Bibliomanie

Tre interviste di António Ferro a Benito Mussolini (1923, 1926, 1934)
di , numero 49, giugno 2020, Traduzioni, inediti e rari

Tre interviste di António Ferro a Benito Mussolini (1923, 1926, 1934)

L'instaurazione dell'Estado Novo portoghese nel 1933 rappresentò solo l'apice di un lungo processo di crisi e decadimento delle istituzioni liberali. Il periodo della Prima Repubblica (1910-1926) fu fin da subito caratterizzato da forti tensioni sociali e instabilità politica: la mancata realizzazione dell'allargamento del suffragio, l'incapacità del governo nel porre un freno alla crisi economica e la politica fortemente laica portata avanti nei confronti della Chiesa cattolica crearono un forte senso di sfiducia verso della classe dirigente da parte della popolazione. L'entrata in guerra del paese a fianco dell'Intesa nel 1916 non fece altro che acutizzare la crisi politica ed economica nel paese. La delegittimazione politica e culturale del Partito Democratico al potere non riguardava solamente il partito, ma più in generale i principi stessi della democrazia liberale e del sistema liberista-capitalistico. L'opinione pubblica, veicolata dalla stampa, iniziò a simpatizzare sempre più per soluzioni di tipo autoritario che ponessero fine alla crisi del paese. Nel 1917 il golpe di Sidónio Pais rappresentò un primo tent... continua a leggere

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Tradusioni
di , numero 29, aprile/giugno 2012, Traduzioni, inediti e rari

Prendendo il coraggio a due mani, mi piacerebbe farvi leggere quelli che io chiamo “giochi di tradusione”. La tradusione è una modalità di traduzione-uso-illusione per trasferire all’Io presente la bellezza canonica di un irripetibile bello passato. È un modo di camminare costantemente sull’orlo di un baratro che attrae chi, consapevolmente o no, ama e odia il kitsch. E il mio odio-amore va alla scienza in cui mi sono laureato, la filologia, in onore della quale non disdegno qualche (im)probabile integrazione, mentre l’amore va alla poesia e al senhal (Lesbia, Eliodora-Cristodora di Meleagro, Cicala e onomatopee ad essa legate) che soggiace all’intero canzoniere. (Non) abbiate pietà di questo slancio adolescenziale, di cui vi invio qualche goccia. I malcapitati sono soprattutto Catullo e altri ero(t)ici compagni di classe (classici). Quale vita mi aspetta, quale gioia senza l(’)a -dorata mia divina? Venga pure la morte quando ... continua a leggere

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Quattro poeti dell’Arcadia luso-brasiliana
di , numero 29, aprile/giugno 2012, Traduzioni, inediti e rari

In genere l'Accademia dell'Arcadia viene presentata e studiata come movimento tipicamente, anzi esclusivamente, italiano. In realtà, essa costituì, dopo il petrarchismo (che ebbe nel Camoens lirico un esponente di valore assoluto, di un'essenzialità lirica e concettuale adamantina, forse accostabile, sul piano europeo, solo allo Shakespeare dei sonetti o a Maurice Scève) e sulle orme di esso, e prima del simbolismo e del modernismo, una sorta di grande codice, di comune esperanto, di ponte ideale, transoceanico, fra il mondo culturale italiano e quello lusofono, tanto portoghese, quanto brasiliano (la reale esistenza di un'Arcadia brasiliana, in passato messa in dubbio, è ormai certa; anche se il paesaggio stilizzato e idealizzato del petrarchismo arcadico, se era lontano dalla realtà storica dell'Europa settecentesca, e così pure della stessa Grecia antica, ancor più remoto e straniato appariva rispetto a quello, ancor più impervio, delle Minas Gerais, dove, come affermava il caposcuola dell'Arcadia brasiliana Cláudio Manoel da Costa, il cimento del poeta diveniva simile all'«ambiziosa fatica di cavar minerale dalla terra che ne ha snaturato i colori»). Si potrebbe ipotizzare, anzi, che l'Arcadismo costituisse il primo, se non l'unico, legame diretto fra un movimento culturale prettamente italiano e uno brasiliano, dato che romanticismo, simbolismo, modernismo, avanguardia, postmoderno sono movimenti globali accomunati da antecedenti comuni,... continua a leggere

