Bibliomanie

Traghettatori della parola. Oscura vita di doppiatori e traduttori
di , numero 37, settembre/dicembre 2014, Note e Riflessioni

Tra le espressioni culturali e artistiche più frequentate, due di queste vengono interpretate da personaggi sconosciuti, la cui esistenza è comunemente trascurata dai dibattiti televisivi più populistici ai salotti letterari di appartata selettività. Il loro valore, la capacità professionale non viene mai discussa, elogiata, criticata, nel bene e nel male, un vuoto di attenzione anomalo in una società dove ormai ogni dettaglio dello spettacolo esige il proprio spazio di luce nella ribalta.
Chi sono? Sono i doppiatori e i traduttori, traghettatori della parola, evocatori delle nostre emozioni.
Personaggi invisibili, nascosti dai clamori dello schermo e da quella inspiegabile invisibilità della prima pagina di un libro, riportante il nome del traduttore, che viene d’abitudine trascurata dal lettore.
Ma proprio a loro, a questi oscuri interpreti, invisibili quanto determinanti, dobbiamo in gran parte l’attrattiva del grande schermo e l’intensità espressiva di un testo che ha saputo illuminare qualcosa di profondo che covava in noi ma non riuscivamo a percepire.
Insomma dobbiamo in gran parte a loro quel piacevole stato d’animo, all’uscita dal cinema, dopo aver visto un bel film, o giunti all’ultima pagina di un libro nell’accorgerci di provare la soddisfazione di aver dedicato parte del nostro tempo a una buona lettura.
Questa mia apologia dei traghettatori della parola sembrerà eccessiva, ma mi addosso tutta la responsabilità dell’eccesso perché della loro importanza sono consapevole e grata.
Per meglio esprimere l’apporto fondamentale di questi personaggi dietro le quinte della notorietà chiederò aiuto alla nostra bella lingua italiana, la quale si differenzia dalle altre per quell’afflato melodioso così differente dalla altre lingue indoeuropee. Persino i francesi, notoriamente non inclini ad apprezzamenti favorevoli nei nostri confronti, pur avendo anche loro una lingua armonica, dicono di noi, les italiens chantent !
Sì, gli italiani cantano, o per lo meno, così sembra a chi italiano non lo è; tutto questo ci porta al cinema, provate a vedere da un dvd un film in lingua originale, per esempio inglese o tedesca, coglierete immediatamente la ruvidezza di un’eufonia piatta, monocorde, priva di inflessioni ritmiche, una disarmonia per noi innaturale che, ci accompagnerà come un inconscio malessere per l’intera proiezione . Il dialogo del medesimo film, ascoltatelo nel doppiaggio italiano, sarete grati al doppiatore e alla nostra bella lingua. Perfino Lui, il mitico Marlon Brando, ne uscirebbe ridotto, infatti alla dirompente sensuale mascolinità non corrispondeva una voce all’”altezza”, generosamente sostituita dalla pastosa, virile voce dei nostri doppiatori, da Nando Gazzolo a Sergio Fantoni e Gigi Proietti . Oltre a Brando si potrebbero elencare molti altri attori stranieri che, privati di un doppiaggio così attento e curato, non sarebbero considerati in Italia come icone nel celebrato mondo della celluloide, Bogart nel “Grande sonno” non sarebbe stato Bogart senza l’impeccabile sostegno di Paolo Ferrari, il timbro basso lievemente “impastato” dell’indimenticabile Ferruccio Amendola divenne perfetto per il volto tormentato di Dustin Hoffman, il ruvido Al Pacino non sarebbe stato tale senza il tono arrochito di Giancarlo Giannini, mentre la seducente ambiguità di Dirk Bogarde veniva risaltata dall’aristocratica modulazione sprezzante di Giuseppe Rinaldi, e che dire del demoniaco Hannibal Lecter? Anthony Hopkins non avrebbe raggelato lo spettatore italiano, senza l’inquietante “basso” di Dario Penne; pensiamo a Woody Allen, il quale, dopo aver ascoltato la voce di Oreste Lionello, ne fu talmente colpito, da giudicarlo il migliore doppiatore dei suoi film.
La recente, drammatica scomparsa di Robin Williams ha ricordato a tutti le mille voci dell’attore, che Carlo Valli interpretava nelle diversificazioni vocali come un giocoliere; infine nel bellissimo film francese di quest’anno, Molière in bicicletta il duetto teatrale tra Alceste e Filinte, affidato al vivace doppiaggio di Luca Biagini e Marco Mete, dona al testo una smagliante flessuosità. Ciò mi permette di rimanere nell’argomento nazionalistico, portando a conoscenza, per chi ancora non lo sapesse, che la nostra scuola di doppiaggio è ritenuta la migliore al mondo, un dovuto riconoscimento ad un aspetto della nostra tradizione culturale sempre attenta al perfezionismo che, mi piace contrapporre, all’attuale tendenza negativista per tutto quanto ci riguarda.

E veniamo a Lei, la Letteratura, alla quale ancor meglio si addice il riferimento al traghettatore, al passaggio, allo spostamento da una riva all’altra, da una lingua all’altra, da una interpretazione linguistica del quotidiano diversa da un popolo all’altro, la cui traduzione non può fermarsi solamente al linguaggio, alla singola parola, ma deve necessariamente trasferire da una visuale di vita all’altra una complessità di pensiero a noi estranea o poco frequentata.
Differenze etniche, sociali, ambientali e culturali, senza una traduzione di alto profilo, ostacolerebbero la comprensione, creando difficoltà di attenzione allo svolgersi narrativo.
Dinnanzi alla facilità di lettura di un testo, quando ne veniamo assorbiti al punto di immedesimarci negli eventi narrati e, catturati dai pensieri dei protagonisti, ne condividiamo gli umori, soffrendo, amando, scalpitando, quando nella durata di lettura veniamo estraniati dalla realtà, ecco, allora, a quel punto è doveroso apprezzare, oltre al valore dell’autore, il puntiglioso lavoro svolto dal traduttore, ritornando a quella trascurata prima pagina in cui il suo nome appare, e magari cercare di ricordarlo, perché si possa scegliere in futuro un testo tradotto da quel professionista che ci ha permesso di cogliere così intensamente umori lontani nel tempo, aiutandoci perfino a intuire rumori, climi, odori, cromatismi, scoprendo paesaggi sconosciuti, vederli, grazie alla sua attenta capacità interpretativa, a cui dovremmo essere grati.
Come il timbro e l’interpretazione del doppiatore esaltano o sminuiscono l’attore, la capacità intuitiva del traduttore nel saper cogliere sfumature oltre il linguaggio può decretare il successo di un romanzo, mentre, al contrario, la pedestre, miope traduzione lessicale può affossarlo al punto di ridurre la fama già acquisita di un autore, come ad esempio accadde all’uscita dell’opera di un famoso scrittore francese tradotto in due diverse versioni, una delle quali massacrò la stesura originale al punto da rendere irriconoscibile l’autore.
Doppiatori e traduttori sono e devono essere considerati personaggi essenziali, in quanto il loro ruolo è l’indispensabile tassello per sostenere due, tra le espressioni artistiche maggiormente formative.
Cerchiamo i loro nomi, ricordiamoli accanto ai nostri attori preferiti o all’autore di cui non perdiamo un romanzo.
Rivolgiamo applausi ed entusiasmi anche agli invisibili traghettatori della parola.