Bibliomanie

Tra testa e croce
di , , numero 39, maggio/agosto 2015, Traduzioni, inediti e rari

PREFAZIONE
L’Italia ieri, oggi… Il mondo ieri ed oggi!
Che cosa è cambiato, che cosa si vuole dimenticare e che cosa invece si vuole ricordare.
I ricordi fanno male, ma al fine di preservare la memoria, nonché la storia di un paese, è necessario raccontarli e tenerli in vita nella nostra gente, nelle menti dei nostri coetanei, affinché ciò che è successo, non accada mai più.
Questo lavoro non è altro che una raccolta di testimonianze dalle quali traspare speranza di una vita nuova e di salvezza, sullo sfondo di una guerra fatta di atrocità e delitti contro l’umanità.
Abbiamo esplicitamente voluto che i racconti fornitici non fossero censurati, né modificati in alcun modo, lasciando così la pienezza dei soli ricordi belli e non belli che le persone intervistate hanno voluto trasmetterci.
Ciò che ci auguriamo è che, attraverso la lettura di queste esperienze di vita vissuta, si possano tramandare l’importanza della bontà; soprattutto della parola LIBERTA’!
Buona lettura.
Le autrici

INTRODUZIONE
10 GIUGNO 1940
DUCE, DUCE, DUCE…
È il grido di una folla, radunatasi nella piazza di Palazzo Venezia.
Mani appoggiate al davanzale, parole altisonanti:

“Combattenti di terra, di mare, dell’aria… Questa è l’ora segnata dal destino.

L’ora delle decisioni irrevocabili: la dichiarazione di guerra è già stata consegnata nelle mani degli ambasciatori di Gran Bretagna e Francia”.
Nei primi anni di guerra, la vita nell’Appennino Bolognese era abbastanza tranquilla; ciò nonostante la chiamata alle armi dei ragazzi che avevano compiuto i diciotto anni creò un grosso disagio alle famiglie contadine poiché venivano a mancare braccia nel lavoro dei campi. Disertare? Nessun problema! Dopo, però, si era inviati dinnanzi al tribunale militare e dopodiché si veniva fucilati.
Patria, nemico, onore, famiglia… queste erano le parole usate dal nostro Capo del Governo!
Ciò che era di genere alimentare era razionato mediante la tessera annonaria: olio, pane nero con la crusca, carne, zucchero, sale, caffè, grano, tabacco, abbigliamento… Tutto! Bisognava inoltre consegnare una quota di bestiame bovino, del peso vivo superiore a 180 kg, all’ente zootecnico provinciale.
Nel mese di aprile del 1942 fu ordinato il ritiro delle campane e delle inferriate, al fine di ricavarne bronzo per le armi: fecero eccezione le campane di Tolé, dichiarate monumentali dalla popolazione.

8 SETTEMBRE 1943
ARMISTIZIO: l’esercito è allo sbando, il popolo scende in piazza a fare festa, ballare cantare, pensando che finalmente tutto fosse finito…mentre i sovrani d’Italia e Badoglio fuggono a Brindisi, per mettersi sotto la protezione dell’esercito alleato.
Dieci giorni dopo il Duce parlò alla radio:

“Dopo un lungo silenzio ecco (…) la voce che vi ha chiamato all’accolta nei momenti difficili (…) Viva l’Italia, Viva il Partito Fascista Repubblicano”.

Strage di Monte Sole, Strage di Cerpiano, Strage di Casaglia, Creda, Strage di Via Rasella, Strage delle Fosse Ardentine, Auschwitz – Birkenau…

“La bandiera è l’anima delle nostre anime (…) Sempre, in pace e in guerra, sarà difesa e consacrata col sangue”.

È il 25 aprile 1945 quando la nostra nazione, è liberata dall’occupazione nazi-fascista.

BRUNA
“Sono nata nel 1915 a Fradusto, un piccolo paesino in provincia di Monghidoro.
Mio padre, Riccardo, è morto nella prima guerra mondiale ed io non l’ho mai conosciuto. Successivamente, mia madre si risposò nel 1921 e stavamo di nuovo bene a livello economico, tanto da adottare un bambino orfano di nome Valentino.
All’epoca l’istruzione non era obbligatoria, infatti io feci fino alla 3 elementare poiché gli altri soldi che avevamo, servivano anche per i miei fratelli.
Quando ero ragazza, la mattina ci si alzava all’alba per lavorare nei campi, e se per caso non ci svegliavamo, mia madre urlava talmente forte da farci rimbombare la testa! Terminato, si andava a scuola e si ritornava a casa per mangiare e ricominciare tutto daccapo. Se durante il pranzo ci cadeva del cibo, mia madre ci picchiava perché non voleva che fosse sciupato. Di sera andavamo nelle stalle a fare le trecce con la paglia, che venivano poi vendute al mercato il mercoledì. Sedevamo in cerchio, davanti al focolare raccontandoci delle storie e fu proprio in una di quelle sere che conobbi mio marito Gino.
Ogni domenica andavo alla Santa Messa: noi donne dovevamo metterci un fazzoletto in testa; gli uomini si dovevano invece togliere il cappello.
Il 7 aprile 1934, primo sabato di aprile, mi sposai nella parrocchia di Fradusto.
La cerimonia fu celebrata da un prete che, oltre a dirmi che mi avrebbe sposato solo se voleva lui, diceva in continuazione “Boia d’na zivolla”. Affinché potessi congiungermi con Gino dovette firmare mia madre, poiché all’epoca si diventava maggiorenni solamente a 21 anni. Il pranzo, fu fatto nella casa di mia madre ed eravamo più di una ventina di persone e il mio viaggio di nozze fu visitare tutta Monghidoro perché le corriere costavano molto, e non ci potevamo permettere un viaggio lungo e costoso!
Tutti i giovedì le camicie nere venivano giù in paese per fare propaganda politica, si servivano di una vecchia auto e con l’altoparlante andavano in giro dicendo di votare il loro partito. La loro voce mi faceva molta paura; così come mi faceva paura andare la domenica a Messa e sentire i loro sguardi su di me. Se incontravo per la strada un soldato semplice, dovevo salutarlo, anche se lui si limitava a guardarmi con un chè di superiorità e a non ricambiare il saluto.
Quando il 10 giugno 1940 fu data la notizia della guerra, la gente era come impazzita dalla gioia: io mandai mia figlia a letto perché avevo paura che si spaventasse.
Non posso raccontarvi molto di quegli anni della vita di città, ho sempre vissuto in campagna; ma quello che posso dire è che la vita contadina è rimasta sempre quella!
Bene o male avevamo ciò con cui sfamarci: la mattina mio marito andava nei campi, ed io battevo le manelle (facevo i filoni del pane), facevo il bucato… Insomma tutto ciò che una donna di casa dovrebbe saper fare!
Quando ci furono le elezioni per votare se volevamo o meno i fascisti, noi donne non potevamo votare altrimenti eravamo picchiate; mentre gli uomini dovevano votare per i fascisti altrimenti anche loro sarebbero stati picchiati.
Un giorno, mentre io e Gino eravamo nella stalla a mungere le mucche (all’epoca chi possedeva le mucche, viveva nel lusso), sentimmo degli spari in lontananza: ci guardammo e dopo poche parole e un assenso, ci dirigemmo verso la nostra abitazione dove c’erano dei tedeschi che volevano mangiare. Li feci accomodare, mangiarono e dopodiché si alzarono e perquisirono le stanze: gli oggetti in oro che trovarono, li portarono via. Tutti in paese mi avevano detto che se fossero venuti i tedeschi in casa, non avrei dovuto cucinare per loro; io non davo retta a queste “baggianate”, ma mi sbagliavo!
Un’altra volta ero lì che stavo cucinando il pane, quando arrivò una truppa di tedeschi; si accomodarono in attesa che il pane fosse pronto, e appena sfornato lo portarono via tutto, senza nemmeno ringraziare.
Il servizio militare era obbligatorio non appena il figlio maschio avesse compiuto la maggiore età: mio fratello Emore infatti, fu chiamato al distretto per poi essere spedito al fronte. Delle volte riusciva a scappare e venire a casa mia, però doveva restare tutto il giorno chiuso in casa senza farsi vedere, altrimenti sarebbe stato preso e processato come disertore. Sacrificio per la patria, era questo quello che importava e non Vita…
Durante la guerra c’era il coprifuoco dalla sera alla mattina. Nel gennaio 1943, dovetti partorire mio figlio Mario in casa da sola, senza l’aiuto di una levatrice per vari motivi: primo c’era il coprifuoco, secondo la levatrice voleva tanti soldi, io e Gino non li avevamo e così non sarebbe mai venuta.
Si pensa solo a sé nei momenti brutti e difficili, per salvarsi la vita… Non fatelo mai perché oggi potrebbe capitare a me, per un indomani a voi!
Nell’aprile 1945, il mese della tanto attesa liberazione, i carro armati passavano su e giù per le strade di Loiano per catturare e uccidere i tedeschi che erano rimasti in circolazione.
Una mattina mi ritrovai un carro armato davanti casa… Presi davvero tanta paura, perché pensavo che la guerra non fosse finita come dicevano alla radio!
Quando ci furono le elezioni, votai per la Repubblica: non volevo e non voglio tuttora che i miei discendenti patissero ciò che abbiamo patito noi!”.

