Bibliomanie

Ricordando Amerigo Vespucci (1494-1512), individuatore del “Nuovo Mondo”
di , numero 36, maggio/agosto 2014, Note e Riflessioni

1. Cenni al fervido contesto

Amerigo Vespucci, al quale dobbiamo abbinare la cognizione e la denominazione del continente americano, è personaggio noto, ma non appare adeguatamente conosciuto. Neppure la ricorrenza del cinquecentesimo dalla morte, nel 20121, è stata colta come occasione per approfondimenti, divulgazioni o celebrazioni di sorta.
Sebbene di carattere alquanto riservato, ben presto si distinse quale commerciante abile e degno, analogamente alla famiglia di origine – e di massima affidabilità come amministratore. La sua vita è parzialmente non documentabile: l’oligarchia (manifatturiera e bancaria) e le autorità della Repubblica fiorentina si sono rivolte da subito anche a lui per lunghe missioni all’estero. Conseguentemente, il giovane Vespucci ha iniziato ad avere contatti e ad agire in località molto distanti tra loro, poiché Firenze aveva sviluppato – per le attività finanziarie e per la produzione laniera (materia prima, coloranti e fissanti) – contatti con l’Africa mediterranea, con l’Europa del nord e con l’Europa balcanica.
Relazioni che si svolgevano a cavallo fra Quattro e Cinquecento, in un contesto stimabile come il risultato del diverso sviluppo degli stati tardo-medioevali: alcuni già costituivano solide nazioni differenziate, unificate e centralizzate (Francia, Inghilterra, Portogallo, Spagna), laddove altri si erano sviluppati in ambiti locali, suddividendosi e contrapponendosi come enti autonomi e sovrani in Germania ed Italia.
Tra il Due e il Quattrocento, in Italia, le Repubbliche marinare, le Signorie e i Comuni – sovente tra loro in conflitto, come si sa – sono riusciti a consolidarsi, ma perimetrandosi in territori assai angusti: solo Genova, Milano, Venezia e, soprattutto, Firenze hanno raggiunto una posizione di rilievo e respiro internazionali.
La città toscana, già caratterizzata da un’attività bancaria divenuta via via rilevante pure in città mediorientali ed atlantiche, è oramai capace di condizionare – direttamente o indirettamente – le iniziative economiche in Portogallo, Spagna, Francia, Inghilterra, Fiandre, Germania, Ungheria, Romania, Turchia e lungo la costa afro-mediterranea. Territori, questi, contraddistinti da un assetto politico e militare prossimo, per molti aspetti, a quello di un moderno stato nazionale.

2. L’interesse per la geografia e i contatti culturali e commerciali di Firenze

Firenze, dopo l’epidemica pestilenza del ’482, aveva incrementato con regolarità il numero dei propri abitanti3 e i propri domini territoriali, risultanti comunque inferiori a metà della Toscana attuale4. Tuttavia, aveva ripreso ad attrarre mercanti, militari, missionari, alto clero, ambasciatori, filologi, filosofi, medici, giuristi e, a motivo dell’incombente minaccia ottomana, i cosmografi bizantini depositari della sapienza geografica ellenica. Fra questi, nel 1397, un diplomatico dell’Impero Romano di Oriente, Manuele Crisolora, era giunto su intelligente invito di Coluccio Salutati – gonfaloniere (ovvero ministro per gli affari esteri) della Repubblica fiorentina – e dietro interessato pagamento della ricchissima famiglia Noferi Strozzi. Ufficialmente, egli avrebbe insegnato la lingua, la letteratura e la civiltà greche dall’apposita cattedra conferitagli nello studium gigliato; in realtà, era stato accolto per illustrare le mappe della “geografia” tolemaica e le cognizioni acquisite da arabi, persiani e indiani, nonché quale conoscitore delle navigazioni compiute lungo le coste persiane dai grandi ammiragli nipponici e cinesi5.
Durante il medesimo periodo, la quiete tra gli aggressivi e contrapposti staterelli italiani è raggiunta a seguito della pace di Lodi (1454), una data quasi coeva ad altri eventi epocali: la caduta dei fragili resti dell’Impero romano di Oriente; la vittoria, peraltro quasi ignorata, di armate del Regno magiaro su quelle turche; le prime esplorazioni di navigli portoghesi e spagnoli, guidati a sud del Tropico del Capricorno da capitani e marinai inizialmente genovesi e poi fiorentini, allora più aggiornati e meglio finanziati.
Infine, tornando a quanto sta qui più a cuore, la nascita pressoché certa di Amerigo Vespucci, molto probabilmente a Firenze, da una benestante famiglia originaria di Peretola6 e gradita ai popolani, ma, al contempo, stimata dalla aristocrazia gigliata poiché dedita agli studi classici, commerciali, cosmografici e teologici, nonché affidabile nelle mediazioni, tanto tra le famiglie fiorentine quanto tra Firenze e le autorità internazionali durante le ricorrenti ambascerie commerciali.

