Bibliomanie

Significato e attualità di Antoher brick in the wall
di , numero 50, dicembre 2020, Note e Riflessioni,

Significato e attualità di <em>Antoher brick in the wall</em>

30 novembre 1979, è un venerdì e il decennio del terrorismo, della violenza politica ma anche delle riforme (Statuto dei Lavoratori, legge sul divorzio, riforma del diritto di famiglia, legge istituiva del Servizio Sanitario Nazionale) è prossimo alla sua conclusione. Il cadavere di Aldo Moro ucciso dalle Brigate Rosse è stato ritrovato da circa un anno e mezzo mentre alla Presidenza della Repubblica vi è Sandro Pertini socialista e partigiano. Niente sarà più come prima l’Italia sta cambiando e cambierà ulteriormente nel corso del decennio successivo, il decennio della “Milano da bere”, delle TV private, dell’Italia che trionfa ai mondiali di calcio del 1982, del “secondo miracolo economico”, delle vacanze “tra Cortina e le Maldive” come celebrano i film dei fratelli Vanzina.
Non soltanto il nostro Paese sta cambiando ma anche il mondo nel suo insieme Reagan da un lato e la Thatcher dall’altro rappresentano e rappresenteranno con le loro politiche liberiste e non solo, la storia delle relazioni internazionali degli anni Ottanta. Non a caso sulla prima pagina del quotidiano “La Stampa” del 29 novembre 1979 primeggiano le vicende internazionali. Da un lato la questione degli ostaggi americani nella corrispondente ambasciata a Teheran, ostaggi che saranno rilasciati soltanto nel gennaio 1981 e come ricorda la pubblicistica il tutto costerà la rielezione alla presidenza degli USA a Jimmy Carter. Dall’altro il tema dei missili in Europa, la cui installazione sarà approvata dalla nostra Camera dei deputati il 6 dicembre successivo. Infine, si ipotizzava una spaccatura tra i 9 nove paesi aderenti alla CEE (Comunità Economica Europea) nel corso del vertice sul bilancio comunitario, spaccatura tra i britannici da un lato e i restanti paesi dall’altro.
Poteva sembrare un giorno come un altro, ma non lo era per la musica mondiale perché proprio il 30 novembre 1979 usciva uno degli album che rappresenta una delle pietre miliari della storia della musica, usciva Another brick in the wall dei Pink Floyd.
Un’opera monumentale come ci ricorda la critica e i critici musicali che contiene ben 26 brani, un’opera che contiene in sé svariati generi dalla disco music alle sonorità barocche passando per il rock da stadio, le polifonie dei Beach Boys, le ballate dedicate, il vaudeville e gli assoli di chitarra che ti trafiggono il cuore. Grandi e memorabili canzoni. Senza di quelle, d’altronde, non si va da nessuna parte. Tutto questo era ed è The wall1.