BRUNO
“Sono nato nel 1927 a Venezia, piccola frazione di Monte San Pietro. Mio padre era un operaio agricolo, era anche lui nativo di queste zone, ma poi negli anni Trenta emigrò da solo in Francia per lavorare come muratore. Quando le cose lì per lui si sistemarono un poco, raggiungemmo mio padre.
La prima elementare, infatti, l’ho fatta in Francia; la seconda e la terza classe, le ho fatte invece alle scuole Guazzaloca di Ponte Ronca con la signorina Paolina, donna tanto buona quanto brava!
Ogni giorno per andare e tornare da scuola, dovevo percorrere 5 km a piedi, perché le corriere costavano troppo e quindi per risparmiare si doveva fare così; inoltre alla Castagnola di Sopra, eravamo in sette – otto bambini di tre famiglie di mezzadri con l’aia in comune- e così ci si trovava e si andava a scuola insieme.
Finite le lezioni, dovevo tornare a casa e accudire due buoi (Marino e Colombo) e due vitellini.
La quarta e la quinta elementare invece, le ho fatte seralmente con la signorina Dina di Ponte Ronca e l’esame di stato l’ho dato presso le scuole di Crespellano.
Avevo 13 anni quando fu dichiarata la guerra e l’appresi dalla gente del paese, cosa che poi venne confermata dalle cartoline, indirizzate ai miei due fratelli maggiori Gino e Medardo, recanti sopra l’ordine di presentarsi a Bologna per partire sotto le armi.
Gino partì con la fanteria per la Libia, dove vi rimase per 3/ 4 mesi grazie alla fabbrica dove lavorava per la produzione di motori e di apparecchi, che lo esonerava dalla guerra.
Per quanto riguarda Medardo, fu diretto come guardia costiera a Ventimiglia (confine italiano con la Francia).
Nell’estate del 1943, tornò a casa e in quell’occasione si sposò. Per il matrimonio aveva ottenuto un congedo militare di pochi giorni, poi con l’avvenuta dell’armistizio, restò a casa fino alla fine della guerra.
Mentre però due si salvarono dal combattimento, i miei due fratelli di mezzo Giuseppe e Giorgio, vennero arruolati nell’esercito a 19 anni e non a 21 come previsto dalla legge!
Dal fronte scrivevano tutti i giorni a mia madre, che non smetteva mai di piangere per paura di non vederli più tornare a casa.
Quando fu dichiarato l’armistizio, furono fatti prigionieri dai tedeschi che li portarono in un campo di concentramento qui in Italia e da lì, furono poi destinati a lavorare per loro nei magazzini dove caricavano e scaricavano merce. Infine, ottennero il posto come guardie ad una polveriera.
Giuseppe riuscì a scappare e a ritornare a casa, e dopo pochi mesi tornò a prendere nostro fratello.
I tedeschi ci sequestrano gran parte del bestiame, lasciando solamente due bestie per la stalla che portavo tutti i giorni di nascosto in un bosco sotto San Lorenzo: le legavo agli alberi la mattina e la sera, calato il sole, le riportavo nella stalla.
Furono tempi molto duri, quelli della guerra, per la mia famiglia; nonostante avessimo la tessera annonaria dataci dal comune nel 1941, con la quale venivano razionati i beni essenziali tranne il latte, dato solo su prescrizione medica ai bambini, e il pane (circa 500 gr al mese), c’era molta miseria!
Io mi arruolai nei partigiani, così come i miei due fratelli Giorgio e Giuseppe, nella 69° Brigata Bolero.
La nostra prima base partigiana si formò a Molinetti nel 1944, nel fondo della chiesa, dove c’era la casa dei Camini Neri (in quell’abitazione erano sfollate alcune famiglie, tra le quali quella del mio amico Corrado), e durò fino all’aprile del 1945.
Tale organizzazione era composta da: Silvano Merighi, Quinto Grandi, Giulio Aiello, Aldino Brighetti, Dante Capuzzi, Edoardo Drusiani, Giuseppe Rimondi, Mario Capelli, Guerrino Merighi, Pasquale Luccarini (che era il commissario della Brigata), Giuseppe Biagini (capo della Brigata) e Piera Tabaroni (la nostra staffetta). Per una questione di segretezza e sicurezza della nostra persona, i nomi all’interno della compagnia furono cambiati; il mio nome di combattimento era Tom.
Eravamo giovani, di sana e robusta corporatura, abituati ai lavori pesanti dell’agricoltura e per questo conoscevamo bene le armi rifornite dai nostri capi, rubate ai fascisti.
Il nostro compito era quello di sabotare i piani dei tedeschi e, pronti ad una loro eventuale visita, avevamo costruito dei rifugi, tra i quali vorrei ricordare:
Il rifugio nel podere della Castagnola di Sopra dove, montavamo spesso turni di guardia, come se fossimo sotto le armi;
il rifugio sotto un letamaio: l’accesso era un buco al quale si accedeva da terra, e una volta entrati, le donne lo ricoprivano con del letame;
il rifugio sotto il pavimento di tronchi di pioppo, che copriva l’ingresso costituito da un foro fatto nella terra;
ma il nostro vero rifugio, costruito anche per i civili, i quali vi accedevano durante le incursioni aeree, era situato all’interno di un fienile, dove avevamo ricavato una stanza piena di paglia… Faceva un calduccio lì dentro di inverno, che si stava meglio che in casa!
Verso la fine del 1944 una spia rivelò ai soldati tedeschi l’ubicazione del nostro rifugio, facendo così prelevare, dalla Castagnola di Sopra, Ildebrando (padre del mio amico Corrado) e sua figlia Luisa mettendoli agli arresti nel comando militare di Ponte Ronca, con l’accusa di favoreggiamento partigiano. In caserma furono interrogati a lungo, ma grazie al cielo, non dissero nulla e furono rilasciati dopo 4 giorni di carcere.
Per ripicca, i tedeschi fecero visita a tutte le famiglie nei dintorni della Castagnola di Sopra per accertarsi della loro completezza: per noi che mancavamo, i nostri famigliari dichiararono che eravamo andati al fronte oppure a lavorare per loro. Ma la cosa non terminò qui, poiché i tedeschi ripassarono altre due / tre volte per controllare se effettivamente il numero era rimasto invariato da quello dichiarato.
Le azioni da noi compiute, erano decise dai nostri capi, dopo averle discusse e approvate nel cuore della notte.
Una sera andammo a casa di due contadini, dove eravamo a conoscenza della presenza di soldati tedeschi: entrammo in sei o sette a viso coperto, il fazzoletto rosso al collo e armati, gridammo loro di restare immobili e di consegnarci le pistole e le mitragliatrici.
Un altro episodio che mi piacerebbe riportare, fu quello di una giornata in cui sentimmo il grammofono andare, azione che non andò a buon fine in quanto ci vide un soldato tedesco di guardia e quindi dovemmo scappare.
Esistevano vari modi per sabotare i tedeschi: il primo era quello di rubare loro le armi, come l’episodio che ho prima raccontato; il secondo era quello di cambiare direzione ai loro cartelli di legno recanti le scritte, in tedesco, dei vari comandi di Zola Predosa; terzo modo era quello di spargere chiodi sulla strada provinciale asfaltata, per bucare le ruote dei loro veicoli militari. Un ulteriore modo di sabotaggio era tagliare i cavi dei loro telefoni da campo, sparsi nelle varie zone intorno a noi, a costo di non farli comunicare tra di loro.
Me la sono vista brutta due volte: la prima nell’autunno del 1944. Ricevemmo l’ordine di recarci a San Lorenzo in Collina nel podere di Ca’ Bianca, del proprietario Funi, a prendere due moschetti, due pistole e delle munizioni di due carabinieri tornati alle loro abitazioni dopo l’8 settembre. Mi recai nel luogo di notte, assieme al mio amico Corrado e quando eravamo a circa 600 metri di distanza dalla Ca’ Bianca, di rientro verso la Castagnola, udimmo delle voci e ci nascondemmo immediatamente in un canneto. Poco dopo, vidimo arrivare un gruppo di soldati tedeschi. Aspettammo che passassero e quando fummo sicuri della loro lontananza, riprendemmo il cammino verso la nostra base. Furono davvero due ore di paura!
La seconda volta in cui me la vidi davvero brutta, fu verso la fine del 1944. Mi trovavo con i miei compagni di brigata nascosto nel bosco per una riunione urgente, quando passarono gli aerei alleati a bassa quota mitragliando: un gruppo di soldati tedeschi corse verso il bosco, in nostra direzione, e per salvarci ci gettammo in mezzo ai cespugli di rovi. Mi graffiai e mi stracciai tutti i vestiti.
Nella primavera del 1945 fu decisiva la battaglia di Monte Capra dove, fra i compagni della nostra base, venne ferito a morte Guerrino Merighi; mentre Pasquale Luccarini, a seguito delle ferite riportate alla testa, morì circa un anno e mezzo dopo l’accaduto.
Il 20 aprile 1945 verso le otto del mattino, vedemmo spuntare su Via Molinetti una colonna lunghissima di militari americani che, a piedi, arrivava da San Lorenzo in collina; un’altra colonna motorizzata, passava sempre da San Lorenzo, e si congiungeva alla Ca’ di Ledar dei Molinetti: una parte di questa colonna si fermò in giornata nella mia casa, con circa una decina di soldati tedeschi disarmati e fatti prigionieri, però trattati molto bene. Mi ricordo che l’americano durante il pranzo, mi diede un pezzo di pane da dare ad un tedesco: subito mi rifiutai, poi glielo diedi.
Quando finalmente arrivò il giorno della liberazione, insieme ai miei compagni di base, ci riunimmo per fare baldoria, bere, mangiare e cantare… soprattutto “Bella Ciao”! In seguito, sopra i birocci trainati dai cavalli, andammo fino in Piazza Maggiore a Bologna, dove seguì la consegna delle armi agli alleati e la grande parata militare.”.

LIBERA
“Mio padre era un fabbro, e mia madre faceva la casalinga. Dato che i soldi in casa erano pochi, e noi eravamo quattro figli, mia madre per guadagnare qualcosa in più si alzava la mattina all’alba e andava ad aiutare dei contadini, che alla sera le davano un poco del raccolto. La sera però, doveva essere a casa entro l’ora in cui iniziava il coprifuoco; orario anche in cui non si potevano accendere le luci perché Pippo avrebbe bombardato.
Una mattina mio padre andò in bagno (che non si trovava come adesso all’interno dell’abitazione, bensì fuori nel cortile), accese per sbaglio la luce, e Pippo iniziò a mitragliare: mio padre dalla paura scappò in casa ed io mi nascosi sotto il tavolo della cucina pensando che così non mi avrebbero colpito!
Ho fatto fino alla quarta elementare, e avevo una maestra che aveva la malattia del sonno… ogni volta che arrivava in aula si metteva a dormire; e se per caso si svegliava per il troppo chiasso che c’era nella stanza, ci chiamava uno ad uno alla cattedra e ci dava delle bacchettate sulle mani!
Da piccola mi divertivo con poco: giocavo a campana, nascondino, ping pong, zoppo galletto… Non avevo il gameboy, però ero lo stesso felice!
Ci tengo a sottolineare che nella mia scuola non tutte le famiglie di bambini che venivano in classe con me erano benestanti: non tutti portavamo la divisa, e si andava quindi a scuola con quello che si aveva… mia madre mi confezionò un vestito di fodera che purtroppo ho portato poco, a causa del lavaggio che lo rimpicciolì a tal punto da non entrarmi nemmeno più dalla testa! A mio fratello invece, fu dato il completo da Balilla (pantaloni versi, camicia e berretto nero) e appena arrivò a casa, mia madre gli prese i vestiti e li buttò nel canale che scorreva sotto casa.
Anche se c’era la tessera annonaria, che veniva data a ogni nucleo familiare, mi ricordo in particolare una madre di un ragazzo che conoscevo, che ogni giorno cucinava un sugo a base di prezzemolo e se aveva del pane, per non sprecare anche quel poco di cibo che era rimasto nel piatto, faceva la scarpetta.
Nel 1940, quando fu dichiarata la guerra, mi trovavo dalla Padania (una sarta) e ricordo che dalla chiesa misero fuori dalla finestra la radio; il Duce chiese con una voce tuonante se gli italiani volevano la guerra o la pace e gli italiani, gridando con felicità risposero: “GUERRA!”. Applaudirono ed io rimasi davvero sconvolta.
Nel 1943, subito dopo la dichiarazione di armistizio, tutti dicevano che la guerra era finita: tutti facevamo festa, mio fratello tornò dal fronte dove era a combattere… ma ben presto scoprimmo che in realtà tutto quello che avevamo vissuto, non era altro che un bel sogno in confronto a quello che stavamo per vivere! Mio fratello così, si dovette nascondere, altrimenti poteva essere processato come disertore e fucilato, oppure lo avrebbero rimandato al fronte a combattere; in ogni caso sarebbe stato un rischio per lui andare in giro per il paese.
Qui arrivarono i tedeschi, che tra il 1943 e il 1944 compirono molti rastrellamenti: una parte di civili veniva portata in Germania nei campi di concentramento o nei campi di lavoro; un’altra parte invece veniva uccisa per impiccagione o per fucilazione.
Un giorno un tedesco mi fermò dicendomi: “Tu grande amore”, ed io per tutta risposta gli dissi che il grande amore lo avrebbe trovato in montagna… si arrabbiò talmente che io dovetti scappare, i tedeschi m’inseguirono ma persero le mie tracce; spararono all’aria e fortunatamente non riuscirono a colpirmi.
Il comando qui a Monte San Giovanni era presso Colombara. I tedeschi la sera facevano baldoria, si ubriacavano e dopo diventavano violenti! Hanno violentato molte donne qui nei dintorni e da alcune parti qui nelle montagne, se una donna era incinta le aprivano la pancia e il feto veniva lanciato in aria e usato come tiro al piattello! Che orrore!
Non bastavano i tedeschi a fare del male alla gente, si aggiunsero anche alcuni fascisti e alcuni popolani che, per aver salva la vita oppure la loro protezione, facevano la spia su quanto accadeva nelle famiglie.
In casa mia nella primavera del 1944, soggiornò un medico tedesco di nome Karl (Carlo in italiano)… mi salvò più volte la vita, era davvero molto buono!
Nel 1945, arrivano gli americani in Italia: qui sfondarono circa a Monte Severo e da lì scesero fino ad arrivare in ogni paesino di montagna, liberandoci.
Infine, mi piacerebbe ricordare che non tutto quello che ha fatto il Duce è stato a cattivo fine: ad esempio istituì l’Ospedale Mussolini a Bologna per le ossa, le case popolari per chi non avesse abbastanza denaro, le colonie per i più piccoli e bonificò le paludi pontine.”

