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Intervista a Benedetta Tobagi su Walter Tobagi
di , , numero 49, giugno 2020, Note e Riflessioni

Intervista a Benedetta Tobagi su Walter Tobagi

D. Tuo padre comincia a scrivere su “La Zanzara”, il giornale studentesco del liceo Parini. Che adolescente era Walter Tobagi e come descriveva i suoi coetanei?

R. Quando è adolescente, oltre a scrivere su “La Zanzara”, mio padre comincia a collaborare anche con “MilanInter”, settimanale sportivo dedicato alle due squadre milanesi. Quindi non manifesta solo un interesse precoce per l’attività giornalistica: mi sembra giusto ricordare che era anche un normale adolescente maschio italiano appassionato di calcio! Realizza, giovanissimo, una delle prime interviste a un altrettanto giovane Giovanni Trapattoni, entrambi agli albori della carriera, una circostanza che il “Trap” ha ricordato pubblicamente con grande affetto. Al liceo Parini manifesta subito un grande interesse per la storia e la politica, assumendo un atteggiamento talvolta severo verso i propri coetanei; con gli studenti-colleghi che come lui invece sono interessati sia alla storia che ai grandi temi di dibattito pubblico, in occasione dei vent’anni anni della Liberazione nel 1965 mette in piedi una inchiesta su cosa sanno i ragazzi della Resistenza – con esiti purtroppo sconfortanti. In un articolo che col senno di poi appare profetico, “impegno cristiano, senza rivoluzioni” mio padre prende posizione contro i giovani che si riempiono la bocca di atteggiamenti massimalisti, mentre lui si sente profondamente riformista già da ragazzo, forte dell’educazione familiare che gli veniva soprattutto da suo papà, mio nonno Ulderico Tobagi. Questi, persona molto umile, aveva lavorato come calzolaio, poi come ferroviere ed era un fervente socialista che gli aveva trasmesso non solo la passione politica ma proprio anche questa etica che mio padre definisce, nell’introduzione del suo ultimo saggio, pubblicato postumo, sul sindacato negli anni Settanta, quella “dell’umile passo dopo passo”, un riformismo che matura innanzitutto tra le pareti di casa. Ma l’atteggiamento riformista, a partire dalla seconda metà degli anni Sessanta, è una posizione oggetto di critiche molto forti da parte di altri settori della sinistra.

D. Molto pasoliniano come anche Pasolini aveva criticato i figli della borghesia buona…

R. Un paragone molto lusinghiero, ma sono due figure così radicalmente diverse! Pasolini è un intellettuale che interviene sul “Corriere” con il taglio del polemista, “vi odio cari studenti”, il concetto che esprime nella sua poesia Il Pci ai giovani pubblicata il 16 giugno 1968 in occasione degli scontri di Valle Giulia di qualche giorno prima, sferzando queste staffilate ai figli della borghesia. La tonalità di mio padre è invece quella di chi ha proprio la vocazione del cronista, del giornalista, quindi dell’analista, non dell’intellettuale polemista. La loro diversità è anche marcata dal fatto che Pasolini mostra un’attenzione costante per le realtà sottoproletarie e marginali. Mio padre è uno studioso appassionato dei movimenti politici e delle vicende sindacali, e s’impegna in prima persona nel sindacato dei giornalisti.

D. Rileggendo i suoi scritti emerge il profilo di una persona con una grande passione civile che declina con l’impegno antifascista e un socialismo non ideologico che si può definire umanitario. Ce ne circostanzi il profilo?

R. Il tratto antifascista è un tema molto presente nei suoi interessi che si vede dai primi articoli apparsi su “La Zanzara”. Per esempio nel ventennale della Resistenza mio padre intervista Giorgio Bocca, grande firma ed ex partigiano con cui poi dialogherà di nuovo per un libro che esce nel 1979, Vita di giornalista. Intellettualmente si forma alla Statale di Milano, sceglie di studiare Storia alla facoltà di Lettere e Filosofia e si laurea con il professor Brunello Vigezzi. La sua tesi in particolare rappresenta un passaggio fondamentale, rivelatore nella sua formazione perché è una tesi di contemporaneistica, ma su temi recenti, sulla ricostituzione dei sindacati in Italia nel secondo dopoguerra, dal 1945 al ‘55. Insieme all’adesione ideale alla famiglia del socialismo riformista, la passione per il sindacato e la sua storia è una costante nella sua vita, rimane un dato fondamentale perché anche se mio padre è stato un inviato speciale, una “firma”, si impegna in prima persona, fino a diventare presidente dell’”Associazione Lombarda dei giornalisti”. Per completare il suo profilo etico e ideologico, è importante anche ricordare che era un cattolico praticante, anche se non ha assunto un atteggiamento “confessionale”, la fede religiosa non è qualcosa di esplicito nei suoi scritti, ma un sentire che lo compenetra profondamente, che davvero fa parte della sua identità.
Affrontava il lavoro di giornalista con un profondo afflato etico. Pur mostrando sempre grande equilibrio, sentiva profondamente i drammi e le domande del proprio tempo. Questo aspetto è molto evidente, specialmente nella seconda metà degli anni Settanta, nel modo in cui, seguendo il fenomeno dell’escalation violenta del terrorismo di sinistra, si interroga sulle ragioni, sulle “tante biografie personali” nelle quali, come scrive in un articolo, “si mescolano fattori psicologici e rabbie individuali o di piccoli gruppi”, che “finiscono per determinare anche comportamenti politici drammatici”, quell’impasto che aveva portato, e continuava a portare, così tanti ragazzi a fare la scelta di quella che definiscono “lotta armata”.

