Bibliomanie

La strage del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna nella narrazione dei testimoni
di , numero 49, giugno 2020, Note e Riflessioni

La strage del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna nella narrazione dei testimoni

Il progetto Mneo ha avviato, nel giugno 2019, il recupero delle video testimonianze della strage del 2 agosto 1980 avvenuta nella stazione di Bologna, quando alle 10.25 lo scoppio di una bomba distrugge la sala d’aspetto di seconda classe, gremita di persone, e gli uffici dell’azienda di ristorazione Cigar che si trovano proprio sopra l’area, causando la morte di ottantacinque persone e il ferimento di duecento. Lo scopo del lavoro è quello di creare un archivio di testimonianze non solo dell’evento più tragico avvenuto durante gli anni tra il 1968 e il 1980 definiti come gli “anni di piombo”, la dura stagione delle stragi e degli attentati che hanno caratterizzato questo periodo del Ventesimo secolo, ma anche di quelli più significativi della recente storia d’Italia, scegliendo la registrazione video quale mezzo per recuperare e ricordare le preziose parole dei testimoni e dando, in questo modo, più forza alla cristallizzazione di quei racconti per realizzare idee e progetti che possano aiutare a tenere viva la memoria collettiva del Paese, per far conoscere al pubblico, soprattutto quello più giovane, le storie che altrimenti potrebbero rischiare di cadere nell’oblio.
Per la drammatica vicenda bolognese il progetto ha anche lo scopo di ascoltare la voce dei testimoni chiamati a narrare la vera e unica versione di quello che è accaduto, essendone i legittimi depositari che ne portano sulla pelle i segni tangibili e nell’anima una lacerazione che mai si chiuderà. Le otto interviste a quattro feriti, a due familiari delle vittime, a un medico e a un soccorritore realizzate per il progetto Mneo rappresentano la narrazione lucida ma anche molto dolorosa delle loro testimonianze che aspettano, nonostante l’individuazione e la condanna definitiva dei tre esecutori materiali, Valerio Fioravanti, Francesca Mambro, e Luigi Ciavardini, appartenenti ai Nuclei Armati Rivoluzionari, e passate per tutti i gradi di giudizio, di vederli in carcere invece che liberi, grazie ai cavilli della legge, e di avere verità e giustizia sugli ideatori e i mandanti di quel tragico evento. Nel frattempo chi resta sopravvive al proprio personale trauma e al senso di colpa di essere vivo grazie alla condivisione e all’unione di quel dolore comune, materializzate nella creazione dell’Associazione tra i familiari delle vittime della strage alla stazione di Bologna del 2 Agosto 1980 che nel tempo non solo ricomporrà, almeno in parte, quelle vite andate in frantumi ma farà più di quello che avrebbe dovuto fare lo Stato negli anni seguenti, ovvero cercare la verità leggendola nel disegno d’insieme che la stessa Associazione vedrà svelarsi, collegando nel tempo con un lungimirante lavoro di digitalizzazione e comparazione, centinaia di atti relativi a tutte le stragi che insanguinano gli anni di piombo. Mentre tutto questo accade la vita di chi resta in attesa, familiari delle vittime e feriti, cambia inesorabilmente senza che gli esecutori possano provare un sentimento di colpa per chi è morto e per chi è rimasto ferito, mentre lo stesso Stato sembra proteggere, attraverso i meandri oscuri della burocrazia, i terroristi e non le vittime. Tra chi sopravvive c’è chi non vuole raccontare quella sua dolorosa esperienza e chi invece capisce che il destino gli concede un’altra possibilità di vita che unisce tutti i feriti, che mai però riusciranno a raccontarsi fino in fondo. La storia della strage della stazione provoca infatti ferite fisiche e psicologiche talmente terribili da lasciare segni che sconvolgono anche chi li soccorre, diventando parte non solo di uomini, donne e bambini, ma anche di cose, come l’autobus trentasette, usato quel giorno come mezzo per il trasporto delle vittime verso gli obitori degli ospedali cittadini, e che grazie a quella memoria che conserva nella sua materialità oggettiva riprende vita acquisendo una propria anima e una propria identità, diventando testimone al pari di chi si è salvato con la stessa dignità e verità.
Mentre le vittime e i feriti della strage raccontano di quanto avessero avuto bisogno, nei primi anni del dopo strage, dello Stato pronto a farsi carico del loro dolore accompagnandoli e partecipando al percorso per arrivare alla verità, accadeva che fosse proprio lo Stato, rappresentato da suoi alti funzionari, a rallentare le prime indagini. Perché i percorsi del dolore servono anche a questo, a elaborare lutti pubblici come quello di una strage, mantenendo viva la memoria per avere giustizia per chi ha pagato con la propria vita azioni scellerate che sembrano non avere mandanti. E quando il percorso è partecipato e condiviso assume sia forza che leggerezza e può proseguire il suo cammino più velocemente. All’indomani della strage si capisce però che quel percorso non sarà né partecipato e né condiviso, né forte e né leggero, ma soprattutto non sarà limpido, passando per il buio delle bugie e dei depistaggi, a cominciare dalla ipotesi della prima ora che inizia a circolare sulla causa dello scoppio, il malfunzionamento di una caldaia, e soprattutto da una sentenza di quei giorni che assolve tutti gli imputati per una analoga strage, quella di piazza Fontana a Milano avvenuta il 12 Dicembre 1969. La sensazione che l’opinione pubblica percepisce intorno alla vicenda è che la piega che deve prendere l’iter giudiziario per fare luce sull’intera vicenda deve avere un binario lineare e chiaro, per evitare che insabbiamenti e buchi neri, palesemente messi in evidenza e che hanno già iniziato a contaminare la vicenda, continuino il loro inesorabile percorso.
Anche per questo, a pochi mesi dalla tragedia, il primo giugno del 1981 si costituisce l’Associazione tra i familiari delle vittime della strage alla stazione di Bologna del 2 Agosto 1980 con lo scopo di «ottenere con tutte le iniziative possibili la giustizia dovuta», come recita l’articolo due dello statuto, e che nei processi che seguiranno si costituirà parte civile, dando una forte spinta a tutte le fasi dell’inchiesta e diventando il faro di tutta l’azione portata avanti per chiedere allo Stato che venga fatta giustizia sull’oscura vicenda della strage. In poco tempo si avvicineranno all’Associazione anche semplici cittadini non coinvolti direttamente nella strage, soprattutto bolognesi che si sentono toccati dalla vicenda per quel senso civico che da sempre li contraddistingue nella partecipazione attiva alla vita della cosa pubblica. Ed è la stessa Associazione che nel corso degli anni farà da raccordo per dare la possibilità a molti dei familiari di vittime e dei feriti di raccontare, non senza grande difficoltà, come hanno vissuto quella dolorosa vicenda. I testimoni infatti non vivono in modo semplice questo atto di generosità che viene chiesto loro, perché sono condannati ogni volta che narrano la loro esperienza a vivere una sorta di fine pena mai, come un contrappasso dantesco che li obbliga, invece che a vivere il contrario della loro colpa che qui non c’è, a vivere il loro doloroso trauma attraverso il ricordo di quello che hanno visto e subìto sulla loro pelle. E che diventa una condanna, appunto, un fine pena mai.
Se davanti alla telecamera i testimoni hanno un iniziale titubanza, quasi un pudore a mettere a nudo i propri ricordi, dopo qualche minuto la stessa telecamera, restando lì con la sua unica e vera funzione di registrare quello che intanto diventa un flusso di coscienza, permette loro di essere finalmente se stessi, con un effetto di condivisione e di alleggerimento paradossalmente pesantissimo perché gravato dal senso di responsabilità, consapevoli che quando non ci saranno più tutto quello che hanno visto e vissuto potrà essere dimenticato.
Come in un film che viene proiettato ogni volta sullo schermo o in una rappresentazione teatrale i testimoni hanno dunque solo in parte il conforto della parola, che potrebbe farsi salvifico attraverso la catarsi, perché essendo loro stessi i protagonisti di quella storia che narrano non può dunque concedere nessun totale distacco terapeutico che li possa curare. Questa sensazione è ben presente nelle parole dei narratori-testimoni, tutte accomunate da una fatica dell’anima obbligata a portare e a sopportare questo sasso sul cuore. Se all’indomani della nascita dell’Associazione il dovere della testimonianza è talmente forte da spingere a questo atto di generosità verso gli altri, nel tempo diventa come correre una maratona che non finisce mai, in un continuo ricominciare sapendo che non si arriva mai al traguardo, ma che potrebbe profilarsi all’orizzonte solo quando saranno individuati e condannati, finalmente, anche gli ideatori e i mandanti della strage.