ENZO
“Sono nato nel 1929 a Zola Predosa.
Nel 1944, venne a casa mia un tedesco, chiedendo se nella zona conoscevamo un barbiere. Mi zio, si fece avanti e disse di essere un barbiere e per tutta risposta il tedesco lo prese e lo portò al fronte per tagliare i capelli a tutti i soldati. Nell’autunno dello stesso anno piovve per 40 giorni e mio zio dovette portare viveri e munizioni all’esercito. Dovette scappare dal fronte per poter tornare a casa: attese uno scontro a fuoco tra le due fazioni nemiche e, siccome era notte, si rifugiò in una borgata di case che si trovava lì vicino e poi dopo circa una settimana tornò a casa. Come ero solito fare, quel giorno stavo guardando, con il mio cannocchiale, verso le colline e vidi un uomo che stava attraversando velocemente il ponte. Quando si avvicinò, gli corsi incontro: era mio zio! Dopo quel lungo periodo di assenza, pensavamo che fosse morto e invece era lì con noi: pieno di pidocchi, che ci raccontava delle sue dormite in piedi perché al fronte non c’era abbastanza posto.
All’epoca abitavo sulla collina di Zola Predosa vecchia, e mi ricordo che verso la fine della guerra, durante la notte ci furono violenti bombardamenti ed esplosioni verso la zona di via Predosa; le esplosioni erano molto forti e per ripararmi da eventuali bombe, mi rifugiavo in cantina, dove la maggior parte delle volte mi addormentavo.
La mattina calava il silenzio, ed andavo nella stalla ad accudire le bestie.
Una di quelle tante mattine, mentre guardavo con il mio cannocchiale verso Gesso, scorsi una colonna di soldati tedeschi, che si stava dirigendo verso casa mia, e una colonna di soldati americani che era appostata sulle colline. Decisi così di dirigermi verso le colline, dove m’intrattenni con un soldato italo-americano il quale mi chiese dove fossero i tedeschi. Gli risposi che li avevo visti ritirarsi verso Gesso.
Scese la sera, e siccome gli alleati non avevano un posto dove dormire, li ospitai a casa mia, dove vi rimasero per un po’ di tempo.
Il giorno dopo, subito dopo la partenza dei miei per il lavoro, si presentò un partigiano e prese un soldato polacco che tenevamo nascosto nel nostro rifugio qui dietro.
Il soldato tornò dopo pochi giorni e, dopo aver saputo che verso Monte Capra c’era in corso una battaglia, sapendo che ospitavo dei soldati americani, decise di venirli ad avvisare per poter aiutare i partigiani contro i tedeschi.
La base americana era situata a Bazzano: i soldati feriti americani, dopo la battaglia di Monte Capra furono caricati su di una jeep, diretti alla base per poter essere medicati.
I tedeschi che erano stati catturati venivano portati invece alla base americana di Calderino.
Anche alcuni americani furono imprigionati dai tedeschi, e siccome era giunta loro voce da una spia tedesca del paese che ospitavo dei soldati americani, i tedeschi vennero a casa mia e rovistarono dappertutto… fortunatamente non li trovarono!
La sera altri soldati americani vennero giù dalle dorsali dei calanchi a bussare chiedendoci un poco d’acqua; io e i miei genitori uscimmo dalla nostra abitazione e li “scortammo” fino al pozzo in modo che potessero attingervi acqua per le loro borracce.
La mattina seguente ci alzammo di soprassalto; ciò fu dovuto all’arrivo di alcuni caccia inglesi che, dopo aver avuto la soffiata da una spia antitedesca che i tedeschi alloggiavano in una stalla non molto distante da casa mia, iniziarono a sganciare bombe sulla stalla. Andò tutto a fuoco e, oltre ai soldati tedeschi, persero la vita anche dei civili che, per stare un poco al caldo, si erano rifugiati nella mangiatoia delle mucche. Fu una vera e propria strage.
Il giorno successivo al fatto, i tedeschi rastrellarono moltissime persone nei dintorni di Zola Predosa. Fortunatamente dopo poche ore i civili furono rilasciati, ma iniziarono le ricerche degli inglesi che avevano bombardato la stalla. Furono rintracciati e fucilati dopo poche ore nei boschi”.

STRAGE DI SAN PANCRAZIO

AUGUSTO
“Allora Alessandro Stagni era Potestà di Sasso Marconi.
Gli Stanzani, andati nella TOT per non andare nei partigiani, si ritrovarono a dover marciare fino su a Porretta Terme dove si trovava il fronte. Per paura di morire a causa delle bombe, decisero di scappare ma, non appena arrivati al paese, furono arrestati dai carabinieri con l’accusa di disertori. Dovevano essere fucilati. Il fratello di mio zio, appena venuto a conoscenza del fatto, andò da mia madre chiedendole di parlare con Stagni, che era il padrone della casa dove abitavamo. Mia madre lo accompagnò dal potestà che, dopo aver ascoltato quanto dovevano dirgli, disse loro che non avrebbe garantito niente, ma avrebbe fatto il possibile. Stagni andò al comando dei carabinieri e dopo un lungo colloquio ottenne il rilascio dei due ragazzi, on la promessa che si sarebbero diretti immediatamente al fronte. Gli Stanzani non lo ringraziarono mai di avergli salvato la vita!
Il 26 dicembre 1944, a Ca’de Marisi, ci fu un grosso bombardamento americano: vennero 18 bombardieri in tutto, suddivisi in 3 ondate da 6 aerei ciascuno. Buttavano giù degli spezzoni (che sono simili alle bombe a mano, ma molto più grossi, e appena toccano terreno esplodono). La gente corse tutta fuori nel cortile per vedere questi apparecchi, e fu così che morirono. Terminato il bombardamento, mio babbo, mio zio ed io attendemmo che calasse la sera per andare a recuperare da Donati i cadaveri… Avevo solamente 16 anni!
Durante la guerra persi i miei genitori nel giro di una settimana, e fui ospitato in una casa di contadini delle vicinanze. Nel giro di poco tempo però trovai lavoro presso le Officine Maccaferri, dove non restai a lungo perché pagavano poco. La sera, venivano nella stalla di questi contadini dei bambini, per potersi scaldare e mi ricordo che poi, nell’andare a casa, guardavano nelle siepi per poter racimolare qualche bastoncino di legno, da portare a casa ai loro genitori, che sarebbe servito, anche se per breve tempo, a riscaldarsi.
La liberazione di Zola Predosa avvenne il 25 aprile 1945: essendo a conoscenza dell’oramai vicina fine della guerra, avevamo fatto un rifugio sopra la collina di Zola vecchia, vicino ad un laghetto che ora non c’è più. Mi ricordo che c’erano tanti botti: gli americani tiravano gli sdrapel (che sono delle bombe che scoppiano in aria), verso Villa Marcovigi, perché sapevano che i tedeschi, lassù, avevano un casottino dove avevano nascosto armi e munizioni. Finalmente riuscirono a colpirlo e fu raso completamente al suolo. Dopo un lungo scontro, gli americani trionfarono e i tedeschi furono sconfitti”.