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Moralisti francesi del Novecento. Per il cittadino europeo d’oggi
di , numero 30, luglio/settembre 2012, Traduzioni, inediti e rari

Insigne esponente della letteratura cattolica francese del primo Novecento, Paul Claudel (1868-1955) ha in particolar modo trasfuso il suo potente afflato religioso nella produzione poetica e teatrale. Dopo un’adolescenza a contatto con un’educazione positivistica di cui non si stancherà poi di denunciare quella che gli appare come una assai misera visione dell’uomo, lo scrittore ritrova la fede degli anni precedenti (sarebbe stato illuminato durante la notte di Natale del 1886 nella cattedrale di Notre-Dame a Parigi) e riprende la pratica religiosa. Pur restando convinto che la vita trascorsa in un ordine monastico sia la più degnamente vissuta, egli affronta la carriera di console e poi di ambasciatore, soggiornando sotto quasi ogni latitudine, dagli Stati Uniti all’Est asiatico, dall’Europa al Brasile e al Giappone. Allo stesso modo, la sua convinzione religiosa non lo allontana del tutto dalle tentazioni della passione amorosa (l’inizio del suo Journal si situa proprio nei dintorni della crisi provocata dalla fine della sua relazione con una donna già sposata). L’approfondimento dei testi sacri e l’osservazione della realtà fanno intanto maturare quei tratti di un’esperienza che si ritrovano in un’opera non esente da inclinazioni autobiografiche. Claudel delinea l’ideale di un uomo alla ricerca del volere di Dio nella solidarietà conoscente e co-nascente (egli definisce il connaître come un co-naîtr... continua a leggere

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Pierre Oster, Hommage a Max Jacob
di , numero 33, maggio/agosto 2013, Traduzioni, inediti e rari

Pierre Oster, né en 1933 à Nogent-sur-Marne, poète et auteur des notes qui conçoit la langue comme l’unité profonde de la poésie et de la pensée, est pris dans l’entre-deux d’un travail infini à travers les fragments du langage et d’une vocation au chant de l’univers. Il publie en 1954 son premier recueil Premier poème au Mercure de France, et Quatre Quatrains gnomiques dans La Nouvelle Revue Française. Pour Le Champ de mai, qui paraît l’année suivante dans la collection « Métamorphose », dirigée par Jean Paulhan, il reçoit le prix Fénéon qui récompense « un jeune écrivain dans une situation modeste, afin de l’aider à poursuivre sa formation littéraire ou artistique ». Il succède ainsi à Claude Roy, Alain Robbe-Grillet, Michel Vinaver ou Miche Cournot. En 1958, il est aux armées, en Algérie, quand on lui attribue le Prix Max Jacob pour Solitude de la lumière (Gallimard, 1957). En 1961, il rencontre Saint-John Perse par le truchement de Jean Paulhan. Une profonde amitié lie les deux écrivains. En 1965, Paulhan le charge de superviser l’édition de Honneur à Saint-John Perse, monumental volume d’hommages qui marquera la première pierre du rapport éditorial et critique au poète. Aux éditions Tchou, Pierre Oster édite, avec Jean-Claude Zylberstein, les œuvres complètes de Jean Paulhan. Il fait partie du comité de lecture des éditions du Seuil jusqu’en 1995. Son œuvre personnelle a déjà fait l... continua a leggere

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Canzone e sonetti di Polo Zoppo di Bologna
di , numero 33, maggio/agosto 2013, Traduzioni, inediti e rari

“È estremamente probabile che, prima della diaspora seguita alla condanna dei Lambertazzi, esistesse una raccolta di poeti bolognesi, in larga maggioranza ghibellini, che fu messa in salvo al di fuori della città felsinea e alla quale dovettero attingere i redattori toscani dei codici a noi pervenuti. In tal modo, si spiegherebbe il particolare che i rimatori in questione, a differenza degli altri autori antologizzati, siano detti di Bologna e non da Bologna: è il caso non solo di Guinizzelli, nel ms. Palatino, ma anche di Paolo Zoppo, nel codice Vaticano”. Il concittadino Ranieri dell’importante famiglia dei Samaritani, con il sonetto Fansi ‘ndivini a tal tempo ch’è ‘n danno, risponde appunto a una poesia di Polo andata perduta, Venuto è ‘l tempo, che sarebbe stata certamente interessante: innanzitutto perché si trattava di una ballata (di una forma metrica cioè vicina allo Stilnovo), e poi perché la risposta allusiva e polemica del guelfo Ranieri ha fatto supporre che in essa trovasse attestazione la fede ghibellina del suo autore, delusa dalla cacciata dei Lambertazzi nel 1274. Al contrario è stato anche reperito, in alcuni registri datati tra il 1274 e il 1295, un Paolo da Castello tra i milites geremei. La verità è che della vita di Polo Zoppo di Castello non si sa quasi nulla: di sicuro davvero, soltanto che era nella sua città tra il 1268 e il 1273, quando ebbe contatti con Monte Andrea, ma tanto può bastare a collocare nel ... continua a leggere