3. Il milieu sociale e culturale del giovane Vespucci

Numerosi parenti (l’omonimo nonno e, specialmente, il coltissimo zio Giorgio Antonio) e diversi contatti con le famiglie più in vista di Firenze hanno consentito al giovane Amerigo di acquisire una preparazione a tutto tondo: egli ha accettato la cultura tradizionale e ascoltato i racconti di mercanti, navigatori, ambasciatori e missionari, densi di contenuti tecnici, politici e, lato sensu, antropologici; ha inoltre partecipato agli studi dell’Accademia ficiniana, che in quel tempo stava mirabilmente restituendo i corpora platonici, neoplatonici e pseudoplatonici; ha presenziato, infine, alle discussioni circa l’esistenza di nuove rotte e, addirittura, di nuove terre. La sua mente è apparsa curiosa: certo era persona ansiosa di emergere, aperta a idee innovative e disposta ad allontanarsi dalla sua città.
Amerigo Vespucci, avendo manifestato un vivace interesse per la cosmografia e la navigazione ed agito con dinamica discrezione, è stato notato dai personaggi più propositivi e influenti di Firenze. Una parentela del colto zio Giorgio con gli Appiani, principi di Piombino, e con Simonetta Cattaneo7 gli ha poi consentito di essere introdotto presso l’altro Lorenzo de’ Medici (cugino, distaccato, del “Magnifico”) detto il Popolano. In breve, ne è divenuto uno dei fiduciari più ascoltati e ha cominciato a seguirne gli interessi, da Siviglia a tutta la Spagna e al Portogallo: come si sa, essi erano, all’epoca, i due regni europei più ospitali per le attività commerciali delle comunità straniere8.
Vespucci non è più rientrato a Firenze, anche se ha continuato a qualificarsi “mercante fiorentino”, tenendo una punta del suo compasso spirituale e intellettuale infissa in Toscana; al contempo, ha rivolto l’altra verso nuovi studi e incarichi: si pensi a quelli conferiti dalla Repubblica fiorentina in un’ambasceria presso il re di Francia o, quindi, dalle grandi famiglie di Firenze e dai Medici della parte di Lorenzo il Popolano; oppure, ancora, dalle Corone di Spagna e Portogallo. Salvo rare eccezioni, accetta e svolge correttamente quanto affidatogli, ma all’insaputa dell’uno o dell’altro committente.

