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La morte nei libri di ricordi. Pratiche di superamento e di “resilienza” nell’Italia bassomoedievale
di , numero 53, giugno 2022, Note e Riflessioni, DOI

La morte nei libri di ricordi. Pratiche di superamento e di “resilienza” nell’Italia bassomoedievale
Come citare questo articolo:
Lucio Orecchioni, La morte nei libri di ricordi. Pratiche di superamento e di “resilienza” nell’Italia bassomoedievale, «Bibliomanie. Letterature, storiografie, semiotiche», 53, no. 18, giugno 2022, doi:10.48276/issn.2280-8833.9874

Introduzione
L’essere umano è stato da sempre un organismo fragile, sottoposto ad una serie di sfide che minavano costantemente la sua sopravvivenza. Nei nostri primi manuali di storia abbiamo imparato subito come i nostri antenati ominidi fossero in balia tanto degli animali predatori, quanto delle occasionali catastrofi naturali come eruzioni vulcaniche, terremoti, uragani e via dicendo.
Anche con l’avvento della civiltà e la creazione di società sempre più complesse e organizzate, l’uomo si è dovuto misurare costantemente con tali difficoltà, e spesso con risultati alterni: ci viene in mente, per esempio, la cosiddetta Peste di Atene che colpì la città greca nel 430 A.C., durante la disastrosa Guerra del Peloponneso. Solo in tempi recenti, in quella piccola porzione della Terra che chiamiamo “Primo Mondo”, problemi e difficoltà legati ad eventi come guerre e malattie endemiche sembrano essere relegati al passato, al massimo alla generazione dei nostri nonni che hanno vissuto gli orrori della Seconda Guerra Mondiale.
Sicuramente è un dato di fatto che l’uomo occidentale vive in condizioni migliori rispetto agli altri. Questo è dovuto soprattutto al progresso scientifico, in particolare in ambito medico e sanitario, che ha portato alla scomparsa di malattie mortali; ciò ha portato all’estensione della durata media della vita degli individui e, gradualmente, a un maggiore benessere economico e sociale.
Tuttavia gli ultimi due anni trascorsi hanno mostrato come anche gli Stati Uniti e l’Europa, questo “Primo Mondo” a cui ci vantiamo di appartenere, non è rimasto esente da questi eventi che colpiscono quotidianamente il resto del mondo. Prima la pandemia di Covid-19, da ormai due mesi anche il conflitto tra Russia e Ucraina sembrano riportarci a quei tempi che alcuni giornalisti definiscono troppo frettolosamente “medievali”, in senso dispregiativo.
Questo paragone si rivela in realtà assai generico, dal momento che non tiene conto dell’ampiezza del periodo storico considerato (quasi mille anni) e dei relativi contesti regionali che potevano differire non poco sotto vari punti di vista. Al Medioevo effettivamente sono attribuiti numerosi pregiudizi: si tratterebbe di un’epoca buia e segnata dall’ignoranza, costellata di guerre sanguinose e epidemie che sono indice di una precarietà della vita divenuta emblematica in certe rappresentazioni artistiche come i Trionfi della Morte che adornano gli interni di varie chiese a partire dalla Peste Nera del 1348.
L’uomo medievale (o almeno, quello dell’Europa cristiana) è stato più volte rappresentato in romanzi letterari, dipinti e film come un individuo costantemente tormentato da eventi nefasti come guerre e pestilenze che rendevano la sua vita governata dalla cosiddetta “Fortuna”, dal caso. Viene spesso mostrato come un individuo fortemente religioso, dedito al digiuno e alla mortificazione fisica del corpo. Ma queste ovviamente sono delle mere ricostruzioni e interpretazioni volte ad intrattenere un determinato tipo di pubblico, sicuramente poco interessato ad una maggiore accuratezza o verosimiglianza. Quindi, come pensava l’uomo medievale? Come reagiva a queste continue difficoltà, quotidiane o eccezionali che fossero?
Non è facile rispondere a questa domanda, o meglio, non esiste una risposta univoca.

