Bibliomanie

“Conquistato Conquistatore”. I variegati rapporti tra Manzoni e il mondo anglosassone
di , numero 38, gennaio/aprile 2015, Note e Riflessioni

I variegati rapporti, in una direzione e nell’altra, fra Manzoni e il mondo anglosassone (riassunti in modo utile ed efficace nelle pagine dotte ed agili che seguono) mostrano la molteplicità dei suoi messaggi e delle sue corde – simile, per riprendere un suo geniale paragone, alla luce che «rapida piove di cosa in cosa», e, una in sé eppure molteplice, fa scaturire dalla superficie del mondo la varietà dei colori e la vastità delle forme.
Manzoni, in sintesi, se da un lato ricevette o poté ricevere dal mondo anglosassone, da Shakespeare come da Byron (antecedente decisivo, con la sua Ode to Napoleon, per il Cinque maggio), l’intensità della rappresentazione, il risalto delle passioni, l’incisività dei contorni, dei caratteri e delle tinte drammatici, l’asprezza affocata dei conflitti interiori, dall’altro indicò a tutti i suoi lettori la via per trascendere i vincoli dell’immediato e dell’immanente, per oltrepassare la grigia barriera della materia.
Questo slancio trascendente, variamente recepito e messo a frutto, si tradusse ora nello spiritualismo cattolico di Newman, ora nelle torbide atmosfere esoteriche del gothic novel, ora nel singolare idealismo dei trascendentalisti americani, pronti a scorgere e ad inseguire il battito e il bagliore dell’Idea alienata nella Natura, ora, come in Poe – forse memore delle pagine sulla peste di Milano in racconti come La Maschera della Morte Rossa e Re Peste – il senso acuto, lacerante e inevitabile del tragico, della cupa minaccia che si annidano e si celano nella natura e nella storia (senza, ovviamente, che potessero aver spazio, in Poe maestro di una modernità cupa ed inquieta, lo spiraglio di un lavacro purificatore, la luce, per quanto tremula e contrastata, di un approdo provvidenziale). (Matteo Veronesi)

Alessandro Manzoni non sapeva l’inglese. L’autore dei Promessi sposi leggeva quasi sempre in traduzione, italiana o francese che fosse. Traduzioni spesso ridotte, semplificate, ben diverse dall’originale: non facile quindi il confronto intertestuale, ulteriormente complicato dalla cronologia delle letture dell’autore. Ma è un dato di fatto che Manzoni fu influenzato e a sua volta influenzò in modo determinante la letteratura inglese e non solo.
Per tentare di fare luce sulla dinamica di questa relazione è utile ricorrere alle raccolte epistolari a nostra disposizione. In una lettera del 4 giugno 1822 (anno, tra l’altro, della pubblicazione dell’Adelchi), Manzoni informa Fauriel di aver ricevuto La Vie de Shakespeare di Guizot. Da lì sboccerà l’amore del lombardo per il drammaturgo inglese, di cui disse: «Mirabile Shakespeare! […] l’intelletto tuo ha potuto tanto trascorrere per le ambagi del cuore umano, che bellezze di questa sfera diventano comuni nelle tue opere». Una delle più celebri citazioni di Shakespeare compare nei Promessi sposi, dove si dice: «Tra il primo pensiero d’una impresa terribile e l’esecuzione di essa (ha detto un barbaro non privo d’ingegno) l’intervallo è un sogno, pieno di fantasmi e di paure». Nel Julius Caesar la frase suona così: «Between the acting of a dreadful thing, and the first motion, all the interim is like a phantasma or a hideous dream». Del resto, fu proprio il primo traduttore di Manzoni, C. Swan, a suggerire un legame tra padre Cristoforo e il Frate Lorenzo di Romeo and Juliet.
Ma è soprattutto nell’Adelchi che emerge il genio del “barbaro” Shakespeare. Se molte battute del Riccardo II e del Riccardo III permeano i versi della tragedia con i loro messaggi di scelleratezza e cruda bestialità, Adelchi stesso è “l’Amleto longobardo”. Come Hamlet, Adelchi impersona la vendetta che non può realizzarsi nella sua bestialità sanguinosa, lo spirito di revanche che entra in rotta di collisione con l’umanità e gli ideali del cuore. Scrive Lonardi che Adelchi è «sempre di più costretto ad amletizzarsi, sfuggendogli un banco di prova storico di possibilità di impiantare la sua azione su un conflitto reale». A queste conclusioni giunge anche Nicola Scarano, che confronta i due monologhi intorno al suicidio pronunciati prima da Amleto, poi da Adelchi. Il pensiero del suicidio nel longobardo è un lampo di sognante illusione, una promessa di annullamento delle pene come quel «to sleep, perchance to dream» cantato da Shakespeare.
