia, la suddivisione in formazioni partigiane più piccole comportò però anche il sorgere di una certa rivalità fra le stesse, spesso di idee politiche diverse. La mancanza di preparazione bellica e una certa inesperienza consentivano spesso a spie nazi-fasciste di infiltrarsi nelle formazioni partigiane”.
Anche per queste ragioni, gli aderenti alla Resistenza non sempre si raccordavano fra loro per operare congiuntamente né per condividere le risorse e le armi disponibili; in qualche caso, i referenti dei partiti antifascisti o dello stesso CNL apparivano in difficoltà per raccordarle né risultavano idonei a impedire l’auto-allontanamento di taluni soggetti (risultati poi poco affidabili ma ormai armati nonché rapaci rispetto alla popolazione). Le conseguenti informazioni avevano oltremodo allarmato le autorità germaniche che non ritenevano più Sant’Anna una zona bianca; anzi, esse erano giunte, dopo alcuni scontri intercorsi con i partigiani in aree limitrofe, a dare l’ordine di sfollamento da fine luglio ai santannini.
In specifico, Renato Bonuccelli ricorda che “quando vi fu l’ordine tedesco di sfollare dal paese, per qualche giorno ci rifugiammo in un metato non molto distante in località Argentiera; però, dopo l’affissione di in manifestino dei partigiani e l’assicurazione da parte di diverse persone che avevano avuto contatti con il comando militare tedesco, rientrammo in paese. Infatti, si riteneva che i tedeschi nella peggiore delle ipotesi avrebbero potuto rastrellare gli uomini validi e incendiare le case ma che le donne, i vecchi e i bambini non avessero al niente da temere”.
In effetti, secondo alcune voci circolanti, i partigiani avevano tolto l’avviso tedesco e ne avevano affisso uno proprio in cui invitavano la popolazione a rientrare o rimanere a Sant’Anna poiché avrebbero risposto alle rappresaglie tedesche attuando le proprie; contestualmente, però, si erano allontanati dalle borgate: perciò quella zona sarebbe ritornata a essere considerata sicura. Questa serenità era probabilmente imputabile anche alla voce giunta tramite una maestra – ritenuta molto prossima a un ufficiale tedesco – secondo la quale Sant’Anna sarebbe stata riconsiderata “zona bianca”: purché risultante senza partigiani; inoltre, i santannini presumevano le truppe nazi-fasciste capaci, semmai, di tentare un rastrellamento di maschi validi o infierito sulle case delle persone presunte fiancheggiatrici dei partigiani, come già accaduto pochi giorni prima nel vicino paese di Farnocchia.
Invece, purtroppo, alcuni fascisti erano stati uccisi fra i castagneti verso il monte Gabberi e nelle vallate di accesso a Sant’Anna; inoltre, alcuni santannini si erano poi rifiutati di seppellirne i cadaveri; notizie sicuramente giunte alle milizie della RSI e anche alle truppe tedesche, sollecitate dai familiari degli stessi a vendicarli. Di certo, questa situazione aveva aggravato la valutazione dei nazi-fascisti nei confronti di chi si trovava a Sant’Anna e dintorni. lnfatti, ormai, loro davano per scontata la collusione fra chi stanziava in quelle zone e i partigiani, peraltro assenti in loco poiché allontanatisi da qualche giorno.
La popolazione si era così trovata, inerme e abbandonata a se stessa, davanti alle mitragliatrici, alle bombe, ai lanciafiamme delle compagnie nazi-fasciste esecutrici della strage presso le località di Sant’Anna; peraltro, perpetrata dai diversi reparti germanici e con modalità differenti da luogo a luogo.

Note

  1. Renato Bonuccelli, nato a Capezzano Pianore (Camaiore – Lucca) il 30 \05\ 1937; sopravvissuto alla strage nazi-fascista del 12 agosto 1944 – dove la madre Cesarina Guidi, i nonni materni Angelo Guidi e Ida Pierotti, la nonna paterna Zaira Pierotti e lo zio paterno Silvestro Bonuccelli sono stati trucidati – poi laureato e già professore di scienze matematiche e cultore di storia locale.
  2. C.Paolicchi e G.Salvadori, Sant’Anna. Guida per un pellegrinaggio di pace, ETS Editrice, 1991; qui si legge un richiamo a Memorie e Note di F.Bertolucci (deceduto); inoltre, D.Orlandi, M.Cancogni, don G.Vangelisti, Opuscolo, edito il 12 agosto 1945.
  3. Successivamente alla fine II^ Guerra mondiale, le generazioni più giovani avevano optato per abitare la riviera della Versilia: più industrializzata e turisticizzata e garante di un correlato maggiore benessere; cosicché rispetto agli originari 400 abitanti, attualmente, i residenti effettivi e continuativi a Sant’Anna di Stazzema raggiungono soltanto una ventina di unità.