1. Marina Gamberini, la foto simbolo e il senso di colpa per essere viva
«Perché tutto quello che faccio da allora in poi è solo ed esclusivamente in memoria delle mie colleghe.»

Il racconto dell’esperienza della strage rappresenta, per i narratori testimoni, una ricerca continua di equilibrio tra l’elaborazione del trauma, gravato da una narrazione che si alleggerisce solo in parte con la condivisione del dolore, e il dovere verso la memoria, che assume il valore di insegnamento storico, insito nella testimonianza stessa. Il narrato si trova così sospeso tra la continua ricerca della metabolizzazione per superare quel trauma ma anche e soprattutto la riapertura del trauma stesso quando viene raccontato davanti alle telecamere, nelle scuole e durante le commemorazioni. Sono questi, dunque, i due fattori che convincono i familiari delle vittime, ma soprattutto i feriti della strage della stazione di Bologna, a diventarne testimoni, anche se comprensibilmente tardivi, come nel caso di Marina Gamberini, vent’anni nel 1980 e impiegata presso gli uffici della Cigar, azienda della ristorazione della stazione centrale di Bologna, che si trova sopra la sala d’aspetto. Quando esplode la bomba è in compagnia di altre sei colleghe, Katia Bertasi, Mirella Fornasari, Euridia Bergianti, Nilla Natali, Franca Dall’Olio, Rita Verde, che non sopravvivono alla strage. Di quella mattina non ricorda nulla se non il momento del risveglio dopo lo scoppio della bomba e gli attimi successivi durante i quali, prima di rendersi conto di essere sepolta sotto le macerie dell’ufficio, incastrata tra una grossa trave e la sua scrivania in una posizione difficile per essere trovata, crede di essere dentro a un brutto sogno e che deve solo svegliarsi. Tutte le sensazioni, le emozioni che prova e soprattutto la disperazione che la assale nelle due interminabili ore successive, convinta di morire prima che qualcuno la trovi ancora viva, faranno parte per sempre del suo quotidiano, raccontate davanti a una telecamera e impresse per sempre nel suo corpo nella continua erosione della sua anima. Ed è proprio la disperazione del suo volto, fissata per sempre nell’iconica immagine scattata non appena viene estratta dalle macerie per essere trasportata su una barella verso l’ospedale, che diventerà l’immagine simbolo del dolore delle vittime e dei feriti della strage di Bologna. Da quella esperienza riporta la frattura del cranio, un trauma addominale, un taglio profondo alla palpebra sinistra e all’avambraccio destro, i capelli bruciati, escoriazioni e contusioni sugli arti inferiori ma anche una frattura profonda dell’anima, dovuta al senso di colpa per essere stata l’unica tra tutte le impiegate a salvarsi, amplificato dalla convinzione di aver sentito il lamento di una di loro che chiedeva aiuto senza che lei potesse fare nulla. Dopo molti anni di terapia per allontanare il senso di colpa nato in seguito a quella tragica esperienza, Marina conoscerà casualmente il pompiere che la salva tra le macerie e l’infermiera che la cura in ospedale, recuperando e saldando per sempre legami già stretti nel momento della tragedia e mai recisi nonostante i tanti anni trascorsi, ma anzi resi più forti proprio dal momento dell’incontro, segno che quell’esperienza ha provato non solo i feriti ma anche i soccorritori.
La svolta più importante nella vita di Marina arriva con la maternità, dopo che per anni le dicono che non può avere figli perché le ferite subite non le darebbero la possibilità di portare avanti una gravidanza. Il pensiero di poter avere un figlio diventa così, ancora una volta, l’àncora alla quale aggrapparsi, la stessa che la aiuta a resistere quando si trova sotto le macerie, che si concretizza nel momento in cui diventa madre e che, in una pericolosa unione di emozioni opposte ma legate al suo terribile vissuto, rischia negli anni seguenti di farle provare la sensazione d’essere un ostacolo alla crescita di suo figlio perché si sente una mamma problematica. Questa percezione, unita al senso di colpa in quanto unica sopravvissuta delle impiegate dell’ufficio, la farà per anni sentire debole, incapace di sopportare il dramma vissuto e solo l’incontro con altri tre feriti sopravvissuti e divenuti simboli come lei di un’altra strage, quella degli Champs Élysées di Parigi del 20 aprile 2017, le farà capire e risolvere il problema. Benché siano persone completamente diverse per età, estrazione e cultura, udendo i loro racconti che hanno come comune denominatore la stessa difficoltà di metabolizzare e superare lo stesso tipo di trauma, comprenderà che la causa non è in lei ma nella gravità dell’accaduto, davvero troppo difficile da sopportare, per cui l’unico modo di sentirsi un po’ meglio è adoperarsi per ottenere giustizia anche raccontando quell’evento.
E così il compito della narrazione per trasmettere la memoria della strage serve, a lei come agli altri testimoni, a tornare alla vita, anche se di vita vera non si può parlare, perché dopo un trauma di questo genere si sopravvive e si trova un modo per convivere con il dolore, che coinvolge anche e soprattutto le proprie famiglie e i propri cari. Il racconto della sua esperienza riesce ad avere un senso, oltre il suo esserne testimone, utile dunque per superare, anche se in parte, il trauma vissuto attraverso l’incontro con l’Associazione tra i familiari delle vittime della strage dove conosce, tra gli altri, una persona che diventerà il suo punto di riferimento per continuare a convivere con il suo dolore. Si tratta di Lidia, conosciuta come “la mamma del 2 agosto” perché nella strage perde suo figlio Sergio e diventando per Marina un esempio da seguire. Lidia, che con il marito Torquato Secci, primo Presidente dell’Associazione fino al 1996, anno della sua scomparsa, saranno punti di riferimento importantissimi per tutti i familiari e i feriti della strage.

2. Paolo Bolognesi, il ruolo e il lavoro dell’Associazione tra I familiari delle vittime della strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980
«Uno dei grandi errori che si sono fatti nell’ambito delle indagini non solo della strage di Bologna ma delle indagini in generale è il non collegare le stragi tra loro e con la loggia massonica P2 che racchiudeva praticamente tutto il potere economico e politico italiano di quel momento.»