The wall, il muro e un muro circondava l’Europa e in particolare la Germania, un muro simbolo di quella “guerra fredda” che dal 1947 avvolgeva ancora non soltanto il Vecchio continente ma il mondo intero, un muro (costruito nel 1961) che sarebbe stato abbattuto soltanto il 9 novembre 1989 cioè a quasi dieci anni di distanza dall’uscita dell’album. Ma Roger Waters e i suoi non vogliono realizzare un’opera di denuncia politica, vogliono realizzare e realizzano un’opera per evidenziare l’alienazione dell’uomo moderno rispetto alla società che ci circonda. Se Marx identifica l’alienazione come il distacco, il disagio dell’uomo inserito nel sistema – fabbrica creato dall’affermazione della rivoluzione industriale, i Pink Floyd ci rappresentano l’alienazione dell’uomo dal resto del mondo, un uomo che sembra adeguarsi alla massa, un uomo che mangia, vive, pensa come vogliono i poteri forti, le multinazionali che decidono le sorti di una nazione se non di un continente, un uomo che vorrebbe esser più sé stesso, abbattere quegli steccati e soprattutto quei muri che impediscono e ci impediscono di essere liberi come una libellula, di non aver paura di niente e di nessuno. Questi muri che possono essere stati eretti a seguito di vicende che hanno riguardato la nostra persona come i traumi infantili, l’abbandono, le madri possessive, gli insegnanti tiranni, il bullismo, i rapporti controversi con l’altro sesso2. Ci viene spontaneo chiederci se i muri precedentemente ricordati possono aver favorito la cosiddetta stagione del riflusso, una stagione in cui il privato trionfa sul pubblico, il privato si fa pubblico e ciò lo testimonia già un articolo apparso sul Corriere della Sera del 13 settembre 1978 e riguardante la lettera di un cinquantenne che annuncia di togliersi la vita per la sua incapacità di decidere tra l’amore, corrisposto, per l’amante e la mancanza di coraggio a interrompere il matrimonio3. Ciò rappresenta l’avvio di un dibattito acceso sul tema dell’adulterio sulle pagine di uno dei quotidiani nazionali più importanti, ciò rappresenta il desiderio o forse la necessità di liberarsi da un qualcosa che opprime e ci opprime e ci rende diversi da quello che vorremmo essere, che non ci consente di “lasciarsi andare” come gradiremmo e proprio la paura di essere noi stessi ci fa erigere “muri” che alla fine creano disagio e oppressione al cuore e alla nostra anima. Questo muro si abbatte con il telefono come ci ricorda Leonardo Vergani sulle pagine del Corriere della Sera del 17 marzo 1979, che fa da spia a una situazione psicologica abbastanza strana. Sembra che milioni di persone abbiano bisogno di confidarsi, di uscire dall’anonimato, di sentirsi accettati. Le radio raccolgono voci di casalinghe, di ragazze, di pensionati. Secondo l’articolista il dialogo rappresenta e rappresentava una psicoterapia di massa. Non è la stessa cosa ai giorni nostri con i social? Questa incomprensione ma anche questa necessità di abbattere muri non si verifica anche con la nostra partecipazione ai più svariati gruppi che proliferano sulle principali piattaforme social? Questo bisogno di “mettere in piazza” ancor più che in passato il nostro privato è configurabile come una esigenza di liberarci da ciò che schiaccia la nostra anima?4
Non è questo il nostro compito cioè di svolgere considerazioni che attengono più all’aspetto psicologico che a quello di ricostruzione storica dell’argomento oggetto del contributo dell’autore e dunque nelle pagine successive ci concentreremo sul percorso che porta alla nascita di questo album così prezioso, fondamentale e di grande interesse per la storia musicale mondiale.
Il tutto nasce da un episodio accaduto il 6 luglio 1977 allo stadio di Montreal (Canada) nel corso di un concerto del gruppo. Come ricorda Roger Waters l’idea per The Wall è venuta fuori dopo dieci anni di tour, di spettacoli rock, in modo particolar negli anni fra il 1975 e il 1977, quando, iniziarono a suonare davanti a un pubblico molto vasto. In parte era il vecchio pubblico, venuto apposta per loro, anche se la maggior parte delle persone confluiva nei grandi stadi per tracannare birra. Per lo stesso Waters e per il gruppo era diventato sempre più difficile e alienante fare spettacoli e conseguentemente si accorse che tra loro e il pubblico si era alzato un muro. Emblematico fu quanto accadde nel corso dell’esibizione canadese: «un tale si dimenava urlando e spingendo contro le barriere al puro scopo di divertirsi. Voleva solo creare disordine, mentre io volevo portare avanti il mio spettacolo. Così alla fine mi infuriai talmente che gli sputai addosso». L’alienazione, il contorto meccanismo dell’industria discografica, gli spaccati di vita privata e i problemi col gruppo, i fantasmi del passato e i tormentati rapporti con la società: come un fiume in piena, il groviglio di sofferenze di Roger Waters si tradusse in un impeto creativo capace di produrre in pochi mesi materiale per almeno quattro dischi. The Wall cominciò a germogliare nell’ottobre 1978, quando Gilmour, Wright e Mason presero confidenza con le demo modificate e levigarono e affinarono le tracce ai Britannia Row Studios insieme a Ezrin. Per quanto Waters avesse lasciato intendere che i Pink Floyd lavoravano ormai per lui, il contributo attivo del gruppo in questa fase fu determinante: molto materiale fu scartato, altro riconfezionato con cura. Nonostante il clima pesante che si respirava all’interno del gruppo e nonostante le enormi difficoltà in ambito fiscale il gruppo riesce a condurre in porto la pubblicazione dell’album che esce nei negozi inglesi il 30 novembre e la settimana successiva negli Stati Uniti5.