D. Quali erano i suoi modelli di giornalismo?

R. Come riferimento ideale mio padre ha Mario Borsa per il quale ha una grande passione e al quale nel 1976 dedica un saggio dal titolo Mario Borsa giornalista liberale, il Corriere della Sera e la svolta del 1946. Anche quando diventa presidente della Associazione Lombarda dei giornalisti, a un congresso sindacale nell’ottobre 1978, fa riferimento a lui con queste parole: “non vorrei fare un richiamo retorico al passato ma se c’è il nome di un collega il quale penso idealmente in questo momento per l’esperienza che ha vissuto, per l’impegno che ha profuso in certi momenti anche nel sindacato giornalistico, questo giornalista è Mario Borsa e vorrei ricordarlo in questo momento”. E richiamava le parole che Mario Borsa scriveva sul Corriere della Sera alla vigilia del referendum Monarchia-Repubblica, adattandole alle sfide del sindacato: “paura di che? del famoso salto nel buio? basterebbe avere un po’ di fede in noi stessi, nelle cose e nel paese per vedere la strada da percorrere e come percorrerla. Ecco, basta avere fiducia nei colleghi, nella loro disponibilità all’impegno e nella loro voglia di partecipazione”.
Tra i giornalisti suoi contemporanei, che spesso sono anche conoscenti o amici, apprezza molto Giampaolo Pansa con il quale condivide anche la normalità di portare i rispettivi bambini ai giardinetti a giocare. Pansa è effettivamente uno dei maestri del giornalismo dell’epoca, che è insieme d’inchiesta, e di racconto e di approfondimento, e scriverà anche delle pagine molto importanti sul tema terrorismo. E poi amava Gianni Brera: mi viene in mente una sua annotazione in una lettera di quando è ragazzo in cui ricorda i suoi “occhi da civetta, occhi buoni”, tra i giornalisti sportivi, aveva una predilezione per lui.

D. Poco più che ventenne, si occupa della violenza e del terrorismo (le stragi nere, Feltrinelli, Sindona) che attraversano l’Italia. Sembra una persona molto più matura della sua età

R. Walter Tobagi è un ragazzo lavoratore che viene da una famiglia umile. Si mantiene all’università da praticante giornalista: insomma, ha quella maturità caratteristica di tutte le persone che devono cominciare molto presto a essere responsabili di se stesse e contribuire al bilancio familiare. Poi credo fosse questione di temperamento. Guardando le foto d’archivio si nota una netta cesura estetica dopo il 1968, le ragazze e i ragazzi all’università cambiano look in massa, con capelli lunghi o sparati in aria, maglioni, poncho, eskimo e altro. Mio padre invece resta sempre il bravo ragazzo degli anni Sessanta, con la scriminatura, il completo grigio, la cravatta, la camicia, inappuntabile, anche dopo il 1968. C’è poi una fotografia molto divertente che ho messo nel mio libro Come mi batte forte il tuo cuore in cui lui è con Massimo Fini, un collega a cui è stato legato da un lungo rapporto di amicizia, entrambi socialisti, con le stesse posizioni sindacali, in cui appaiono tutti e due un po’ perplessi mentre ascoltano una conferenza evidentemente noiosa, e c’è Fini con questi capelli tutti i ricci per aria e maglione di lana grossa, mentre mio padre, perfetto, è in abito scuro e cravatta. È un dettaglio che racconta di quanto lui sia non conformista, non senta il bisogno di “travestirsi” o di adeguarsi alle mode, attraversando con il suo look tradizionale e i modi da bravo ragazzo degli anni Sessanta anche tutto il decennio degli anni Settanta.
Il racconto di quegli anni è stato a lungo appannaggio delle rappresentazioni che ne hanno offerto le persone che hanno militato nell’ultra sinistra. Ma in realtà le storie più simili a quella di mio padre sono moltissime, tanti giovani sono studenti lavoratori come lui, a guardarli ora, rispetto a quelli che sono i ritmi di maturazione oggi, sembrano precocissimi. Mio padre infatti si sposa nel 1971 quando ancora si deve laureare, si laurea l’anno dopo, mentre già lavora, ovviamente, ha presto figli, come moltissimi altri. Adesso anche la narrativa comincia a ad allargare lo sguardo, raccontando gli anni Sessanta e Settanta dalla prospettiva di ragazzi come sono stati loro, penso per esempio ai romanzi di Giorgio Fontana.
Tra i primi lavori di mio padre c’è la Storia del Movimento Studentesco e dei marxisti-leninisti in Italia che viene pubblicata da Sugar alla fine del 1970 e rappresenta qualcosa di unico nel suo genere, perché in quel libro racconta gli anni della contestazione da studente universitario che osserva e studia i fenomeni, con un atteggiamento maturo soggettivamente e psicologicamente. Invece di stare sulle barricate cerca di analizzare e comprendere i fenomeni che si stanno manifestando, i gruppi che li animano, con la “contaminazione” tra il metodo dello studioso e quello giornalistico che resterà la sua cifra. Racconta in tempo quasi reale, in leggerissima differita, il Movimento Studentesco, i “cinesi”, i principali gruppuscoli della Sinistra extraparlamentare, le posizioni dei vari gruppi, con l’ampiezza di sguardo di un ragazzo che conosce i testi dei “mostri sacri” del pensiero della Sinistra. La stessa cosa accade in un altro suo lavoro che esce nel 1973, Gli anni del manganello in cui ricostruisce con taglio divulgativo gli anni tra il 1922 e il 1926, lo scorcio dalla Marcia su Roma fino alle Leggi fascistissime, in particolare l’uso delle squadracce e della violenza da parte del fascismo, in un momento in cui, dopo la prima grande strage, dopo la denuncia del tentato golpe Borghese, la preoccupazione nei confronti della minaccia rappresentata dai neofascisti e dalla destra eversiva è altissima. Allora volge lo sguardo all’analisi critica del passato; proprio come fanno molti studiosi e giornalisti oggi, a fronte della crescita allarmante delle destre negli ultimi anni.

