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Strage di Bologna: quarant’anni per la verità. Intervista a Paolo Bolognesi, Presidente dell’Associazione 2 agosto ’80
di , numero 49, giugno 2020, Note e Riflessioni

Strage di Bologna: quarant’anni per la verità. Intervista a Paolo Bolognesi, Presidente dell’Associazione  2 agosto ’80

Alle 10.25 del 2 agosto 1980, una bomba con tritolo e T4, esplode alla stazione di Bologna causando 85 morti e 200 feriti. È la più grave strage del Dopoguerra. Colpisce al cuore la città medaglia d’oro alla Resistenza ed un Paese sottoposto, dal 1969, ad un continuo attacco eversivo.
Inizia da qui il lungo percorso dell’Associazione tra i familiari delle vittime per ottenere la giustizia dovuta, per arrivare a perseguire esecutori e mandanti. Nonostante i depistaggi, le omertà istituzionali, le pacche sulle spalle dei ministri di turno, per 40 anni ha continuato a mettere insieme, pazientemente, quei pezzi mancanti accuratamente sepolti. Non sono stati un mausoleo del dolore, ma un esempio di impegno e resistenza civile che ha dimostrato che i cittadini hanno il diritto di non rimanere nell’anticamera della verità.
Grazie al loro impegno, oggi conosciamo meglio la nostra Storia, attraverso la digitalizzazione degli atti processuali, la battaglia per l’apertura degli archivi del potere, i collegamenti tra mandanti ed esecutori e la condivisione della memoria. Un impegno, lungo una vita, che ripercorriano dall’inizio con Paolo Bolognesi, presidente dell’Associazione tra i familiari delle vittime del 2 agosto.

Il 1° giugno 1981, con Torquato Secci fondate l’Associazione tra i familiari delle vittime della strage del 2 agosto 1980 per ottenere, con tutte le iniziative possibili, la giustizia dovuta, come  prevede l’articolo  2 del vostro Statuto. Avete capito subito che lo Stato non era al vostro fianco?

Capimmo subito che almeno una grossa fetta dello Stato giocava un’altra partita rispetto alla verità sulle stragi. Lo dimostravano le sentenze dell’Italicus, le assoluzioni della sentenza di appello per Piazza Fontana. Un’impunità giudiziaria di esecutori e mandanti che si ripeteva puntualmente per ogni eccidio.
Quando abbiamo fondato l’Associazione, i magistrati di Milano avevano già scoperto l’esistenza della P2, ma non ne conoscevamo ancora completamente l’entità e il potere di infiltrazione, come invece abbiamo compreso successivamente. È stato, però, subito chiaro che se non ci univamo per ottenere la giustizia dovuta alle 85 vittime, ai 200 feriti e ai loro familiari, il destino giudiziario della strage di Bologna sarebbe stato simile a quello degli altri eccidi, affossato da depistaggi e assoluzioni.
I nostri avvocati infatti, ci avvisarono che la battaglia non sarebbe stata facile, anche per l’implicazione dei servizi segreti, ma noi abbiamo deciso fin da subito di combatterla e fino in fondo. Così, assieme alle Associazioni delle stragi di Piazza Fontana, Piazza della Loggia e dell’Italicus abbiamo costituito, il 6 aprile 1983, a Milano, anche l’Unione dei Familiari delle Vittime per Stragi che nasce sulla base di un impegno comune per sostenere la nostra proposta di legge d’inziativa popolare per l’abolizione del segreto di Stato nei delitti di strage e terrorismo, che nel 1984 raccolse quasi 100.000 firme, e che consegnammo al Senato.

È stato realmente abolito il segreto di Stato sui delitti di strage e terrorismo?