  4. La documentazione si riferisce ai seguenti volumi di autori locali: A. Graziani, L’eccidio di Sant’Anna, S.T. Beato Angelico. Pisa, 1945;  C.Paolicchi e G. Salvatori, Sant’Anna. Guida per un pellegrinaggio di pace, ETS Editrice, Pisa, 1991;  R. Bonuccelli, Cinquant’anni fa a Sant’Anna, Baroni Editore, Viareggio,1995; G. Vezzoni, Tra le pieghe della strage di Sant’Anna di Stazzema nel 70° della Liberazione. Un tentativo di inchiesta a tempo scaduto, Pezzini Editore, Viareggio, 2016; L. Alessandrini, Tanto peggio, tanto meglio. Sant’Anna e dintorni, youcanprint, Lecce, 2020; nonché al recentissimo e fondamentale colloquio con il professor Renato Bonucelli, sopravvisuto il 12\08\1944 e testimone oculare della strage, teste di riferimento per i magistrati al correlato processo presso il Tribunale militare di La Spezia.
  5. Renato Bonuccelli ricorda bene quella data e ci consente di capire i differenti stati d’animo delle persone. Lui così racconta: “mio padre si era recato da un collega commerciante e in quei momenti la radio aveva avvisato che stava per trasmettere un importante comunicato da Roma, perciò si era rapidamente diretto verso casa. Qui, al primo piano, aveva acceso la radio e ascoltato l’annuncio dell’armistizio; a seguito del quale mia madre aveva subito preso un fiasco di vino per festeggiare la presunta fine della guerra con i tre soldati italiani che stavano riparando la linea telegraficai interrotta da una sventagliata di un aereo alleato. Due di loro si erano di colpo buttati a terra, rotolandosi felici come dei ragazzini, mentre un terzo – arrampicato in cima al palo per effettuare la riparazione – era rimasto indifferente. I due commilitoni italiani gli avevano domandato “Come, te non sei contento?” A quella domanda, lui rispose, continuando il lavoro: “Per me, guerra o la pace, cambia poco; io non ho più i genitori, sono morti sotto un bombardamento, a Napoli”. Contemporaneamente, mio padre si era affacciato – tutt’altro che allegro – per segnalarci che non avevamo ascoltato l’intero annuncio, il quale aveva genericamente affermato: “la guerra continua”. Tutti ammutolimmo e divenimmo drammaticamente più dubbiosi. Negli stessi momenti, davanti al caffè antistante la chiesa, erano usciti due soldati italiani e due soldati tedeschi che avevano ascoltato l’annuncio dallo stesso locale: questi ultimi, senza proferire una parola, sputarono addosso a loro”.
  6. Una delle quali era abitata dai nonni di chi scrive. Entrambi maestri, per continuare l’insegnamento, erano rimasti in casa loro anche quando i tedeschi vi si erano installati – quali occupanti – dopo il tracollo di Mussolini e l’armistizio italiano con gli Alleati. Il comandante dei reparti ordinari, probabilmente un capitano, si era comportato duramente ma senza compiere alcuna angheria e si era congedato dai due proprietari preannunciando che entro due\tre giorni i guastatori si sarebbero probabilmente ritirati anche loro; però soltanto dopo avere minato la casa. Durante questa seconda settimana del settembre ’44, il manipolo di guastatori si divertiva anche lanciando qualche bomba a mano fra le contadine che lavoravano nei campi, minacciando di ammazzare gli uomini, appropriandosi del vino residuo, salendo al primo piano di quella casa per urinare dal terrazzino: per sfidarsi a chi aveva il getto più lungo e attribuendo al vincitore un diritto di scelta fra i beni rimasti nella casa, per poi distruggerlo lanciandolo il più lontano possibile dal medesimo terrazzino. Fra il 12 e il 13 settembre la casa era stata minata e la famiglia aveva frettolosamente realizzato un covone di grano sostenuto da rami o frasche grosse, sotto il quale si sarebbe rifugiata, sperando di risultare in qualche modo protetta al momento della deflagrazione la quale, fortunatamente come per le altre abitazioni, non ebbe luogo.
  7. Queste operazioni avvenivano ovviamente all’improvviso; talvolta esse risultavano affidate alle SS come alla polizia fascista, quando ritenuta affidabile dalle gerarchie militari germaniche, oppure da reparti militari della Wehrmacht; pertanto, qualunque uomo o ragazzo poteva essere bloccato, sottratto alla famiglia e assegnato alla organizzazione TODT o subire un destino peggiore oppure non fare più ritorno presso le famiglie.