L’influsso di W. Scott (Waverley, Ivanhoe) su Manzoni è noto; meno lo sono citazioni più o meno dirette che attestano che Manzoni si confrontò anche con Defoe, Richardson, Sterne, Fielding (Tom Jones), influenzando forse lo stesso realismo di Dickens. Interessante è la somiglianza tra Lucia Mondella e la Pamela di Richardson: entrambe lottano per preservare la propria virtuosa purezza virginale, entrambe si arrenderanno all’amore gentile. Lo stesso dispositivo epistolare su cui Manzoni riflette nei Promessi sposi è sintomo dell’influenza di Richardson e della Shamela di Henry Fielding.
Anche il celebre (molto in Inghilterra) Cinque Maggio fu probabilmente ispirato in modo diretto dall’Ode to Napoleon di Lord Byron: da «Ei fu» («Tis done»), a «spoglia immemore» («nameless thing»), a «ed arbitro s’assise in mezzo a lor» («The Arbiter of other’s fate»).
Sappiamo poi che Manzoni si confrontò anche con la storiografia anglosassone: la Storia dell’America di Robertson è richiamata nelle Osservazioni sulla morale cattolica; la History of the United States di Bancroft è invece una delle fonti del saggio sulla rivoluzione francese.
Ma il rapporto con il mondo anglosassone non fu unilaterale: come l’Inghilterra aveva invaso, per così dire, le sue opere, anche Manzoni invase l’Inghilterra. E non solo: tra tutti gli autori italiani dell’Ottocento, egli fu il più noto a livello internazionale.
Le opere manzoniane più conosciute nel mondo anglosassone sono I Promessi Sposi (The Betrothed) e Il Cinque Maggio, tradotti molte volte e spesso molto malamente, come denuncia E. A. Poe.
Non vi sono traduzioni inglesi integrali delle tragedie, anche se certi brani rappresentativi sono tradotti nelle recensioni. A diffondere la prosa e la poesia manzoniane furono in particolar modo gli esuli del Risorgimento che redigevano antologie con testi manzoniani.
Certo, non tutti si trovarono d’accordo rispetto alle abilità del poeta lombardo: Foscolo, esule in Inghilterra, espresse giudizio negativo sul Conte di Carmagnola; Mazzini da Londra criticò la «scuola manzoniana» come espressione di passiva rassegnazione.
Anche i letterati inglesi e americani diedero voce ad ambivalenti interpretazioni della poesia manzoniana. I Promessi Sposi furono fin da subito apprezzati nel mondo anglosassone per il loro messaggio morale e cristiano. Il primo traduttore dell’opera, un certo Charles Swan, confessa nella prefazione di non aver mai letto «a novel in which Religion looks so beautiful». Emerge che sostanzialmente la differenza confessionale non arrestò la fortuna di Manzoni. L’americano R. W. Emerson lesse I Promessi Sposi durante il viaggio in Italia del 1833, e ne ammirò tanto la forma quanto il contenuto di grande spessore morale. Si dichiara colpito in particolare dall’episodio in cui fra Cristoforo chiede perdono al fratello dell’uomo che ha ucciso: trascrive l’intero passo in due conferenze, Holiness (1838) e Natural Religion (1861), in cui fra Cristoforo diventa un santo “laico” e “moderno”, un campione d’umiltà dal significato universale.
A ricordarsi di fra Cristoforo fu anche Newman, che in una tormentata lettera vedrà nel personaggio manzoniano un ideale di sacerdote (Newman fu leader del movimento trattariano di Oxford, che proponeva la ripresa da parte della Chiesa anglicana della tradizione dell’originale Chiesa apostolica. Il romanzo manzoniano, come sottolinea Alice Crosta, fu molto apprezzato in quest’ambiente).
