Bibliomanie

Suoni d’ombra nella scrittura di Gaetano Arcangeli
di , numero 29, aprile/giugno 2012, Note e Riflessioni

Ho conosciuto l’opera di Gaetano Arcangeli1 grazie a Giovanni Perich, suo allievo, che ha voluto donarmi le introvabili riedizioni Scheiwiller di metà anni novanta approntate dalla Fondazione guidata da Bianca Arcangeli. Con in mano gli Scheiwiller piccini e compatti dai colori pastello, il celeste, il beige, il verde chiaro, il giallo limone, la mia fantasia di avvicinamento a Gaetano Arcangeli è cominciata per attrazione inconscia non da una poesia, ma da un testo in prosa tratto dalla raccolta I passi notturni2, scritta tra il 1941 e il 1945. (Arcangeli aveva già pubblicato nel ‘39 una miscellanea di prose e poesie, Dal vivere)
Il racconto eponimo con cui si apre il libro è dedicato al fratello Francesco, il futuro critico d’arte, e mette in campo una dichiarazione solenne, importante: «La mia vita è stata, dall’infanzia fino alla prima giovinezza, sospesa a riconoscere il timbro di passi attesi, nella notte».
Lo scrittore procede rievocando l’attesa notturna del ritorno del padre, mentre lui bambino era già nel letto, l’ansia e la tensione all’ascolto, quella che può definirsi una condizione leopardiana dell’udito come conduttore di vita, là fuori, uno strumento interiore raffinatissimo che dilata i suoni e li etichetta, dà loro un nome insieme a un timbro. Ecco dunque che i passi sulla strada si caricano di significato e letteralmente diventano, nel racconto in prosa, un ritmo di versi.

Primi, quelli di mio padre, che si alternavano a intervalli sempre più fitti e incalzanti, o risuonando in sincronia, con la battuta energica, militarescamente ritmata, del suo bastone. Si sentiva lui che si avvicinava, possente e regolare come un treno in arrivo che non abbia ancora rallentato la corsa. La sua marcia aveva infatti qualche cosa di irresistibile; tanto più che, nel tratto che le restava da percorrere prima di arrivare sotto le finestre di casa, i passi si internavano in un portichetto che ne rimbombava al modo stesso che una galleria rimbomba del passaggio di un convoglio lanciato in velocità. Quando il fragore giungeva all’altezza delle nostre stanze, che erano al piano della strada, io provavo come un senso di soave annientamento. […] Passava poi un intervallo, breve e dolcissimo per il distendersi di un’ansia tanto a lungo durata, e per l’attutirsi dei passi, che svoltavano finalmente dietro l’angolo della casa.s

I suoni di fuori, dunque, e l’attesa, e il ricordo, e l’ascoltare senza vedere: tra Zibaldone ed Idilli, la linea che parte da Leopardi è nettissima.

Spesso poi, dopo un lungo intervallo di silenzio, a conforto della notte desolata, si affacciava all’udito, di lontano, d’in capo alla strada stretta e allungata, il rotolio sonnolento di una carrozza, fantomatica in quel suo inspiegabile non giungere mai da presso.

La propensione alla memoria, all’atto riflesso, scandisce questo tempo infantile teso come corda di violino e poi rilasciato nel rotolio della carrozza, tra dormiveglia e sogno, ancora in una notazione sonora di movimento, che è certamente esaltata dal luogo, dai muri alti del centro antico, dai portici3 (il rimbombo, l’allontanarsi, l’eco, lo svanire):

L’alto muro della casa di fronte, il lungo portico sottostante, ben incavernato, raccoglievano fedelmente dentro lo spazio della via ogni rumore che vi si producesse, in modo che non ne andasse perduto nulla; solo, lo velavano un poco di una specie di sordina d’ombra.

I portici caverne, orecchio di Dioniso, imbuto dei suoni, sordina che diventa corrispettivo dell’ombra. E’ consueto in Arcangeli associare suoni “ciechi” all’ombra: si legga la poesia “Mattino invernale fuori porta”4:

Mi colma di gioia
questo calmo ed ilare suono
di motore che pulsa
tranquillo per una strada,
in alto, che non vedo.
Questo leggero frusciare
di rastrello che odo qui presso.
Quella figura che sale
con andatura bambina,
lenta per quei prati lontani.
Questa piccola strada fuori porta
che promette, nella sua prima
solitudine, tanta montagna.
Odo suoni leggeri
che toccano silenzi intatti
con il modo sommesso e pieno d’ombra
ch’è proprio dell’albe e dei risvegli.