A Secci succederà, quale Presidente nel 1996, Paolo Bolognesi, insieme primi familiari delle vittime a pensare, e soprattutto a sentire il bisogno, a pochi mesi da quel tragico evento, di fare qualcosa per chiedere giustizia per le vittime della strage, dopo che l’allora recente sentenza del processo d’appello della strage di piazza Fontana assolve tutti gli imputati. Nel momento dell’esplosione della bomba, Bolognesi sta rientrando dalla Svizzera, dove è stato per accompagnare la moglie a sottoporsi ad un intervento chirurgico. Nello scoppio della bomba il suocero, la madre, il padre e il figlio, venuti a prenderli in stazione, restano gravemente feriti, mentre la suocera, anch’essa in stazione, viene uccisa dalla deflagrazione. Il figlio Marco è colpito in pieno, riportando per il resto della sua vita la quasi totale invalidità, e sfigurato, tanto che il padre lo riconosce all’Ospedale Maggiore, dove viene portato subito dopo l’esplosione, solo dalla voglia che ha sulla pancia.
Le due direttrici lungo le quali si muovono i familiari, nell’ambito delle indagini per fare luce sulla vicenda della strage e seguite attraverso l’Associazione fin dalla sua nascita, sono la partecipazione attiva ai processi, con la costituzione come parte civile, e il recupero e la conservazione di tutti i documenti e le sentenze processuali, utili non solo per avere piena conoscenza dell’intero iter giudiziario ma soprattutto per essere pubblicati, attraverso la loro digitalizzazione, sul sito Internet dell’Associazione, visitato ogni anno da oltre due milioni di persone, e quindi letti, studiati e conosciuti da tutti. L’obiettivo è sostenere il movimento di opinione molto attivo nella ricerca della verità che nel frattempo è nato a margine dell’attività dell’Associazione stessa che grazie alla collaborazione di artisti, attori, musicisti, scrittori e registi, si concretizzerà negli anni in molti progetti capaci di veicolare tanto a Bologna quanto in tutto il Paese la vicenda della strage. La stessa digitalizzazione offre anche la possibilità di preparare a livello giuridico i testimoni e i familiari delle vittime che, in questo modo, leggono le carte, si parlano, si confrontano e dialogano tra di loro attraverso quegli stessi documenti così da non essere, durante i processi, dei semplici sconosciuti a cui si fanno poche domande, come spesso accade in molti simili dibattimenti, ma diventando parte attiva in grado di far comprendere fino in fondo e sotto ogni aspetto la materia.
La digitalizzazione e l’incrocio dei dati diventano quindi il fattore determinante, innovativo e lungimirante dell’Associazione che vede anche la collaborazione di magistrati come Giancarlo Caselli, Claudio Nunziata e Libero Mancuso, abituati a portare avanti indagini intrecciando e valutando dati, riuscendo nel corso del tempo a collegare tra loro le tante stragi che insanguinano il Paese negli anni di piombo e la loggia massonica P2 che racchiude praticamente tutto il potere economico e politico, italiano di quel momento, quello che controlla tutti i servizi di sicurezza in Italia e dove confluisce molta parte dell’esercito, uomini del Governo, tutti gli uomini dei servizi segreti, una lista con oltre novecento nomi talmente importanti che quando è resa pubblica il 21 maggio 1981 costringe l’allora Presidente del Consiglio a dare le dimissioni. Grazie a questo sistema di incrocio di informazioni e di dati provenienti da altri processi, la fase di analisi del processo ha avuto nel corso degli anni uno sviluppo notevole che ha permesso all’Associazione di depositare dal 2010 presso la Procura della Repubblica di Bologna una serie di atti utili per chiedere l’apertura di una indagine sui mandanti della strage di Bologna, la riapertura del processo a Gilberto Cavallini, esponente dei Nar, condannato prima nel 1989 per banda armata e poi  all’ergastolo nel 2020 con l’accusa di concorso in strage, e la riapertura del processo per la strage sul treno Italicus.
Per Bolognesi dunque solo leggendo questi dati nel loro complesso, dunque, è possibile capire l’intreccio delle azioni di alcuni, se non di tutti, protagonisti non solo nella vicenda della stazione di Bologna ma anche in quella della strage di piazza Fontana, evidenziando collegamenti che, letti nel loro insieme, fanno molto riflettere. La verità celata dietro la strage di Bologna, dunque, è probabilmente la stessa che lega e collega tutte le stragi italiane avvenute tra il 1968 e il 1980, mentre la sentenza di Brescia del 2017 conferma che la “strategia della tensione” non è fatta di singoli eventi sparsi ma è un vero e proprio disegno unitario esteso a tutto quel periodo in cui si colloca, proprio all’apice, la vicenda di Bologna. In questo quadro delineatosi il giudice Mario Amato è lungimirante, perché cerca di riunire a Roma tutte le indagini dei casi più rilevanti e ne intuisce il disegno d’insieme sovraordinato. Quindici giorni prima del suo assassinio, avvenuto il 23 Giugno 1980, parla infatti al Consiglio Superiore della Magistratura della pericolosità dinamitarda dei Nucleo Armati Rivoluzionari perché si sta rischiando la guerra civile nel Paese. Per questo e’ assassinato da Gilberto Cavallini e Luigi Ciavardini, legati a Francesca Mambro ed a Valerio Fioravanti. Il processo agli assassini si terrà a Bologna e tutti gli atti relativi confluiranno nell’ambito dell’inchiesta, utili, in seguito, ad eliminare i molti depistaggi tentati dai Servizi Segreti.
Grazie alla digitalizzazione di tutti gli atti processuali e all’impiego di un programma specifico per metterli a confronto ed incrociarli è possibile dunque, nel corso degli anni, trovare nuovi elementi per far luce sulle indagini perché le moderne tecnologie consentono di leggere ed evidenziare, tra documenti, fotografie e filmati, particolari sfuggiti durante le indagini eseguite all’indomani della strage. Proprio grazie a questi strumenti, ad esempio, è stato nuovamente analizzato un filmato amatoriale super otto, girato da un turista tedesco la mattina del 2 agosto 1980 nella stazione di Bologna, che riprende alcuni momenti precedenti e successivi alla strage e rimasto alla Procura di Bologna per quarant’anni. Da questo è stato possibile estrapolare un fotogramma in cui appare il volto di una persona notevolmente somigliante a Paolo Bellini, esponente di Avanguardia Nazionale negli anni Settanta, accusatosi nel 1999 e condannato nel 2007 per il delitto, avvenuto nel 1975, di Alceste Campanile, militante di Lotta Continua, poi prosciolto dalla Corte d’Appello per prescrizione del reato. Se confermata, la presenza in stazione al momento dell’esplosione di Bellini, imputato in una passata inchiesta a suo carico come indiziato per la strage di Bologna da cui esce prosciolto nel 1992, avrebbe un significato importante perché collegherebbe la strage ai Servizi Segreti brasiliani e italiani, nonché alla mafia, alla ‘ndrangheta e ai mondi criminali, anch’essi implicati nell’ambito di tutta la strategia della tensione. Per questo, nel marzo del 2019, anche sulla base di quel fotogramma, la Procura generale di Bologna ha chiesto la revoca del proscioglimento del 1992 per Bellini, per riaprire le indagini e procedere ad un riconoscimento antropometrico. Questo, dunque, emerge grazie al lavoro dell’Associazione per la digitalizzazione delle carte, perché molti aspetti possono essere svelati grazie ai collegamenti tra quanto emerso in un processo minore e quanto emerso in uno maggiore. Dati apparentemente poco significativi, ma che quando vengono riuniti dagli elementi comuni rivelano la realtà e diventano inoppugnabili, come avvenuto per certe indagini non fatte o modificate.
Lo studio, l’analisi e il confronto degli atti e la visione d’insieme delle stragi di quegli anni permette, dunque, di arrivare a scoprire la verità seguendo le piste giuste e soprattutto confrontando tutte le informazioni a disposizione. Non c’è più infatti spazio per quella che per anni è stata l’ambivalenza dei termini mistero e segreto, spesso utilizzati ad arte in modo intercambiabile per confondere le idee e rallentare le indagini, smascherata da Bolognesi che traccia una linea marcata tra i due termini. Quando si parla di eventi tragici come le stragi che hanno segnato la storia italiana si usa molto il termine mistero, avvolto da un fascino non indifferente dal punto di vista mediatico, ma utilizzato soprattutto in ambito religioso e che si risolve con la fede e non con un’indagine, come accade invece per il termine segreto, meno affascinante perché relativo a qualcosa di umano ma che si palesa con le indagini, perché il voler fare le indagini vuol dire risolvere dei segreti, con una chiara differenza dal punto di vista semantico. È molto improbabile quindi che un segreto diventi mistero perché non si risolve il problema dei mandanti della strage di Bologna parlando di altro ma con le indagini approfondite. Bolognesi è convinto che ci sono stati uomini delle istituzioni che avrebbero dovuto perseguire e rivelare quello che sapevano, parlando dei segreti e invece hanno fatto di tutto affinché questi diventassero misteri, dando all’opinione pubblica la sensazione drammatica e sconvolgente dell’assenza, peggio ancora, della deviazione, di interi apparati dello Stato. Non è più un segreto, infatti, secondo Bolognesi e come emerso dal processo a Gilberto Cavallini, che Cavallini stesso aveva nella sua agenda due numeri telefonici dei Servizi Segreti o che Francesca Mambro e Valerio Fioravanti, quando si rifugiano a Milano dopo la strage, sono ospitati probabilmente nello stesso appartamento dove c’è una società degli stessi Servizi Segreti. Alla luce di tutto questo, quando si parla dei due terroristi come di “spontaneisti armati”, non si vuole narrare la verità. Come non lo voleva neanche la Procura della Repubblica di Bologna quando ha proposto di archiviare tutta l’indagine. Nell’ambito delle ricerche il prezioso operato di alcuni magistrati e la digitalizzazione dei tanti atti processuali da loro utilizzata hanno influito positivamente sull’andamento dei processi per le stragi di Piazza Fontana e di Piazza della Loggia, per cui sono emersi documenti estremamente interessanti che hanno portato alla luce una serie di depistaggi.
È sempre con l’Associazione che molti dei testimoni seguono a Roma tutti i processi subendo spesso anche palesi ingiustizie nella difficile ricerca della giustizia e della verità, come quella messa in atto, durante uno dei primi processi, dall’ avvocato di parte civile per i familiari delle vittime, accusato di depistaggio perché riesce a ottenere l’annullamento del processo di primo grado. E’ un tradimento doloroso che viene percepito da tutta l’opinione pubblica nello stesso modo in cui vengono viste le azioni messe in campo per depistare e rallentare le azioni giudiziarie, perché lo scopo dell’Associazione non è solo quello di ottenere la giustizia dovuta ma cercare anche le motivazioni della strage che possono arrivare solo se, secondo Bolognesi che negli anni seguirà la formulazione di proposte di legge per rimuovere il segreto di Stato dai delitti di strage, si attua un costante esercizio della memoria e della conoscenza che insieme rappresentano il fondamentale cemento di una comunità e che si manifestano attraverso la forza e la potenza delle parole dei testimoni, concretizzandosi nell’azione giudiziaria dell’Associazione, diventando fondamentale argine proprio ai depistaggi e agli insabbiamenti o peggio ancora alla dichiarazione di innocenza avanzata dagli stessi imputati, nonostante condanne definitive.