D. Quando, a soli 29 anni, arriva al “Corriere della Sera” è un giornalista già formato e gli assegnano articoli importanti. I suoi articoli su Lotta Continua, Potere Operaio o sul pestaggio di un fascista al liceo Parini vanno oltre il taglio cronachistico

R. Mio padre arriva al “Corriere della Sera” nel 1976, a ventinove anni, dopo aver fatto la gavetta dal 1968 al 1969 all’”Avanti”, dal 1969 al 1972 all’”Avvenire”, in quel momento un quotidiano molto vivace e che lo valorizza molto, per poi passare al “Corriere d’informazione” dove resta “parcheggiato” a lungo, un’esperienza frustrante per lui – era la serie B rispetto alla serie A del “Corriere della Sera” – quasi come rifare una gavetta e ricominciare da capo. Ma riesce a farsi notare: nel 1975 vince il Premiolino con un’inchiesta sul potere in Lombardia alla vigilia delle elezioni.
Quando arriva al “Corriere della Sera”, conquista spesso la firma in prima pagina grazie ad articoli e inchieste di approfondimento frutto di molto studio e lavoro sul campo. Quando affronta il tema del terrorismo gli tornano utili l’approccio e il metodo che aveva già messo a punto ai tempi dell’università, col saggio sulla storia del Movimento Studentesco. Questo conferisce una profondità speciale ai suoi articoli, insieme al modo, autentico e sentito, in cui si interroga sul perché tanti giovani scelgono il terrorismo (penso all’articolo “Perché gli ex di potere operaio uccidono?”). Nel fuoco degli avvenimenti, mantiene sempre uno sguardo analitico, capace di valorizzare la complessità.
Allora, e in parte ancora oggi, il dibattito pubblico italiano spesso si chiude in maniera asfittica in schematismi e in polemiche a sfondo ideologico, come l’appiattimento del Sessantotto sul terrorismo. Walter Tobagi no, coglie la complessità in presa diretta. Ha una profonda conoscenza del proprio tempo, perché legge i periodici e studia i testi dell’ultrasinistra, frequenta la libreria Calusca di Primo Moroni per parlare con chi è immerso in quella realtà, per cercare di capire, per esempio, cosa sia il “magma” dell’Autonomia operaia organizzata, così riesce a evitare le semplificazioni in cui poi tanto dibattito pubblico italiano si è trovato ingolfato. Negli ultimi quindici anni sono usciti molti studi sulla violenza politica e il terrorismo di sinistra, penso per esempio ai lavori di Guido Panvini, o di Miguel Gotor, che vanno proprio ad approfondire quello che è successo tra il 1969 e il 1972, le ambiguità di gruppi come Potere Operaio e Lotta Continua, le ragioni del passaggio di tanti ex appartenenti a quelle associazioni alla lotta armata. Gli articoli di mio padre sembrano dialogare con questi studi recenti che hanno riportato l’attenzione su molti nodi scomodi.