I libri di ricordi
Un valido sostegno ce lo possono fornire delle fonti coeve che somigliano per certi versi a dei diari privati; sono i cosiddetti “Libri di ricordi, “Memorie” o “Ricordanze”, delle opere letterarie composte in alcune aree dell’Italia tra il XIV e il XVI secolo. Sono particolarmente diffusi in Toscana, all’epoca una delle regioni più urbanizzate dell’Europa (e quindi con una fascia maggiore della popolazione locale alfabetizzata), ma ci sono pervenuti esemplari anche in Umbria, nel Lazio, a Bologna e nel Friuli. Gli esemplari più antichi risalgono alla fine del Duecento1 e sono collocati nella città del Giglio.
Questi “libri di ricordi” nascono in realtà come libri di conto; per Armando Sapori infatti i primi redattori apparterrebbero al ceto medio mercantile, dato il maggior grado di familiarità con la scrittura, pur se destinata al mero calcolo dei conti.2 In questi registri vengono annotate le transazioni e i movimenti di denaro in entrata e in uscita sotto le relative rubriche “Dare” e “Avere”; per questo motivo gli studiosi utilizzano spesso l’espressione “Libri del dare e dell’avere” per indicare questi prototipi. Solo in seguito a essi si aggiungono, man mano sostituendoli, i “Libri di ricordi” o “Ricordanze” veri e propri, il cui contenuto è incentrato maggiormente sulle vicende personali e familiari. Sebbene con il passare del tempo si assista a una progressiva differenziazione delle due tipologie, in particolare nella prima che darà vita ai libri contabili “moderni”, non bisogna cadere nell’errore di effettuare una cesura troppo netta: infatti in numerosi “Libri di Ricordi” di epoca più tarda permangono delle apposite rubriche in cui vengono annotate transazioni e altre attività economiche.
Un altro errore da evitare è quello di immaginare queste opere letterarie scritte secondo stili e contenuti uguali. Un “Libro di Ricordi” infatti non sarà mai uguale a un altro. Dal momento che la classe media dei Comuni italiani (in particolare Firenze) era molto variegata, gli autori delle “Ricordanze” potevano appartenere a classi sociali ben diverse e possedere un grado di familiarità diversa con la scrittura. Per fare un esempio più concreto, la società fiorentina nel XIV secolo si divideva nei cosiddetti “Popolo Grasso” ossia i ricchi mercanti e banchieri e “Popolo Minuto”, coloro che svolgevano mestieri più umili.
Sembra inoltre naturale pensare che i primi propendessero maggiormente a redigere tali “Ricordanze” rispetto ai secondi e a consegnare ai posteri opere più gradevoli dal punto di vista retorico e narrativo. In realtà ci sono pervenuti “Libri di Ricordi” scritti da esponenti del ceto medio-alto carenti dal punto di vista stilistico e contenutistico e altri invece redatti da individui più umili secondo uno stile narrativo più vivace e accattivante; quest’ultimo caso può essere esemplificato dal “Diario Bolognese” di Gaspare Nadi, un muratore che opera intorno alla città felsinea e descrive numerosi scorci della vita quotidiana dell’epoca.
Cosa spingeva questi spesso improvvisati scrittori a “fare memoria”? Oltre al mero bisogno di registrare ricordi o eventi familiari degni di essere ricordati per le generazioni future (in numerose occasioni i manoscritti venivano continuati dai figli e dai nipoti), vi era anche un’importante finalità morale e didascalica. Solitamente nelle prime pagine dei “Libri di Ricordi” l’autore sembra rivolgersi a un pubblico ideale di pares o, più concretamente, ai figli e ai discendenti di questi ultimi, affinché traggano dalla storia di famiglia importanti insegnamenti morali e pratici; spesso il passato familiare viene romanzato e assume le caratteristiche di una parabola, caricandosi di eventi fondanti e significativi per chi appartiene alla famiglia.