Vi troviamo la riproposizione di suoni e ombra, tra loro legati da una condizione liminare, di soglia, tra sonno e risveglio, giorno e notte: quasi una cifra stilistica e forse anche personale.
In opposizione a se stesso, il padre – i cui passi risuonavano nella notte e nel cuore di Arcangeli bambino – altrove viene paragonato all’energia di un temporale che si abbatte sulle case:

Il soffio e l’urto di quelle forze avevano modo di penetrare perfino dentro le pareti della casa in ombra; ..quell’impeto sembrava spesso dirigersi a scoprire proprio chi cercava di nascondersi tra quello spessore e quel buio di muri, di inferriate… un’ombra che si dava tanta premura di scendere ad aggiungersi a quella che già occupava la sua casa 5

Rampollo di una famiglia incavestrata come in un bozzolo («gli Arcangeli, così annodati, l’uno con l’altro, vivendo fatalmente accosti…»6), ogni rapporto familiare di Gaetano andrebbe (ma probabilmente già è stato) indagato. Nel ’42 i versi “Padre caro vorrei riudire” messi a incipit della sua seconda raccolta Solo se ombra7 ancora legano la figura del padre all’incanto dell’ascolto.

Padre caro, vorrei riudire
che quello, lontano, è il faro
di Cesenatico, forse, rivedere,
i lumi della costa vacillare,
ancora, al dubbio della risposta…

Riabbandonarmi sulle tue ginocchia
a spiare la tua voce fredda e alta
pungere la via Lattea sensitiva,
e alla blanda vertigine del sonno,
che dal tuo appoggio declinava al mare…

Radi fiori esalavano in ascolto
da una scarpata, l’incerto tuo dire
di treni fragorosi, ad echi alterni,
arrivanti, di vento e di silenzio,
apriva, cauto, i colori del disco…

Umili si colmavan le tue pause
di tali attese; io ascoltavo con te;
trepidavano di stelle e di arrivi.
…Riudir la tua voce; quell’evento
serale della pacifica estate.


Pur nella fantasia infantile, emerge in questa amorosa opposizione lo stare al mondo di Gaetano Arcangeli, il suo viversi solitario. Del resto molti che l’hanno avuto come docente lo ricordano con questa indole:

Non frequento ambienti, e nonostante tanti impulsi cordiali, finisco per vivere in un quasi totale isolamento. Non concepisco i gruppi, e le conversazioni di caffè e di salotto letterario. Esercito l’insegnamento dal 1932, e dal 1944 sono titolare di una cattedra di lettere italiane e latine al Liceo Classico Galvani di Bologna, la città dove risiedo e dove ho sempre risieduto8.

Così amava presentarsi Gaetano Arcangeli, appartato e schivo, autunnale: Diceva di sè: «Mi muovo cauto e torpido9»; «La mia natura un poco pesante di emiliano mi richiamava al dolce autunno terreno» oppure «Io pensavo al ritorno, quando avrei ritrovato la città fresca e nuova, invasa silenziosamente dall’autunno, tanto dolce anche tra le case10»
Perfino nel fragore doloroso della guerra, Arcangeli coglie e privilegia i silenzi:

I silenzi più fondi
li ascoltai tra un passaggio
e l’altro di aerei
(e la luce del giorno
non era più che una vibrazione
dello spasimo muto delle sorti);
quando voci infantili
accennanti al pericolo,
scendenti in tumulto da altane,
lasciavano, spegnendosi, deserta
l’attonita periferia…
Poi, nell’ingorgo tetro del rifugio,
portavo quell’immagine
di fiore del silenzio
a odorare segreta in mezzo all’ansia
11

Il critico e poeta Giovanni Raboni lo sente appartenere alla penombra12; Ungaretti rileva che Bologna è città dall’atmosfera tesa, profondamente alta e carica di scrupoli13; il fratello Francesco lo definisce “devoto alla solitudine”:

Ricordo la lunghissima, implacabile estate del 1928, le passeggiate e le soste, in solitudine, ai Giardini della mia città, con mio fratello Gaetano: parlavamo poco fra noi, ma certo, poeta, con le sue nascoste attenzioni, con la sua attitudine ad avvertire cose che per solito non si avvertono, fu il primo maestro della mia sensibilità; forse senza nemmeno volerlo. Standogli accanto, credo, maturarono in me le disposizioni che mi fecero amare senza indugio, come se mi fossero state dentro da sempre, le prime riproduzioni di Morandi, qualche tempo più tardi (viste dove e quando, non ricordo più esattamente). Nel ’28, a tredici anni, dallo sviscerato amore per Pascoli stavo passando ad altre cose; e con quel lungo tempo estivo si accordavano versi che cominciavo ad amare… 14

E l’ ex allievo – ora scrittore – Cesare Sughi:

Arcangeli incarnava la città porticata di Bacchelli, di Morandi, di Giuseppe Raimondi e di Caldarelli, che con il cappotto sdrucito e l’aria povera e scostante veniva a scaldarsi da Roma a Bologna nel suo negozio di stufaio; la città dei Mandelli, dei Ciangottini, dei Romiti, della Galleria La Loggia all’angolo tra Sampieri e Castiglione, della letteratura italiana insegnata all’università da Francesco Flora, e più indietro dei Calcaterra, dei Carducci, dei Pascoli, del solco aperto negli anni Trenta dal passaggio di Roberto Longhi15

Altrove si sono rilevate connessioni ed ascendenze con poeti importanti e contemporanei (Bertolucci ad esempio o Sereni, di cui fu collega a Imola prima di approdare al Galvani); qui conviene però fermarsi alla relazione che Arcangeli tenne proprio con la sua città, poiché «nell’intrico compatto delle sue vie16» pare di scorgere l’architettura, la cifra del suo scrivere.

Bologna è città bella, o anche bellissima… Credo sia difficile negare tuttavia che non sia una città chiusa, […] adatta […] ad uno spirito[…] disposto ormai ad accettare la norma autunnale, […] la norma tuttavia luminosa, ma di una […] luce ferma. […] …l’impressione che essa rilutti a lasciarsi turbare e inquetare, e i suoi cittadini, con lei, a lei attaccati come per lo più sono17

Così Arcangeli descrive Bologna nel resoconto della visita di Giuseppe Ungaretti a Bologna nel 1947, un articolo pieno di reverenziale stupore per il poeta e la sua poesia, per la sua voce, che evoca il vento primaverile.
Ma Bologna, «riparata nel complesso refrattario della sua pietra» non ama il vento, brilla piuttosto della luce ferma dell’autunno, vive nei suoi suoni che rimbalzano dai portici, ha vie anguste e pure confortanti, raccolte «nel confluire e famigliare delle vie contigue18» e trapassanti nella vastità di piazze che si aprono producendo quasi una «vibrazione da strumento fisico». Una Bologna sonora nelle sue ombre quale era stata disegnata nel racconto “I passi notturni” per cerchi concentrici e ripetuti. I rumori diventano suoni «favolosi», segreti, poi diventano bisbigli e voci.
Molti anni dopo, nell’ultima poesia lasciata incompiuta sul tavolo prima di morire (era l’agosto del 1970), che è la trascrizione di un sogno, la stessa situazione ritorna rovesciata: è il poeta che arriva da non si da dove, è lui che viene affannosamente atteso dall’interno, una voce a una finestra rassicura chi è dentro mentre fa da vedetta.

[…]
ma che bello, nei sogni, questi incontri,
questi passaggi per ambienti estranei,
tre o quattro donne in vestaglie da camera
poi presto uscire non si sa più a che scopo,
e invece subito quell’affrettarsi
quel rimorso improvviso per l’indugio,
e poco dopo – oppure
dopo chi sa quanto tempo –
arrivi dove, da una finestra,
la zia che parla per rassicurare
qualcuno, dentro, che non si vede,
sommessamente esclama
-cadendo oramai quell’illusoria notte –
«non viene ancora»…
«no, che sono qui che vengo» e sono già dentro
a volare una scala, ad abbracciare
mia madre che ha i capelli trascinati
dal vento di un’angoscia, e che nemmeno
quasi mi guarda… e qui finisce il sogno.