D. Pensi che ci siano stati articoli, che più di altri, abbiano contribuito a metterlo nel mirino dei terroristi?

R. Sì, e possiamo rendercene conto rileggendo il volantino di rivendicazione del suo omicidio. I terroristi lo hanno “attenzionato” e lo ritengono un nemico perché lo giudicano “il caposcuola di una tendenza intelligente” del giornalismo. In quel volantino si fa riferimento a inchieste complesse, quasi sociologiche, come per esempio quella sul Ticinese, un quartiere popolare di Milano. Il suo lavoro viene percepito come una minaccia proprio perché non semplifica, non demonizza ma va proprio a individuare i nessi e i retroterra, con un lavoro di inchiesta politica, sociale e culturale., non di investigativa. Mio padre inoltre entra nel mirino dei terroristi per il fatto di avere scritto sulla strage nel covo brigatista di via Fracchia a Genova, il 28 marzo del 1980: il gruppo di fuoco che lo assassina, infatti, sceglie di battezzarsi proprio “Brigata XXVIII Marzo”. Eppure, se rileggiamo il pezzo che aveva scritto allora, percepiamo prima di tutto un fortissimo senso della tragedia in atto, la constatazione che davanti all’incursione nel covo in cui sono morti quattro terroristi, dalle testimonianze raccolte per strada, si percepisce l’esasperazione delle persone che non ne possono più, a cui non interessa se i terroristi vengono ammazzati, anziché arrestati, e in questo vede uno di quelli che lui chiama “frutti avvelenati” del terrorismo nella società. I terroristi lo bollano come “agente della controguerriglia psicologica”, mentre mio padre, anche in quel frangente, scrive un pezzo complesso di riflessione e addirittura dolente per il fatto che si sia arrivati ​​a quel livello di brutalità. C’è poi nell’articolo un passaggio in cui mio padre accenna all’“ora degli agguati e dei tradimenti”, cioè, nella misura in cui può farlo senza avere informazioni precise e dalle pagine del quotidiano più istituzionale del paese (il “Corriere della Sera” è il primo quotidiano nazionale, storicamente filogovernativo, un “faro” per l’opinione pubblica, con un peso specifico enorme nel condizionare il dibattito pubblico), solleva interrogativi sulle modalità con cui si è svolto l’attacco al covo. E per anni ci si è interrogati sulle modalità di pianificazione di quell’azione del nucleo speciale dei Carabinieri nel covo di via Fracchia, se ci fosse la precisa volontà di fare un’esecuzione. Nell’immaginario collettivo, però, il pezzo che lo condanna a morte è uno degli ultimi che firma sul “Corriere della Sera”, dal titolo Non sono samurai invincibili (riferito, ovviamente, ai terrorismi di sinistra) per la metafora, ripresa nel titolo, che è rimasta celebre dopo la sua morte.

D. Spesso si ignora il condizionamento sulla vita dei singoli, di uomini che diventano un obiettivo dei terroristi. I loro ultimi mesi di vita sono contrassegnati da una sensazione di incombente pericolo. Per quanto questo aspetto resti un fatto intimo, è già un elemento che, in modo drammatico, mette alla prova la vita e la resistenza di una persona. Ci puoi offrire una testimonianza su questo aspetto?