Formalmente, il segreto di Stato sui reati di strage non c’è. In nessun caso – lo prevedeva già la legge n. 801 del 1977 che regolava l’attività dei servizi segreti – si può apporre ai “fatti eversivi dell’ordine costituzionale”. Principio confermato anche dalla successiva riforma degli apparati di intelligence nel 2007.
La realtà, però, è stata ed è un’altra. Non occorre un timbro che imprima sul documento il formale “segreto di Stato” per renderlo inaccessibile alla magistratura che indaga. E’ sufficiente omettere l’invio di una nota informativa, distruggere un atto, far sparire un fascicolo, rendere fantasmi alcuni archivi per cambiare il corso delle inchieste per strage. Oppure, nell’ambito del processo, nel momento in cui emerge l’implicazione di appartenenti dei servizi segreti, apporre sui loro nomi il segreto di Stato e quindi garantire loro l’ immunità.
Poi c’è l’altro aspetto del reale segreto di Stato, i cosiddetti reati minori però collegati alla strage. Esempio, indagare su chi fornisce una macchina ad uno che va a fare un attentato. Apparentemente sembra un reato minore, ma non lo è e se non ti vengono forniti gli elementi o non approfondisci, si rischia la prescrizione. Quindi, non solo non puoi più perseguire questa persona, ma non hai la possibilità di comprendere ulteriori collegamenti o elementi che invece possono rivelarsi utili ad arrivare alla verità.
La manipolazione, l’omissione o distruzione dell’informazione sono state più efficaci dell’applicazione del formale “segreto di Stato” che in realtà non è mai stato abolito.

Ed è per questo che avete definito un “pacco vuoto” la Direttiva firmata, nel 2014, dall’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi che disponeva la declassificazione e il versamento dei documenti sulle stragi italiane, dal 1969 al 1984, all’Archivio Centrale dello Stato da parte di tutte le amministrazioni?

Noi abbiamo accolto positivamente la Direttiva perché era un atto di trasparenza e di accesso alle informazioni che chiedevamo da anni. In realtà, però, si è rivelata non solo una grande occasione mancata, ma un’operazione di depistaggio nei confronti dei familiari delle vittime per tacitarli. Questo il punto chiave.
Successivamente alla sua emanazione, come Associazioni abbiamo ripetutamente denunciato – anche con una conferenza stampa alla Camera dei deputati nel 2016 – che Ministeri e Servizi segreti non depositavano tutti i documenti e che il metodo di versamento, con la preselezione degli atti, era indebito. Carte senza alcun riferimento agli autori delle stragi, ai mandanti, ai rapporti tra servizi nostrani e stranieri. Man mano che depositavano ci siamo resi conto che ci stavano consegnando carta straccia. Cioè, mentre l’Italia veniva martoriata dalle bombe stragiste, e quindi si attentava alla sicurezza del Paese, nei loro fascicoli informativi – così hanno tentato di raccontarci – i nostri Servizi raccoglievano solo qualche articolo di stampa o qualche nota di nessun valore. Ricordo pure che hanno rifiutato di darci le informazioni sugli esecutori della strage di Bologna, dicendo che la Direttiva si riferisce agli eventi stragisti e non ai nomi.
Nel corso dell’ultimo incontro avvenuto a Palazzo Chigi con i servizi segreti per affrontare queste criticità, le nostre Associazioni hanno pressato sulla questione, ribandendo che non sono state depositate tutte le carte sulle stragi e che, in alcuni casi, gli archivi sono spariti. Davanti alla nostra insistenza, il responsabile del Dis, prefetto Gennaro Vecchione, ci ha risposto, quasi sbottando, che quando è stata emessa la Direttiva è stato riunito un Comitato di altissimo livello dove è stato deciso di darci determinate cose. “Allora”, ha affermato Vecchione “o cambiano la direttiva o noi vi abbiamo dato tutto”.
Questo conferma che quanto denunciavamo era la realtà e che, ribadisco, la Direttiva è stato un’operazione di depistaggio, a tratti anche ridicola, per tacitare i familiari delle vittime. Il viceministro dell’Interno Vito Crimi, presente all’incontro, si è impegnato a sbloccare questa situazione. Al momento non abbiamo ancora avuto notizie in merito.

Dopo un lungo iter giudiziario sono stati condannati, per aver depistato le indagini sulla strage, l’ex capo della Loggia P2  Licio Gelli, gli ufficiali del Sismi Pietro Musumeci, Giuseppe Belmonte, il faccendiere Francesco Pazienza. Come esecutori dell’eccidio i terroristi neofascisti del Nucleo armato rivoluzionario (Nar) Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e, nel 2007, Luigi Ciavardini.
Nel gennaio scorso è stato condannato in primo grado all’ergastolo il quarto presunto esecutore neofascista, Gilberto Cavallini, per concorso in strage, al termine di un processo originato dai dossier che avete consegnato alla magistratura.
A 40 anni dalla strage, le inchieste giudiziarie e gli esiti processuali dimostrano un collegamento operativo tra Nar e Servizi segreti?


