Bibliomanie

Il comunista, Guido Morselli
di , numero 32, gennaio/aprile 2013, Note e Riflessioni



In tutte le cose, e non solo nel mio lavoro, io mi sono visto opporre pareti scoscese, invalicabili contro le quali è stato inutile farsi insanguinare e piedi e mani e ginocchia (G. Morselli, Diario)

Un caso letterario
Dissipatio.

“Vediamo. C’è una mia vecchia lettura, un testo di Giamblico che ho avuto sott’occhio non ricordo per che ricerca. Parlava della fine della specie umana e s’intitolava Dissipatio Humani Generis. Dissipazione non in senso morale … nella tarda latinità pare che dissipatio valesse ‘evaporazione’, ‘ nebulizzazione’, o qualcosa di ugualmente fisico … solvens saeclum in favilla”.

Il mondo è un deserto di uomini nell’ultimo romanzo di Guido Morselli che sottrae il titolo a Giamblico, Dissipatio H.G. (humani generis). Il protagonista si accorge con sbigottimento e sorpresa e anche con un senso di liberazione di essere rimasto l’unico sulla terra, mentre il resto dell’umanità è improvvisamente e misteriosamente scomparso.

“Un lungo panico, in principio. E poi, ma tramontata subito, incredulità e poi di nuovo paura. Adesso l’adattamento. Rassegnazione? Direi proprio accettazione”.

Decide di uccidersi nella ‘notte favolosa’ fra l’uno e il due giugno perché il negativo prevale sul positivo. Un unico desiderio: andarsene senza lasciare traccia, per evitare di compiere i quarant’anni e avviarsi al degrado dell’anzianità. Vuole dissolversi nel nulla, annichilirsi. Dentro a un lago, tre o quattro minuti per annegare. Ma tra mille indecisioni non agisce.

“Sono stato agito dal senso organico, che è quanto a dire: 85 chilogrammi di sostanza vivente non ubbidivano. Consci, a modo loro, della sentenza secondo cui morire è cambiare materia, non erano disposti a cambiare materia”.

Tornando si ferisce alla testa nello stesso attimo in cui un tuono fragoroso squarcia la valle e, quando si stende sul letto, pensa alla soluzione finale più rapida, piana e pulita.

“Sono andato a prenderla, la mia ragazza dall’occhio nero, mi sono ridisteso sul letto con lei. Ho premuto la mia bocca sulla sua a lungo. L’ho sollecitata col dito, una prima volta. Non abbastanza a fondo. E una seconda volta, sempre con la bocca sulla sua, a lungo. Non la terza, perché ad un tratto l’ombra mi ha avvolto. E la quiete”.

Le metafore di una fine ineluttabile sono chiare ed esplicite, eppure la narrazione riprende inaspettatamente dal sonno mortale che lo aveva assalito; una volta sveglio, allontana da sé la ‘ragazza dall’occhio nero’ e ricomincia la vita di sempre. Ma ovunque non trova nessuno. Tutto il disprezzo per gli uomini erompe nell’ilare soddisfazione che coglie il protagonista, rimasto unico uomo sulla terra, al misterioso attuarsi della Dissipatio H.G., l’improvvisa, totale scomparsa dell’umanità. Attraverso di lui G. Morselli testimonia l’incapacità di accettare un’umanità ottusa e crudele e il disperato bisogno di bontà e comprensione. La solitudine tanto evocata genera però ben presto anche l’angoscia e il desiderio di rivedere una presenza umana. Riaffora il ricordo dell’unica persona che gli era stata amica, uno scalcinato medico ebreo, che lo aveva aiutato a guarire in una clinica per malattie nervose, il dottor Karpinsky.

“Sentivo una voce, la sua. Karpinsky, il medico che mi curava, era un uomo intelligente. Indipendente di idee, o almeno non conformista. E era umano.

Come non avvertire la lacerante differenza tra quell’uomo, di cui gli pareva di sentire il respiro e i manichini che il protagonista, colto da un assalto di nostalgia, toglie da un emporio e dispone sulla Piazza del Municipio? Gli individui non si erano trasformati forse in manichini, privi di anima, di giudizio e di comprensione della realtà? Ancora più struggente allora diviene la consapevolezza che è esistito un solo uomo capace di amore infinito, un uomo vero, categoria rarissima, che lo ha aiutato, con un’imprevista gratuità.

“Certo la mia malattia di allora lui la trattava con un’intuizione discreta e sottile. Ma era fuori del campo professionale che si impiantavano i suoi rapporti con me. Quel fissarmi in viso gli occhi vigili, miti. Così pronti a dire sì con bontà … uno dei rari incontri della mia vita, forse l’unico, per cui meritasse di uscire dal pianeta-io”.