R. Non posso offrire testimonianze perché non ho ricordi. Ma ho avuto il raro privilegio, che ad altri non è stato dato, di poter conoscere mio padre attraverso i suoi scritti, non solo pubblici ma anche personali. Come molte persone che scrivono, come molti giornalisti, papà scriveva continuamente, ha lasciato la sua viva voce in molti quaderni, tra cui quello a cui affida le annotazioni che riguardano gli ultimi mesi della sua vita. Nel mio libro Come mi batte forte il tuo cuore ho riportato alcuni passi di quel quaderno che mi hanno molto commosso, mi hanno molto toccato, uno in particolare in cui descrive “che cos’è la paura” di chi viene minacciato, e si trova a guardarsi alle spalle, a sobbalzare tutte le volte che, in macchina, “una moto ti si affianca”. Sono appunti dell’inizio del febbraio del 1979, appena dopo l’assassinio di Emilio Alessandrini, avvenuto a Milano il 29 gennaio precedente, su scrive un grande pezzo di giornalismo che al tempo stesso è pieno di un sentire molto profondo, senza indulgere in dettagli patetici o sentimentali: un equilibrio difficile da trovare. Pochi giorni dopo, mio padre viene contattato dal procuratore di Milano Gresti, che gli comunica che è stato trovato anche il suo nome in un covo; e mio padre nei sui appunti annota, lo affida al proprio diario, lo dice solo a se stesso, che gli sembra di essere la figura più simile ad Alessandrini tra i giornalisti. Per usare le parole che lui stesso utilizzava per Emilio Alessandrini, nemmeno lui appartiene alla schiera dei “falchi chiacchieroni” né delle “colombe arrendevoli”. Ed era vero. È uno strazio leggere queste pagine, perché si percepisce la sofferenza di una persona che ha paura, e insieme è consapevole del proprio valore, del valore e del significato del proprio lavoro, senza essere assolutamente un narciso. Ho riflettuto molto su cosa possano essere stati per lui quei mesi, come mai abbia scelto di continuare a scrivere. Mi sono state d’aiuto, per capire, le testimonianze dei colleghi e degli amici che gli erano vicini, penso soprattutto a Giorgio Santerini, una delle persone a cui è stato più legato, per aver condiviso tutta l’avventura sindacale e che purtroppo è mancato qualche tempo fa, ma anche altri colleghi del sindacato, come il giornalista della Rai Marco Volpati, amici che avevano cercato in tutti i modi di farlo smettere di scrivere di terrorismo.
C’è anche lo zampino di Santerini nel fatto che mio padre faccia un viaggio negli Stati Uniti nel 1979, nell’ambito dei programmi culturali statunitensi dell’epoca, viaggi di studio con cui il governo vuole coltivare i rapporti con gli intellettuali non comunisti, Dopo le minacce, Santerini si impegna per farlo partire, per toglierlo dalla circolazione per un po’ e distogliere da lui l’attenzione dei terroristi. A questo proposito, gli amici ricordano che mio padre che, pur credente e praticante, solitamente era molto riservato rispetto a queste cose, si rimetteva semplicemente alla Provvidenza, cosa che li sconcertava, e devo dire che ha sconcertato anche me per molto tempo. Poi con il passare degli anni e l’accumularsi dell’esperienza forse ho cominciato anche io a capirlo un po’ di più. Non era spericolato, né incosciente, ma aveva la capacità di fare quello che sentiva giusto fare, affidandosi poi nelle mani di qualcosa di più grande, a Dio. Mi fa venire in mente una formula di Ignazio da Loyola, il fondatore dei gesuiti: «Agisci come se tutto dipendesse da te, sapendo poi che in realtà tutto dipende da Dio». Penso che questo genere di fede gli abbia dato una grande tranquillità di fondo; anche quando scrive delle minacce, delle paure, si sente che è sempre riuscito a mantenere una tranquillità di fondo, anche se poi a un certo punto chiede al “Corriere della Sera” di essere allontanato dalle inchieste del terrorismo, cosa che avverrà poco più di un mese prima del suo assassinio.
Vorrei concludere dicendo che bisogna stare attenti a non farsi annebbiare la vista dal senno di poi. Studiando la vicenda di mio padre, ma anche di magistrati come Alessandrini e Galli, nel contesto della stagione del “terrorismo diffuso” è possibile rendersi conto quante numerose fossero, all’epoca, le persone effettivamente o potenzialmente minacciate, il numero di nomi, gli elenchi trovati. Non si trattava di pochi “predestinati”, isolati. Se perdiamo di vista le dimensioni del fenomeno, rischiamo di sovradimensionare il tema delle omissioni da parte delle forze di sicurezza nel fornire, per esempio, agenti di scorta. È stato un momento in cui i numeri erano impressionanti, il numero dei potenziali obiettivi era enorme, e se si incrocia quel dato con i numeri, e le carenze, delle forze dell’ordine, appare chiaro che non c’erano abbastanza agenti per poter dare una scorta a tutti i soggetti a rischio: già si stentava ad avere il personale per svolgere le mansioni di ordine pubblico e investigativo! Per non dire delle forze destinate a garantire l’ordinato svolgimento dei primi grandi processi di terrorismo, la sicurezza delle carceri… Quanto alle minacce, insomma, credo sia necessario il punto di vista soggettivo, il vissuto di chi è stato minacciato, e di chi era accanto a lui, ma anche metterlo in prospettiva, nel quadro generale. I numeri aiutano a capire quanto sia stato difficile per l’Italia gestire l’escalation del terrorismo rosso.

D. Nel libro nel quale ricordi tuo padre Walter Tobagi, Come mi batte forte il tuo cuore, racconti che i familiari delle vittime finiscono per essere al centro di un’attenzione non voluta. Quale è il condizionamento di questa indesiderata notorietà?