In ambito protestante anche l’eroico cardinal Federigo suscitò fascino e ammirazione (Macaulay, Margaret Fuller). Dionisotti associa la fortuna di Manzoni in Inghilterra al “revival cattolico” che segue l’Atto di emancipazione del 1829. Infatti il traduttore anonimo della Morale cattolica (1836) nella prefazione loda I promessi sposi, opera dichiarata perfino superiore ai romanzi di Scott.
Anche il genere gotico s’ispirò con creativa originalità a Manzoni, e in particolare ai Promessi sposi: ma qui la storia è leggenda, il vero è ignoto, la Provvidenza è magia e arcano.
Quando Edward Bulwer Lytton scrive della macabra “plague” fiorentina del 1348 in Rienzi. The last of the Roman Tributes (1835), lo fa prendendo spunto non solo dal Decameron di Boccaccio, ma anche da Manzoni, il «Genius of the Place» cui dedica la sua opera.
Altro caso interessantissimo è quello offerto da Innominato. The Wizard of the Mountain di William Gilbert (1867), una raccolta di undici racconti ambientati nella Lombardia del 1300. L’Innominato è un mago che abita in un castello sui monti di Lecco, attorno al quale ruotano le vicende di numerosi pittoreschi personaggi di sicura ispirazione manzoniana. Nella storia The Last Lords of Gardonal, per esempio, il barone Conrad, Teresa Biffi e il capo dei bravi Ludovico somigliano spaventosamente a don Rodrigo, Lucia e al Griso nella scena del rapimento. La vicenda avrà risvolti sempre più gotici, dove non mancherà un pizzico di vampirismo.
Alessandro Manzoni stimolò l’immaginazione del mondo romantico come di quello gotico. A riprova di ciò stanno i giudizi che di Manzoni diedero due grandi autori gotici, che si confesseranno influenzati dalla penna del milanese: l’inglese Mary Shelley e l’americano Edgar Allan Poe.
Scrive Poe: «It might be too much to say that this novel is, in every sense of the word, original. The writer is obviously familiar with English literature, and seems to have taken at least one hint from Sir Walter Scott». E ancora: «To drag [the good men] from beneath the ruins, and permit the world to dwell for a moment on the contemplation of their virtues is a pious and praiseworthy task».
Dichiarandosi oltremodo colpito in particolare dalla narrazione della peste che attanaglia Milano, Poe conclude (non prima di aver espresso il suo rammarico per la deludente traduzione): «This work comes to us as the harbinger of glad tidings to the reading world».
Dall’altra parte dell’Oceano, Mary Shelley consigliò la lettura de I promessi sposi all’amica Jane Williams con queste parole: «Above all, dear, get the Promessi Sposi – at first you may lag a little, but as you get on the truth and perfect Italianism of the manners and description – the beautiful language, which differs from all other italian prose – being really the Tuscan of the day that he writes, and not a bad imitation of the trecentisti – the passion and even sublimity of parts rendered it to me a most delightful book – I can imagine a person who had not been to Italy not liking it, but to us it must be delightful».
La Shelley si mise persino in contatto con l’editore Murray per una traduzione del romanzo, ma il progetto sfumò, con gran rammarico dell’autrice. Mary Shelley ci parla della grandezza dei Promessi sposi con queste parole entusiastiche: «It yields to no romance of any country in graphic descriptions – in eloquence – in touching incidents and forcible reflection. It is, however, so entirely Italian in all its parts, that it can only be truly relished in its native guise. […] and thus, to a certain degree, its reputation must be local. […] Its personages are not shadows and vague generalities, but men and women stamped with individuality. […] We have seen and recognise Don Abbondio, and his servant Perpetua; their modes of thinking and phraseology are all familiar to us, though graced in the work with the ideality which marks the perfection of art. The spirit and reality of such portions as may pass for episodes, the stories of Gertrude and Cristofero [sic], are unsurpassed in any work, in any language, for interest, truth, and beauty. The conversion of the Innominato – the riot at Milan – the progress, prevalence, and cessation of the plague, are passages of high-wrought eloquence that carry the reader along with them. They show not only the deepest knowledge of the human heart, but a vivid graphic talent, surpassing that of any modern tale-writer».
L’autrice di Frankenstein non manca di accusare nel romanzo una trama debole, un’ironia poco “witty” e una certa prolissità, ma questo non le impedisce di citare come uno dei massimi autori italiani contemporanei proprio Alessandro Manzoni.