3. Anna Pizzirani, la voce della figlia che non vuole raccontare
«Mamma, ma cosa ho fatto di male che mi volevano uccidere?»

È quello che succede durante l’incontro-scontro che avviene fuori dall’aula della Corte di Assise di Bologna nel Palazzo Pizzardi il 9 maggio del 2018, durante il processo contro il Nar Gilberto Cavallini, tra Luigi Ciavardini, condannato in via definitiva dalla Suprema Corte di Cassazione a trenta anni come esecutore materiale della strage di Bologna, e l’allora vice presidente dell’associazione Anna Pizzirani, testimone del come possa cambiare drasticamente la vita dei feriti e dei parenti delle vittime senza che gli esecutori provino un sentimento di colpa ma anzi si dichiarino estranei alla strage.
In quel momento Ciavardini è un uomo libero, perché il suo avvocato è riuscito a far applicare la continuazione della pena facendo cumulare gli anni della condanna per la strage con quelli per la partecipazione all’omicidio del giudice Mario Amato. E proprio quando Ciavardini cerca di dichiararsi innocente agli occhi della Pizzirani, proclamandosi l’ottantaseiesima vittima della strage, è lei stessa che, dopo avergli ricordato la pendente condanna a trent’anni per concorso nella strage, gli chiede, visto che anche lui ha un figlio, se comprende quanto il trauma di quell’esperienza abbia potuto incidere con effetti devastanti sul carattere di sua figlia Elisabetta, nove anni all’epoca della strage, condizionando per sempre anche i rapporti con i genitori e cambiandone profondamente la vita, tanto da non voler parlare mai più di quel tragico evento. La domanda che la bambina rivolge alla madre per capire cosa può aver fatto di male per meritare di essere uccisa da una bomba quando le due si vedono all’ospedale Rizzoli poco ore dopo l’esplosione in stazione e che continua a riecheggiare nella mente della Pizzirani, resta senza risposta, diventando nel tempo il contenitore del trauma che accompagnerà per tutta la vita sia lei che la figlia. Anche gli altri due esecutori materiali della strage, Mambro e Fioravanti, anch’essi condannati, hanno una figlia. Anche loro si dichiarano ancora estranei alla strage, in carcere si sono sposati e si sono laureati. Fioravanti ha anche partecipato alla realizzazione di un film, presentato al Festival del cinema di Venezia nel 1997. Entrambi hanno riacquistato tutti i diritti civili, possono votare ed essere votati come candidati in un partito qualsiasi ed essere eletti, da tempo lavorano per l’associazione Nessuno tocchi Caino, mentre già nel 2010, quando la radicale Emma Bonino si candida per essere eletta a presidente della Regione Lazio, sono inseriti nel suo comitato elettorale, in una forma di presenza e di collaborazione quanto meno inopportuna. Vederli vivere da persone libere rappresenta uno sfregio altissimo per tutti i familiari delle vittime e per i feriti verso i quali gli esecutori materiali non solo non hanno mai manifestato né pentimento, né sentimento di colpa o imbarazzo e vergogna per quanto fatto e per il quale sono stati ritenuti colpevoli e condannati a nove ergastoli, ma si dichiarano innocenti e anche vittime, come ha fatto Luigi Ciavardini davanti a una incredula Anna Pizzirani.
Grazie a Paolo Bolognesi nel 2016 è stato istituito nell’ ordinamento giuridico italiano il reato di depistaggio, mentre anche per la Pizzirani il processo di digitalizzazione di tutti i documenti e degli atti processuali ha fatto emergere l’ipotesi di un quarto esecutore materiale, probabilmente Gilberto Cavallini, per il quale è in Corte d’Assise il processo in cui è stato già condannato per partecipazione a banda armata ma non come esecutore. Queste sono le ricerche della verità dell’Associazione, per scoprire, oltre agli esecutori materiali, anche i nomi della mente o delle menti che hanno organizzato e dato ordine agli estremisti di destra di effettuare le stragi, sebbene siano stati già condannati anche due appartenenti al Sismi, il colonnello Giuseppe Belmonte e il generale Pietro Musumeci, insieme al faccendiere Licio Gelli, mai chiusi un solo giorno in carcere.
In questo contesto così difficile da vivere e da metabolizzare, in balia della tempesta di emozioni nella quale vengono scaraventati, i feriti sopravvissuti ed i familiari delle vittime della strage riescono a trovare un porto sicuro nell’Associazione, la cui azione continua a tenere accesa l’attenzione sulla legittima richiesta di giustizia nel mare magnum di confessioni, ritrattazioni e depistaggi, in cui eminenze grigie e loschi individui lavorano sotto traccia per frenare e deviare il cammino verso la verità. In questa complessa situazione l’Associazione può però contare sul totale sostegno della città di Bologna, un fattore non indifferente al di là di ogni connotazione politica, perché quella del 2 agosto 1980 è una strage che ha coinvolto tutti i bolognesi. Sono proprio loro, ogni anno, con la presenza durante la manifestazione in ricordo della strage, a dimostrare il forte senso civico e di comunità, anche in tutte le udienze dei processi che si susseguono, dove spesso i feriti e i familiari delle vittime, con la loro strenua ma defatigante richiesta di giustizia, hanno l’impressione di essere privati del ruolo centrale di parte offesa e lesa. Perché durante i processi vi è una spersonalizzazione dei delitti, quasi un’astrazione dalla realtà, in cui si esamina giuridicamente una colpa e un eventuale esecutore, mentre le persone che hanno subito un danno fisico anche gravissimo e permanente o sono state uccise, private del bene supremo della vita, non hanno quel riconoscimento che dovrebbero avere, anche mal tollerati dagli imputati che sembrano invece più che tutelati da una giustizia matrigna. I testimoni, così, si trovano quindi a fare i conti con il trauma che ha sconvolto le loro vite, la cui elaborazione, probabilmente, non arriverà mai, e con le ferite fisiche e psicologiche che lo stesso trauma ha provocato.

4. Eliseo Pucher, la paura di essere giudicato da una giustizia che sembra proteggere i terroristi e non le vittime
«Se credo nella giustizia? A questi livelli io ho paura ad essere giudicato.»