ZACCHERINI VITTORIANO
(intervista rilasciata c/o istituto Gaetano Salvemini)
“L’esperienza nel campo di sterminio non è facile per me e ne farei a meno di raccontarla, ma noi dobbiamo ricordare perché questo non accada mai più. A diciassette anni e mezzo sono finito nel campo di sterminio di Auschwitz.
Partiamo però dal principio. Sono nato a Imola. Mio padre era un vecchio socialista, che lottava per avere una libertà che allora non avevamo.
Il 17 luglio 1944 decisi di andare su in montagna nei partigiani, una scelta mia perché per l’età che avevo potevo stare a casa con i miei compagni a giocare a pallone, andare in giro, però parecchi miei compagni di scuola avevano preso la via della montagna ed io decisi di andare lì.
Purtroppo a ottobre in un combattimento contro tedeschi e fascisti la mia compagnia fu tagliata fuori, ci furono morti e fu sciolta. Io fui mandato nella bassa Romagna assieme a un gruppo di gappisti che operavano nella zona di Sesto Imolese.
Il 20 novembre 1944, il Comitato di Liberazione (gruppo dal quale eravamo gestiti noi partigiani), ordinò a me e ad una staffetta partigiana di nome Maria, di tornare a casa. Dato che ero via da casa da luglio, volevo avvisare i miei genitori di essere rientrato ad Imola; prima però, dovevo passare in una cooperativa del consumo, dove lavoravano persone che conoscevano me e Maria e che avrebbero avvisato quindi i nostri familiari sulla nostra salute. Chiesi alla staffetta di tenermi le armi e, mentre stavo andando verso questa cooperativa, un gruppo di fascisti locali mi vennero incontro dicendomi che erano venuti a conoscenza del mio rientro in città. Fui arrestato, portato nelle carceri imolesi, picchiato su ordine del capo della brigata nera locale il quale, due mesi prima, aveva scampato un attentato e credeva che io conoscessi il nome del mandante.
Io non lo potevo sapere, anche perché in quei mesi ero stato in montagna con i partigiani.
Lì nelle carceri trovai altri sette compagni di battaglione, anche loro erano stati interrogati e torturati.
Da Imola fummo mandati a Bologna al comando della Gestapo situato nei pressi dei Giardini Margherita; anche qui vollero sapere chi eravamo e cosa facevamo: appena seppero che ero un partigiano mi picchiarono ancora di più e dopodiché mi spedirono nelle carceri di Bologna a San Giovanni in Monte, dove trovai circa un centinaio di partigiani e antifascisti già arrestati.
Il 10 / 12 dicembre 1944, fummo caricati tutti in dei camion; solamente una parte di partigiani fu tenuta a Bologna… al mio rientro in patria dal campo di Auschwitz, seppi che erano stati fucilati sulle colline bolognesi perché, essendo gappisti che operavano nella zona, secondo le istituzioni della gestapo erano più compromessi di altri.
Ritornando al mio viaggio, partiti da Bologna andammo in un primo momento a Bolzano, dove si trovava un campo di smistamento nel quale venivano portate tutte quelle persone che provenivano dalle carceri di Bologna e poi da lì, venivano spediti in Germania.
I primi dell’anno 1945, quando eravamo oramai un convoglio di circa 700 persone, ci dissero che stavamo per essere mandati in Germania.
Salimmo in dei vagoni con una scatoletta e un pezzo di pane tedesco, chiusero i portelloni e li aprirono dopo cinque giorni. Non è che da Bolzano a Mauthausen ci volessero cinque giorni, ma eravamo spesso fermi perché avevano la precedenza i convogli militari.
Questa è stata la prima tragica esperienza che abbiamo avuto nel vagone, perché bisogna pensare che ottante persone chiuse nello stesso luogo per 5 giorni, i loro bisogni fisiologici li dovevano pure fare; e per questo avevamo riservato uno spazio in centro al vagone di 1 m e ognuno faceva lì i propri bisogni. La fortuna era che la temperatura, in quel periodo invernale, era tale da fare ghiacciare tutto.
Passati quindi i cinque giorni, il treno si fermò nella piccola stazione di Mauthausen, dove c’erano le SS che ci aspettavano con i cani: ci inquadrarono a 4 a 4 e ci fecero risalire la collina che dista 3 km dal campo di sterminio.
Entrammo non dall’ingresso principale del campo, ma dalla porta dei servizi generali, dove si trovavano una piscina e due campi da tennis. Con me c’erano due ragazzi di sedici anni, uno di diciotto e uno di diciannove; di noi otto il più anziano aveva ventuno anni. Appena vedemmo la piscina e il campo da tennis, pensammo che era un bel campo quello in cui ci avevano mandato, ma la realtà era molto diversa. A Mauthausen nel sottosuolo c’erano i bagni, dove facemmo la doccia; prima però, ci fu la selezione: i medici del campo ci passavano in rassegna e, chi non era in grado di lavorare, veniva spedito nelle camere a gas.
Dopo la doccia, fummo tosati completamente in tutti i punti in cui avevamo dei peli, nella testa con una macchinetta di 0.5 cm di altezza lasciarono una striscia con rasoio larga due dita perché dicevano che in caso di fuga saremmo stati riconosciuti. Era impossibile fuggire da Mauthausen, in quanto ogni 50 m c’era una gavetta con un militare di sentinella, la notte era illuminata a giorno e i fili ad alta tensione erano sempre attivi. C’è stata la morte per parecchi deportati a causa dei fili ad alta tensione; era però la morte migliore nel campo.
Successivamente, ci spedirono in un campo di quarantena che rimaneva alla fine del campo di Mathausen.
Dopo circa una settima, ci vestirono con una divisa a righe bianche e blu, un paio di zoccoli olandesi (con i quali facevo fatica a camminare), una giacchettina e dei pantaloni. Con questi indumenti, ci aggiravamo per il campo di sterminio con circa 5/6° sotto zero, senza una magliettina di lana e le mutandine come indumento intimo, perché allora non esistevano. Dal campo di quarantena, fummo poi smistati nelle baracche dove non si trovavano i nostri amici; io ero in baracca con uno di quei sette partigiani che erano partiti assieme a me dal carcere di Imola.
In un primo momento da Mauthausen fummo spediti a Gusen, un sottocampo di Mauthausen, dove vita e trattamento erano uguali al principale perché si lavorava in delle gallerie o al contempo in due officine: una era la Merschel Schmitt e l’altra la Staiben, ed io fui adibito alla Staiben. La mia fortuna fu che dopo un mese, io e quel partigiano partito con me da Imola fummo mandati nuovamente a Mathausen perché nella nostra baracca un gruppo di russi fece un sabotaggio sulle armi che noi costruivamo.
Quando rientrai, erano nel frattempo ritornati da Auschwitz i sopravvissuti allo sterminio, quelli che il nazismo non era riuscito ad eliminare.
Era molto duro il lavoro nel campo di Mauthausen: bisognava lavorare in una cava di granito oppure nei servizi generali (che consisteva nel rientro in blocco alla baracca, dove si caricavano i cadaveri delle persone morte durante la notte in un piccolo carretto, per portarli verso i forni crematori). Io, 1.78 cm, “messo bene”, dovetti andare a lavorare nella cava di granito.
La vita nel campo consisteva in:
H 4.00: sveglia,
H 4:30 – 6:00: appello,
H 6:00 – 18:00: lavoro o in cava o nei servizi generali.
La mattina seguente dal rientro da Gusen, ci fu un’altra mia esperienza tragica: non ero più Zaccherini Vittoriano, ma ero il numero 115’778. Misero un russo a fare l’appello ed io non capivo nulla di quello che stesse leggendo, e nessuno mi disse che ero finito nella fila sbagliata, ovvero nella fila dei servizi generali. Fu così che non risposi all’appello. La sera, al rientro in baracca in blocco (la mia era la baracca numero 24), venni picchiato col GUM (un tubo di gomma pieno di piombo).
Poi mi spedirono a dormire: all’epoca non si dormiva nei letti a castello, ma per terra in un pagliericcio di 80 cm in quattro persone (due dalla testa e due dai piedi), e il nostro kapok (criminale tolto dalla galera), fino a quando non eravamo allineati per bene non spegneva la luce, il che significa che non si poteva dormire. Io dormivo con un francese e due slavi.
La mattina seguente, domandai perché mi avessero picchiato, mi avessero dato il GUM, e loro mi risposero che non mi chiamavo più Zaccherini Vittoriano ma 115’778 (naturalmente pronunciato in russo). Da quel momento in poi, non mi dimenticai più il mio numero.
Quella mattina, andai a lavorare nella cava di granito, situata dopo la scala della morte sulla sinistra, ed io ebbi una certa fortuna in quanto nella cava si lavorava in due: uno estraeva il granito, ed uno portava via il materiale estratto. Due ore si impiegavano per estrarre il granito, e due ore per portarlo via. Lavoravo con un ucraino di nome Ivan che, senz’altro, aveva visto più di me poiché era più giovane di me e mi aiutava a sopravvivere:
lui impiegava un’ora in più ad estrarre, ed io un’ora in più a portare via quanto era stato estratto.
La mattina quando arrivavo in cava, mangiavo un pezzo di antracite (carbone più opaco), perché Ivan mi aveva detto: “Se te riesci a mangiare tutte le mattine un pezzo di carbone di quelle montagne che vedi, ti salvi!”. Infatti fu proprio così anche perché l’antracite stagnava completamente quella brodaglia che ci davano a pranzo, che provocava la dissenteria (principale causa di morte nei campi di sterminio).
Entrai a Mathausen il 5 gennaio 1945, ed uscii da lì il 5 maggio 1945; 5 mesi esatti e la sopravvivenza nel campo era dai 5 ai 6 mesi. Quando gli americani arrivarono nel campo la mattina del 6 maggio 1945, la prima cosa che fecero fu quella di pesarmi: ero 28 kg. A detta dei medici americani, avevo una settimana di vita.
Per camminare dovevo attaccarmi alla baracca, e anch’essa fu parte della mia fortuna perché chi aveva la possibilità di uscire, si recava nelle case di contadini per mangiare un pezzo di pollo o addirittura un pollo intero e, così facendo, morivano: eravamo talmente disabituati a mangiare che chi cercava di farsi una “bella scorpacciata” moriva.
L’ultimo mese della mia permanenza a Mauthausen, gli americani mi caricarono in aereo per mandarmi a Berlino, dove si trovava un ospedale da campo che dopo 2 mesi mi permise di rimettermi in condizioni abbastanza normali per affrontare il viaggio di ritorno in patria.

DOMANDA DI UNO STUDENTE: Può raccontarci quello che accadeva nei campi di sterminio e qualche altro episodio importante?

RISPOSTA: “Quello che accadeva nei campi di sterminio era fuori da ogni realtà. La sopravvivenza nel campo non era tra le nostre speranze; noi dovevamo lottare ogni giorno. Non ho mai visto solidarietà tra noi deportati, dovevamo vivere la vita senza avere la possibilità di aiutare, perché chi aiutava veniva ucciso insieme a chi era stato aiutato.
Un episodio da raccontare è quando il 12 / 13 aprile, data del compleanno del Fuhrer, ci furono date due sigarette a testa. Fu un momento particolare, perché era il primo gesto di umanità. Alla sera i miei compagni di baracca mi picchiarono, dicendo che avevo rubato loro le sigarette; dopo avermele prese, le andarono a barattare per una patata.
Un’ultima cosa, da non sottovalutare, è che i kapok i picchiavano anche se trovavano dei bisogni nel letto e noi dovevamo restare in silenzio, altrimenti ci avrebbero picchiati di più”.