Sono emersi, nel corso dell’istruttoria, molti punti di contatto di Cavallini e dei Nar con i servizi segreti. Ne cito alcuni: nell’agenda di Cavallini sono stati trovati due numeri riservati dei Servizi segreti collegati al Centro Nato di via Mantegna, a Roma; in via Gradoli, luogo noto nell’ambito del sequestro e dell’uccisione di Aldo Moro, si è scoperto un covo frequentato dai Nar e dalle Brigate rosse; quando Mambro e Fioravanti fuggono da latitanti si recano a Milano in un appartamento dove si trova la sede di una società dei servizi segreti. Il collegamento emerge e molti elementi relativi a Cavallini, Mambro e Fioravanti verranno ulteriormente approfonditi nell’indagine sui mandanti. Questa sentenza non cancella gli 85 morti e i 200 feriti, ma rende giustizia a noi familiari delle vittime che abbiamo sempre avuto la costanza di continuare nella ricerca della verità.

Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, condannati rispettivamente a 8 e 9 ergastoli – il numero più alto nella storia giudiziaria italiana – per innumerevoli omicidi e per l’esecuzione della strage alla stazione di Bologna, da anni sono persone libere. La Mambro, arrestata nel 1982, dopo avere ottenuto la libertà condizionale nel 2008, ha estinto la sua pena nel 2013. Fioravanti, arrestato nel 1981, nel 1999 ha avuto la semilibertà e nel 2009 l’estinzione della pena.
Da deputato, lei presentò due interrogazioni parlamentari chiedendo un’indagine per chiarire se la libertà condizionale fosse correttamente motivata.
Quali sono, a vostro parere, i reali motivi di questa fuoriuscita dal carcere dei due stragisti?


A mio parere non è stata rispettata la legge. La questione non si limita a volerli in carcere, ma è molto più seria: Mambro e Fioravanti hanno ammazzato 93 persone, sono stati condannati ad 8 e 9 ergastoli e per lo Stato avrebbero già scontato la pena. È un’offesa alle vittime e ai loro familiari. Io sono convinto che un trattamento di favore di questo genere possa essere stato dato per compensare il silenzio, sempre mantenuto da Fioravanti e Mambro, in ordine ai mandanti della strage.

Mambro e Fioravanti hanno pagato i risarcimenti ai familiari delle vittime?

No, non hanno pagato alcun risarcimento.

Recentemente, il 19 maggio, la procura generale di Bologna ha chiesto il rinvio a giudizio, a conclusione delle indagini sui mandanti della strage di Bologna, di Paolo Bellini – ex componente di Avanguardia nazionale, informatore dei servizi segreti – per concorso in strage. Secondo i magistrati avrebbe agito in concorso con Licio Gelli, Umberto Ortolani, Federico Umberto D’Amato, ritenuti mandanti, finanziatori, organizzatori dell’attentato; per depistaggio Quintino Spella, all’epoca dirigente del Centro Sisde di Padova e Piergiorgio Segatel, ex carabinierie del Nucleo investigativo di Genova nel 1980. Domenico Catracchia, responsabile delle società legate al Sisde che affittavano gli appartamenti di Via Gradoli, nei quali nel 1981 trovarono rifugio alcuni appartenenti ai Nar, è stato rinviato a giudizio per false dichiarazioni al pm al fine di ostacolare le indagini. Come nasce l’inchiesta?