Solo che dalle ferite fisiche si guarisce più o meno bene ma da quelle psicologiche quasi mai, perché restano dentro pronte ad aprirsi, impossibili da chiudere perché fissate per sempre nella mente dei testimoni e dei feriti della strage, soprattutto se nel cammino del recupero invece di trovare aiuto nella loro cicatrizzazione si trova chi è sempre pronto a riaprirle. Come accade a Eliseo Pucher, cuoco friulano ferito dallo scoppio della bomba, che la mattina del 2 agosto 1980, nella sala d’aspetto della stazione centrale di Bologna, in attesa del treno per Salsomaggiore dove deve recarsi per iniziare a lavorare, sente all’improvviso un sibilo, un colpo alla testa e si ritrova sepolto sotto un cumulo di macerie. Nell’esplosione si frattura entrambe le gambe, restando ferito in molti punti del corpo dalle schegge provocate dallo scoppio della bomba. E uno scoppio molto simile, ma stavolta silenzioso, Pucher lo avverte dentro di sé durante una delle udienze dei processi nel quale è chiamato a testimoniare. Già provato dal trauma fisico, in quella occasione subisce anche i modi inopportuni di chi, invece di giudicare i terroristi per quello che sono e per quello di cui sono accusati, li tratta da liberi cittadini nonostante le già avvenute condanne.
È una situazione molto vicina a quella che vive Anna Pizzirani nell’aula della Corte di Assise di Bologna, quando incontra il Nar Luigi Ciavardini, e che conferma la dimensione dello scollamento e del divario ormai esistente, nemmeno tanto nascosto, tra lo Stato, con le sue leggi e la sua giustizia, e chi ha subito un danno fisico e morale. Sembra una scena grottesca quella che si presenta davanti agli occhi di Eliseo Pucher quando, in tribunale come testimone e parte lesa, dopo aver chiesto il permesso con tanto di firma per uscire dall’aula per andare in bagno vede, mentre rientra, che ai due Nar Mambro e Fioravanti, seduti dietro alle sbarre degli imputati ma già condannati ad alcuni ergastoli, un poliziotto porta due cappuccini. E’ li che guardando la scritta “la legge è uguale per tutti” resta senza parole, provando rabbia, amarezza e sfiducia verso le istituzioni perché gli sembra di constatare con i propri occhi di non essere tenuto in alcuna considerazione, mentre quegli imputati sono trattati come cittadini nella pienezza dei diritti, con la conclusione dei processi oltre tutto ancora molto lontana.
Pucher, e con lui tutti i feriti e i familiari delle vittime della strage di Bologna, capisce quanto sia importante il ruolo dell’Associazione, la cui costante e continua azione nel tempo ha fatto in modo che almeno non si perdesse la memoria relegando tutta la vicenda nel dimenticatoio e nell’ipocrisia dell’archiviazione. Comprende anche perché il ricordo di quel giorno riesca ad essere ancora vivo nella sala d’aspetto saltata in aria quel sabato di agosto, anche se è stata ricostruita ed ha un aspetto diverso da quella del 1980. Conserva infatti ancora sul pavimento nuovo e sui muri ricostruiti il dolore per quella strage e i dolori di chi lì ha perso la vita, gli affetti e la serenità, come se tutti gli anni trascorsi si fossero cristallizzati proprio tra quelle quattro pareti, tanto da rendere difficile, per chi è stato testimone della strage e ancora di più ferito come Eliseo Pucher proprio dal crollo di quelle mura, tornare nella stazione di Bologna e nella sala d’aspetto dove è seduto al momento dello scoppio della bomba. Ci sono persone tra i feriti, tra i familiari e non solo tra loro, che hanno grandissime difficoltà ad entrare in quella stazione, perché la memoria ritorna inesorabilmente alle urla disperate di quel giorno, ai pianti dei feriti e ai concitati movimenti di chi fugge e di chi accorre, alla immobilità ed al silenzio dei morti e alle tante persone normali divenute testimoni di una città come Bologna che ha risposto con grande dignità a un evento così doloroso. Perché sono momenti indimenticabili, fissati per sempre nella mente dalla paura e dall’ansia, a riaffacciarsi nella vita di tutti i giorni, attraverso situazioni che possono richiamare quelle legate al giorno della strage, come un forte colpo improvviso di cui non si capisce l’origine, una valigia lasciata incustodita su un treno che genera il sospetto di un pericolo indefinito, tutti fatti che comportano la difficoltà di entrare e sedersi in una sala d’attesa anche di una qualsiasi stazione ferroviaria, ma che possono essere superati con il racconto, la narrazione, la testimonianza, perché si va avanti solo parlando e condividendo quella testimonianza.

5. Giuseppe Soldano, il caso, le coincidenze e la sfida alla vita dopo la salvezza dalla strage
«La vita è una coincidenza assurda, siamo solo delle pedine che si incastrano, perché alla fine, se mio padre mi avesse portato con se, le cose sarebbero andate diversamente.»

O anche sfidando la vita. Perché la fortuna di essere sopravvissuti a una esperienza durissima come quella della strage di Bologna può dare la sensazione, soprattutto quando si è giovani, di essere forti, invincibili tanto da spingere la propria vita ad andare oltre i propri limiti, cercando nuove sfide per mettersi alla prova. Se si è superata la “prova della strage” si può fare molto altro.
Cosi accade a Giuseppe Soldano, che ha quattordici anni quando si mette in viaggio con il padre da Monopoli, dove ha appena finito di trascorrere le vacanze con la famiglia, verso il Trentino Alto Adige per frequentare un corso di canoa. La mattina del 2 agosto 1980 però, arrivati alla stazione di Bologna, perdono la coincidenza e così, in attesa di un altro treno, il padre lascia il figlio ad aspettarlo nella sala d’attesa di seconda classe mentre va a comperare dei panini. Nell’esplosione Soldano resta intrappolato sotto le macerie e solo la presenza del suo skateboard, che porta sempre con se e che spunta dai detriti, permetterà al padre di trovarlo dopo pochi minuti ancora vivo e portarlo in condizioni disperate all’ospedale di Bellaria dove riusciranno a salvargli la vita. Uscito da questa drammatica esperienza con le braccia e alcune costole rotte, una lesione a un polmone, un trauma cranico e varie ustioni sparse per il corpo, intraprenderà una vita dove i rischi solo all’ordine del giorno, cercando di vivere esperienze estreme, dalla canoa d’alto corso allo snowboard fuori pista, al parapendio alle esplorazioni speleologiche, avendo paradossalmente meno paura della vita fino a capire di averla sfidata non nel giorno della strage ma negli anni seguenti a quel tragico evento. L’incontro con l’Associazione sarà determinante per Soldano, lui così estremo e diverso nel suo approccio alla vita, ma compreso da persone che hanno vissuto il suo stesso trauma, elemento di condivisione importante, dove il pudore non esiste, tanto è stata forte quell’esperienza che li accomuna, fino a costruire una rete con tutti i feriti e i parenti delle vittime, nella certezza della presenza di quella comunità nel momento in cui si sente la necessità di aver bisogno di una parola di conforto e di una condivisione.
Il caso, le coincidenze e la sfida alla vita dopo la salvezza dalla strage e la possibilità di una seconda esistenza che concede il destino in questa massa di storie che si ritrovano per pochi istanti insieme perché si sono incrociate a Bologna e che proprio lì si legano per sempre quando, invece, sono normalmente dei transiti che neppure si ricordano, uniscono le esistenze di persone che prima di quella mattina non si sono mai incontrate, perché appartengono a classi sociali diverse, lavorano in ambiti diversi, alcuni sono anche stranieri. Incontrandosi in quell’attimo, alle 10.25 come ad un appuntamento, incrociando altri destini di cui non sanno nulla e che nulla sanno di loro, si ritrovano con le vite unite, chi nel ricordo di chi non è morto e chi nella fortuna di essere sopravvissuto all’esplosione della bomba nella stazione di Bologna. Il caso è dunque l’elemento che lega tutte quelle storie perché essere stati lì, in quel preciso momento, è l’unica cosa che unisce i destini dei sopravvissuti. Sarebbe bastato che non si fossero incastrati tanti piccoli momenti di quella mattina, come una coincidenza ferroviaria saltata o un ritardo di un treno sull’orario di viaggio, e per alcuni dei testimoni, come Giuseppe Soldano, ci sarebbe un’altra storia da raccontare e un’altra vita da vivere.

6. Roberto Castaldo e il destino che unisce
«Però i feriti ci sono ancora e ognuno è una storia, un mondo a sé, un mondo non svelato che forse non si conoscerà mai perché neanche noi siamo in grado di trovare le parole giuste per dire quello che abbiamo dentro al nostro cuore.»