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Tradurre Tonino Guerra
di , numero 34, settembre/dicembre2013, Traduzioni, inediti e rari

Tonino Guerra, Il viaggio, Maggioli 1986 El vìaz Un dè d’uotobar i s’è mèss a caminé te fióm éulta i santir ad sabbia e dri cal linguètti d’aqua ch’al sèlta tra i sas. De mèr u i avèva zcòurs piò di tótt una piscèra che fina e’ melanovzentquarènta là i arivéva a là sò in biciclètta, pu la s’è fata e’ sidecar e la purtéva al casètti pini ’d giaz e pès e la racuntéva ch’u i era dal bés-ci dróinta l’aqua piò grandi dal munghèni e che dal vólti u s’arenéva dal baléni ch’l’era dal muntagni ad chèrna sòura la sabia. Rico e la Zaira i n’éva mai vést ’e mèr che in linea d’aria, pasénd da i sentir de fióm, l’era a trénta chilometri gnénca. Adès ormai ch’i avéva quèsi utènt’an i s’è decióis a fè che viaz ad nòzi a pì, ch’i éva armànd d’an in an. I stéva a Petrella Guidi, un ghèt ad chèsi vèci in dò che ogni tènt u i era di cavàl ch’i scapéva dal mèni de manischèlch e i féva al lózzli sòtta i zòcal mat e ’d nòta u i era l’udòur de pèn ch’i l cuséva te fòuran e te al sentévi da dróinta te lèt, ranicéd ti béus di mataràz ad fòi. Rico l’à fat i barbìr quèsi stènt’ an ma i óman mal doni e pu e’ tuséva i sumàr e al pigri; la Zaira la féva al fazèndi ’d chèsa ... continua a leggere

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Ritratto di Fortunat Strowski (1866-1952) di Maurice Levaillant
di , numero 34, settembre/dicembre2013, Traduzioni, inediti e rari

Fortunat Strowski. Ora ho il compito di ripercorrerne, dinanzi a voi, la carriera e di farne rivivere lo spirito: era uomo illustre e affascinante. È compito certo gradito: ripercorrendo venticinque o trent’anni, ho avuto l’illusione di ritrovare un po’ della mia giovinezza nella familiarità di maestri e amici – come lui, ahimè, o prima di lui, scomparsi. Compito tuttavia delicato: per quanto eminenti e solide fossero le qualità del vostro collega, erano il fascino e la grazia a distinguerlo. Una sorta di grazia intellettuale, un po’ simile alla grazia femminile, che La Fontaine dice «più bella ancora della bellezza»; una sorta di fascino, di cui subiva la magia rinunciando a definirlo. Strowski aveva qualcosa del poeta, discepolo com’era non solo di La Fontaine, ma di Montaigne; spesso, all’apparenza, «mutevole e vario» come l’autore degli Essais, volando spesso, giusto come l’autore delle Fables, «di fiore in fiore e da una cosa all’altra». Si possono fermare i riflessi del ruscello, la screziatura di un’ala? Ma, quanto a Michel de Montaigne, Fortunat Strowski era legato a Blaise Pascal: nei tre volumi in cui seppe restituirci mirabilmente l’autore delle Pensées, si consolidava la sua fede – ma con fascino e grazia, sempre associata a un pudore discreto. Il pudore, d’altronde, è uno dei tratti essenziali di questo spirito gentile. Non si faceva affatto notare: si lasciava intravedere, preferendo insinuarsi ... continua a leggere

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E.M.Cioran, Sul vuoto
di , numero 34, settembre/dicembre2013, Traduzioni, inediti e rari