R. C’è una distorsione indotta dai media che è tremenda: nel dibattito pubblico, in maniera un po’ brutale ma efficace, si parla delle vittime di serie A e delle vittime di serie B. Le vittime del solo terrorismo di sinistra sono moltissime, eguagliano quasi il numero delle vittime delle stragi, intorno ai centocinquanta, un numero impressionante, ma nell’immaginario collettivo sono rimasti soltanto pochi nomi, i più noti, le figure che i terroristi hanno scelto cercando anche di avere il massimo dell’eco mediatica. Se è vero che tra le vittime del terrorismo di sinistra ci sono stati alcuni “cadaveri eccellenti”, è vero anche che c’è stata una massa di vittime che invece sono state relegate quasi subito ai trafiletti delle pagine interne di cronaca per poi essere dimenticate negli anni seguenti, come le decine di uomini in divisa: poliziotti, guardie carcerarie, carabinieri. Molte persone hanno sofferto la totale dimenticanza, il totale oblio e l’assenza di aiuti anche in situazioni disperate: è straziante leggere certi racconti delle vedove dei poliziotti che non sapevano cosa mettere in tavola alla fine del mese. Dall’altra parte invece ci sono i delitti eccellenti, persone che sono state anche selezionate per la loro grande rappresentatività e visibilità; se ci limitiamo al 1980, i terroristi colpiscono in sequenza, Vittorio Bachelet, Guido Galli, Walter Tobagi, delitti che sono oggetto di un’attenzione spasmodica.
Alcuni degli appartenenti alla Brigata XVIII Marzo l’hanno spiegato, al processo. Colpire Walter Tobagi obbediva alla logica di produrre un effetto intimidatorio su tutta la categoria, visto che era il presidente dell’Associazione Lombarda dei Giornalisti, la sezione più numerosa a livello nazionale, ma aveva anche una sicura ricaduta mediatica. Mio padre era inviato speciale del “Corriere della Sera”, una firma giovane ma già molto nota: la sua morte ha avuto anche un impatto emotivo molto forte, che continuo a sentire ancora oggi nel ricordo delle persone di una certa età, perché era giovane, era una persona che anche attraverso la sua scrittura si era fatto conoscere come un professionista serio, di grande intelligenza e insieme umanità. Mia madre, io e mio fratello siamo entrati nel cuore delle persone tanto che c’è stata una colletta indetta da Indro Montanelli per aiutarci, perché la nostra famiglia potesse stare tranquilla. Così ci si ritrova su una specie di terribile palcoscenico, da subito, mentre intorno ci sono altri drammi che vengono subito “oscurati”, dimenticati, lasciando uno strascico di difficoltà materiali e sofferenze inascoltate.
L’omicidio Tobagi poi è diventato “il caso Tobagi”, il processo è stato uno dei primi maxi processi, uno dei primi casi eclatanti di applicazione della legge sui collaboratori di giustizia. È stato un caso giudiziario che ha fatto spendere fiumi di inchiostro, ha suscitato polemiche infinite con “strascichi” che continuano ancora oggi, per cui l’effetto di amplificazione si è protratto negli anni. Per questo, nel libro, ho costruito il racconto su più livelli, la ricostruzione della vita, del lavoro di mio padre e del suo omicidio basata sui documenti, a cui s’intreccia il mio vissuto che però è parte di una storia più grande, è come una cassa di risonanza per riflettere su quelle che sono state le dinamiche, le distorsioni a livello di rappresentazioni, di vita individuale e collettiva. Trovarsi nell’occhio del ciclone travolge e stravolge l’esistenza per anni, non hai una vita normale, sei sempre un oggetto di attenzione, di curiosità, di pietà, di proiezioni per la figura del genitore-martire. È qualcosa che ti costringe a vivere precocemente una situazione molto straniante di sdoppiamento, perché in parte la tua vita privata, la tua sofferenza più intima, è pubblica.
Ciò che mi ha aiutato più di tutto a sanare questo divario è stato riprendere in mano tutto e raccontare la storia di mio padre nei suoi aspetti pubblici e privati, per riappropriarmene e tematizzare anche questi aspetti. È un salto che veramente aiuta a cambiare prospettiva, se riesci a vedere la tua storia nel fiume grande della Storia: raccontarla significa trasformarla in qualcosa che ha un significato, che può servire ad altri a comprendere ciò che è accaduto. Vedere la propria storia privata come un tassello in una grande storia collettiva è profondamente liberatorio.

D. Se il perdono per chi è colpito da un lutto resta inevitabilmente nella sfera della coscienza personale, una società può perdonare? Non pensi che gli ex terroristi debbano vivere una vita di silenzio anziché occupare la scena pubblica?