4. Le attività, gli studi, i viaggi e i contributi

Le frequentazioni iberiche hanno favorito la conoscenza personale con Cristoforo Colombo; in base a scritti e dichiarazioni di varia natura, questa sembrerebbe anzi essersi evoluta in una forma di collaborazione: entrambi non avrebbero celato le proprie conoscenze o convinzioni marittime, né avrebbero manifestato rapporti asimmetrici; dai documenti a noi noti, appare casomai il rispetto di Vespucci verso la maggiore esperienza di Colombo. Un atteggiamento tipico di questo illustre toscano, ben riscontrabile, inter alia, nei rapporti con servitori e marinai: tendeva, sì, a mantenere un certo qual distacco, ma sapeva anche porsi, quando necessario, al loro livello, specie per interloquire efficacemente nella preparazione delle navi o delle traversate.
Quelle sull’Atlantico potrebbero essere state quattro; di tre però si ha certezza, delle quali soltanto due (fra il 1499 e il 1502) adeguatamente documentate e concluse con esito favorevole.
Vespucci, sospinto dal desiderio di conoscenza e refrattario ai pregiudizi, ha confermato anche negli scritti tale inclinazione, descrivendo i popoli incontrati senza apparente supponenza, rappresentando i loro costumi come apparivano ai suoi occhi anche quando non potevano essere accettati né, tantomeno, condivisi: basti qui evocare talune abitudini sessuali e l’antropofagia.
Sulle terre costeggiate o dove, comunque, ha potuto attraccare, egli ha voluto (e saputo) descrivere le caratteristiche botaniche o zoologiche delle specie a lui sconosciute, quasi a scopo divulgativo e senza pretese di scientificità. Ben consapevole dell’ignoranza dominante, non trascurava però di diffondere conoscenze e di sfidare lo scetticismo o la credulità dei più – lo stesso Colombo temeva d’incontrare mostri marini, credeva alle streghe ed era altresì persuaso di aver tracciato la rotta occidentale verso l’Asia.
Vespucci, invece, è riuscito a spiegare, ad accennare o a illustrare tramite terzi (forse per prudenza) le sue giuste ragioni, fondate tanto su studi teorici quanto su riscontri antropologici, astronomici, botanici, zoologici, idrografici etc. Riteneva quelle terre, pertanto, non già corrispondenti alle Indie note (cioè, più o meno, all’India e alla Cina), bensì un Mundus Novus!
Come che sia, pochi mesi dopo il rientro dalla seconda spedizione del 1502, un libello così intitolato, ma anonimo9, riportando una lettera di Amerigo inviata dal Portogallo a Lorenzo di Pierfrancesco de’ Medici, ha tratteggiato, pur con qualche infiorettatura, il viaggio conclusosi con la scoperta di un nuovo continente. Lo scritto, pubblicato a Firenze nel 1503 in latino e immediatamente ristampato a Venezia, Parigi e in varie città tedesche, sarà poi tradotto in francese, tedesco, fiammingo e italiano per l’interesse suscitato dalle straordinarie, inaudite notizie che conteneva.
Un riconoscimento pubblico, però, gli verrà attribuito solo nel 1507. Glielo darà un manipolo d’illuminati umanisti e geografi, saggiamente protetti da Renato II di Lorena: dopo aver delineato su una mappa le coste conosciute del nuovo continente, lo denominarono – per primi e in suo onore – “Ameriga”10.
Cionondimeno, la scoperta mai gli fu attribuita dalla famiglia granducale de’ Medici, né da quei sovrani spagnoli e portoghesi cui aveva prestato più volte “servigio”. Fra le cause di tale silenzio, spicca certo, inizialmente, l’ignoranza, a cui si assocerà ben presto il disinteresse ad attribuire tale riconoscimento ad Amerigo Vespucci: pur capace più di tanti suoi “colleghi” di convincerli circa le ipotesi geografiche da lui teorizzate e sostenute, il nostro navigatore non era legato ad alcuno dei tre sovrani, tutti piuttosto restii, sino ad allora, a finanziare intraprese su rotte sconosciute – salvo poi rischiare in tal senso per mere questioni di reciproca concorrenza.
Ovviamente, Vespucci non ignorava che lo scopo autentico di quelle rischiosissime traversate di almeno qualche mese, su navi di legno lunghe meno di 25 metri, abbandonate a se stesse, era prettamente commerciale, e che qualsivoglia potenziale finanziatore avrebbe preteso, in cambio, metalli, spezie o altri prodotti idonei a cospicue speculazioni; anche per questo motivo, nelle proprie relazioni, il cosmografo fiorentino ha prospettato miniere d’oro, pepe, legnami preziosi e rari, cibi saporiti e abbondanti, avorio, diamanti et similia.
Il Nostro, commerciante per tradizione di famiglia, era dedito a scambi di mercanzie non più di altri navigatori; tuttavia, anche lui ha affiancato a un’immagine di esploratore intellettuale quasi candida e disinteressata un’altra più oscura: a esempio, la compravendita di schiavi (di solito neri: amerindi o africani) e di schiave perlopiù bianche (slave o turche).
Un’attività probabilmente abbandonata allorquando, a fine carriera, ha ricevuto dal sovrano spagnolo l’incarico di “pilota major”, che gli ha consentito di ottenere uno stipendio consistente, un notevolissimo prestigio quale primo istruttore dei capitani di marina, nonché, forse, la maggiore sua soddisfazione: la possibilità di confrontare le proprie cognizioni con le conoscenze di altre culture e religioni (arabi, africani, persiani, indios, europei e indiani); l’opportunità di seguire il perfezionamento di strumenti prima rozzi o, comunque, inadeguati e di verificarne poi l’affidabilità: invero, desiderava metterli a disposizione di ufficiali ed equipaggi onde incrementarne le capacità tecniche e le conseguenti potenzialità.
Come noto, non si dispone di un’attendibile documentazione su tutti i suoi viaggi tra Quattro e Cinquecento, ma soltanto di alcuni; nulla si sa inoltre, e per anni interi, delle attività effettive e della vita privata del fiorentino. Senza alcun dubbio, Amerigo Vespucci è stato un insigne cosmografo (cartografo, geografo, navigatore): era peraltro figlio di una città che vantava la prima stamperia specializzata in carte geografiche (1480), e dove Paolo dal Pozzo Toscanelli gli aveva fornito calcoli “cosmologici” in base ai quali poter trovare terre ignote prima (ante) di quelle già conosciute (illae): da qui, fra l’altro, l’attuale denominazione delle isole Antille11.
Stando a calcoli preesistenti, spesso inaffidabili e trasmessi dagli abitanti del Nord Europa o, forse, da mappe in possesso del Vaticano, le dimensioni e dunque le distanze terrestri sarebbero risultate ridotte di circa il 25/30 % rispetto alla realtà. Malgrado quelle incertezze di cui era conscio, egli ha intrapreso la ricerca del nuovo mondo e ha dedotto, proprio dalla “vicinanza” inattesa delle prime terre avvistate, che esse non potevano essere le Indie, bensì un nuovo continente.
Il navigatore fiorentino, impregnato quasi naturalmente del miglior Rinascimento toscano, ha contrapposto alle tenebre dell’ignoranza e della superstizione, allora dominanti e (talora) feroci, la fiducia nelle capacità dell’intelletto, nello studio applicato alla ricerca e all’intraprendenza. Questo suo profondo, radicale convincimento ha apportato rivoluzionarie conoscenze geofisiche e tecniche sui possibili percorsi marittimi, sino a raggiungere e, soprattutto, a scoprire un quarto continente.
Inoltre, egli è riuscito a soddisfare l’ambizione, caratteristica dominante nell’homo faber rinascimentale. Non a caso l’auspicò esplicitamente per se stesso in una lettera a Lorenzo il Popolano del 1502: «lasciare di me dopo la morte qualche fama».
Come negare che Amerigo Vespucci abbia raggiunto anche questo obiettivo?