O come il cambio di turno lavorativo da una stazione a un’altra che fa trovare persone in un luogo non previsto dove poi accade qualcosa che cambia per sempre il corso della loro vita.
È quello che succede a Roberto Castaldo, un giovane ferroviere che il 2 agosto del 1980, dalla stazione di Cremona, dove è in servizio, viene spostato per un cambio di turno a Bologna, nei pressi del binario uno, pronto a far partire il treno Adrian Express al quale è stato assegnato e che ha anche un ritardo di cinquanta minuti. Sta lì, con il braccio alzato per dare il via per la partenza del treno, quando, dalla porta della sala d’attesa che si trova alla sua destra, la deflagrazione dello scoppio della bomba lo scaraventa contro un muro, mentre una nube di fuliggine nera e densa e lingue di fuoco, uscendo dalla porta, si dividono in due tronconi e si dirigono verso la coda del treno e verso lui, mentre una colonna di ghisa della tettoia gli piomba sulle gambe. Nonostante il forte dolore riesce a tirarsi fuori, a rialzarsi e a soccorrere gli altri feriti che riesce a vedere intorno a se, riportando in seguito ferite che lo renderanno in parte invalido con un trauma psicologico mai superato.
Anche qui il caso, attraverso un cambio di turno lavorativo e un ritardo ferroviario, diventa il fattore determinante nel coinvolgimento diretto di tante persone nella strage della stazione ed è impressionante constatare come a Bologna, quel giorno, convergano storie diverse che, per una serie di casualità, si trasformano in un destino che accomuna tutti coloro che si troveranno travolti, loro malgrado, da questa vicenda. Probabilmente le loro vite sarebbero state molto diverse se alle 10.25 di quel sabato d’agosto non si fossero trovati coinvolti nella strage della stazione di Bologna che ha così cambiato le loro vite e i loro caratteri senza un motivo, lasciando ferite e dolore, danneggiando non solo le loro esistenze ma anche quelle di chi faceva parte delle loro vite, familiari, amici e colleghi di lavoro. Se gli stragisti si sono creati le motivazioni per cui era giusto compiere una carneficina di quel genere sostenendo di essere in guerra contro lo Stato, i feriti e le vittime, attraverso i loro familiari, aspettano di conoscere la ragione per la quale sono stati mandati a combattere una guerra, indifesi, di cui porteranno per sempre sulla propria pelle e nella propria anima le ferite e i traumi. La testimonianza diventa allora non solo un atto dovuto, un atto liberatorio che riesce a far affrontare meglio la vita, ma anche la possibilità per i testimoni di dimostrare al mondo che la cosa più aberrante che si può fare è proprio una strage dove gli unici a pagare sono degli innocenti.
Il ricordo terribile di quel giorno resterà per sempre nella mente di Castaldo, diventando un film dell’orrore che cambia la prospettiva e il valore assoluto della sua vita, con l’immagine della polvere e della terra che copre tutto e con il silenzio dei corpi immobili delle persone ferite che non hanno neanche la forza di lamentarsi, diventate protagoniste di una storia mai passata ma ancora viva che ne ha condizionato l’esistenza. Non bastano, infatti, anni di elaborazione del trauma causato da quella vicenda per superarlo, nonostante il soccorso dell’Associazione che nel tempo diventa la nuova famiglia dei testimoni. E se, nonostante la difficoltà, i feriti e i familiari delle vittime della strage sono consapevoli di avere l’enorme responsabilità di essere depositari dell’unica, vera e giusta versione dei fatti accaduti quella mattina, diventa nel tempo davvero importante e pesante il compito da portare avanti come testimoni, tanto da trasformarli in vittime pubbliche che diventano esempio per la collettività, anche se in particolare per i feriti, a differenza dei familiari delle vittime, resta difficile riconoscersi pubblicamente come tali. Diversi, in effetti, sono i modi ed i tempi con i quali ci si carica di questa responsabilità, perché c’è una sostanziale diversità tra i parenti delle persone decedute e i feriti. Mentre questi ultimi diventano una storia, un mondo a sé non svelato, perché difficile da raccontare, esprimendo in modo forte nella stessa difficoltà della loro narrazione la differenza tra sopravvissuti e morti, chi ha perduto un familiare deve elaborare il lutto tremendo d’una scomparsa dovuta alla assurda gratuità del gesto terroristico. Chi è stato ferito e si è salvato porta e sopporta un doppio segno, quello fisico e quello psicologico dell’aver visto e vissuto quell’orrore che lascia nell’anima un segno profondo che si esprime anche nella difficoltà stessa di esserne testimone.

7. Vincenzo Stellino, le ferite e i segni sul corpo
«In quei giorni avrei voluto che gli autori di quella strage fossero venuti in ospedale a vedere quello che avevano combinato».

E di segni, che non sono solo ferite fisiche e psicologiche ma altro e che diventano come numeri di guerra, racconta Vincenzo Stellino, medico chirurgo che, appena appresa la notizia della strage alla stazione, decide di rientrare, dopo qualche giorno di riposo, al Bellaria di Bologna, l’ospedale dove lavora, per aiutare i colleghi nella cura e nella gestione dei feriti. Sarà infatti proprio con un segno che Stellino vedrà identificati i feriti, perché un neurochirurgo si prende l’incarico di segnare, con un pennarello rosso, dei numeri progressivi sui corpi straziati dei feriti che arrivano in ospedale, uno dopo l’altro, senza nemmeno la possibilità di essere identificati, tanto sono ridotti male e sfigurati, così da avere almeno quel riferimento per gli esami ai quali li devono sottoporre. È una sensazione che lo sconvolge e lo destabilizza perché ha la percezione di essere veramente in guerra, tanto sono concitati i momenti che si trova a vivere.
Dei primi pazienti che vede arrivare, tra cui l’allora quattordicenne Giuseppe Soldano, molti si salveranno, ma altri non riusciranno a superare i traumi e le ferite riportate durante l’esplosione della bomba. Tutti sono accolti e curati con molte premure ed attenzioni perché di fronte all’orrore della tragedia gli operatori sanitari si sentono come colti di sorpresa e quindi lo sforzo per lavorare si raddoppia. Dopo quei giorni, tra i medici non si parlerà più di questa vicenda, quasi vi sia la necessità di mantenere su di essa un velo di pudore. Ma ne resta il ricordo, che serve a testimoniare un concreto bisogno di difendersi, tanto è orribile quello che è accaduto, dalla tentazione di dimenticare, di cancellare tutto con l’oblio.

8. Agide Melloni e l’autobus numero trentasette che riprende vita diventando testimone della strage
«Quei corpi appartengono alla mia vita. Io li ho dentro, non li dimentico, li cerco ancora oggi a distanza di quaranta anni, in ogni situazione che mi può capitare di ricordarli e rispettarli e di far capire che erano persone che avevano dei progetti, erano persone che avevano una loro vita, avevano degli affetti, avevano delle idee, avevano delle cose da fare e qualcuno ha deciso di troncare tutto questo nel giro di pochi minuti e questa è stata una ingiustizia incredibile. Per questo motivo non è possibile sottrarsi a questo ricordo e il modo migliore per ricordare loro e l’ingiustizia che è stata fatta nei loro confronti è quello di non smettere di parlarne».