R. Da una parte c’è il discorso se una società possa o debba perdonare, dall’altra il tema, differente, della presenza degli ex terroristi nella scena pubblica. Rispetto alla prima questione, credo proprio che il termine “perdono”, traslato sul piano della politica e della giustizia, non sia appropriato. La parola “perdono” designa qualcosa che attiene alla sfera psicologica individuale e in particolare è un termine che in un paese come l’Italia inevitabilmente è pregno di risonanze religiose, per il peso che la cultura cattolica ha nella società italiana. Siamo un Paese secolarizzato, ma trenta o quaranta anni fa lo eravamo molto meno, e poi ci sono delle sopravvivenze di lungo periodo, come dei “riflessi condizionati”, è l’area semantica della parola che è impregnata di cattolicesimo. Per cui l’uso della parola perdono è inappropriato. Ho avuto anche un confronto su questo tema con Gherardo Colombo, persona che stimo moltissimo, perché lui ha intitolato un libro Il perdono responsabile che è in realtà un libro che parla di applicazione della Costituzione rispetto al modo in cui è intesa la pena nelle carceri, che parla di giustizia ripartiva e di riconciliazione. Perché non continuare a parlare di recupero, reinserimento, riparazione, riconciliazione, al limite, lasciando da parte la parola “perdono”? Peraltro, non si ricorda mai che l’Italia negli anni Ottanta si è impegnata in un percorso di recupero complessivo di quella fascia di giovani che erano stati coinvolti nelle inchieste per terrorismo. Lo ha raccontato molto bene Monica Galfrè nel saggio La guerra è finita, un cammino che è culminato nella legge Gozzini e nella legge sulla dissociazione. Molte realtà dell’associazionismo cattolico e del volontariato si sono impegnate per dare una seconda possibilità a giovani ex terroristi nelle cooperative, nel sociale, offrendo percorsi di recupero e di reinserimento, tentativi di trovare delle strade di riparazione.
Parlare di perdono credo invece ci riporti a mettere in primo piano il tema della riconciliazione personale tra vittima e carnefice, un argomento che a mio parere è stato eccessivamente enfatizzato in vari momenti, ed è tornato in auge anche in anni recenti. Credo che in realtà questa enfasi sulla dimensione privata abbia spesso distratto l’attenzione da temi più importanti. Il tema della riconciliazione tra vittima e carnefice ha il potere di conquistare l’attenzione del pubblico e dei media, un incontro pubblico in cui si raccontano e si mostrano esperienze di riconciliazione, per esempio tra una vittima e un autore di reato, provoca una grande emozione, però bisogna fare molta attenzione si tratta di percorsi squisitamente personali; non è qualcosa che ha il potere di risanare le ferite di una società. Il terrorismo ha avuto degli impatti sulla società nel suo complesso, ha avvelenato la vita civile, ha introdotto distorsioni pesanti nel dibattito pubblico, ha comportato una compressione delle libertà civili per tutti, per la necessità di fronteggiare l’emergenza. Ad oggi non vi è ancora piena chiarezza sulle dinamiche di alcuni delitti eccellenti, oppure sulle “aree di contiguità”, cioè sugli appoggi e le connivenze di cui hanno potuto giovarsi i terroristi, la storia dell’antiterrorismo è ancora in larghissima parte da scrivere. Credo che siano molti gli aspetti da approfondire e su cui fare chiarezza. E tutto questo non ha nulla a che vedere con l’esperienza della riconciliazione individuale. Poi ci sono altri profili delicati da considerare, per esempio quello dell’esperienza psicologica, individuale, esistenziale, delle vittime. L’enfasi posta in molti momenti sul tema del perdono ha creato una pressione indebita su chi è stato vittima di reato. È uscito di recente un libro molto bello Il cardinale Martini e gli anni di piombo di Silvia Meroni, in cui la studiosa ha raccolto le testimonianze molto interessanti di alcune vedove del terrorismo, in particolare la vedova del giudice Galli che racconta come – cattolica praticante – abbia sofferto e si sia sentita in difetto, quasi in colpa, perché non riuscivaa perdonare gli assassini. Meroni sottolinea il paradosso, la perversità di una retorica del perdono che finisce per infliggere sofferenze ulteriori a chi è già stato colpito in modo feroce. Bellissimo il racconto di come Bianca Berizzi, vedova del giudice Galli, abbia incontrato il cardinale Carlo Maria Martini per confrontarsi su questo tema, e lui le abbia detto di stare tranquilla, di non sentirsi obbligata a perdonare, perché in realtà già il modo in cui stava vivendo e affrontando il lutto, come cresceva i figli senza sentimenti di vendetta, tutto questo fosse già una testimonianza e un modo di rispondere al male in armonia con la fede cristiana. Il perdono non deve essere qualcosa di obbligato, o di scontato. Sono convinta che debba esistere anche il “diritto di non perdonare”. Esiste una gamma di reazioni al male che sono vitali e feconde, che non sono affatto di congelamento nel rancore o nel desiderio di vendetta, non paralizzano una persona nel lutto e nel risentimento. Al tempo stesso non prevedono in alcun modo di coltivare o cercare dei rapporti con gli autori di reato che fondamentalmente sono persone entrate nella tua vita solo perché ti hanno ammazzato qualcuno, quando non avrebbero dovuto mai farne parte. Esistono molti modi di “spezzare la catena del male” e di superare il risentimento, senza bisogno di incontri o riconciliazioni spettacolari, entro forme di rispettosa separatezza. Il libro di Silvia Meroni, in questo senso, è una salutare provocazione ad ampi settori del mondo cattolico, per il modo in cui ha il coraggio di problematizzare l’idea del perdono. Da quando è uscito Il libro dell’incontro del Saggiatore e si è parlato dell’esperienza di un gruppo di vittime ed ex terroristi, si è ridestata un’attenzione a mio parere eccessiva su questo tipo di esperienze, che sono una possibilità, ma non l’unica possibilità, di affrontare le lacerazioni inferte dal terrorismo alle vite individuali.