L’antiformalismo di Cioran dipende da un punto di vista ontologico, che si differenzia radicalmente dall’idea di poesia di Mallarmé o di Valéry, per i quali la parola deve sostituirsi all’idea, poiché il linguaggio è fine a se stesso. Per Cioran le parole debbono restare in rapporto sostanziale con la realtà che indicano, benché tale designazione costituisca un mistero, ma un mistero che non deve fare problema. Il vuoto abissale che si può intravedere in fondo alle parole evoca il vuoto che si coglie in fondo alle cose. In Précis de décomposition (1949) sono già tutte esposte le alterazioni e derive di cui egli è spettatore impassibile e impietoso. L’aforisma è l’arma che si costruisce per rendere più incisiva la sua distruzione sistematica. I bersagli sono la religione, la storia, il tempo, la morte, Dio. La poetica di Cioran è un’anti-poetica nella misura in cui pronuncia una condanna alla poetica intesa come esercizio di lucidità razionale di fronte al linguaggio e alla creazione estetica. Più il mistero della poesia resta inviolato, più ha la possibilità di agire sul reale. Generalmente si parla di Cioran come di un pensatore che si vuole contraddistinguere sia dai filosofi e dalla filosofia (che non cessa di condannare), sia dalla comunità letteraria, cui si esita ad assimilarlo. In Syllogismes de l’amertume (1952) lampeggia una ‘teoria’ di figure che nessuna logica potrebbe ... continua a leggere

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Tradurre la forma, tradurre il senso. Oscar di Carol Ann Duffy
di , numero 37, settembre/dicembre 2014, Traduzioni, inediti e rari

Oggi tutti sappiamo cosa significa “tradurre”, ma chi non ha studiato latino al liceo o lingue e traduzione ed interpretariato all'università, difficilmente saprà che l'origine della parola non ha nulla a che vedere con l'idea di riscrittura linguistica a cui è legato questo termine. Infatti i termini latini utilizzati per indicare una traduzione erano vertere, convertere, interpretari, transvertere, exprimere, explicare, latine reddere, latine disserere e non, come si potrebbe pensare, traducere, che significava spostare, trasferire da un luogo all’altro (da TRANS al di là e DUCERE condurre) e non compare né nel latino antico, né in quello medievale (Sabbadini 1900: 201). Ancora nel 1300 si usava generalmente “traslatare” (rimasto poi nell’inglese “translation”) derivandolo dal participio di transferre. Il concetto moderno del tradurre nasce solo nel 1400, a causa (o grazie) ad un errore di Leonardo Bruni che nelle Noctes Atticae di Aulo Gellio usa traductum, inteso nel testo come “trapiantato” dal greco al latino, nel senso odierno di “tradotto”. Da quel piccolo errore, involontario o meno che sia stato, il vocabolo traducere è entrato prepotentemente nella lingua italiana e si è affermato cancellando oggi quasi tutti i potenziali sinonimi sopravvissuti sino all'inizio del novecento, come “recare in volgare”, “ritrarre in volgare”, “volgarizzare”. Rare tracce del significato originale di traducere rimangono ai gio... continua a leggere

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Il principe dispotico e il popolo incatenato. A 240 anni da The chains of slavery di Jean-Paul Marat
di , numero 37, settembre/dicembre 2014, Traduzioni, inediti e rari

Sono passati esattamente duecentoquarant’anni dalla pubblicazione di quello che è senza dubbio uno dei libri più importanti di Jean-Paul Marat (1743-1793), The Chains of Slavery, uscito a Londra – anonimo e a spese dell’Autore – nel maggio del 1774, durante la campagna elettorale per la Camera dei Comuni. Nel corso del decennio precedente, egli ha per lunghi periodi risieduto e lavorato come medico nella capitale britannica, dove è stato un assiduo frequentatore di clubs politici, maturando posizioni di stampo «democratico». Ora confida con questo scritto di risvegliare il sentimento del dovere civico del popolo inglese. L’opera, che ha richiesto innumerevoli letture preliminari e ha avuto una non breve gestazione, è caratterizzata da evidenti influssi rousseauiani (ma qua e là s’intravede anche la lezione di Montesquieu) ed è volta tanto a denunciare le tendenze «dispotiche» (termine, in codesta sede, da intendersi come sinonimo di «tiranniche») dei varî monarchi che – con malizia e iattanza – hanno via via calcato le scene della storia quanto a descrivere gli stratagemmi dei quali costoro si sono serviti per instaurare e consolidare il proprio potere ai danni delle moltitudini popolari. In The Chains of Slavery, anzi, si riscontra un vero e proprio studio dei mezzi impiegati dai principi per diventare sempre più potenti. I progressi del «dispotismo» sono in ogni tempo e in ogni luogo attribuiti dall’Autore ad un ef... continua a leggere