Non sono solo i feriti e i familiari delle vittime o i soccorritori i narratori della strage di Bologna, ma anche gli oggetti che, per quello che rappresentano nel loro utilizzo in momenti particolari che ne fanno le persone, diventano di fatto testimoni diretti, trasformandosi nel corso degli anni in simboli carichi di significato perché chiamati a raccontare l’aiuto che hanno dato durante i concitati momenti del dopo strage. A cristallizzarli nel loro ruolo ci pensano sia i media di allora, con fotografie e riprese video che li fissano per sempre negli occhi del pubblico, sia chi li usa in quei momenti nella funzione per la quale sono stati concepiti, diventandone parti. E Agide Melloni, autista d’autobus della linea urbana di Bologna, che la mattina del 2 agosto 1980 si trova in pausa nella sede aziendale, poco oltre Piazza dell’Unità, pronto a prendere servizio, diventerà parte del trentasette, l’autobus divenuto icona del dolore al pari dell’orologio della stazione fotografato con le lancette ferme alle 10.25. Melloni ha la fortuna di non trovarsi in stazione al momento dell’esplosione della bomba, ma appena la sente si appresta a tornare al lavoro perché deve riprendere servizio su una linea che fa capo proprio nel piazzale della stazione. Pochi minuti dopo un collega lo avverte del motivo dello scoppio e appena si trova davanti la scena di distruzione e di morte capisce la drammaticità dell’accaduto. Mentre alcuni feriti vagano impauriti, in una ricerca drammatica senza meta, molte persone accorrono per dare assistenza ed aiuto con la macchina organizzativa dei soccorsi molto lenta perché all’epoca non esiste né la Protezione Civile né il 118. In quella difficile situazione i feriti, che cominciano ad essere estratti in un numero sempre maggiore dalle macerie, vengono caricati sulle ambulanze, mentre altri feriti più lievi salgono sugli autobus presenti in stazione, dove hanno il capolinea, per essere trasportati verso gli ospedali della città.
Agide Melloni capisce allora che qualcuno deve occuparsi dei corpi estratti senza vita dalle macerie e così, senza nessuna esitazione ma senza neppure alcun comando, insieme ad alcuni colleghi, toglie i mancorrenti di uno di questi autobus, il numero trentasette, ed inizia a caricare al suo interno quei corpi, mettendosi poi alla guida del mezzo perché sente che trasportare le vittime agli obitori della città è il contributo migliore che può dare in quel momento. Guiderà ininterrottamente, per circa quindici ore, diretto prima alla camera mortuaria dell’ospedale di via Irnerio, poi a quella dell’ospedale Malpighi, realizzando dentro di sé, durante quei tragitti, di accompagnare non dei semplici corpi senza vita ma delle persone, vittime innocenti di una ingiustizia incredibile e di un atto di violenza inaudita. E proprio per questo, tra le macerie, i feriti e la confusione generale, qualcuno pensa di coprire i finestrini dell’autobus con delle lenzuola bianche per restituire dignità a quei corpi dilaniati dallo scoppio della bomba che si trovano al suo interno, nascondendo quel carico di dolore e riducendo contemporaneamente la temperatura all’interno dell’autobus così da evitare il rischio igienico in quel giorno di temperatura elevatissima. All’interno di quell’autobus i corpi non sono mai posti in disordine o sovrapposti, anche se vi si potrebbero caricare molte più barelle, perché si sceglie di rispettare quelle che sono persone, con una solidarietà e una umanità così forti da restituire dignità a quei corpi ai quali è appena stata portata via da una bomba e che la riacquistano proprio passando per la pietà delle mani dei soccorritori. Tutta la città di Bologna partecipa come può a questa azione di aiuto, dando un’altissima prova ed un segnale di senso civico e di comunità, ciascuno con i mezzi di cui dispone, portando da casa anche una bottiglia d’acqua, un flacone di disinfettante e un batuffolo di ovatta, sentendosi tutti ed ognuno parte degli altri. Perché quel giorno si incontrano nel piazzale della stazione generazioni di persone diversissime tra loro, tutte parte d’una città che elimina in quel momento le differenze, che sentono il bisogno di rimanere insieme per ore senza far emergere nessun tipo di argomento tale da creare distinzione, diversità e divisione, solamente allo scopo di fare qualcosa e di aiutare gli altri. E Agide Melloni è uno dei tanti cittadini che quel giorno, a Bologna, sceglie di fare qualche cosa nel modo migliore che può fare, come chi toglie pietre, macerie, travi e lamiere, chi aiuta a trasportare le persone sulle barelle, chi riorganizza interamente il servizio di trasporto. Trascorsi alcuni giorni dal giorno della strage, il trentasette viene ripristinato ed igienizzato per tornare a svolgere il suo regolare servizio di trasporto pubblico, ma nelle settimane successive si apre a Bologna un grande dibattito sull’opportunità di farlo circolare, dopo che ha trasportato i corpi delle vittime della strage. Nonostante il carico di morte che per ore quell’autobus ha portato con sé e che, di fatto, resterà impresso nei ricordi della città, si decide che può ancora circolare fin tanto che l’azienda che gestisce il trasporto pubblico bolognese non lo metterà a riposo. L’autobus verrà poi sistemato nel Museo dei Trasporti di Bologna, in un ambiente visitato da pochissime persone finché non sarà avanzata da parte di molti cittadini la richiesta di tornare a vederlo circolare per le vie della città. Il mezzo diventa così uno dei simboli della strage di Bologna ed il 2 agosto del 2017, durante la commemorazione, è portato in stazione, a testimoniare, con la sua presenza, l’opera che ha svolto il giorno della strage e l’altissimo carico, questa volta simbolico, che porta con sé e su di sé. L’interesse e la curiosità che il trentasette suscita sono talmente forti che si pensa di renderlo nuovamente circolante, inserendolo, come se fosse un testimone al pari dei feriti e dei familiari delle vittime della strage, all’interno delle celebrazioni annuali. Così, dopo essere stato accuratamente restaurato, il 2 agosto 2018 il trentasette, guidato da un autista all’interno del corteo, in mezzo alla gente, percorre tutta la via Indipendenza fino ad arrivare in stazione.
Cambiato da quell’esperienza nei rapporti con il prossimo dal clima di fiducia e di reciprocità nato durante il lavoro con soccorritori, infermieri e medici, Agide Melloni aspetta vent’anni prima di parlare della sua esperienza per paura di non essere compreso, con la difficoltà di trasformare le immagini della strage in parole. Superando la propria ritrosia e la propria riservatezza, con difficoltà ma determinazione, sceglie di essere a sua volta testimone, insieme a tutti gli altri, tra i feriti e i familiari delle vittime della strage.
Perché il trascorrere del tempo può davvero creare vuoti nella memoria collettiva e perché, attraverso quelle narrazioni, potrà continuare l’impegno di tutti quelli che il 2 agosto 1980 hanno provato a dare una risposta individuale e collettiva di grande umanità e di alto senso civico ad un vero e proprio atto di ingiustizia, trasmettendo l’importanza della solidarietà e dell’aiuto verso la propria comunità e verso l’altro, conservando la memoria di tutto quello che è stato e di tutto quello che ha rappresentato nel tempo quel sabato di agosto alla stazione di Bologna per trasmetterla alle nuove generazioni.
Perché pagine così buie della storia del Paese non vengano mai più scritte.

1. Marina Gamberini
Età all’epoca dei fatti
Venti anni
Attuale
Sessanta anni

Storia personale
Nata a Bologna nel 1960 è ricordata per l’iconica foto del suo volto che urla dalla disperazione colta mentre, dopo essere stata estratta dalle macerie, viene trasportata via in barella verso l’ospedale. Quell’immagine diventerà il simbolo della strage di Bologna come quella dell’orologio della stazione fermo alle 10.25. Oggi è impiegata presso il Comune di Bologna e ha un figlio di venticinque anni.

Professione all’epoca della strage
Impiegata nella Cigar, azienda della ristorazione della Stazione Centrale di Bologna.
Attuale
Impiegata al Comune di Bologna e consigliere dell’”Associazione tra i familiari delle vittime della strage alla stazione di Bologna del 2 Agosto 1980”.

Cosa sta facendo al momento dell’esplosione della bomba
Lavora come impiegata negli uffici dell’azienda di ristorazione Cigar che si trovano sopra il ristorante della Stazione Centrale di Bologna. E‘ in compagnia di altre sei colleghe che non sopravviveranno alla strage.

Ferita
Di quella esperienza ha riportato la frattura del cranio, un trauma addominale, un taglio profondo alla palpebra sinistra e all’avambraccio destro, escoriazioni e contusioni sugli arti inferiori, uno shock post traumatico, i capelli bruciati, la bocca piena di polvere e detriti

2. Paolo Bolognesi
Età all’epoca dei fatti
Trentasei anni
Attuale
Settantasei anni

Storia personale
Nato a Monghidoro nella provincia metropolitana di Bologna è un politico e scrittore italiano e presidente dell’”Associazione tra i familiari delle vittime della strage di Bologna del 2 agosto 1980” dal 1996, dopo la scomparsa di Torquato Secci, primo presidente dell’Associazione nata il 1° giugno 1981. Ha seguito la formulazione di proposte di legge per la rimozione del segreto di Stato dai delitti di strage. Monitora anche l’applicazione della legge 206 del 2004 sui risarcimenti alle vittime, di fatto finora inattuata.