MARTA
“Il comando tedesco, stanziato presso chiesa nuova di Crespellano, ogni giorno mandava una camionetta di tedeschi per prelevare giovani ragazze da portare al comando, per sbucciare le patate che servivano come condimento per la pasta e, per lavare i loro vestiti.
A forza di sbucciare patate mi vennero i calli alle mani!
I tedeschi erano malvisti in paese anche perché, spesso, si insediavano nelle nostre case, razziando ogni genere di alimento e oggetto; vennero anche in casa mia: dormivano nella camera dei miei genitori e utilizzavano la mia cucina come quartier generale. Al contrario di molti altri tedeschi però, si mostrarono umani: per la vigilia di Natale mangiarono con noi la pasta con il tonno e per Natale i canederli con la cipolla. Per dimostrare la loro gratitudine nei confronti di mia madre, le regalarono una coroncina colorata da mettere nei capelli.
All’epoca non c’era molto cibo: ogni genere di alimento era razionato mediante la tessera annonaria e quindi più di tanto non si poteva pretendere. Mi ricordo infatti che mia nonna, quando faceva il pane ne faceva in abbondanza, in modo da distribuirne alle famiglie bisognose del nostro paesino. Non ho mai sofferto la fame, anche perché quel poco di cibo in più di cui necessitavamo, lo ricavavamo da un appezzamento di terra vicino a casa nostra.
Quando arrivarono gli apparecchi anglo-americani, mi ricordo che le mie sorelle ed io correvamo nel viale ad ammirare queste specie di aerei che sganciavano le bombe; alla notte invece, avevamo molta paura di Pippo poiché se vedeva uno spiraglio di luce, sganciava una bomba.
Verso la fine della guerra, ci trasferimmo a San Martino e dormivamo in una cantina.
I partigiani istigavano i tedeschi, tant’è che ci furono svariate battaglie. Molti tedeschi persero la vita, così i soldati superstiti, condannavano a morte i 10 civili per ogni loro connazionale ucciso. Troppe persone innocenti versarono sangue che non doveva essere versato!
Una mattina quando ci svegliammo, trovammo un tedesco morto e per paura che gli altri tedeschi, trovando il corpo, facessero una rappresaglia, decidemmo di scappare, quando ad un tratto ci accorgemmo che schiere di americani scendevano dalle colline: eravamo LIBERI! Arrivati in città, mi ricordo che quei ragazzi iniziarono a distribuire a tutti della cioccolata, delle chewing-gum (per noi bolognesi cicles), caramelle e un sapone molto profumato che serviva per la biancheria. Era proprio un altro mondo!”.

EMMA
“Era il 28 ottobre quando, i tedeschi, sfollarono i paesi di Tossignana, Imola, Castel del Rio e Fiorenzuola. Ci mandarono tutti giù per una vallata ed io dovetti dormire prima in una vallata dove, mio padre, costruì una capanna con del legno trovato nei boschi, poi per tre mesi in un pagliaio. Eravamo cinque fratelli (3 maschi e due femmine) e, affinché non fossimo scambiati con altri sfollati, mio padre ci costruì uno pseudo carta di identità con un cartoncino (dove c’era scritto nome, cognome e data di nascita) e un filo di ferro.
Per un altro breve periodo, andammo a vivere in una casa di contadini, dove erano soliti farci visita dei soldati tedeschi che venivano per procurarsi da mangiare; poi, un bel giorno, mio padre ci caricò su di un carretto e ci portò ad Imola dopo restammo fino alla liberazione che avvenne in data 14 aprile.
Ad Imola dormivamo in delle grotte, perché era l’unico luogo sicuro, al riparo da bombe e che aveva ampi spazi. Gli alleati invece non riuscivano a dormire nelle grotte perché erano troppo scomode per loro. Il mio ricordo dei bombardamenti ad Imola è che piovevano bombe come grandine in piena estate!
Il 15 febbraio 1944 ci fu la strage di Monte Cassino dove l’Abbazia fu rasa al suolo da un bombardamento americano, in quanto gli alleati credevano che essa fosse una postazione strategica dei tedeschi e così facendo, oltre all’abbazia, uccisero tutte le persone rifugiatevisi. Le opere d’arte che erano all’interno dell’abbazia furono trasferite a Roma dai tedeschi prima del bombardamento: molte, purtroppo, scomparvero durante il tragitto e non furono mai più ritrovate.
Durante la guerra, persi alcune persone care: il fratello e il padre di mia zia morirono in Libia, mentre il cugino di mio madre morì in Grecia.
Vorrei dare un consiglio a questa generazione: ragazzi, non permettete che ciò che è successo riaccada!”.

ELIDE
“Vi dovrei raccontare della guerra? La guerra provoca pianti e rancori, dolori e angosce, vi chiederete il perché, ecco la risposta: bombe e silenzio, grida e ordini; non si è liberi ma sottomessi ad un unico dittatore!
Ho assistito ad un bombardamento avvenuto il 2 maggio 1944 ad Anzola dell’Emilia. Mi ricordo che arrivarono i caccia americani e iniziarono a sganciare moltissime bombe su di un’abitazione usata dai tedeschi come deposito di munizioni, e altre bombe furono invece sganciate su di una fabbrica di armi.
Quando iniziarono i bombardamenti era mattina, ci fecero nascondere alcuni in delle grotte, altri in delle cantine e altri ancora in chiesa. Le bombe colpirono e rasero al suolo il deposito di munizioni: morirono all’incirca 20 persone.
Più avanti, verso il mese di luglio circa, suonò in piena notte l’allarme: mio padre mi mandò, con altri bambini, a rifugiarmi dentro delle balle di fieno in una stalla; poi lui andò via. La prima bomba cadde su casa mia: ne rimasero solamente le macerie.
La seconda bomba, fortunatamente, cadde lontana dal fienile in cui mi trovavo e quindi mi salvai. Mio padre però, da quella notte, non lo rividi mai più!
Nel 1944 a Sabbiuno, vi fu un grosso rastrellamento: partigiani della Brigata Bolero, erano stati catturati dai tedeschi e, dopo essere stati incolonnati, furono fucilati.
Al solo pensiero, mi vengono ancora i brividi; ricorderò per sempre i volti delle madri e mogli, di quegli uomini uccisi, straziati dal dolore nell’apprendere che costoro non le avrebbero mai più riabbracciate.”.

RANIERO
“Sono nato in una famiglia di quattro fratelli, una famiglia modesta che viveva con quel poco che aveva; non c’erano tavoli imbanditi, succulenti cibi ogni giorno… C’era solamente povertà e poco cibo!
I ricordi che ho, purtroppo, non sono molto vivi, ma un po’ sfocati poiché all’epoca ero piccolo; ciò che mi ricorderò per sempre è che quando avevo sette anni, i tedeschi irruppero nelle case dei dintorni, prelevando donne, bambini ed anziani. Li caricarono su di un furgoncino verde militare e li portarono a Rio Famina.
I colpi di fucile si udirono fin quaggiù.”.

