Bibliomanie

L’Allevamento dei Pirla di Andrea Zanotti
di , numero 32, gennaio/aprile 2013, Note e Riflessioni

L’intitolazione di questo lungo racconto1 suggerisce (a libro ancora da aprire, da sfogliare) con una intrepida, trionfante baldanza, oppure con una sorta di rapida convinzione testuale, avendo assunto il titolo dal contesto; ripeto, cercherebbe di suggerire una chiave generale di lettura a mio parere distorta che, per geniale intuito o proposito, quasi subito (se non leggo male, dopo una quindicina di pagine) viene con rabbioso scavo nei dettagli (direi, delle anime) contraddetto con sempre maggiore convinzione, determinazione e dedizione all’assunto della narrazione, alle verità disarmanti o armate conferite come aculei dalla vita.
Così, l’itinerario di una vacanza in motocicletta programmata e disposta da un gruppo di amici potrei intenderla (come vorrei intenderla), senza sforare il quadro d’insieme, una sorta di passaggio circense attraverso il cerchio infuocato, nella gabbia dove sostano i leoni; o addirittura, come un rapido e intimamente straziato (straziante) passaggio in un assatanato pertugio infernale. Altro che le varie bevute dei tanti vini o liquori nelle soste non evitabili decise durante il percorso!
Sèguito, in una seconda considerazione, annotando che il protagonista nel racconto, all’inizio, non sembra essere, ma è, il casco; poi anche questo tutelatore e dispensatore di lampi della memoria torna ad essere il necessario supporto, non più sublimato, che riaffiora fra le onde della scrittura. Infatti riferimenti, però tecnici, al casco li ricordo, ad esempio, alle pagine 23 e 120.
Anche questo per aggiungere dubbio al dubbio circa l’utilità del titolo “fuorviante”, attraente in superficie ma incongruo al fondo. Il titolo, o un titolo, ripulito dalle alghe che lo stringono all’interno della narrazione, più confacente all’enunciazione complessiva, è Il branco; come quello dei lupi, che non hanno sentimenti ma fedeltà, oscura, terribile, e che, quando si muovono, prima si cercano e non si abbandonano.
Il lettore è investito, al principio, da un frastuono di voci, di risa, di piccoli astii, di battute esemplarmente goliardiche (trattasi di un gruppetto di amici non più di primissimo pelo), di rombi d’avvio, e da sgassate furibonde di motori potenti che corrono sotto un cielo mutevole. Si resta, ripeto, frastornati, perché collegato a queste voci e suoni nelle prime pagine il primo protagonista è un oggetto duro, ingombrante ma indispensabile, indossato e braccato con il sottogola come un’armatura medievale; trasportatore, una volta usato, di brividi dell’anima; come se aiutasse con convinzione a trasportare l’uomo nel regno silenzioso e talvolta miracoloso dove si annidano i pensieri. La solitudine, con il casco addosso, induce a sentirsi trasportati nel turbine di un vento silenzioso, mai prima conosciuto.
È vero che si riceve bene, dal racconto, anche il sentimento quasi sonoro (direi, quasi canoro) della velocità, misteriosamente intima, quasi filosofica, cioè induttrice, più che di pensieri, di riflessioni. Una galleria oscurata ma con uno spiraglio illuminato al fondo che garantisce, dopo il rifugio, un foro di salvezza. Come ho detto, il casco continua poi a essere usato per necessità, ma non persiste come protagonista; così le moto, mai descritte in dettaglio, rombano e trasportano veloci proponendosi sempre fedeli, ma poi, agli arrivi, sono normalmente parcheggiate, come un cane a cui, dopo la battuta di caccia, si allunga un osso saporoso e una rapida carezza.
Protagonista vero dunque, dalla pagina 14, è l’uomo. Quest’uomo, quell’uomo, l’altro uomo. E, a parte dettagli, che sono abbastanza socialmente tradizionali (visti il branco e l’occasione del viaggio), il lungo racconto cresce e si rimpolpa con riesami quasi totali di vita (riscontri esistenziali); come se il viaggio man mano si fosse trasformato da vacanza a confronto (ripeto) e a vorticoso riepilogo esistenziale. Come intendere, in un dettaglio bruciante, quel giovane tedesco, steso senza vita, sull’asfalto, in mezzo alla strada, sotto un cielo ambiguo e non lacrimoso, se non come l’allegoria esemplificata di ogni viaggio (che può essere una fuga), di ogni andare, e quale sia l’occasione, che può portare a una conclusione senza ritorno?
A pagina 43: “Che meraviglia il cielo: sta ormai scolorando del tutto e l’aria è diventata quasi fredda. Raccogliersi dentro la vecchia, fedele e irrinunciabile Belstaff, è come far tesoro di tutto ciò che siamo stati: la cera data all’esterno impedisce all’aria di entrare e di gelare i pensieri che custodiamo nella parte interna, intima della persona”. Gelare i pensieri. Tutto il racconto è scosso da questo moto di scongelamento, fuori e dentro di sé; da una tensione che sopravanza il moto, il ritmo della vacanza; dal frugarsi dentro al petto per arrivare quasi ferendosi al cuore; per cercare di riordinare e ricercare brandelli di vita.
È la drammatica inquietudine che sottostà all’apparente goliardismo di questo racconto, che ci sembra di potere stringere in pugno non come un mazzo di pagine a stampa, ma come lacerti brucianti della nostra rapida esistenza.

Note

  1. Il romanzo è in uscita nella collana “Smalti e cammei” di Paolo Emilio Persiani Editore (Bologna, 2013).