Il brano “In the Flesh?” apre questo sontuoso album e già da lì si possono intravedere i temi e gli argomenti oggetto di questo capolavoro. Follia, isolamento, alienazione la fanno già da padrone in questo motivo mentre l’abbandono del padre e dunque l’assenza del genitore caratterizzano Another brick in the wall pt.1, l’assenza è relativa alla morte in guerra del padre e come ricorda Waters: «Non riguarda solo la vicenda di qualcuno che è stato ucciso in guerra, o di qualcuno che è cresciuto ed è andato a scuola, ma è un tema che riguarda più in generale l’abbandono»6.
L’autoritarismo e la vessazione di un maestro verso gli alunni sono al centro di The Happiest Days Of Our Lives. Questo metodo educativo potrebbe essere figlio della stessa educazione ricevuta dal maestro? Il maestro vuole scaricare i torti e le angherie subite durante gli anni della scuola sui suoi alunni? Nel brano i rigidi schemi mentali dell’insegnamento scolastico sono visti attraverso l’autorità di un maestro frustrato e vendicativo. Il salto fra le generazioni alla fine degli ann’50 trova nella scuola un concreto terreno di confronto: i maestri come espressione di una leva cresciuta tra stenti, paure e rigorose dottrine comportamentali. Molti di loro addirittura reduci di guerra, reinventatisi nei panni di diligenti professori tormentati dalla convivenza con le ombre del passato. Gli studenti, invece, figli di una nuova epoca di benessere postbellico, possiedono prospettive e possibilità di vita ben diverse dai loro genitori7.
La scuola, l’educazione e quell’educazione fatta solo di nozionismo ma soprattutto che non ha un’anima e che non viene animata dagli stessi insegnanti, che non viene tradotta in un qualcosa di pratico, di coinvolgente, di rivoluzionario, che non consente agli studenti e alle studentesse di sviluppare una capacità critica. L’omologazione dell’educazione sinonimo di omologazione del pensiero e della società? Partendo da questa domanda e dalle considerazioni precedentemente svolte ci avviamo verso Another brick in the wall part 2, inizialmente lavorata e preparata con il titolo di Education ma la stessa education ricorre nel brano con il famoso “We don’t need education” cantato da Waters e Gilmour inizialmente e successivamente da un coro di ragazzi di età compresa tra dieci e quindici anni che rappresentano la “ciliegina sulla torta” di un motivo che ha fatto epoca e che tutt’oggi è nella memoria di tutti noi, delle giovani generazioni ancor più di coloro che hanno qualche capello bianco. Suggestivo è il racconto di David Gilmour sulla preparazione di questo capolavoro:

«A quel tempo eravamo a Los Angeles, così spedii il nastro in Inghilterra e ingaggiai un tecnico del suono per convocare dei bambini. Gli diedi tutte le istruzioni del caso – ragazzi dai dieci ai quindici anni, del nord di Londra, principalmente maschi – e gli dissi di farli provare a cantare questa canzone in tutte le maniere possibili. Il fonico registrò tutti i pezzi su una macchina a ventiquattro piste, con abbinamenti stereo di tutte le possibili combinazioni e di tutti i modi di cantare dei bambini. Abbiamo riportato il nastro a Los Angeles, l’abbiamo ascoltato era formidabile. All’inizio volevamo metterli sullo sfondo del pezzo, dietro a me e Roger che cantavamo lo stesso verso, ma erano così bravi che decidemmo di lasciarli cantare da soli. Però non volevamo certo perdere la nostra parte vocale, così abbiamo finito di copiare il nastro e mixarlo due volte, ma con me e Roger che cantiamo e l’altra con i bambini. La base è la stessa. Poi abbiamo unito le due tracce»8.

