Bibliomanie

Editoria di vanità. Una divagazione quasi ironica
di , numero 38, gennaio/aprile 2015, Note e Riflessioni

C’è un fenomeno che mi preoccupa: le intemperanti censure nei riguardi degli editori a pagamento. Da qualche tempo un biasimo bellicoso affiora dal mondo immateriale di Internet: l’autore – povero credulone – non sarebbe altro che la vittima di scaltri animali da preda, che avrebbero buon gioco su di lui. Mi preoccupa il crescente fronte critico perché sono convinto che la funzione che questi editori svolgono sia invece benefica. Ragion per cui mi dispongo a individuare le ragioni della loro utilità e a stenderne un convinto elogio.
Faccio innanzitutto notare come gli editori a pagamento abbiano considerevolmente ampliato la platea degli scrittori, rendendola più folta di quella dei lettori. Come non elogiarne la pedagogica funzione? Chiediamoci onestamente: è più difficile e istruttivo leggere o scrivere? Ovvio: è più difficile e istruttivo scrivere. Dunque gli editori a pagamento, stimolando la pratica della scrittura (che per sua intima natura mira allo sbocco pubblico), hanno concorso al programma educativo nazionale più e meglio della Scuola Privata (e anche di quella Pubblica, per quanto assai meno autorevole).
L’editore a pagamento è poi figura premurosa: risponde infatti sempre e subito. Basta spedirgli un dattiloscritto che tratti di qualunque argomento, che perfino ricada nell’esiziale categoria poetica ed egli, pochi giorni dopo la ricezione, reagisce con una letterina nella quale annuncia che il prodotto è pubblicabile. In parole povere: l’editore a pagamento facilita il rapporto scrittore-editore. Vuoi mettere l’ansiosa attesa di anni imposta dai cosiddetti editori “veri”?
L’editore a pagamento è un critico affabile, non di quelli idrofobici che ce l’hanno a morte con qualche scrittore o con un certo genere di scrittura. Oltre a rispondere rapidamente, egli prodiga un giudizio critico di trama solidale e umanissima, del tutto soddisfacente per l’autore: comunica infatti quasi sempre che l’opera ricevuta – oltre a essere pubblicabile – è anche originale e seducente.
Ricordo con una certa trepidazione quando pubblicai il mio primo libro presso un editore a pagamento; ne ricordo la lunga lettera che mi spedì su carta intestata (all’epoca non esisteva ancora la posta elettronica); ricordo il garbo cordiale con cui mi annunciava la singolarità dell’opera, la rara capacità con cui avevo toccato temi di «diffuso interesse», la strutturazione organica del lavoro, insomma – terminava la lettera – «una vera novità». Tale da averlo indotto a pubblicare il lavoro e, per non aggravare i costi, a uscire con una tiratura minima, tutta a mio carico. Ma beninteso: l’eventuale ristampa sarebbe stata totalmente a sue spese.
Grande fu la mia gioia, anche se poi – per il mancato successo dell’opera, che non vinse alcun premio letterario, non godette di nessuna recensione e non vendette neanche una copia – non si giunse alla ristampa. Ma che importa? Nel definirla opera singolare, l’editore a pagamento era stato molto acuto: non fu colpa sua se la mia illusione si trasformò, più tardi, in disinganno. Anzi, anche questo è tema di elogio.
L’editore a pagamento apparecchia infatti per l’autore una bella illusione, senza omettere di donargli poi la capitale esperienza della disillusione, proprio come accade per l’amore (radicalmente erroneo il concetto di amore infinito espresso dal Sonetto 116 di Shakespeare). Ozioso ripetere quanto ciò sia essenziale alla maturazione: delusione su delusione, la vita si snoda nel tempo, mostrando il suo vero volto di illusione deludente. L’editoria a pagamento non fa che profilare una delle tante delusioni della vita, in ciò palesando il proprio ufficio sapiente.