Anche Guido Morselli ha sempre cercato ‘l’uomo’, l’humanitas vera senza però riuscirvi. Autore profondo, versatile e stimato recentemente da pubblico e critica, per l’interiorità e l’elevatezza dei contenuti delle sue opere, non ha visto pubblicare nessuno dei tanti saggi, libri e commedie che aveva composto. E’ stato respinto con ostinazione costante e inesorabile da tutte le case editrici e, per giunta, illuso dalla Rizzoli con il romanzo Il comunista, di cui corresse le bozze per ben otto mesi, ma poi, a causa di un cambiamento della dirigenza, si vide sfuggire l’agognata pubblicazione. Nel 1965 Italo Calvino prese carta e penna e rifiutò a Guido Morselli la pubblicazione de Il Comunista.

Torino, 5 ottobre 1965
Caro Morselli,
finalmente ho letto il suo romanzo. So d’aver tardato oltre misura e che non c’è nulla che spazientisca un autore quanto queste lunghe attese … Ed è anche un lavoro-devo dirglielo subito- che, quando si tratta di romanzi politici, faccio senza nessuna speranza. La politica continua a interessarmi e così la letteratura ma dal romanzo politico non mi aspetto nulla, né in un campo di interessi né nell’altro … Gran parte del mio giudizio è basato su questo a priori. Cominciando a leggerla ho però provato interesse. Il suo libro si presenta gremito di fatti, di date, di documentazione di una vita reale, che mi faceva rimpiangere che lei non avesse scritto, che so? una divagazione sul movimento operaio emiliano, raccogliendo e commentando memorie dirette e indirette, o una biografia, o un libro di ricordi e di pensieri … Andando avanti ho distinto vari filoni del materiale che lei organizza, su cui ho da dare un giudizio diverso: il retroterra anarchico emiliano, l’autodidattismo marxista, tutta la figura di Terranini (il protagonista diverrà in seguito Ferranini) c’è e persuade; la discussione ideologica che percorre tutto il libro, resta una discussione in margine ai testi, sovrapposta al romanzo, lì è Lei che parla chiosando i libri; la vita vissuta c’entra fino a un certo punto; la biografia americana di Terranini, anch’essa minuziosissima, e tutto sommato persuasiva, sa però di documentazione indiretta, resta fredda, come se Lei avesse utilizzato le memorie di qualcuno; quest’impressione è accentuata dall’italiano che Lei usa quando parla dell’America, tutte voci prese di peso dall’inglese (pneumonia per polmonite; libraria pubblica per biblioteca; udienza per pubblico). Niente di male; sarebbe sgradevole se facesse l’opposto, se italianizzasse troppo; ma direi che ci vorrebbe più consapevolezza dell’operazione linguistica che sta facendo; dove ogni accento di verità si perde quando ci si trova all’interno del partito comunista; lo lasci dire a me che quel mondo lo conosco, credo proprio di poterlo dire a tutti i livelli. Né le parole, né gli atteggiamenti, né le posizioni psicologiche sono vere. Ed è un mondo che troppo gente conosce per poterlo inventare. Qui è la grande delusione a cui necessariamente va incontro il genere che Lei ha scelto, il romanzo di rappresentazione quasi fotografica d’ambienti diversi, il romanzo storico-privato … So che Lei s’aspettava da me non una perizia di verisimiglianza, ma un giudizio sulla favola e sui contenuti che mette in gioco. Ebbene il tema centrale è un tema che sento anch’io, quasi nei Suoi stessi termini. Ma la favola lo serve male; la crisi di Terranini viene fuori bene fin che ha un ritmo lento, appena affiorante la coscienza, ma quando precipita si disfa, non ha più evidenza nemmeno ideologica … Spero che Lei non si arrabbi per il mio giudizio. Si scrive per questo e solo per questo: non per piacere o per stupire, o “avere successo”.
Un cordiale saluto.
Suo Italo Calvino

La risposta di Guido Morselli è gentile, ma venata di amarezza, perché rivela la coscienza di una incomprensione nei confronti della scrittura, l’unica attività sensata della sua vita. Ciò che colpisce nel profondo, confrontando i due documenti, è l’elevato spessore umano di Morselli che raggiunge l’apogeo nella straordinaria chiusa della lettera.