Nel caso di famiglie nobili o ascese in tempi recenti a tale rango, uno dei più rappresentativi topòi letterari è la pretesa “di situarne la culla vuoi in un castello o un semplice villaggio della campagna fiorentina, vuoi, più vagamente, in una regione del contado.3 La campagna toscana era considerata come adesso un locus amoenus per eccellenza, contrapposta alla vita ordinaria e frenetica della città.
Per alcune famiglie però l’origine nella campagna non risulta un elemento abbastanza nobilitante, così pretendono di discendere da un qualche ignoto figlio illegittimo di un importante casato nobiliare, come i celebri marchesi di Saluzzo nel lontano Piemonte.
Qualora invece non ci fosse bisogno di inventare o di mascherare delle origini oscure o troppo umili, il paterfamilias o i suoi figli spesso si improvvisavano storici, consultando gli archivi pubblici del Comune in modo da risalire ai propri antenati; chiaramente questa attività rimaneva uno spazio “esclusivamente maschile dal quale la moglie è rigorosamente esclusa.”4 Questo lavoro di ricerca poteva portare alla scoperta di ruoli istituzionali di spicco ricoperti dagli antenati, ma anche alle “guerre private o le rappacificazioni avvenute tra diverse famiglie.”5
Ovviamente questo lavoro di ricerca non risultava un compito facile. L’indagine genealogica spesso riguardava uno specifico ramo famigliare e raramente si estendeva ad altri lignaggi imparentati, i cosiddetti consorti.
Le difficoltà aumentavano quando si giungeva a tentare di ricostruire le vicende degli avi posti oltre la quarta o quinta generazione; al di là di queste infatti veniva solitamente collocato l’antenato eponimo, ossia colui che conferiva il proprio nome alla famiglia. Questo veniva solitamente inserito sia per colmare importanti “vuoti” all’interno dell’albero genealogico, sia per legittimare i suoi attuali discendenti agli occhi dei contemporanei, rivestendo i primi di un’aura gloriosa o nobile.
Nei “Libri di Ricordi” viene menzionata più volte la “Fortuna”, rappresentata concretamente dalle difficoltà inattese che rischiavano di minare l’equilibrio e la felicità familiare faticosamente raggiunti. Nei confronti di queste esperienze negative gli autori adottavano reazioni diverse: a volte riuscivano a superarle con relativa facilità e se le lasciavano alle spalle con enorme sollievo; altre volte, quando erano colpiti da tragedie, si potevano mostrare rassegnati al proprio doloroso destino appellandosi a Dio e ai suoi misteriosi disegni oppure, più vivacemente, addurre la colpa alla prepotenza e alla crudeltà di rivali e nemici.
Sebbene nella società bassomedievale la sfera religiosa giocasse ancora un ruolo importante nella mentalità della maggioranza della popolazione, una parte di essa cominciava a avere una visione del mondo più pragmatica e realistica. Accanto all’intervento del soprannaturale attraverso visioni angeliche, apparizioni di santi e della Vergine Maria, veniva adottato un nuovo approccio. Questo era stato sicuramente favorito dall’espansione commerciale e dalla crescita del ceto medio borghese, rappresentato soprattutto da artigiani e mercanti, maggiormente interessati agli aspetti più pratici e concreti della vita quotidiana.
Anche in questo caso sarebbe sbagliato assegnare tali mentalità apparentemente diverse e contrapposte a settori della società bassomedievale. Ogni individuo, indipendentemente dal ceto di appartenenza, possedeva una propria sensibilità e reagiva in maniera diversa a incidenti e tragedie personali; spesso nelle “Ricordanze” emerge come tale sensibilità possa mutare nel corso degli anni, tanto che persino la persona più “laica” poteva ritrovarsi a trovare rifugio nella consolazione religiosa dopo un evento luttuoso particolarmente grave.