GINA
“Quando avevo circa 7 / 8 anni, il mio compito di prima mattina, era andare a vuotare i vasi da notte, fatti in ceramica. Le camere, nella villa di mia zia, si trovavano al piano superiore; mentre i bagni al piano terra e per raggiungerli, bisognava percorrere una lunga scalinata in marmo bianco. Una mattina scivolai su di un gradino, si ruppe il vaso da notte ed io mi feci moltissimo male alla gamba. Mia zia, accorse dicendomi a voce alta: “La gamba non è niente, è il vaso che non si aggiusta più!”.
All’epoca andavo a scuola a Pioppe di Salvaro e c’era il supplente della mia insegnante (fascista convinto), che decise di portarci in gita. Voleva che per quel giorno indossassimo la divisa fascista: noi ragazze avevamo una camicetta tutta bianca e una gonnellina nera con delle pieghe. Mia zia, il giorno della gita, non volle farmi indossare la divisa. Così andai a scuola e il supplente mi rimandò a casa, con l’ordine di mettermi la divisa ma, mia zia, mi tornò nuovamente a mandare a scuola senza divisa. A questo punto il supplente, in collera, mi disse: “Non mi venga a dire che sua zia abbia bisogno del fascio, perché non ci sarà”.
Il 10 giugno 1940, ci fu la dichiarazione di guerra. Stavamo ancora a Mongardino quando, tutto d’un tratto, mio cognato e altri ragazzi, venendo giù dalla discesa che portava a casa nostra, si misero ad urlare che sarebbero andati a Sasso Marconi, per dire a tutti che era scoppiata la guerra. Mio fratello fu richiamato alle armi e tutti i sabati doveva presentarsi al comando per l’appello. Un sabato uscì di casa con la divisa da primo militare, ma non si presentò al comando. Fu così che il comando mandò a chiamare mio padre, chiedendo perché mio fratello non si fosse presentato al comando sabato. Mio padre, non sapendogli riferire nulla su dove mio fratello si fosse recato si prese due calci nel sedere dal militare.
Durante la guerra stavo a Mongardino. Eravamo in sette fratelli, due sono morti con la guerra.
Nel 1942 è morta mia mamma per una meningite fulminante, e mio fratello più grande era militare. Venne a casa per il funerale e mi disse “Mi sono risparmiato di andare in Russia!”. I suoi commilitoni, infatti, intanto che lui fece quei tre/quattro giorni a casa per il funerale, furono mandati in Russia. In compenso però, con l’armistizio dell’8 settembre del 1943 fu chiamato in Germania, dove fu fatto prigioniero in un campo di concentramento per tre anni, senza che noi ne venissimo a conoscenza. In quel periodo difatti non ricevemmo mai nessuna notizia e non sapemmo la fine che aveva fatto. In un giorno d’autunno, eravamo tutti lì in casa e vedemmo uno venir giù da una stradina di campagna verso la strada e ci domandammo chi fosse. Quando varcò la soglia di casa a stento l’abbiamo riconosciuto. Dopo quindici giorni è morto; era ritornato dalla Germania con il tifo, dopo una settimana che sembrava essersi ripreso, gli venne la febbre e morì. Dopo un mese morì anche mia sorella sempre a causa del tifo, perchè rimanendo sempre accanto a mio fratello, fu contagiata.
Dopo la morte di mia madre, ero rimasta io che avevo tredici anni che accudivo la casa e i miei fratelli e mio padre che si occupava di noi. Il più piccolo dei miei fratelli aveva sei mesi. Mio padre non si è mai risposato, anzi diceva: “Io con i miei figli non porto un’altra donna in casa, non si sa mai che dopo li maltratti”.
Anche se era una persona molto forte, è stato sul punto in cui si voleva uccidere, sono arrivata in tempo io. In pratica era morta mio madre, mio fratello e dopo il funerale di mia sorella in novembre, siamo arrivati tutti a casa e ci siamo messi a parlare attorno al fuoco anche con mio nonno, che all’epoca abitava con noi. Era buio, mio padre ad un certo punto si alza e va fuori. Passano dei minuti e di mio padre ancora nessuna traccia; allora io sono andata fuori per cercarlo e l’ho trovato a cavalcioni del pozzo. In campagna all’epoca c’erano quei pozzi, dove si tirava l’acqua col secchio, perché non c’era l’acqua in casa come adesso. Andai là e gli chiesi che cosa stesse facendo, lui mi guardò e mi rispose: “Cusa vut c’à faga. Son vanzé acse’” (Che cosa vuoi che faccia? Sono rimasto così” in dialetto bolognese) e io aggiunsi “Beh, e noi?”. Dopo scese dal pozzo, riprendendosi un po’.
Da me in casa, chiamata “la villa”, nel 1943 dopo l’armistizio, avevo il comando delle SS al piano terra. In quella casa abitavamo noi coloni sfollati e dall’altra parte i padroni. Nelle case di fianco noi, c’erano altri tedeschi tutti “accampati” nei dintorni e ci portavano le camicie e qualche cosa da mangiare. Si era venuto a creare fra di noi un buon rapporto. Appena le SS del comando da noi scoprirono questo rapporto “amichevole” con gli altri tedeschi, vennero dicendoci: “Voi siete amici”, rispondemmo di no. Quella volta rischiammo grosso.
I tedeschi misero mia cugina e me a pelare un sacco di patate; ci misero vicino un paiolo. Dopo tanta fatica, abbiamo riempito un paiolo e una volta riempito, i tedeschi lo hanno preso e hanno buttato tutte le patate giù per un pendio, situato alla fine della siepe a casa nostra. Con me in casa all’epoca, c’era mia cugina perché una sorella di mio babbo era venuta a stare da me. Questa mia cugina in seguito scappò, perché un tedesco voleva andare a letto con lei. Lei prima si rifugiò nel castagneto e poi si nascose a casa di mia sorella e da lì fino alla fine della guerra, non venne più via.
Un altro episodio da raccontare, è quando stavo sfornando il pane dal forno, un tedesco arrivò e dopo aver detto: “Oh! Che bel pane!”, me lo portò via. Così, ne dovetti fare un altro.
Un’altra volta, stavamo sempre là a Mongardino, arrivarono i tedeschi, che rastrellarono tutti: portarono via mio babbo, mio cugino, mio zio, i miei due cognati… erano tutti lì in casa e li portarono su a San Luca a fare delle buche per nascondervi le mitragliatrici, che poi non utilizzarono. Mio babbo chiese il permesso di tornare a casa per venire a vedere come stavamo, perché ci aveva lasciato col nonno che era anziano. Gli diedero il permesso, però lo rinchiusero dentro ad una cella fascista, situata dietro il comando tedesco. Poi mi vennero a prendere insieme a mio fratello più piccolo e andammo là. Non ce lo fecero mica andare dentro, ma ce lo fecero vedere dalla finestra. C’era un fascista che era di bassa statura, e il suo fucile da quanto era basso gli toccava per terra, che ci spingeva ad andare avanti. Io appoggiai mio fratello sulla ringhiera e vidi mio babbo che lo abbracciava.
Nel 1944 ci fu l’eccidio di Marzabotto, però io so solo che i tedeschi avevano preso delle donne e dei bambini e li avevano chiusi dentro ad una stalla e poi ci hanno dato fuoco. Poi so anche che buttavano in aria i bambini e poi sparavano loro come se fossero tiri a bersaglio.
Con i bombardamenti del 1944, scappammo a Bologna nella zona della Crocetta, presso un’amica di mia sorella, con la carretta piena di “roba”. Mia sorella si era fatta male a un piede e l’avevo caricata sopra. Io ero davanti che tiravo il carretto.
Davanti a Palazzo Rossi (una volta chiamato Dis Ligher), dove c’erano dei comandi tedeschi, c’era il blocco, dove perquisivano i carretti che arrivavano dalla campagna. Io avevo il biroccio, quel carro che era trainato dalle mucche, con sopra i miei fratelli. Avevo caricato il caricabile: mia sorella più piccola di me di cinque anni, mio fratello più piccolo e altri due miei cugini, perché mio babbo, mio nonno e mio fratello del ’37 erano già a Bologna, per sistemare il luogo in cui mettere le bestie. Mi fermarono dunque al blocco.
Documenti- chiese il tedesco.
Non ce li ho – risposi – sono troppo giovane! –
Con chi sei? Tua mamma? –
È lì dietro- Aggiunsi.
Via! Via! Via!-
Poi non so chi fermarono, c’erano tante donne anziane là di dietro, so solo che appena mi diedero il via continua il percorso velocemente.
Prima di giungere alla Crocetta, all’altezza circa di Porta Sant’Isaia, c’era un altro blocco di tedeschi che mi fermò nuovamente, questa volta per controllare il carro. Allora dissi con mia sorella di dare dei pizzicotti ai “cinni” (in dialetto bolognese significa bambini), in modo che si mettessero a piangere. I tedeschi, che volevano parlare con me, non sopportarono i piagnistei dei bambini e così mi fecero passare.
A Bologna, eravamo in una casa con due camere, un salottino e dormivamo tutti lì. C’era anche un sotterraneo che fungeva da stalla per le mucche. Alla sera mio babbo ci portava a casa il latte, in modo che alla mattina avessimo la colazione.
La mattina della liberazione, avevo fatto il pane e lo avevo portato da un fornaio lì vicino a casa per poterlo cuocere. C’era tutto un silenzio, quando d’un tratto arrivò un signore dicendo: “Avete visto? Non ci sono più i tedeschi alla porta! ”. Tornai a casa e, passata qualche ora, tornai a prendere il pane dal fornaio e notai che c’era un gran scompiglio per la strada con la gente che gridava: NON CI SONO PIÙ I TEDESCHI! SONO ANDATI VIA I TEDESCHI! Allora corsi a casa per dirlo a mio padre. Fu così che tutti insieme andammo nei viali, dove cominciarono a passare i carro armati con sopra gli americani che lanciavano le caramelle e, noi bambini, facevamo a gara a chi ne raccogliesse di più.
In settimana, caricammo tutto quello che ci era rimasto, e tornammo a Mongardino.”.

