Bibliomanie

Un’annotazione ad Actus Tragicus di Davide Monda
di , numero 34, settembre/dicembre2013, Note e Riflessioni

Quando mille richiami “crudeli” e mille silenzi di pietra si fanno verbi entro un libro sodo, verrebbe da sistemare sul tavolo del proprio studio – sotto gli occhi della mente e, a ogni modo, non troppo lontano dal cuore – una foresta di mille alberi che ci copre intera; che fruscia con tutte le foglie per non lasciarci distrarre; che agita feroce – ma con rigore algebrico – la nostra immaginazione confusa, il nostro malandato sapere, il nostro (colpevole) desiderio di sonno.
Allora mi cattura un preoccupato timore, mescolato a una curiosità zoppicante, nel guardare prima il mucchio ordinatissimo dei fogli, poi nello scorrere con lentezza necessaria questo altro lavoro di Davide Monda1, denso di sospirata, battagliera saggezza, nonché di fredde tensioni metafisiche ed escatologiche.
Di là dalle forme (sempre più rigide) e dai modi (sempre più fiocinanti), ogni poesia sembra agitarsi parallelamente a quanto già dipanato nella modesta sintesi (2008) del suo possente “canzoniere” – tuttora in fieri, credo.
Ed ecco allora – pure qua – saperi delicatamente sfiorati (mai raggiunti, né afferrati), con una insistenza torturante, con uno scandaglio speculativo minuzioso, unghiuto, volto anche a scioglierli, correggerli, sistemarli, integrarli. Tutto con umiltà sconcertante.
Un libro così può schiudere l’inizio duro di una cura prolungata (ma indispensabile) per i guasti che ciascuno di noi occulta nei risvolti più inopinati – spesso neanche disposto a condividerli.
Ma questi grani pesanti, dall’acre sapore di uno stile di vita e di pensiero antico quanto ascetico, sapranno scrostare qualcosa della nostra intemperanza?
Penso a supponenze grosse e goffe, fuse male con becere modestie da sagra strapaesana: un tratto tipico della società contemporanea – osservo, come posso, da questa Italia, chiaro.
Allora, senza chiacchiericci d’occasione, se quest’opera sassosa e animosa di Monda mira (ma con cortesia nobilissima, quasi invisibile) a essere ruminata piano, nei fondali insondati dell’animo, e non scorsa con l’impazienza di mani ancora imburrate, avrà breve destino nei mercati; ma avrà vita lunga e buona sopra i nostri tavoli di lavoro e di sogno, per le ombre, le luci, i venti del nostro, dell’altrui cervello.
Ponderata la vocazione effettiva del volume, conviene forse vederlo, sentirlo, patirlo come un Venerdì robinsoniano, come un compagno non soltanto complicato, non soltanto incontrollabile, non soltanto buono, trasparente. C’è altro.
Questa architettura di Monda – aggressiva, algida, ansiosamente geometrica – l’ho misurata bene, cavandone spunti di riflessione immediata, sia per la conferma di vecchi, vincolanti princìpi, sia per il rinnovato affanno di constatare la scarsa tenuta di convinzioni giudicate da più parti resistenti (e ribellanti) nel fortunale delle revisioni e scancellazioni in atto.
D’altronde, guardando calmi la faccia sfregiata del tempo presente, si registra – ma abbondano gli abbattimenti senza testa – la friabilità delle nostre armature cognitive, affettive, culturali, sottoposte da oltre sessant’anni a smantellamenti, ad aggressioni di ogni grado, sorta, provenienza.
Dentro la cornice si distinguono, allora, i versi angolosi, acidi (talvolta), insostituibili di Monda, le sue più angosciate affermazioni: a parlare, probabilmente, è un oplìte strenuo e incontentabile del fare, un’intelligenza pascalianamente spaventata e insieme imprendibile.
Specie per l’inquietudine radicale, inconsolata che – ridico – ci scuote (dovrebbe scuoterci) da supposte o reali pigrizie di mente e di cuore, vada all’autore una gratitudine analoga a quella che riserviamo ai medici: curano spesso insensibilmente, sottraendoci a irreversibili catastrofi.
Medico silenzioso e (a suo modo) discreto dell’anima, Monda pare arrabattarsi da decenni per curare il nostro vero tormento e aspirare – cosa rara – a tenerci davanti agli occhi una luce di più attiva, propulsiva speranza.
A questo libro auguro di essere pensato, studiato, ascoltato adagio. In mezzo, certo, il volo di notturni pipistrelli.

Note

  1. Cfr. D. Monda, Actus tragicus. Complessi affetti e misere tregende, Bologna, Persiani, “Smalti e cammei”, 2013.