La morte nei libri di ricordi
Nel Medioevo il tasso di mortalità era particolarmente alto, soprattutto per quanto riguardava la fascia della popolazione di età infantile, fin dai primissimi mesi o settimane di vita. La morte era una presenza stabile nella vita quotidiana degli uomini e delle donne dell’epoca; le cause potevano essere molteplici, tra cui lo scarso livello di igiene che esponeva gli individui a malattie e epidemie, come la più volte ricordata Peste Nera del 1347-1348 e le sue successive ondate che flagellarono l’Europa a cadenza ciclica.
Accanto a tali catastrofi che potremmo definire “naturali”, vanno aggiunte quelle disgrazie e incidenti che avvenivano all’interno delle mura di casa. Le “Ricordanze” abbondano di testimonianze di incidenti domestici che risultavano fatali per i neonati ancora in fasce: spesso venivano erroneamente uccisi dalla balia che li accudiva, per esempio soffocandoli mentre venivano allattati6 oppure schiacciandoli mentre dormivano nello stesso letto. Persino i momenti di gioco potevano trasformarsi in tragedia: Agnola, figlia di Biagio Buonaccorsi, cade da una balaustra e muore sul colpo.7
Anche un’errata diagnosi o cura di una malattia poteva portare alla morte. Morello Morelli, fratello di Giovanni, autore di un “Libro di Ricordi”, perde due figlie nel seguente modo: la prima muore a causa di una cura inefficace di un’idropisia alla testa; quando alla seconda viene diagnosticato lo stesso male, il genitore adotta una prassi diversa grazie alla quale riesce a salvarla. Purtroppo un’ondata di peste provoca la sua prematura scomparsa.8
In seguito anche Giovanni Morelli narra della perdita di suo figlio Alberto, ammalatosi gravemente “chon frusso di sanque del naso. […] gli prese la febre […] e rupescegli lo stomacho e uscita di corpo. E, chome piacque a Dio, e’ vivette infermo sedici dì […] Egli avea il chorpo tutto infiato e duro e parea ispasimasse di pena.”9 Questa immane tragedia sembra segnare ancora più pesantemente non solo la famiglia di Morelli, ma anche tutti coloro che conoscevano il giovane Alberto; verso la fine dei suoi “Ricordi” il Morelli appare ancora affranto dal dolore per la perdita del figlio tanto da sognarlo in una visione mistica, dopo aver passato ore a pregare il crocefisso. Durante tale visione il figlio fa ripercorrere al padre la sua parabola dell’esistenza, segnata da vari abbandoni e esperienze dolorose, tra cui la sua scomparsa. Che si tratti di un topòs letterario o meno, alla fine Giovanni riesce in qualche modo a superare questa sensazione di sofferenza e dolore, affidandosi alla Provvidenza divina.10
Infine per quanto concerne la mortalità infantile, risultano assai frequenti gli aborti spontanei o la nascita di figli nati morti; tali esperienze funestavano spesso la vita coniugale di una coppia, la quale poteva attendere anche anni prima di avere un figlio che superasse i primi critici anni di vita.11
Rispetto ai casi precedentemente esaminati, emerge una reazione da parte dello scrittore più “asettica” e fredda nei confronti dell’erede morto ancora prima di venire alla luce. In poche e sintetiche righe viene comunicata la notizia, menzionando eventualmente il suo nome (nel caso si fosse fatto in tempo a battezzarlo) oppure incorrendo in un generico “figliolo” o “figliola”.
Questa apparente freddezza si estende in realtà anche nei confronti di altri familiari, in maniera particolare di quei parenti con i quali si hanno avuto discussioni e litigi su varie questioni, in primis legate su eredità, beni da assegnare e condotte licenziose o dannose per l’intera “consorteria”.
In un’epoca continuamente funestata da epidemie, carestie, guerre e tracolli finanziari, l’accortezza di saper amministrare con competenza il proprio denaro era considerata una virtù fondamentale; colui che invece si rivelava eccessivamente prodigo di denaro o dedito a vizi il cui costo superava le disponibilità economiche della famiglia, veniva allontanato o persino diseredato. Questa concezione sull’importanza della gestione delle proprie finanze era particolarmente radicata in quelle famiglie di mercanti che erano solite avviare i propri figli in quella carriera; non appena questi ultimi compivano una certa età, essi venivano inviati dai genitori come aiutanti nei viaggi per conto dell’impresa di famiglia. Uno degli esempi più celebri in letteratura è il veneziano Marco Polo che a 17 anni compie lo straordinario viaggio in Oriente con il padre e lo zio. In genere questi viaggi servivano a testare le capacità del futuro mercante e a stabilire la sua posizione nella famiglia e nella società; nel caso si fosse rivelato un mercante mediocre o totalmente incapace, i familiari cercavano di allontanarlo quanto prima possibile dall’esercizio della professione, oppure gli imponevano di mettersi in proprio; infatti nel caso di famiglie dedite maggiormente alla mercatura, accadeva di frequente che il denaro ottenuto durante le transazioni e i viaggi confluisse per buona parte nel capitale d’impresa, oppure veniva reinvestito dai “consorti” in vista di importanti compravendite che riguardavano l’intera famiglia allargata; perciò un continuo sperpero di denaro era un problema che riguardava tutti parenti, non solo la singola persona.
A volte i rapporti tra parenti diventavano talmente tesi che il redattore ricorreva a autentiche damniatones memoriae, smettendo improvvisamente di menzionare il familiare nelle sue memorie, senza comunicare nemmeno la sua morte.
A uno sguardo più attento però ci si accorge che il sentimento di freddezza nei confronti della morte può riguardare anche i familiari più vicini e, teoricamente, più amati.
Questo atteggiamento riguarda soprattutto la moglie del redattore, la cui morte viene spesso menzionata brevemente in qualche riga; per fare alcuni esempi, vediamo Francesco Castellani parlare quasi distrattamente della dipartita della moglie mentre registra una transazione per una sottoveste destinata a quest’ultima.12 Il contadino Benedetto del Massarizia si limita persino a trascrivere le spese necessarie per il funerale della moglie.13
Colpisce però maggiormente la reazione di Giovanni Morelli, il quale aveva scritto pagine su pagine nel descrivere la scomparsa del figlio Alberto e il profondo dolore che ne era derivato; quando si tratta però della moglie Caterina, non menziona nemmeno la sua dipartita.14 Gli studiosi hanno ipotizzato che il rapporto della coppia si fosse raffreddato nel corso del tempo, probabilmente anche a causa di un amore giovanile di Giovanni che non era stato del tutto dimenticato;15 l’improvvisa morte di Alberto avrebbe rappresentato il colpo di grazia per il loro matrimonio, il quale non avrebbe più retto.
L’unica eccezione è costituita dal muratore bolognese Gaspare Nadi. Egli in occasione della scomparsa della prima moglie si mostra particolarmente commosso e affranto dal dolore:

“Rechordo de la chatalina mia chome adì 16 de luglio 1462 pasò de questa pressente vita a ore 22 […] yo li fie’ quelo che meffò imposibole per champarla perché yo l’amava quanto fose imposibole perché non credo che né sia né fose mae una migiore de lie dio li faza passe a l’anema fo sepelida adì 17 dito a san pruogolo chon quelo onore che me fo imposibole priego dio li dia paradisso per la soa piatà e missrechuodia e chosì el faza anchora ve prego voi che egiti de desside una avemaria per l’anema soa avemaria cracia pena.”16

Paradossalmente, quando gli muore la seconda moglie anche lui sembra adeguarsi allo stile arido e prodigo di parole degli altri redattori; probabilmente derivava dal fatto che il loro matrimonio era durato poco tempo e che Gaspare si fosse meno affezionato a lei rispetto alla prima moglie.
Da questi esempi si può evincere come la manifestazione esplicita di sentimenti e di emozioni nei “Libri di Ricordi” sono rare e non del tutto ascrivibili alla nostra sensibilità odierna. Il lettore contemporaneo fatica a riconoscersi in un atteggiamento che sembra a tratti rasentare il cinismo.
A uno sguardo più approfondito risulta che questa “aridità” nei confronti della scomparsa degli affetti più cari derivava dalle stesse istituzioni comunali. Infatti a partire dal Trecento gli statuti cittadini di buona parte delle città italiane contenevano delle norme che limitavano le effusioni e manifestazioni di dolore più esplicite durante le lamentazioni che accompagnavano i funerali “in nome della nuova moralità e urbanità pubblica.”17
Per citare alcuni esempi, gli statuti bolognesi del 1376 vietavano ai partecipanti di “vocificare”18 e di percuotersi il corpo. A Forlì non era consentito “extra domum plantum facere vel lamentum alta voce vel etiam mediocri”19 e, in maniera particolare nei confronti delle donne, entrare in chiesa lamentandosi pubblicamente. Un’analoga disposizione a Reggio Emilia nel 1313 vietava a queste ultime sia di piangere il defunto in casa sia di seguirne il feretro all’esterno. Le motivazioni alla base di queste norme erano di varia natura: innanzitutto assecondavano la mentalità tendenzialmente misogina dell’epoca che vedeva la donna come psicologicamente debole e meno in grado di controllare le proprie emozioni; in secondo luogo, da un punto di vista più istituzionale e ufficiale, si voleva evitare che le famiglie spendessero ingenti somme di denaro per i funerali dei propri cari, entrando così n una sorta i competizione per il prestigio con gli altri membri della comunità.
Infine la società preferiva una manifestazione più intima e raccolta del dolore, che si concretizzava in “ una concezione del vivere cittadino che ne voleva escludere manifestazioni rumorose e spettacolari.”20