L’inchiesta nasce dai dossier che, a partire dal 2012, abbiamo depositato in Procura, frutto di un lungo e approfondito lavoro di ricerca e analisi incrociata di migliaia di pagine di processi per fatti di strage e terrorismo, dal 1974 ad oggi.
Tra i dati emersi, analizzando gli atti finanziari relativi alla bancarotta del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi, il “documento Bologna” trovato addosso a Gelli – e non nella sua borsa, a dimostrazione che era un documento estremamente importante – .al momento del suo arresto, e mai trasmesso ai magistrati bolognesi, finchè non lo abbiamo depositato in Procura.
Seguendo questo filone siamo risaliti ai 14 milioni di dollari provenienti da una banca sudamericana, legata al Banco Ambrosiano, che Gelli girò alle strutture dei servizi segreti italiani e ad una serie di elementi, poi approfonditi dalla Procura generale, che proverebbero, come confermato in prima istanza, che Gelli e la P2 non furono solo i depistatori delle indagini sulla strage. Come indicato nell’atto di avviso delle conclusioni delle indagini, infatti, Gelli e Umberto Ortolani vengono indicati quali mandanti-finanziatori; Federico Umberto D’Amato quale mandante organizzatore e Mario Tedeschi quale organizzatore per aver coadiuvato D’Amato nella gestione mediatica della strage, preparatoria e successiva, nonchè nell’attività di depistaggio delle indagini. La gestione mediatica della strage noi l’abbiamo vissuta. I depistaggi sono iniziati già prima, nel marzo 1980 e sono proseguiti. I vertici dei servizi pidusiti inondarono la Procura bolognese di false e fantasiose piste internazionali con l’obiettivo di far arenare le indagini e andare in soccorso, così, agli esecutori.
E poi c’è un altro dato a mio parere rilevante: le imputazioni nei confronti di Segatel, Catracchia e Spella sono originate per quanto è avvenuto nel 2019, non quarant’anni fa.
Segatel perchè – interrogato come persona in grado di fornire circostanze utili per le indagini, in relazione all’attività svolta come componente del Nucleo Investigativo dei carabinieri di Genova nel 1980 – per ostacolare le indagini ha affermato il falso. Catracchia, unico amministratore della società Caseroma srl, proprietaria dell’appartamento di via Gradoli 96, interno 11/a, sentito dalla Procura generale quale persona informata sui fatti, per ostacolare le indagini ha reso false dichiarazioni ed è stato reticente, rifiutandosi di spiegare le modalità e le ragioni per cui Vincenzo Parisi, vice direttore del Sisde, “si serviva di tutta l’agenzia” dello stesso Catracchia. Spella – convocato come persona in grado di riferire circostanze utili alle indagini quale dirigente del Centro Sisde di Padova nel 1980 – ha negato di aver incontrato nel luglio e nell’agosto 1980, il magistrato di sorveglianza Giovanni Tamburino che lo aveva informato di quanto appreso dal neofascista Vettore Presilio, detenuto nel carcere di Padova, sulla preparazione di un attentato di notevole gravità. Incontro che avvenne. Dopo 40 anni, le protezioni degli apparati per proteggere i mandanti sono ancora in atto, ma con l’impegno della Procura generale, dei nostri avvocati e dell’Associazione, possiamo arrivare alla verità definitiva.

Grazie al vostro impegno, dal 2 agosto 2016 il depistaggio è un reato penale. Nel 2013, quando è stato eletto alla Camera dei deputati come indipendente nel Pd, ha depositato una proposta di legge per la sua introduzione. Una norma che la vostra Associazione chiedeva dal 1993 per perseguire penalmente i depistatori. Per tre anni il testo è rimasto nel limbo parlamentare e solo grazie ad una sua serrata battaglia politica è stato approvato.

Se noi oggi possiamo perseguire penalmente i depistatori con un reato specifico, fino al 2016 inesistente, lo dobbiamo a tutta la società civile che ha chiesto a gran voce l’approvazione di questa legge. Io ho condotto una battaglia, ma la vittoria è stata di tutti quelli che si sono impegnati nel sostenerla. Ricordo che in Parlamento, in Senato, ci rassicuravano affermando che era una legge da approvare, ma poi restava chiusa nei cassetti. E allora abbiamo capito che dovevamo mobilitarci, unire le forze.
Abbiamo lanciato una petizione che ha raccolto oltre 30 mila firme e un appello a cui hanno aderito, tra gli altri – oltre alle Associazioni tra i familiari delle vittime delle stragi di Piazza Fontana, Piazza della Loggia, Italicus, Strage 904, Via dei Georgofili – don Luigi Ciotti e il gruppo Abele, Salvatore Borsellino e il Movimento delle Agende Rosse, la presidente della Fondazione Giovanni e Francesca Falcone, Maria Falcone. Bologna, poi, è stata fondamentale perchè ogni 2 agosto i nostri concittadini non hanno mai smesso di ricordare ai politici venuti per celebrare l’anniversario l’importanza dell’approvazione di questa legge.
Dopo il mio discorso finale alla Camera dei deputati, pochi minuti prima dell’approvazione finale, ricordo le tante persone che mi hanno telefonato commosse per aver raggiunto questo traguardo di civiltà e giustizia, non solo nei confronti dei familiari delle vittime, ma anche del Paese. Infatti, dal 2016, come si è dimostrato anche nel caso Cucchi, cittadini e magistrati hanno finalmente uno strumento normativo per perseguire chi depista le indagini.