ATTILIO
“Nel 1938 ci fu l’incontro tra Hitler e Mussolini, di questo mi ricordo solo una cosa: dove abitavo io, a Porta Metronia, c’erano delle baracche di gente povera. In onore della visita di Hitler, furono mandati via questi poveretti, messi in un ghetto, non mi ricordo se dal “quarticciolo” o in una borgata, in modo tale da non essere visti, e le baracche furono distrutte. Mia nonna andava in quelle baracche per cercare delle ragazze da prendere come donne di servizio. Una volta mi portò con lei, e fu una cosa impressionante perché, nelle baracche non c’era il bagno ed era stata posta al centro delle abitazioni una latrina e usavano quella.
Il 10 giugno 1940 ci fu la dichiarazione di guerra. Mia nonna mi disse: -Oggi pomeriggio parla il Duce -. Accendemmo la radio (perché era l’unico mezzo dei media che allora funzionava), in attesa di questo discorso di Mussolini che doveva investire un’importanza capitale. Mussolini dichiarò guerra all’Inghilterra e alla Francia. Ci fu un certo entusiasmo da parte dei giovani e anche da parte mia, anche se avevo sette anni, perché ero impastato di propaganda del regime già dalla scuola. Il sabato avevamo il pomeriggio dedicato al SABATO FASCISTA, ai canti di guerra, ai canti nazionali, ginnastica in vario modo sempre in divisa, composta da una camicia nera, i pantaloni verdi, gli scarponi neri e un fazzoletto grande azzurro con un medaglione dove era raffigurato Mussolini. Ho cominciato con la divisa di FIGLIO DELLA LUPA, BALILLA e in più avevo delle strane decorazioni, dei distintivi particolari di cui andavo molto fiero, perché mio padre era combattente in Africa.
Cominciò questa guerra. In casa bisognava adattarsi a certe evenienze: prima cosa era l’oscuramento. Durante la notte non bisognava far filtrare nessuna luce dalle finestre, per cui si lavorava spesso e volentieri con i lumi a petrolio, con questa fiammella piccolina perché non doveva vedersi niente. Tutti i vetri delle finestre li avevamo decorati con della carta in modo che se veniva una bomba il vetro frantumandosi non andava a pezzi, ma rimaneva intatto. Tutte le case più o meno avevano gli scantinati con i rifugi per cui, quando suonava l’allarme, bisognava precipitarsi nelle cantine, le quali erano attrezzate con lo stretto necessario: bottiglie piene d’acqua, qualche vivere di pronta necessità e medicinali.
Se si va ancora in giro per Bologna, ad esempio in Via S. Vitale, ci sono ancora delle targhe che dicono RIFUGIO ANTIAEREO, proprio perché la gente si potesse ricoverare in questi posti per cercare di salvarsi, anche se non era sempre così, perché se ti prendeva una bomba in pieno addio rifugio. In più c’era una squadra speciale chiamata UNPA (Unione Nazionale Protezione Antiaerea) che girava per le strade tutte buie con le pile elettriche perché non si vedeva dove si mettevano i piedi. In quel periodo l’illuminazione della strada non esisteva, per cui tutte le città erano completamente al buio: BELLISSIMO, perché mi ricordo dei cieli stellati che erano una meraviglia. E c’era questa squadra speciale che controllava che dalle finestre non filtrasse alcuna luce, altrimenti venivano e ti massacravano dicendo: – Se passa un aereo e vede la luce il tuo palazzo crolla.
Questi primi anni che io ho passato a Roma fino a quando si è arrivati al famoso 8 settembre in cui Badoglio dichiarò l’armistizio, ma nel bollettino che emise c’era una frase terribile: LA GUERRA CONTINUA. Infatti, dopo due giorni c’è stata la famosa BATTAGLIA DI PORTA SAN PAOLO alla quale io ho assistito e mi ricordo i traccianti, gli scoppi delle bombe tra l’esercito italiano e l’invasore tedesco; ci furono un sacco di morti in quell’occasione e per noi, quando finì la battaglia, fu una scoperta eccezionale, perché riuscimmo ad andare nel campo di battaglia dove trovammo reperti bellici come proiettili, elmetti anche materiale pericoloso.
Ci fu l’invasione tedesca e a Roma si calmarono un po’ le acque, però la cosa peggiore furono i primi bombardamenti. Mi ricordo che il primo fu il 19 luglio del 1943 quello famoso dove il Papa andò poi a trovare il quartiere più massacrato ovvero San Lorenzo, la sua veste bianca si macchiò di sangue dei feriti. Il 25 luglio del 1943 ci fu la caduta del Fascismo e del governo con l’arresto di Mussolini, ponendo fine alla rivoluzione che era in atto, con la conseguenza dell’abbattimento delle statue del Duce (ad esempio a Bologna allo stadio dall’Ara fu distrutta la statua di Mussolini a cavallo).
Io andavo a scuola al Collegio Santa Maria che è attaccato a una famosa strada di Roma che ebbe una storia nefasta: Via Tasso, dove era stanziato un comando tedesco nel quale venivano portati i prigionieri e torturati. In questa via oggi giorno c’è un famoso museo. Io non me lo ricordo, però quando tornai a Roma i miei vecchi compagni di scuola mi raccontarono che udivano i lamenti dei prigionieri, uno riuscì anche a scappare e si rifugiò nel nostro cortile, salvato dai preti del Collegio. Di questo fatto racconta anche Corrado Augias, mio compagno di Collegio; abitavamo abbastanza vicini, io a Porta Metronia e lui di Porta Latina con la differenza che io ero semiconvittore mentre Augias era convittore.
Altri episodi di Roma che posso raccontare non ce ne sono, anche perché quando ci fu la STRAGE DI VIA RASELLA, io non c’ero a Roma perché è successa verso marzo del 1944 ed io sono andato via a gennaio. Su questa strage c’è stata molta polemica, perché ci fu il partigiano Bentivegna che organizzò il tutto e che poi fu decorato con medaglia d’oro. Però quando i tedeschi cercarono il responsabile, lui non si presentò. All’epoca per ogni tedesco morto, 10 italiani perdevano la vita. I tedeschi “sbagliarono” il conto e ne ammazzarono un “po’” di più. Io sono andato alle Fosse Ardeatine più volte e ne sono rimasto colpito, perché impressionante è stato il luogo dove li hanno ammazzati, in queste cave di tufo dove prima li ammazzarono e poi misero delle mine per nascondere i cadaveri. E’ impressionante, come a Marzabotto. Avevo un amico, un ebreo, suo padre è rimasto vittima della strage delle Fosse Ardentine.
Nel gennaio del 1944 mio padre era tornato dall’Africa e si era impiegato alla Confindustria di Roma. Era già avvenuto lo sbarco ad Anzio degli americani, per cui ci spostammo a Nord, verso Parma. All’epoca non c’era il riscaldamento, e mi ricordo che una delle cose principali che facevamo (si viveva quasi tutto il giorno in cucina, dove c’era la cucina a carbone) era delle palle di carta di giornale vecchio che inumidivamo, che servivano per bruciare. L’inverno del 1944 credo che sia stato uno degli inverni più freddi del secolo! Mi ricordo che si andava a letto e avevo le lenzuola che erano umide, ma si erano gelate. Qualche volta si metteva il prete (uno strumento per riscaldare le lenzuola) o la suora. Restammo quattro o cinque mesi e cominciarono i bombardamenti violentissimi. Tra questi, me ne ricordo il primo avvenuto a gennaio del 1944, era giorno ed ero appena tornato da scuola con il mio grembiulino nero e il fiocco azzurro. Suona l’allarme e sento gli aerei che arrivano e io corro alla finestra per vederli. Intanto mio padre dall’ufficio, che non era molto lontano dall’abitazione, era rientrato e, mentre io ero in finestra cominciarono a sganciare delle bombe, mio padre mi prese da dietro e mi portò sotto l’arco portante di casa mia. Finito il bombardamento tornai alla finestra e notai che le case che c’erano prima non c’erano più. Le mie tre sorelle erano in Collegio, era ora di pranzo e si pensava si trovassero in refettorio; per cui mio padre si precipitò verso la scuola. Quest’ultima era stata colpita, fortunatamente il refettorio dove erano tutti quanti riuniti era rimasto indenne; nonostante ciò 14 bambini e due suore morirono. Per me fu uno shock, perché da questi palazzi che erano di fronte a casa mia, venne fuori una famiglia completamente imbiancata dai calcinacci dicendo: – Abbiamo perso TUTTO! Abbiamo perso TUTTO!-. Ho assistito anche ad altri bombardamenti a Parma, ma dopo quell’episodio, scappavamo in montagna e ci rifugiavamo lì fino a quando non cessavano.
Da lì andammo via e ci rifugiammo in alta Val Brembana, precisamente a Roncobello, dove si fissò la sede della Confindustria. Lì eravamo in mezzo ai partigiani ed era buffissimo perché ogni tanto venivano i fascisti e i partigiani sparivano, come i fascisti andavano via, vedevi i partigiani in giro per le strade. Noi sapevamo di questa situazione, c’erano delle situazioni strane! In una famiglia ad esempio un fratello andava nelle Brigate Nere mentre l’altro nei partigiani, perché si cercava di salvare la faccia da una parte o dall’altra. I partigiani erano dei ragazzini, ai quali venivano paracadutati viveri e armi e loro vivevano così, facendo la controguerriglia alle Brigate Nere.
Un giorno arrivarono anche in Val Brembana i tedeschi, armati fino ai denti, con le bombe a mano che pendevano da tutte le parti.
Avevamo preso alloggio in un albergo, dove c’erano anche gli uffici della Confindustria. Il piano dove abitavamo noi, era quello dove si trovavano tutti gli impiegati.
Una mattina alle 5 ho sentito bussare alla porta di camera mia e mi si è presentato un “armadio” di tedesco, armato fino ai denti chiedendomi: – Dov’è tuo padre? – gli risposi che stava dormendo. Lui si alzò ed andò ad aprire la porta della camera di mio padre. Sentii un urlo, era mio padre che diceva: – FUORI! Si bussa prima di entrare. -. Il tedesco richiuse la porta e bussò. Mio padre lo fece entrare, si vestì e andò via con lui, noi non sapevamo che fine avesse fatto. Dopo tre giorni ritornò con il chimo in faccia, gli occhiali rotti… Aveva preso un sacco di botte! Perché erano convinti che fosse un collaborazionista dei partigiani e quindi insieme a lui anche gli altri impiegati subirono la stessa sorte. Purtroppo anch’io sono stato preso dai tedeschi: avevo 11 anni, noi ragazzini salivamo e scendevamo con il portavivande di un ristorante, usandolo come ascensore per divertimento. Stavamo giocando quando ci trovammo davanti tre tedeschi. Avevo anche le mie sorelle accanto, uno dei tedeschi mi fa vedere un pezzetto di carta dove un mio amico, che sapeva disegnare bene, aveva rappresentato un partigiano che faceva la pipì su un tedesco in divisa. Il foglio lo avevamo strappato e buttato nella discarica, i soldati sono andati lì e hanno trovato il foglietto, ci mostrò questo foglio di carta chiedendo chi l’avesse fatto. Io risposi che non sapevo chi l’avesse fatto, mantenendo il segreto. Naturalmente ci hanno lasciato liberi senza farci niente. Quando andarono via, andammo a cercare quello che avevano lasciato; trovammo un po’ di pane nero e un po’ di proiettili, fucili e mitragliatrici. Tra le altre cose, avevano piazzato anche un cannoncino e, i tedeschi, ci chiedevano dove fossero i partigiani. Noi rispondevamo sempre che si trovavano in montagna e loro sparavano verso la direzione da noi indicata, anche se lì non si trovava mai nessuno. I tedeschi in ogni modo si vedevano poco in Val Brembana, c’erano le brigate nere, che si vedevano di più.
Questo fu il periodo un po’ più brutto della guerra perché c’era poca roba da mangiare. Io non mangio più polenta da allora, perché per un anno e mezzo ho mangiato polenta in tutte le salse, pane non ce n’era, per cui la mattina si metteva il paiolo al centro della stanza e s’immergeva la polenta dentro il caffè amaro (una cosa schifosissima), se ne mangiava anche a mezzogiorno.
Di solito c’era un quieto vivere: sapevano che c’erano i partigiani e le Brigate nere e basta.
I rastrellamenti avvenivano di rado, anche perché si conoscevano nel paese e c’era chi aveva i figli sia nelle brigate nere che nei partigiani.
Mi ricordo che avevo trovato un pulcino che avevo fatto crescere, diventando una gallina che faceva le uova; noi in famiglia eravamo quattro fratelli e si faceva questo uovo battuto e si spalmava sulla polenta. Poi questa “povera” gallina non faceva più le uova e le abbiamo tirato il collo.
Il 25 aprile del 1945 mi ricordo che in casa venne un maresciallo dei carabinieri dicendoci: – per carità, non uscite da casa per due giorni, perché c’è il “cambio della guardia”! Via i fascisti e dentro i partigiani. -.
Ho conosciuto soldati perché avevo il carro armato sotto casa e, per guadagnarmi un pezzo di pane o una fetta di formaggio, andavo a lavare loro le gavette. Io mi alzato la mattina alle 4:30 per andare a fare la fila. Per trovare qualcosa da mangiare di verdura. La carne per esempio il polmone, il cuore. In casa si cercava di fare di tutto, ad esempio il sapone. Mi ricordo che si prendeva il grasso e le ossa degli animali, della colla di pesce, poi non so mia nonna cosa ci mettesse dentro però faceva una puzza! Una volta pronta la pasta, facevamo dei panetti e usavamo quello. Quando rimediavamo l’olio, quello durava una vita. Avevamo un tegamino piccolo, dove mettevamo l’olio che si utilizzava più volte per la frittura. Fortunatamente il latte in casa c’era sempre, e con quello, facevamo il burro in casa: prendevamo il latte e lo mettevamo a scaldare sulla stufetta elettrica e sbattendolo, piano piano il grasso si raggrumava facendo formare una pallina non grandissima.”.

ILARIO
“Quando eravamo nel rifugio, arrivò una famiglia che abitava vicino a noi ed erano stati bombardati, loro erano usciti da un buco del pavimento e mancavano i due vecchi.
Era buio completo, era crollato il pavimento ed erano venuti nella rimessa; le case erano in legno per fortuna, e ho sentito nel cortile una persona che cadeva per terra, temevo fosse mio padre; ma era un ragazzo, orfano di genitori poiché morti in un bombardamento. Avevano fatto un rifugio poco sicuro, scavando un buco nella terra, una bomba cadde’ proprio lì e morirono tutti. Anche un mio amico morì là, aveva 12 anni.
Un altro rifugio era stato scavato nella roccia; una signora uscita per cucinare venne colpita dalla scheggia di una bomba e morì.
In piena notte arrivarono gli americani e ci sfollarono perché noi eravamo vicino alla linea gotica. Mi ricordo un carro armato molto grosso. Non ci caricarono tutti, ma di quelli caricati, alcuni furono portati a Firenze e altri, come nel mio caso, vicino a Loiano.
Gli americani erano più lenti dei tedeschi a sparare; mentre i tedeschi erano più veloci e più scaltri. I tedeschi non portavano via i morti; mentre gli americani sì.
Mio cugino morì di difterite a sei anni, i medici americani non conoscevano le malattie dei bambini. Faccio presente che la difterite è una malattia, dove le placche in gola crescono asfissiando la persona. Anche io stavo male, e per paura che morissi, mi caricano sulla Croce Rossa e mi portarono a Firenze: anche se avevo l’epatite, stetti lì 4/5 minuti e poi me ne andai via.
Quando avevo 8 anni, sono stato in un campo di concentramento: avevo due scarpe messe male, una camicia, un paio di mutande e una giacca. Laggiù mi riempii di pidocchi e, per farmeli andare via, mi buttarono addosso del DDT.
Quando riuscivamo ad uscire, andavamo a cercare nei bidoni della spazzatura (per noi bolognesi il rusco), perché gettavano la pasta con i piselli con dentro i vermi. Anche io ho mangiato nei bidoni della spazzatura.
Mio padre mi cercò mediante il capo soldato: lo pagò e lui mi trovò. Egli mi nascose nel camion con il quale era arrivato e mi disse di non avere paura, perché se ci avessero fermato io dovevo dire che ero suo fratello e, loro, non avrebbero detto nulla. Eravamo in molti civili là dentro; le persone che volevano passare pagavano. Così, fui portato a Barbarolo. Arrivato a casa, quando si doveva mangiare, si andava con i pentoloni dai soldati e loro ci davano delle frittelline.
La mensa era situata dove c’erano dei cannoni:
Se i cannoni erano molto inclinati: i proiettili arrivavano molto lontano;
Se i cannoni erano poco inclinati: i proiettili arrivavano poco lontano.
Quando tornammo a casa, i soldati americani ci diedero delle cose da mangiare. Nella strada del ritorno, io ero andato sulla cima del camion per indicare la strada di casa, ma non la trovai. Feci il giro dalla parte dietro della fontana, e trovai solamente delle macerie. C’erano morti da tutte le parti, e tra di loro anche dei miei parenti.
Un’altra volta mi ricordo che mi trovavo vicino a casa mia, quando sentii un aereo venire giù in picchiata… bombardò. Io mi buttai per terra, perché era l’unico modo che avevo per salvarmi.”.