Il bambino che aspettava il padre anatomizzando ogni singolo rumore esterno per neutralizzare la paura ora è colui che arriva da fuori, non lo vediamo ma sentiamo il suo respiro, la sua voce. E’ sorprendente che il testo di chiusura de “I passi notturni” avesse messo in scena la stessa evocazione:

Entro, e di colpo, dall’andito oscuro ed angusto, i muri mi rifiatano addosso un tepore raccolto, di granaio dove stiano maturando frutti; ed un sentore di vendemmia, di mosto,che mi conforta. Oltre alcune stanza, sento muoversi una voce: è la voce di lei. Mi affaccio ad una soglia, vi indugio in silenzio; uno sguardo mi si fa incontro indeciso, nella luce incerta. Ma non vengo riconosciuto ancora.
Poi, finalmente, Ines grida il mio nome; con lo stupore secco, acuto, come senz’anima, con cui si griderebbe il nome di un defunto dimenticato che ci ricomparisse alla vista
19.

Note

  1. Il testo è parte dell’intervento tenuto presso il liceo Galvani il 19 aprile 2011, anniversario della morte di Gaetano Arcangeli, pubblicato su “I quaderni di cultura del Galvani” numero speciale per il centocinquantenario.
  2. Gaetano Arcangeli, I passi notturni, prima edizione Rebellato, Padova, 1959; ora in Libri Scheiwiller, a cura di Fondazione «Gaetano Arcangeli» Bologna, Milano, 1996.
  3. L’abitazione di famiglia era nel palazzo di Strada Maggiore 49, ora segnalata da un cartiglio.
  4. Gaetano Arcangeli, Dal vivere, prima edizione M. Testa editore, Bologna 1939, ora in Libri Scheiwiller, a cura di Fondazione «Gaetano Arcangeli» Bologna, Milano, 1994.
  5. Gaetano Arcangeli, L’anima del mare, prima edizione Rebellato Editore, Padova, 1968, ora in Libri Scheiwiller Fondazione «Gaetano Arcangeli» Bologna, Milano, 1998.
  6. Luca Cesari, “Gaetano Arcangeli e il vento”, prefazione a Gaetano Arcangeli, Dal vivere, Libri Scheiwiller Milano,1994, pag. 50.
  7. Gaetano Arcangeli, Solo se ombra, prima edizione Guanda, Parma, 1952, ora in Libri Scheiwiller, Fondazione «Gaetano Arcangeli» Bologna, Milano, 1995
  8. E. F. Accrocca , “Ritratti su misura di scrittori italiani” in Gaetano Arcangeli, L’anima del mare, cit, pag. 147
  9. “Non tentare di ravvisarmi”, in Gaetano Arcangeli, Solo se ombra, cit., pag .82
  10. “Stagioni dell’adolescenza”, in Gaetano Arcangeli, Dal vivere, cit., pag. 102
  11. “Fiore del silenzio” in Gaetano Arcangeli, Solo se ombra, cit., pag. 29
  12. Giovanni Raboni, Prefazione a Gaetano Arcangeli, Solo se ombra, cit. , pag. 7
  13. Motivazione per l’assegnazione del premio «Taranto» ad Arcangeli, 1949.
  14. Francesco Arcangeli, Giorgio Morandi, “Prefazione”, Torino, Einaudi, 1981
  15. Cesare Sughi, L’allievo perenne, cit., p. 20.
  16. “Ancora vento a Bologna. Eugenio Montale” in Gaetano Arcangeli, Il cielo di Austerlitz, Libri Scheiwiller, Fondazione «Gaetano Arcangeli» Bologna, Milano, 2001, pag. 56
  17. “Vento a Bologna” in Gaetano Arcangeli, Il cielo di Austerlitz, cit., pag. 49.
  18. “I passi notturni” in Gaetano Arcangeli, I passi notturni, cit., pag. 32
  19. “Ombre d’autunno” , ibidem., pag. 193