Note

  1. Nato a Firenze il 9 marzo 1454, da Nastagio, uno dei tanti notai fiorentini, e da Elisabetta Mini, una nobildonna di Montevarchi in Valdarno.
  2. Gli abitanti della città risultano esser stati sterminati: da circa 120.000 a circa 40.000; a metà del ’400, la popolazione urbana, a ogni modo, era nuovamente prossima a 100.000 unità.
  3. La popolazione risultava comunque eccessiva rispetto alle risorse alimentari: quasi un terzo viveva in povertà, mentre un sesto nell’assoluta miseria, sino a praticare l’infanticidio o l’abbandono per ridurre il numero dei figli da nutrire; il costo annuo per la vita di un adulto era di oltre 80 lire e il reddito dei lavoratori manuali raggiungeva 120/130 lire, mentre un operaio qualificato percepiva un reddito prossimo alle 200 lire.
  4. Il territorio della Repubblica fiorentina, a metà del ’400, non comprendeva gli stati toscani di Carrara, Lucca, Piombino e Siena.
  5. Sino ad allora, si continuava a utilizzare la Tabula Pentingeriana, una mappa stradale militare e commerciale dell’impero romano, incentrata sulle strade consolari europee e sui porti delle coste mediterranee; l’Oceano Indiano, quasi ignorato dagli Europei, era solcato dalle flotte delle potenze orientali, giunte, intorno al 1434, a risalire il Mar Rosso per cercare un accesso al Mediterraneo.
  6. Borgata sparsa del contado nella piana fiorentina, distante pochi chilometri dalla città e inglobata dal fascismo nel Comune di Firenze, di cui è tuttora frazione.
  7. La deliziosa fanciulla di origine ligure, fonte d’ispirazione per capolavori di Botticelli e di altri notevoli artisti contemporanei; corteggiata da notabili della corte medicea e dagli stessi Medici, morì per tisi ad appena ventitré anni
  8. Nel 1439, il Parlamento inglese aveva approvato l’Hosting Act, che imponeva la tutela di un commerciante britannico su ogni mercante straniero.
  9. Redatto, probabilmente, da qualche fiorentino che aveva avuto modo di accedere alle lettere inviate ai Medici.
  10. La denominazione al femminile, malgrado il riferimento a un “novus mundus”, a un navigatore e a un continente, si spiega tramite l’analogia con gli altri tre già individuati e tradizionalmente riconosciuti: Africa, Asia, Europa.
  11. Cristoforo Colombo invece, sulla base dei calcoli e delle conoscenze in suo possesso, presumeva di avere avvistato le isole del Katai (Giappone). Escludeva dunque l’esistenza di un nuovo continente.