Professione all’epoca della strage
Funzionario della finanziaria della Lega delle Cooperative
Attuale
Politico e scrittore. Dal 2008 ha pubblicato due romanzi scritti a sei mani con Elena Invernizzi e Stefano Paolocci, “Ordine dal Caos“ e “L’ombra della Chimera“ (Minerva Editore), scritti per raccontare alcuni aspetti oscuri della recente storia italiana attraverso gli strumenti della fiction.

Cosa sta facendo al momento dell’esplosione della bomba
Rientra a Bologna da un viaggio in Svizzera dove la moglie, che torna con lui, è stata sottoposta a una operazione chirurgica. Nell’esplosione muore sua suocera mentre il suocero, la madre, il padre e il figlio Marco, andati in stazione a prenderli, restano gravemente feriti.

Familiare di quattro feriti e di una vittima
Nell’esplosione ha perso la madre della moglie.

3. Anna Pizzirani
Età all’epoca dei fatti
È la giovane mamma di Elisabetta, di 11 anni, nata nel 1969
Attuale
È diventata nonna di Riccardo, figlio di Elisabetta, nato nel 1999.

Storia personale
È vice presidente dell’”Associazione tra i familiari delle vittime della strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980″ e porta la sua testimonianza al posto della figlia che non ha mai volto ricordare e partecipare al recupero della memoria di quell’evento traumatico troppo pesante per lei

Professione all’epoca della strage
Lavora per le Ferrovie dello Stato
Attuale
Pensionata

Cosa sta facendo al momento dell’esplosione della bomba
Si trova al compartimento delle Ferrovie dello Stato di via d’Azeglio, dove lavora, quando apprende della notizia dell’esplosione alla stazione dove il marito Alberto e la figlia Elisabetta sono andati per vidimare i biglietti per partire la sera stessa per andare in vacanza in Calabria. Familiare di un ferito
È la madre di Elisabetta ferita nella strage che ricoverata all’ospedale Rizzoli per cinque giorni, ha riportato ferite e tagli, di cui oggi porta ancora le cicatrici, su tutto il corpo.

4. Eliseo Pucher
Età all’epoca dei fatti
Trenta anni
Attuale
Settanta anni

Storia personale
Nato ad Ovaro in provincia di Udine, all’epoca della strage lavora come cuoco presso un albergo di Salsomaggiore Terme. Da molti anni racconta la sua terribile esperienza di ferito e di sopravvissuto alla strage agli studenti e agli incontri in memoria dell’evento. Oggi è tornato da tempo nel suo paese di origine dove lavora in un ristorante della zona.

Professione all’epoca della strage
È cuoco in un albergo a Salsomaggiore Terme.
Attuale
Cuoco

Cosa sta facendo al momento dell’esplosione della bomba
La mattina del 2 agosto 1980 si trova nella sala d’aspetto della Stazione Centrale di Bologna in attesa del treno per Salsomaggiore dove deve andare a lavorare. All’improvviso sente un sibilo, poi una botta in testa e si ritrova sepolto sotto un cumulo di macerie.

Ferito
Nell’esplosione ha riportato la frattura di entrambe le gambe e il ferimento in molti punti del corpo a causa delle schegge causate dallo scoppio della bomba.

5. Giuseppe Soldano
Età all’epoca dei fatti
Quattordici anni
Attuale
Cinquantaquattro anni

Storia personale
Nato nel 1966 a Brunico, al momento dello tragedia si trova con il padre alla Stazione Centrale di Bologna. Oggi vive a Roma, si è sposato ed è diventato rocciatore professionista e maestro elementare

Professione all’epoca della strage
Il 2 agosto 1980 è un ragazzino di 14 anni che torna dalle vacanze appena trascorse in Puglia
Attuale
Rocciatore professionista, maestro elementare

Cosa sta facendo al momento dell’esplosione della bomba.
Si trova alla Stazione Centrale di Bologna con il padre in attesa del treno per Meravo dove deve seguire un corso di canoa. Mentre aspetta il padre che si è allontanato dai bagagli per prendere dei panini, alle 10,25 lo investe un boato enorme. Sarà ritrovato dal padre sotto le macerie perché tra i detriti da dove sbuca lo skateboard che porta sempre con se.

Ferito
Sommerso dalle macerie, è stato uno dei primi feriti a essere trasportato all’ospedale Maggiore di Bologna dove si è risvegliato dopo due giorni con le braccia ingessate, alcune costole rotte, delle lesioni a un polmone, un trauma cranico e varie ustioni sparse per il corpo.

6. Roberto Castaldo
Età all’epoca dei fatti
Ventotto anni
Attuale
Sessantotto anni

Storia personale
Nato nel 1952 a Napoli, il 2 agosto del 1980 è un giovane ferroviere di Milano che si trova alla stazione di Bologna. Attualmente, sposato e con quattro figli, è in pensione e vive a Merate, nella frazione di Cassina con la sua famiglia. E’ stato vicepresidente dell’“Associazione tra i familiari delle vittime della strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980″.

Professione all’epoca della strage
Ferroviere
Attuale
Pensionato

Cosa sta facendo al momento dell’esplosione della bomba
Si trova sul binario 1 pronto a far partire il treno “Adrian Express”.

Ferito
È stato ferito dall’esplosione che gli ha causato il 45% di invalidità su tutto il corpo.

7. Vincenzo Stellino
Età all’epoca dei fatti
Trentuno anni
Attuale
Settantuno

Storia personale
Dal 1978 è stato dipendente dell’Azienda Ospedaliera di Bologna lavorando sempre presso l’ Ospedale Bellaria nella sala operatoria neurochirurgica.

Professione all’epoca della strage
Medico chirurgo
Attuale
Pensionato

Cosa sta facendo al momento dell’esplosione della bomba
Il 2 agosto del 1980 rientra a Bologna dalle ferie per tornare in servizio in ospedale e dare il suo aiuto ai colleghi.

Agide Melloni
Età all’epoca dei fatti
Trentuno anni
Attuale
Settantuno anni

Storia personale
Autista di autobus della linea urbana di Bologna, la mattina del 2 agosto 1980 sta arrivando al lavoro quando, dopo aver sentito un forte scoppio, apprende da un collega della tragica notizia. Attualmente è pensionato.

Professione all’epoca della strage
Autista autobus di linea urbana.
Attuale
Pensionato.

Cosa sta facendo al momento dell’esplosione della bomba
Si trova a Ponte Galliera quando apprende della notizia dello scoppio della bomba alla stazione dove accorre subito per dare aiuto mettendosi alla guida dell’autobus numero trentasette per trasportare le vittime agli obitori cittadini.




Bibliografia

2 agosto: le testimonianze di vittime e sopravvissuti

Anna Botta, La città ferita. Memoria e comunicazione pubblica della strage di Bologna, 2 Agosto 1980 Il Mulino ricerca, 2003

Marilù Oliva, 2 Agosto 1980, quel che resta di un giorno, Le prime cronache, i processi, il conflitto sulla memoria, da I neri e i rossi. Terrorismo, violenza e informazione negli anni Settanta, a cura di Mirco Dondi, Edizioni Controluce

Cinzia Venturoli, Stragi fra memoria e storia. Piazza Fontana, Piazza della Loggia, la stazione di Bologna:dal discorso pubblico all’elaborazione didattica, edizioni Sette Città, 2012

Cinzia Venturoli, Educare attraverso i luoghi:un percorso di educazione alla cittadinanza partendo dalla strage alla stazione di Bologna, in Educare nelle città. Percorsi didattici interdisciplinari, a cura di Chiara Panciroli, Franco Angeli editore

Antonella Beccaria, È come sangue e non va via- 2 agosto 1980: la strage, le vittime e la memoria

Bologna, 2 Agosto 1980-La strage dvd n. 10 della collana Storia della Prima Repubblica italiana-1979-1980, di Giovanni Minoli, Rai Educational

Il 68 e gli anni di piombo, dvd n. 5 della collana Storia della Prima Repubblica, di Paolo Mieli, Istituto Luce

Un solo errore. Bologna, 2 Agosto 1980, film di Matteo Pasi, Edizioni Cineteca di Bologna