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Intorno a una traduzione italiana di Tempeste d’Acciaio di Ernst Jünger. Elementi per una biografia intellettuale
di , numero 37, settembre/dicembre 2014, Traduzioni, inediti e rari

Un giorno di primavera a Berlino, alcuni anni fa, al terzo piano di una casa «casa occupata» di Potsdamer Straße a due passi dal muro, che giovani oppositori della speculazione urbana stanno rimettendo in sesto con piglio un po’ dogmatico. Dalle ringhiere fine-secolo pendono ad asciugare gli indumenti in varie tonalità di arancione dei seguaci di una setta religiosa. Dentro, barattoli di vernice, strumenti musicali, stoviglie da lavare. In un angolo, una pila di libri: il primo è Annährungen (Approcci), l’itinerario fra le droghe e nell’estasi di Ernst Jünger [1895-1998]. Gli inquilini ignorano che alla loro età, più di mezzo secolo prima, Jünger, sopravvissuto alla Grande guerra con una dozzina di ferite gravi e la massima decorazione tedesca, l’Ordre pour le Mérite, dava alle stampe tutt’altro breviario, In Stahlgewittern (Tempeste d’acciaio). Acclamato agli esordi dall’ala più radicale dei reduci, lo scrittore ha raccolto e continua a raccogliere, nel lunghissimo autunno di un’esistenza che sfiora la soglia di un’ironica mitologia, l’omaggio di hippies, verdi e alternativi di varia estrazione, venuti a bussare all’eremo di Wilflingen. Il contrasto è suggestivo, ma non deve trarre in inganno. Malgrado qualche tentazione oracolare, Jünger non è stato il vero capofila dei primi, né può essere considerato oggi il patriarca o il consolatore dei secondi. Dall’alto dei suoi novantacinque fertilissimi ann... continua a leggere

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Tra testa e croce
di , , numero 39, maggio/agosto 2015, Traduzioni, inediti e rari

PREFAZIONE 10 GIUGNO 1940 DUCE, DUCE, DUCE… È il grido di una folla, radunatasi nella piazza di Palazzo Venezia. Mani appoggiate al davanzale, parole altisonanti: “Combattenti di terra, di mare, dell’aria… Questa è l’ora segnata dal destino. L’ora delle decisioni irrevocabili: la dichiarazione di guerra è già stat... continua a leggere

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Per Laura o per Beatrice? Le due voci d’Europa
di , , numero 39, maggio/agosto 2015, Traduzioni, inediti e rari

Martedì, 24 agosto 2004, ore 11.15 , Yale University, Presidente della Dante Society of America, Professore emerito dell’Università di Bologna, Presidente IBC Emilia-Romagna , poeta e scrittore: Quando si ha che fare con due grandi autori, due grandi classici, in questo caso, come Dante e Petrarca, ci si accorge che il problema non è tanto che, da molti anni, da molti secoli, si parla di loro, ma è che da molti anni e da molti secoli loro parlano di noi. E quindi, l’attenzione alla loro opera, è un modo con cui uno presta attenzione a se stesso. Il classico è tale, infatti, perché continua a dire qualcosa di vivo alla mia vita. Abbiamo voluto soffermarci, in questa edizione del Meeting, su questi due autori, in particolare su Dante e su Petrarca, non solo per la ricorrenza che molti voi sanno, del settecentesimo di Petrarca, che ricorre quest’anno, e che ha visto in tutto il mondo, e in tutta Italia, anche celebrazioni; ma perché ci sembra possibile anche verificarlo e impararlo dai due amici e professori che ho di fianco a me; ci sembra che nel rapporto, nella differenza, nella discussione, nel legame, che esistono tra questi autori, sia messo a fuoco, sia indagato, sia inquietata una questione che ci riguarda e che è il rapporto tra me, la mia coscienza, la mia vita, il tempo, il tempo che passa, il tem... continua a leggere

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Ricordo di Tullio Ascarelli di André Tunc
di , numero 39, maggio/agosto 2015, Traduzioni, inediti e rari