Conclusioni
Gli uomini e le donne medievali non vivevano sicuramente in tempi facili. In maniera particolare durante e dopo la catastrofe della Peste Nera, la percezione della loro esistenza terrena si era fatta ancora più precaria. Le successive ondate epidemiologiche che continuarono a funestare il continente europeo fino al XIX secolo erano spesso accompagnate dalla perdita di conoscenti, amici e familiari.
A questi eventi eccezionali si aggiungevano ovviamente altre cause di morte, come la scarsa igiene, ma anche guerre e carestie; infine vi erano delle disgrazie improvvise che colpivano la famiglia senza che si potesse fare qualcosa, intese e descritte nei “Libri di Ricordi” come delle autentiche fatalità, frutto dell’imperscrutabile disegno di Dio.
Le peculiari fonti che sono state in questa sede brevemente e superficialmente analizzate fanno emergere un atteggiamento nei confronti del dolore che a noi osservatori odierni può sembrare estremamente distaccato, freddo e quasi cinico. In alcuni casi il redattore annotava persino gli anni, i mesi, le settimane e i giorni vissuti da un familiare, come se quest’ultimo costituisse un peso scomodo per lui. In altre occasioni si assiste a manifestazioni più genuine del dolore, o comunque più vicine alla nostra idea di sensibilità; ma si tratta spesso di casi sporadici, delle isole nel mare magnum di testimonianze nei “Ricordi”.
Di fronte alle innumerevoli tragedie che potevano colpire una famiglia di ceto medio nell’Italia bassomedievale, si assiste ad un comportamento che potremmo definire in senso attuale “resilienza”: quella che può apparire a prima vista mancanza di empatia dovrebbe essere intesa in un senso più lato, come un tentativo, essenzialmente umano, di superare tali difficoltà e il dolore che ne deriva dedicandosi ad altro. Soprattutto per quanto riguarda le famiglie di mercanti, considerate di mentalità più duttile e “laica”, per non dire forse materialistica, poteva risultare più facile lasciarsi alle spalle un lutto dedicandosi ad altre attività, come viaggi d’affari oppure il pagamento di debiti e di crediti. Una menzione particolare riguarda proprio la gestione dell’eredità e di alcuni debiti contratti dal parente defunto; un compito spesso ingrato, ma cui bisognava occuparsene il prima possibile, soprattutto se c’erano in gioco cospicue somme o proprietà di famiglia che, se perdute, potevano costituire un enorme danno sia dal punto di vista economico che da quello di prestigio. Per questo motivo in buona parte delle “Ricordanze” alla notizia della morte prematura di un parente (se non persino di un genitore) segue un elenco dei beni posseduti da quest’ultimo e i tentativi di evitare che essi vadano dispersi. Sicuramente, oltre al mero bisogno di denaro, si aggiunge una forte componente affettiva che avvicina ulteriormente a noi questi uomini del passato, all’apparenza così freddi e cinici.
Ovviamente non mancano litigi tra cugini e parenti di vario grado nell’accaparrarsi una data proprietà, tentativi più o meno disperati di poter pagare in un secondo momento un debito importante o preoccuparsi che la propria figlia possa arrivare in età di matrimonio con una dote adatta al suo status, e via dicendo.
A uno sguardo più approfondito, questi problemi sembrano alla fine simili alle difficoltà quotidiane di una famiglia tipica del nostro tempo. La morte, chiaramente, rimane un tabù, o comunque una circostanza eccezionale quando colpisce individui giovani e in salute. Secondo la nostra concezione moderna, essa deve essenzialmente essere “naturale”, cioè riguardare solo gli anziani e coloro che sono gravemente malati. Eppure gli ultimi due anni ci hanno mostrato come il dolore per la perdita di un amico o di un familiare non è una circostanza poi così rara.
Se la storia ci può insegnare qualcosa in merito, è sicuramente che catastrofi e periodi difficili ci sono sempre stati nella nostra esistenza come specie. In qualche modo, alla fine, ci siamo sempre rialzati, lasciandoci alle spalle le esperienze più dolorose e proiettando le nostre speranze nel futuro.