Grazie all’editore a pagamento, inoltre, chi non ha la stoffa dello scrittore – che consiste nel perseverare – si arrende. Allestendo lo smacco editoriale, egli opera come un setaccio che seleziona il buon grano e trattiene la pula. Dopo l’insuccesso, infatti, quasi tutti gli scrittori entrano nella folta categoria degli “autori di un solo libro”. Solo una testarda minoranza s’incaponisce e produce un secondo titolo, anch’esso pubblicato dall’editore a pagamento. Per colui che non s’è arreso i giochi si compiono dal terzo libro: c’è chi continua a pubblicare presso l’editore a pagamento, c’è chi trova sbocco editoriale “vero”. Ma si tratta di una minoranza.
Insomma, gli elogi verso l’editore a pagamento si sprecano ed è cosa turpe lamentarsi di lui. A farlo, con più alto strepito, sono gli scrittori esordienti, proprio quelli che nessuno leggerebbe mai, neppure se costretto. Invece l’editore a pagamento ha gettato l’occhio su qualche loro frase, ha compreso almeno di cosa l’esordiente stia parlando. Certo, lo abbiamo già detto: non che l’editore a pagamento sia così ottuso da leggersi tutti i dattiloscritti che riceve. Se leggesse non avrebbe certo il tempo di creare reddito, ulteriore motivo di elogio nei suoi confronti.
Agli esordienti, poi, va rammentato che molte grandi opere della storia letteraria furono pubblicate dagli autori a proprie spese presso un qualche tipografo (saltano in mente i casi della Stagione all’inferno di Rimbaud, del Porto sepolto di Ungaretti, dei Canti orfici di Campana). Auspico che l’esordiente sia più illuminato e valuti ogni aspetto del problema; solo così potrà convincersi della bontà dell’editore a pagamento e – come me – sollevarne un encomio.
Approdati alla stampa, altri motivi di plauso affiorano. Non sarà passato inosservato che i libri dell’editore a pagamento sono artatamente farciti di refusi, sia quelli d’autore sia alcuni di apposita istituzione (fenomeno notissimo: trovare che una propria frase sia stata corretta chissà da chi, producendo un errore che non c’era). Chi, in un empito di stravaganza, leggesse una pagina prodotta da un editore a pagamento, noterebbe agevolmente la quantità dei refusi. Ma quella pagina – futile e monotona come solo gli esordienti sanno fare – diventa di colpo, per il lettore severo, un campo di ricreazione culturale.
Va poi considerato che la lamentela sui costi è del tutto fuori luogo, trattandosi di valori accessibili. Un’edizione a pagamento (che so: una plaquette di poesie, un romanzetto, una raccolta di articoletti) viaggia oggi attorno ai mille euro, grazie anche all’editoria digitale che ha morigerato i costi. Cifra non elevata, se si pensa che equivale a ciò che serve per acquistare un piccì portatile, una mefitica settimana di villeggiatura per due persone, 60 pizze quattro stagioni con birra e tiramisù. Forse che un vero scrittore non rinuncerebbe a 60 pizze pur di vedere pubblicato il proprio libro?
Quei mille euro non sono affatto troppi; incomprensibile dunque l’irosa idea che chi cade nella rete dell’editore a pagamento sia uno stupido che merita di essere dilapidato. Anche in questo caso non vengono stimati i vantaggi. È noto che la miseria aguzza l’ingegno, e dunque lo scrittore dilapidato ha migliori possibilità di emergere rispetto a quello benestante.
Infine, un elogio che sorge dalla mia personale esperienza. Ho già narrato la trepidazione per il primo libro pubblicato a pagamento; giunsero poi anni in cui un paio di “veri” editori vollero scommettere su di me. Trascorsa quell’epoca di fiducia, nessuno oggi mi pubblica più, e sto pian piano tornando verso gli editori a pagamento. Che mi prendono per mano lungo la mesta rotta dell’autore anziano e in ombra.
Logoro e stremato, nulla più ho da dire, nulla più di originale da mostrare. Ed ecco che l’editore a pagamento mi accoglie a braccia aperte, e mi concede ancora una rasserenante illusione. Grazie, editore a pagamento, per il servizio che fai alla gioventù esordiente e alle vane fantasticherie degli autori sfiancati.