Il vostro percorso dimostra che la digitalizzazione degli atti processuali non ha solo una valenza storica, ma è anche un strumento per arrivare alla verità giudiziaria?

Sicuramente, non ha solo un’importanza storica, ma è anche un mezzo per arrivare agli esecutori e ai mandanti delle stragi, perchè questi reati non vanno in prescrizione.
Da anni siamo impegnati nel promuoverla. Abbiamo sostenuto il progetto dell’Archivio di Stato di Bologna e del Tribunale bolognese che, nel dicembre 2018, ha portato alla digitalizzazione dei fascicoli processuali sui fatti di terrorismo, eversione e stragismo giudicati dalla Corte d’Assise di Bologna a partire dal 1971. Finanziato dalla Regione Emilia-Romagna è stato realizzato dai volontari dell’Auser.
Recentemente, come Rete degli Archivi per non dimenticare, con il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede abbiamo firmato un protocollo per la digitalizzazione di tutti gli atti dei Tribunali di Milano e Firenze che sta andando avanti, riscontrando una collaborazione istituzionale assente nei governi Renzi e Gentiloni con i quali non siamo riusciti a digitalizzare una pagina, nonostante le promesse.
Per quanto riguarda Bologna, tutti gli atti processuali della strage sono digitalizzati. Dobbiamo terminare quelli relativi alla vicenda della “Uno Bianca” che, a nostro parere, secondo quanto emerge, potrebbe avere sviluppi giudiziari. Per la strage dell’Italicus, molto probabilmente, si riaprirà il processo sulla base dell’analisi degli atti digitali.
La digitalizzazione, oltre a salvare una mole di documenti cartacei dall’oblio perchè deperibili, e quindi salvaguardare un patrimonio storico e giudiziario, permette di effettuare ricerche complesse con grande velocità e, quindi, di incrociare dati, nomi, vicende utili anche a fini giudiziari.

Permette di acquisire una conoscenza non più settoriale dei vari processi?

Uno dei grandi limiti di quando si facevano le inchieste negli anni in cui l’informatizzazione era molto modesta era la lettura frammentata dei processi di mafia e terrorismo o per reati finanziari. È con la scoperta della P2 che si inizia ad intravedere i possibili collegamenti tra settori criminali considerati, fino ad allora, a sè stanti. Questa è stata una grande intuizione di Giovanni Falcone che per primo ipotizzò una possibile connessione tra l’omicidio di Piersanti Mattarella ed il terrorismo neofascista. Il rapporto del giudice Loris D’Ambrosio, che abbiamo consegnato ai magistrati, risalente al 1989, che indicava una pista precisa da seguire per il delitto, con preziosi spunti di indagine, forse andrebbe approfondito. Quando Fioravanti, a suo tempo indagato e assolto per questo omicidio, afferma che Falcone non credeva alla sua colpevolezza, non risponde a verità perchè quell’analisi fatta da D’Ambrosio era stata richiesta proprio dal magistrato.
Come ha dimostrato la sentenza di Cassazione per la strage di Piazza della Loggia, e come sosteniamo da anni, la strategia della tensione è stata un unico disegno eversivo per destabilizzare il sistema. Analizzando gli atti digitalizzati, incrociando velocemente le informazioni, è possible risalire a tutti i processi in cui gli imputati sono stati sentiti o hanno avuto una parte in causa, permettendo di rendere più chiaro il loro ruolo ed i loro collegamenti. È possible ottenere una preziosa lettura di insieme che prima della digitalizzazione non avevamo, o avevamo solo in parte.

Qual è il bilancio finale del percorso iniziato quel 2 agosto 1980?

È un bilancio faticosissimo, ma estremamente positivo. In questi quarant’anni ci siamo impegnati per ottenere, con tutte le iniziative possibili, la giustizia dovuta alle vittime, come abbiamo scritto nel nostro statuto nel giugno 1981. Abbiamo preso un impegno e lo abbiamo mantenuto. E’ stato un percorso difficile, faticoso, ma non ci siamo mai arresi. Sia sul fronte giudiziario sia su quello della memoria, organizzando ogni anno iniziative per non dimenticare. Abbiamo raggiunto un traguardo, ma c’è ancora molto da fare e vorremmo farlo.
Il nostro è, ed è stato, un investimento di democrazia per il futuro, per consegnare ai giovani un Paese libero dal ricatto della propria Storia.