“We don’t need education” pronunciato in modo così forte, deciso è simbolo di una generazione, è il desiderio e la voglia di ribellione a una educazione autoritaria, vessatoria, opprimente. Ma in quel 1979 c’erano le condizioni per ribellarsi? C’erano le condizioni per trasformare la società dell’epoca? C’erano i presupposti per rendere meno difficili le condizioni socioeconomiche di tante aree del mondo?
Another brick in the wall sarà poi adottata da vari movimenti civili e sociali sparsi per il mondo come simbolo della protesta verso il potere costituito, la canzone subì accaniti tentativi di censura e boicottaggio, i più eclatanti in Argentina e in Sudafrica. In Inghilterra, invece, il suo primato in classifica risvegliò gli appetiti di una certa stampa d’inchiesta che puntò la lente sulla Islington Green School, l’istituto dei bambini del coro, evidenziando gli scarsi risultati degli alunni e tentando di sollevare uno scandalo sulla mancata retribuzione dei ragazzi da parte dei Pink Floyd. In realtà il caso si sgonfiò velocemente: il gruppo aveva trovato un’intesa economica con la scuola, permettendo inoltre al professor Renshaw di accedere ai Britannia Row per incidere un brano scritto con alcuni studenti più grandi. I bambini del coro ricevettero tutti una copia del disco dei Pink Floyd.
Nel 2004 la questione dei diritti tornò brevemente in auge, e in un’intervista Waters raccontò come erano andate le cose: “Un avvocato in cerca di gloria ha cercato disperatamente gli ex bambini per chiedere loro: Perché non avete acquistato i diritti di autore? Perché non avete citato in giudizio i Pink Floyd? Ne ha trovati alcuni, che gli hanno risposto che cantare in quella canzone era stata la cosa più bella che fosse capitata nella vita9. I successivi brani spaziano dalla donna iperprotettiva rifugio alle insicurezze di Pink, al commiato dell’infanzia e alla dolorosa fine della spensieratezza giovanile. Dal dramma della separazione coniugale, dell’incomunicabilità e del tradimento, alla ricerca di torbide frequentazioni con le groupies locali (Young Lust), alle ossessioni paranoiche di Don’t Leave me now, alla consapevolezza della solitudine nella parte tre di Another brick in the wall. A questo si aggiunge il trapasso interiore del protagonista, il suicidio metaforico di Goodbye cruel world, il voler raggiungere sempre in senso metaforico qualcuno che si trova al di là del muro il tutto accompagnato dalla consapevolezza che troverà sempre chiuse le porte della comunicazione con il prossimo. Non manca la speranza e quell’incoraggiamento verso coloro che partivano per il fronte rafforzato dal coro “riportate a casa i ragazzi” che testimonia il ritorno dell’assenza del padre e dell’affetto che le è mancato (Bring the Boys back home). A questo si aggiunge la dicotomia, la contrapposizione tra il confuso presente e i ricordi di infanzia, un contrasto ben evidente in Comfortably Numb. Nonostante tutto lo spettacolo deve continuare e nel quale si manifesta e manifesta la sua incapacità di stare alle regole dello show business e ciò pone Pink dinanzi alla sofferta consapevolezza di essersi venduto l’anima e i suoi disperati aneliti a tornare indietro paiono respinti dal perverso meccanismo che lo costringe a salire sul palco, palco sul quale salirà anche nel brano precedentemente citato e tale da evidenziare ulteriormente come nessuno si interessa ai suoi problemi, l’interesse principale dato dal numero degli spettatori presenti, dai biglietti venduti, dall’incasso della serata. L’interesse verso ciò che si definisce superficialità, l’interesse verso un qualcosa che non risolve i problemi del sofferente Pink e che non gli consente di abbattere quel “muro” che da tempo lo opprime o che forse è stato necessario costruire visto il divenire della società.