Bibliografia

Fonti

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Studi critici
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A. Sapori, Saggio sulle fonti della storia economica medievale, in ID., Studi di storia economica secoli XIII-XIV-XV, Firenze, Sansoni Editore, 1955

Note

  1. G. Ciappelli, Le edizioni di fonti per la storia della famiglia nell’età medievale e moderna, in A. M. Pult Quaglia e A. Savelli (a cura di), Per la storia delle città toscane. Bilancio e prospettive delle edizioni di fonti dalla metà degli anni Sessanta a oggi, Atti del Convegno Firenze, 9-11 febbraio 2011, pp. 76-77
  2. Cfr. A. Sapori, Saggio sulle fonti della storia economica medievale, in ID., Studi di storia economica secoli XIII-XIV-XV, Firenze, Sansoni Editore, 1955
  3. C. Klapisch Zuber, L’invention du passè familial à Florence (XIV e-XV es.) in Temps, mèmoire, tradition au Moyen-Age, Aix-en-Provence, Publications de l’Universitè en Provence, 1983, pp. 95-118, cfr. p. 13
  4. C. Klapisch Zuber, La famiglia e le donne nel Rinascimento a Firenze, Bari, Laterza, 2004, p. 16
  5. Ibidem
  6. D. Fachard, Biagio Buonaccorsi. Sa vie, son temps, son oeuvre, Bologna, M. Boni, 1976 p. 220
  7. Ibidem, pp. 174-175
  8. Giovanni di Pagolo Morelli, Ricordi. Nuova edizione e introduzione storica, a cura di C. Tripodi, Firenze, Firenze University Press, 2019, p. 204
  9. Ibidem, p. 274
  10. Ibidem, pp. 280-292
  11. I. Del Lungo, G. Volpi (a cura di), La Cronica Domestica di Messer Donato Velluti, scritta fra il 1367 e il 1370, con le addizioni di Paolo Velluti, scritte fra il 1555 ed il 1560, ed. critica, Firenze, Sansoni Editore, 1914, pp. 290-292
  12. Francesco di Matteo Castellani, Ricordanze Voll. 2, Ricordanze A (1436-1459), e Ricordanze Vol. II, Quaternuccio e Giornale B (1459-1485), a cura di G. Ciappelli, Firenze, Leo S. Olschki Editore, 1992-1995, p. 100
  13. D. Balestracci, La zappa e la retorica. Memorie familiari di un contadino toscano del Quattrocento, Firenze, Salimbeni, 1984, p. 163
  14. Giovanni di Pagolo Morelli, Ricordi, p. 64
  15. Ibidem, pp. 37-39
  16. Corrado Ricci e A. Bacchi Della Lega (a cura di), Diario bolognese di Gaspare Nadi, ristampa anastatica, Bologna, Commissione per i testi in lingua, 1981, p. 52
  17. A. Prosperi, Il volto della Gorgone. Studi e ricerche sul senso della morte e sulla disciplina delle sepolture tra Medioevo ed età moderna, in F. Salvestrini, G. M. Varanini, A. Zangarini (a cura di), La morte e i suoi riti in Italia tra Medioevo e prima Età Moderna, Firenze, Firenze University Press, 2007, p. 26
  18. Ibidem, p. 27
  19. Ibidem
  20. Ibidem, p. 28

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