Caro Calvino,
La ringrazio della Sua lettera. Il “successo” c’è e non speravo di averne tanto; in veste, magari involontaria di critico Lei mi dedica una lunga e articolata recensione, in cui è implicita una premessa per il povero “Comunista”… Lei mi parla del Suo disagio nel dover fare della “critica documentaria” a proposito del “Comunista”. La capisco… Il partito, i suoi esponenti, i suoi organi periferici e non periferici, sono bene descritti in questa tipologia così rapida, unilaterale? L’argomento era inesauribile, Lei ha ragione; da poterne discutere all’infinito. Finirei per concludere così: che nel Comunista è veduto un ambiente e soprattutto il tempo (il ’58: già lontano da noi) di un organismo che-in Italia!- è soggetto anche a frammentazioni anche geografiche e a evoluzioni frequenti e non di superficie. Non pretendo di dare un giudizio storicizzante, e nemmeno, nemmeno, un ritratto esauriente. La sua rappresentazione poggia su un personaggio che è, e del resto sa di essere, molto inadeguato a incarnare le ragioni della localizzazione italiana (sia pure) di un movimento politico e dottrinale di portata universale … Ma queste sono osservazioni di margine; quel che conta ora è che Lei mi scriva che alla lettura “ci ha preso gusto e che si è arrabbiato”, che la figura centrale, o unica, del libro, c’è e persuade (sono le Sue parole) e che il libro è “gremito di fatti e di cose”. Di più, io sinceramente non avrei potuto chiedere al mio lavoro. Se uscirà, ho una mezza idea, che si meriterà altri èreintements, e magari solo ereintements e stroncature, il che farà molto onore all’editore, e persino troppo all’autore. Ma sarei felice se i critici che lo attaccheranno sapessero arrivare alle stesse conclusioni di fondo cui è arrivato Lei, e che lo maltrattassero col gusto e la passione che ci ha messo Lei. La ringrazio dunque ancora, e La prego: quando ritorna a Milano me lo faccia sapere, verrò a salutarla e per me sarà incontrare un amico.
Per non essere, a Lei, del tutto uno sconosciuto: sono emiliano, autodidatta, vivo solo su un piccolo pezzo di terra dove faccio un poco di tutto, anche il muratore; politicamente sono in crisi, con quasi nessuna speranza di uscirne.
Mi creda.
Guido Morselli

Ferranini, il comunista della Bassa

Nessun partito politico è di sinistra, dopo che ha assunto il potere (Guido Morselli, Diario)

“Ferranini Walter, da Reggio Emilia. Primo a misurare come in lui la ‘Kiev d’Italia’ fosse ben rappresentata. Difetti e virtù. Genuino elemento della base, abituato al contatto politico vivo e immediato, umano, della base, Ferranini non era privo di ambizioni personali (tutt’altro), ma le aveva sempre ristrette al suo ambiente, soddisfatte lì. Accettare la candidatura (a Roma) gli diede qualche rimorso non superficiale, il timore di tradire la sua vera chiamata, un disagio da cui cominciava appena a guarire”.

Ferranini, scontroso, brusco, solitario, assume i tratti dell’autore e per molti aspetti a lui si sostituisce; egli obbedisce ad una sua interiore, costante convinzione di dover essere utile alla società per “dare una mano a della povera gente che soffre”. Per questa consapevolezza si affanna a far sì che i lavoratori soffrano un po’ meno, di quanto hanno sempre sofferto da quando esiste la collettività umana. Da quando, come deputato, vive a Roma, qualcosa è cambiato nell’animo certo di Ferranini, perché la base e il centro sono due emisferi diversi: “come dire l’acqua e l’aria, e uno che vive nell’uno non è fatto per vivere nell’altro, gli mancano gli organi”. Ferranini si considera un traditore per essersi allontanato dalle radici della Bassa; si dedica, allora, all’elaborazione di un progetto sulla riforma della legislazione infortunistica, senza, però riuscire a far convergere l’attenzione dei colleghi di partito su di esso. Orfano di entrambi i genitori, aveva dovuto interrompere gli studi non riuscendo a realizzare il sogno di diventare biologo e lavorando peggio di una bestia da soma. Partecipa alla guerra di Spagna nelle file dei repubblicani, fugge in America e si innamora follemente di Nancy, donna volubile e incoerente.

“Come se la vedeva avvicinare cominciava a dirsi: ricordati, questa è la figlia del plus-valore. Piuttosto portatela dietro a una siepe. Non serviva a niente, ben altri santi si sono accorti che non si esorcizza il diavolo con le giaculatorie”.

La parentesi americana, vista con sospetto, si trasforma in una cocente ferita difficile da risanare, neppure con l’amore per Nuccia, intelligente e affezionata, che gli è “cara e superflua”.

“Salutò Nuccia senza mostrare sorpresa di vedersela lì all’improvviso (“Quasi quasi adesso mi piace più Roma furono le sue parole) e Nuccia che temeva altro, poté rallegrarsene. Lui veramente la vedeva volentieri; un po’ di calore dopo tutta quella nebbia, una voce rassicurante com’era la sua voce”.