Il tema della morte e dell’odio, lo stesso riferimento al pensiero nazista sono particolarità che contraddistinguono Waiting for the worms, il riferimento al pensiero nazista serve per sottolinearne l’assurdità e la cieca crudeltà.
Stop è la canzone più corta di tutta la discografia del gruppo. Rinchiuso in una cella virtuale, Pink è in attesa del processo alla sua esistenza. In questo frangente la sua sopportazione è giunta al limite: Pink manifesta sentimenti umani e si rivela in tutta la sua fragilità e ciò lo si percepisce in questa frase «voglio andare a casa, spogliarmi di questa uniforme e lasciare lo show»10. Questa manifestazione, questa voglia, questa percezione, desiderio, interesse di voler abbattere i muri che si è costruito nel tempo, questa volontà di essere se stesso, di liberarsi dalle oppressioni che lo hanno caratterizzato nel corso del tempo e hanno caratterizzato la sua esistenza, si evidenziano ancor più in The Trial qui interpreta coloro che in un certo senso lo hanno “tenuto in gabbia” per tutti questi anni, interpreta coloro che non gli hanno consentito di essere libero, di essere leggero, leggiadro, semplice, naturale come i bambini ma anche ingenuo e curioso rispetto al mondo che lo circonda. È ora di togliersi abiti, maschere e orpelli che lo hanno accompagnato in tutti questi anni, è l’ora di abbattere il muro, muro che deflagra al termine del brano precedente citato, deflagrazione anticipata da un cannone e poi seguita da esplosioni e rumori di mattoni che cadono.
Il “muro” è caduto e se per un attimo ci allontaniamo dalla versione musicale e ci spostiamo su quella cinematografica Outside the wall si focalizza sulle immagini di alcuni bambini che si aggirano fra le macerie di una strada cittadina devastata da esplosioni, raccogliendo qua e là oggetti utili. A vederci una morale pare che Waters voglia intravedere della speranza al di là dei muri che separano l’umanità, come a intuire che l’empatia tra individui sia il rimedio per abbattere il disperato isolamento dei singoli11.
Sono trascorsi 40 anni dalla pubblicazione di Another brick in the wall, il mondo è profondamente cambiato, il muro di Berlino simbolo della guerra fredda è caduto nel 1989, la stagione delle ideologie, della contrapposizione tra Est e Ovest è andata in soffitta e al mondo ideologizzato si è sostituito quello globalizzato, i processi tecnologici hanno fatto passi da gigante e la stessa ha “invaso” e invade sempre più le nostre esistenze ma i “muri” dell’anima, dell’incomunicabilità sono ancor più spessi anche se le nuove tecnologie ci consentono di comunicare con l’altra parte del mondo in tempo reale e questa smania, questa brama di dire, di raccontare, di far sapere dove siamo, con chi , che cosa stiamo facendo ha preso sempre più piede nelle nostre vite, il privato è diventato ancor più pubblico con l’affermazione dei social network, tutti sentiamo il desiderio di dire qualcosa, di liberarsi da qualcosa e ciò avviene anche entrando in contatto con persone del quale non conosciamo la loro storia, ma che probabilmente hanno un percorso che ci accomuna, hanno delle esperienze simili alle nostre e quindi ci sentiamo in dovere di liberare la nostra anima, di abbattere il muro che c’è in noi sapendo che qualche volta corriamo dei rischi, rischi dovuti all’organizzazione del sistema e della società odierna dove l’alienazione, la massificazione la possiamo identificare nei locali che frequentiamo, nelle mode che seguiamo, nell’adeguarsi a un pensiero indotto anche dai mass – media. Certo sono passati 40 anni ma ascoltare l’album simbolo di una generazione può consentirci di affrontare meglio il futuro, di interpretare e di analizzare la società contemporanea e anche impegnarsi nella costruzione di un mondo diverso o comunque provare a migliorarlo e a migliorarci nel nostro modo di essere e provare ad essere liberi come una farfalla12.