Un’opera di Tullio Ascarelli [1903 - 1959] su Hobbes e Leibniz non potrebbe presentarsi al lettore senza una diligenza assoluta. La mente poderosa del maestro italiano aveva familiarità con i più insigni pensatori di tutti i tempi. E la cosa migliore, dinanzi a lui e dinanzi a loro, è farsi da parte. Vorrei così, in queste righe, limitarmi a offrire una duplice testimonianza: sull’opera e sull’uomo. Poco prima della morte, Tullio Ascarelli mi diceva le ragioni di questo libro. Era tragicamente consapevole della crisi della nostra civiltà. Forse Roma, più di ogni altra città al mondo, è adatta a far vivere quella mescolanza di grandezza e barbarie che si ritrova in qualsivoglia civiltà umana. Ma come questo ebreo, che si era visto minacciato, con la moglie e i figli, per la semplice appartenenza ad una razza, avrebbe potuto restare insensibile alle ombre del tempo presente, più minacciose delle cupe stradine schiacciate, di notte, fra i grandi palazzi romani? Il diritto, in sé e per sé, gli sembrava una questione ben poco importante. Cosa è mai un buon notaio, un buon procuratore e persino un buon giudice, se è soltanto un giurista, e se non è, anzitutto, un uomo fra gli uomini? Ai suoi studenti, i cui padri erano stati spesse volte razzisti, si sforzava di dare una formazione morale e politica. Ma, nel contempo, s’interrogava. Aveva la consapevolezza che l’umanità si era sviata o che, a ogni modo, aveva dimenticato, nel ... continua a leggere

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Apuleio, Le metamorfosi. Saggio introduttivo, nuova traduzione e note di Monica Longobardi
di , numero 48, dicembre 2019, Traduzioni, inediti e rari

Apuleio, <em>Le metamorfosi</em>. Saggio introduttivo, nuova traduzione e note di Monica Longobardi

Ci sono buoni segnali per affermare che l’asinità sia una qualità della vita. Una dote rara e preziosa, la capacità di travalicare, di connettere, di trasformare con la leggerezza di un salto: forse lo stesso balzo di Guido Cavalcanti portato ad esempio nella prima lezione calviniana. Un “hop” che prima innalza e ti fa vedere a volo d’uccello, poi atterra e rivela le cose a muso basso, e insomma, come Machiavelli ci indica all’inizio del Principe «a conoscere bene la natura de’ populi, bisogna essere principe, et, a conoscere bene quella de’ principi, conviene essere populare». Infine, l’asinità pare comporsi di una sorta di potenza alchimistica che trasforma il ferro in oro, o meglio il legno in carne, come successe a quel certo Pinocchio che di asini se ne intendeva non meno di Machiavelli. Allora riaccostiamolo, il prototipo di tutti gli asini, quel Lucio mago che da asino scopre il mondo, anche se avrebbe voluto scoprirlo da gufo, e mette così ben a frutto i nuovi mezzi, le orecchie fini, da trasformare un abisso in apoteosi e da saperlo raccontare alle orecchie... continua a leggere

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L’improbabile eroe di Antonietta Giacomelli
di , numero 48, dicembre 2019, Traduzioni, inediti e rari

L’improbabile eroe di Antonietta Giacomelli

Alla sparuta schiera di narratrici italiane che si sono occupate della guerra di Spagna 1936-1939 appartiene anche la pugnace e scomoda militante cattolica, terziaria francescana, Antonietta Giacomelli. Il romanzo in forma autobiografica che pubblica nel 1941 e che si discosta dalla tematica dei suoi precedenti lavori, “stava per uscire quando squillò la dichiarazione di guerra”: così avverte in apertura l’autrice datando la nota “Novembre 1940-XIX”. Però il protagonista – che mai s’era veramente rassegnato alla pubblicazione dei ricordi ch’ero riuscita a strappargli – ne profittò per mandarmi un perentorio veto, motivato con l’inopportunità del momento. Dal “momento”, 10 giugno 1940, sono trascorsi alcuni mesi e Antonietta ritiene che nulla in quest’ora che richiede ai nostri soldati nuovi eroismi, a tutti noi nuovi sacrifici, potrà far sembrare inopportune pagine ricordanti i cimenti che da un trentennio tengono l’Italia in armi. Questo reti... continua a leggere

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