Credo si tratti di esperienze molto personali, molto soggettive, ci vuole cautela per proporle come modello, come se avessero una valenza sociale tout court. Non mi pare si sottolinei abbastanza, per esempio, come gli ex terroristi sono quasi tutti fuori dal carcere grazie ai percorsi di recupero e reinserimento che risalgono agli anni Ottanta e Novanta, e questo fatto attesta come, pur con tanti limiti e difetti, il carcere e la giustizia italiana hanno gestito un’uscita dall’emergenza dagli anni del terrorismo. Mettere troppa enfasi sulla dimensione privata rischia di produrre o enfatizzare delle aberrazioni. Basta ricordare come a un certo punto i magistrati di sorveglianza abbiano cominciato a considerare, tra gli elementi che potevano accreditare un effettivo ravvedimento del detenuto, in vista della concessione di benefici, il fatto che ci fosse una corrispondenza, degli scambi diretti, o almeno una ricerca di contatti da parte degli ex terroristi nei confronti delle vittime di reato. Tante persone hanno ricevuto queste “letterine” degli ex terroristi, cosa che per molti è stata fonte di sofferenza e grande turbamento. Per arginare queste derive, Giovanni Bachelet, Sabina Rossa e altri deputati hanno presentato una proposta di legge per arginare il fenomeno, precisando che il magistrato di sorveglianza non può scaricare sulle vittime parte della responsabilità di una scelta che compete a lui. Anche nei casi in cui la concessione dei benefici può essere una scelta impopolare è una scelta che tocca allo Stato, che deve assumersene la responsabilità, muovendosi nel solco del dettato costituzionale. I privati, le vittime, devono restarne fuori, nel bene e nel male.
Per quanto riguarda la presenza degli ex terroristi nella scena pubblica, dobbiamo considerare innanzitutto che il racconto degli ex terroristi è stato importantissimo per ricostruire la storia, le caratteristiche e la genesi del terrorismo in Italia. Penso al lavoro seminale dell’Istituto Cattaneo di Bologna, nel loro archivio è conservato un patrimonio di “storie di vita” di ex terroristi che si sono resi disponibili, raccolte da studiosi mediante interviste strutturate che poi sono state oggetto di studio, che è stato la materia viva su cui si sono fondati i primi grandi studi di Della Porta, di Catanzaro, Manconi, Tranfaglia e tanti altri studiosi. Ci sono stati lavori giornalistici importanti, penso al volume Noi terroristi di Giorgio Bocca oppure La notte della Repubblica di Sergio Zavoli, che sono stati importanti per comprendere e raccontare il terrorismo.
Quindi il tema non è, come si semplifica talvolta, se i terroristi debbano parlare o meno. Il punto è come. C’è modo e modo di raccogliere e dare spazio alle loro testimonianze. Secondo me il punto è proprio come prendono la parola e come viene data loro parola sulla scena pubblica. Se un giornalista lavora come Giorgio Bocca o come Sergio Zavoli, e non voglio dimenticare Enzo Biagi (penso alla sua intervista a Stefano delle Chiaie un pezzo di giornalismo televisivo memorabile), la voce dei terroristi, gestita e analizzata con intelligenza critica, diventa davvero una fonte insostituibile. Lo stesso vale se gli intermediari sono gli studiosi dell’Istituto Cattaneo. La preparazione del giornalista, o dello studioso, la sua capacità di sollecitare il testimone con le domande giuste, di far emergere le contraddizioni, le reticenze, le eventuali bugie, è fondamentale. Il problema è che, in anni recenti, è accaduto più spesso che semplicemente si mettesse il microfono davanti a qualcuno, raccogliendo e rilanciando dichiarazioni in modo acritico – se non per alimentare polemiche ad arte – quindi senza creare una “cornice” in cui il lettore o lo spettatore viene accompagnato a intendere il significato delle parole dette da un ex terrorista, le eventuali implicazioni, se le cose siano vere o false o quantomeno dubbie. Secondo me, il vero problema è soprattutto lì.

(Si possono leggere gli articoli citati e molti altri scritti nell’antologia disponibile gratuitamente online Walter Tobagi giornalista).

Benedetta Tobagi è nata a Milano nel 1977. Laureata in filosofia, Ph.D in storia presso l’Università di Bristol, continua a lavorare sulla storia dello stragismo con una borsa di ricerca presso l’Università di Pavia. È stata conduttrice radiofonica per la Rai e collabora con «la Repubblica». Segue progetti didattici sulla storia del terrorismo con la Rete degli archivi per non dimenticare. Ha pubblicato i volumi Come mi batte forte il tuo cuore. Storia di mio padre (Einaudi 2009 e 2011), Una stella incoronata di buio. Storia di una strage (Einaudi 2013 e 2019), La scuola salvata dai bambini. Viaggio nelle classi senza confini (Rizzoli 2016 e 2017) e Piazza Fontana. Il processo impossibile (Einaudi 2019).