Note

  1. Per la storia dei Pink Floyd cfr.: Walter Binaghi, Pink Floyd, Aracne, 1978; Giancarlo Radice, Pink Floyd, Gamma Libri, 1981, Il muro (The Wall), Gammalibri, 1983; Massimo Forleo, Pink Floyd, Big Parade, 1988; Nicholas Schaffner, Pink Floyd: uno scrigno di segreti, Aracna, 1993;Mike Watkinson, Syd Barrett: il diamante pazzo dei Pink Floyd, Arcana, 2000; Raul Montanari, Nelle galassie come oggi: covers, Einaudi, 2001; Christian Diemoz, Le canzoni dei Pink Floyd, Editori Riuniti, 2002; Nick Mason, Inside out: la prima autobiografia dei Pink Floyd, Rizzoli, 2004; Glenn Povey, Echoes: storia completa dei Pink Floyd, Giunti, 2009; Michele Mari, Rosso Floyd, Einaudi, 2010; Nicholas Schaffner, Lo scrigno dei segreti: l’odissea dei Pink Floyd, Arcana, 2012; Danilo Deninotti, Luca Lenci, Wish you were: Syd Barrett e i Pink Floyd, BD, 2015; Mario Campanella, Syd Diamond: un genio chiamato Barrett, Aracne, 2016, Alberto Maria Banti, Wonderland: la cultura di massa da W. Disney ai P. Floyd, Laterza, 2017; cfr. Simone Sacco, “The Wall” dei Pink Floyd compie 40 anni: il muro del suono non cadrà mai, a cura di Simone Sacco, in “Tv Sorrisi e Canzoni”, 29/11/2019 (visto il 12 luglio 2020).
  2. Cfr. The Wall” dei Pink Floyd, cit.
  3. Morire d’amore, “Corriere della Sera”, 13 settembre 1978, p. 1.
  4. Cfr. Ernesto Galli Della Loggia, Il trionfo del privato, Laterza, 1980; Stefano Di Michele, I magnifici anni del riflusso: come eravamo negli anni’80, Marsilio, 2003; Paolo Morando, Dancing Days: 1978 – 1979 i due anni che hanno cambiato l’Italia, Laterza, 2009, Fausto Colombo, Il paese leggero: gli italiani tra contestazione e riflusso, Laterza, 2012; Filippo Mazzoni, Viaggio nella storia sociale dell’Italia repubblicana (1945 – 1985), Ibiskos, 2019.
  5. The Lunatics, Pink Floyd. Il fiume infinito, Firenze, Giunti, 2014, pp. 224 – 229.
  6. Ivi, p. 231.
  7. Ivi, p. 232.
  8. Ivi, p. 234
  9. Ivi, p. 235
  10. Ivi, p. 256
  11. Ivi, p. 258.
  12. Cfr. Fabio Zuffanti, I 40 anni di The Wall, il disco che santifica il muro che è dentro di noi, in “La Stampa”, 24/11/2019 (visto il 10 luglio 2020); Gianni Poglio, Pink Floyd, il mito eterno di The Wall (che oggi compie quarant’anni), in “Panorama”, 30/11/2019 (visto il 9 luglio 2020); «The wall», l’album rivoluzionario dei Pink Floyd compie 40 anni, in “Corriere della Sera”, 30/11/2019 (visto l’8 luglio 2020); Kurt Loder, 40 anni fa usciva “The Wall”, l’incubo dei Pink Floyd, in “Rolling Stones”, 30/11/2019 (visto il 10 luglio 2020); Simone Sacco, “The Wall” dei Pink Floyd compie 40 anni: il muro del suono non cadrà mai, a cura di Simone Sacco, in “Tv Sorrisi e Canzoni”, 29/11/2019 (visto il 12 luglio 2020).