Non può vivere sereno neppure questo rapporto, perché il partito non gradisce che un deputato bazzichi una donna separata, tanto più che l’ex marito di Nuccia è un comunista altolocato. Neppure Reggio con la sua Federazione risulta un luogo per lui familiare, perché, quando fa ritorno a casa, si accorge che anche lì vi sono dei comportamenti carrieristici ed opportunistici. Due fatti accadono imprevisti e rivelatori. Il primo. Deve andare a Torino a interrogare un giovane compagno, considerato deviazionista, per sedare qualunque spunto di critica interna. Ma, durante il colloquio, si accorge sorpreso di condividere tutte le critiche del compagno ‘eretico’ sull’imborghesimento del partito.

“Mazzola si tirò su a sedere, e gli occhi si erano accesi:- Dico che il PCI si destalinizza e questo aggrava, rende più rapida la sua trasformazione. Si tende al compromesso, alla rinuncia. Secondo me la destalinizzazione in un ambiente come il nostro non può avere altro effetto. Io vi dico che troppi compagni nella sostanza del loro modo di pensare e di agire politicamente, si vanno trasformando in socialdemocratici”.

Il secondo fatto. Sollecitato da una rivista culturale, Ferranini esporrà in un articolo il suo pensiero di marxista in crisi. Lo scalpore suscitato dal testo lo impensierisce e lo fa stare in ansia. Vuole fare ammenda e attende bramoso una comunicazione da Botteghe Oscure.

“cammina a lungo nelle vie del centro, senza dirigersi, in uno stato di passività completa. Reagisce male agli stimoli esterni. Si sente alla fine della traiettoria”.

Ma, invece degli strali della direzione causati dalla sua eresia, i compagni si disinteressano completamente delle sue tesi. Cercano di chiudere il caso con diplomazia, di insabbiare una prova scomoda e scottante. Ferranini, che stimava necessaria la reprimenda nei suoi confronti, rimane profondamente deluso.

“credeva di essere un gregario tranquillo. Docile. Si è ingannato … E’venuto il momento della chiarezza … Un sistema nervoso con un cervello per accessorio … Ferranini il puro, l’intransigente. Roba da ridere. Pochi giorni, o ore! Erano bastati a fargli perdere se stesso. A fargli perdere l’ubbidienza, la speranza, la fede …”

L’io si ribella all’idea: a offenderlo era stata l’indulgenza degli esaminatori che dovevano, invece, considerarlo un eretico. Se a nessuno importa la verità, che senso potrà mai assumere la realtà intorno? In questo caos calmo, arriva imprevista la lettera della moglie americana, gravemente ammalata, che desidera rivederlo. Si affretta a prendere il primo volo, non perché ne sia ancora innamorato, ma perché l’America aveva rappresentato per lui il mito delle origini. Gli entusiasmi giovanili sono scomparsi, un’apatia inesorabile ha preso il loro posto. Le parole gli escono dalla bocca che hanno già i capelli bianchi. Le peripezie americane terminano in un ospedale dove viene ricoverato e dove incontra un dottore molto simile al Karpinsky di Dissipatio H.G. con la stessa ironica umanità. Il viaggio di ritorno appare davvero emblematico della condizione di Ferranini

“… sospeso tra due mondi, con l’aereo che incurvava la sua parabola tra i due continenti. La notte dietro a sé, la notte davanti: ma l’aereo aveva una rotta, puntava diritto, e nella cabina dei piloti stavano accese tutte quelle luci azzurre, la notte lì non esisteva. Lui intanto era al buio. Derelitto e senza scopo…”

Tertium non datur

La verità è che chi manca un suicido, lo fa illudendosi che esista una terza via, e invece tertium non datur (G.Morselli, Dissipatio H.G.)
È impossibile accettare gli uomini che sono diventati simili a manichini, ma è altrettanto doloroso non esser accettato da loro. Il solipsismo ostinato contraddice la nostra profonda natura che si realizza solo e unicamente attraverso il rapporto con gli altri, oltre che con se stessi. Così Morselli, nel suo ultimo romanzo, ha rovesciato i termini di una corrispondenza cosmica. Il suicida è vivo e i vivi sono morti. Ma tra i numerosi personaggi rimane indimenticabile quello di Karpinsky che ha cuore, intelligenza, sensibilità, buona volontà, forza e pazienza. Non un eroe. Un uomo che andrebbe riconosciuto, rispettato e amato.

“O dottor Karpinsky, gli dico, ritroviamoci finalmente. Non m’importa dove, né come. Ma ritroviamoci. Adesso mi capita qualche volta di parlargli, a voce alta, come se lo avessi davanti. Karpinsky, amico Karpinsky, non ho che te. Il tranfert non c’entra, tu lo sai bene. E’ che sono solo. Il mondo sono io, e io sono stanco di questo mondo, di questo io. Lasciati vedere”.