ADELE
“Ho frequentato l’asilo dalle Orsoline della Signorina Benni. Una sera eravamo all’asilo e ci fecero uscire prima del tempo, perché avevano ucciso tre persone sopra la strada e, per non impressionarci, ci fecero passare dall’uscita di sotto.
Avevo 5 anni e mezzo quando cominciarono ad esserci problemi con i tedeschi.
Mia madre ci prese tutti e ci portò dagli zii in una casa vicino alla ferrovia. Quando tornò al mulino per dare da mangiare ai maiali, fu presa dai tedeschi e la portarono a Gardeletta. Arrivata al comando disse di avere dei bambini piccoli e una sorella, così la rilasciarono.
Mio zio per fare passare il tempo a me e ai miei fratelli, ci faceva vedere i cavalli e i muli che brucavano sopra un monticino. Sopra dalla casa di mia zia, passarono i tedeschi che bruciarono tutto; vedendoli dirigersi verso casa nostra, mia zia ci fece uscire per pregare affinché potessimo raccomandarci alla Madonna. I tedeschi però presero una pagnotta di pane e la marmellata e mangiarono tutto.
Dalla casa della mia zia fummo sfollati, mio zio mi prese in spalla e attraversammo il fiume. I contadini avevano stabilito una stanza per noi tutti, mentre i loro bambini dormivano per terra con i loro genitori. Alla mattina quando portavo la colazione a letto ai miei genitori, dovevo fare attenzione a non calpestarli, anche se a volte gli prendevo contro.
Prima di essere sfollati, la mia famiglia fece una fossa nel garage, seppellendo la biancheria e mise nella botte parte della mobilia.
In fondo alla divisione del fiume verso la zona Murazze un aereo cadde.
Quando bombardarono Vado, si ruppero le finestre del Mulino, dove abitavo io.
Durante i bombardamenti ci nascondevamo nelle gallerie: era il luogo più sicuro dalle bombe.
Finita la guerra, quando mio padre e mia sorella ritornarono al Mulino, trovarono la casa vuota a causa dei tedeschi, che avevano installato il loro comando in quella che era la mia casa, ed era anche piena di topi!
Ci vennero a prendere e tornando tutti insieme, trovammo davanti al mulino tutti i carro armati americani; molto probabilmente era stata anche una base da dove avevano sparato gli americani.”.

LUISA
“Con la guerra ho conosciuto mio marito. Lui era una guardia alle dighe dell’Isonzo vicino a Gorizia. Al tempo della guerra mia figlia aveva quattro mesi. Ci toccò scappare via di casa perché dove abitavo io c’era la cucina dei tedeschi e da lì mitragliavano verso il fronte.
A Marzabotto c’era il fronte; lassù sparavano con i cannoni e dove prendevano non importava.
Come ha già detto mia marito, a Badia ci fu un rastrellamento. Ammazzarono tanti di quei civili da farne una strage. Era il 7 ottobre 1944.
Più avanti, siamo andati a stare da una famiglia vicino al fronte, in un rifugio. Fuori mitragliavano e mio marito ed io non potevamo andare a casa. Eravamo in 17 in quel rifugio. Durante quella notte hanno ammazzato una mucca e hanno buttato giù il muro di casa nostra. Hanno distrutto tutta la nostra abitazione facendo così. Siamo così stati sfollati a Bologna presso mia cognata, anche i miei suoceri erano lì da lei, perché ci erano andati prima di noi.
Scappai con mia figlia di 5 mesi e andammo giù a piedi. Siamo arrivati a Casalecchio e avevo tante vesciche nei piedi, perché la strada non era asfaltata come adesso, ma era tutta ghiaiosa.
Dal rifugio di Bernardello si vedeva Mongiorgio.
Tito era il dittatore slavo, e con l’armistizio tutti i soldati sono scappati a casa.
Andammo nel rifugio sottoterra alla Badia dove c’erano le attrezzature; poi dopo ci siamo nascosti in mezzo ai badili.
A Most na soci (Santa Lucia d’Isonzo), mi hanno ucciso 17 parenti, e i tedeschi cercavano nelle chiese per vedere e scovare chi era riuscito a nascondersi. Chi veniva trovato durante quelle perlustrazioni, veniva portato in Germania ai lavori forzati. Un signore che conoscevo è andato a Mauthausen per 4 anni.
Di morti ne ho visto solamente uno nella cantina di mio zio. Ho visto delle lenzuola insanguinate e due uomini che stavano portando via una persona molto probabilmente morta.
Alcuni dei miei amici sono stati portati in Germania con i treni, in quei vagoni da bestiame, e sono morti nelle camere a gas.”.

FLU
“Io durante la guerra ero piccola avevo circa 4 anni e mezzo. Mi ricordo però che quando fummo sfollati durante un bombardamento, andammo a San Luca da una mia zia. Vidi un caccia arrivare. Mi arrampicai quindi, su un albero di fichi e mia zia mi raccomandò di scendere da quell’albero, ed io risposi che a me non me ne “fregava” niente, che non avevo paura, perché tanto andavano a casa loro. In tempo di guerra, tutte le finestre dovevano essere chiuse, altrimenti bombardavano dovunque si vedesse una luce.
Un giorno in casa mia entrarono tre tedeschi mentre mia madre faceva la sfoglia. I tedeschi avevano dei guanti neri ed uno di loro era ubriaco e rivolgendosi a mia madre disse “io volere andare a letto con tua figlia”; mia madre per tutta risposta inventò delle scuse e allora il tedesco volle avere del cibo. Ad un certo punto, mentre stavano mangiando, ci iniziarono a guardare e ci chiesero dove fosse mio padre, noi gli rispondemmo che mio padre non c’era perché era a lavorare, all’epoca faceva il muratore. I tedeschi però non si fidarono, così salirono le scale e per giunta, uno di loro cadde a terra ferendosi; gli altri accorsero, lo aiutarono a rialzarsi e andarono via senza dire nulla.
Durante il percorso nel tornare a casa, mio padre si imbatté in questi tedeschi che lo fermarono, e lo volevano uccidere. In un combattimento corpo a corpo tra mio padre e un tedesco, mio padre venne ferito da una pistola; nonostante ciò riuscì a scappare e a ritornare a casa. Scampato alla morte, appena arrivato a casa, ci disse: “Ahiò ciapé pora” (ho preso paura) e dopo ci spiegò quanto vi ho appena raccontato.
Mio fratello andò in Russia e tornò a casa a piedi. Stette in un cascinale e due tedeschi gli salvarono la vita; presero poi il camion e scapparono. Mio fratello scriveva sempre per dare informazioni su come stava, e siccome era un po’ di tempo che non dava più sue notizie a casa, mia madre iniziò a preoccuparsi; ma quando lo vide arrivare in lontananza, si tolse le ciabatte e gli corse incontro.
Mio suocero, venne ferito nel Monte Negro (ex Iugoslavia) e lo curarono dei pastori per 40 giorni, poi venne spedito in un posto dove prese la malaria. Da lì, lo portarono all’ospedale militare anche perché, nonostante le cure dei pastori, la pallottola era rimasta, ma i medici non la trovarono. Solamente dopo 50 anni, scoprirono che mio suocero aveva dentro il suo corpo un’infezione a causa di questa pallottola.
Quando passarono i tedeschi, in ritirata a causa dell’arrivo degli americani, lui tentò di bloccarli sparando in aria, ma si prese paura e scappò via.
Quando c’era l’allarme si andava in un rifugio dalle parti della zona Barca (tale rifugio era denominato “Le conserve”, perché si tenevano le cose al fresco).
Una volta, suonò l’allarme e tutti quelli del mio palazzo si nascosero in questo rifugio e mia madre mi ha raccontato che io durante questo bombardamento, in questo rifugio, raccontavo delle favole alle persone e loro ridevano di ciò che raccontavo.
Un altro episodio significativo che vi posso raccontare, è di un giorno in cui ero fuori da casa mia e, tutto d’un tratto, vidi arrivare tre signori in una casa non molto distante dalla mia, e nascondersi lì dentro. Subito dopo, arrivarono due uomini che correvano, suonarono alla porta, presero un uomo e gli dissero di non urlare. Lo presero, lo portarono con loro e lo uccisero.
Un’altra volta stavo andando con mia madre a fare la spesa, e passammo davanti ad un bar dove fu buttato fuori un fascista tutto pieno di sangue. Andai a casa col batticuore.
In casa mia vennero i tedeschi e ci portarono via tutto l’oro.
All’arrivo degli Americani, mi ricordo che loro lanciavano caramelle, cioccolata e gomme da masticare (qui a Bologna chiamate cicles). Io, che all’epoca ero un po’ il capo del mio gruppettino di amici, dissi a loro: “Ragazzi! Applaudiamo agli americani!”. Mi ricordo anche che mio padre, per paura che gli americani ci facessero del male, si rivolse ad un ragazzo della loro brigata dicendogli: “Ma c’sa vut?” (che cosa volete), ma loro continuarono ad andare avanti.”.

ANNA
“All’epoca della guerra, al mio paese o si andava in Grecia o in Albania, oppure si andava con i partigiani. Una volta i tedeschi presero uno dei partigiani, lo uccisero, lo legarono ad una camionetta poi lo portarono in giro per tutto il paese. Il parroco dell’epoca, scese in piazza e disse: “Libere’ el mort e aselo là! Se vole’ toléme mi, ma aselo stà!” (Liberate il morto e lasciatelo là! Se volete prendete me, ma lasciatelo andare!). I tedeschi lo lasciarono andare, però in compenso bruciarono due paesi. Ma quanto ho appena detto, accadde dopo l’8 settembre 1943 perché prima non era così, prima ci lasciavano vivere almeno un po’!
Passato l’8 settembre 1943, se s’incontrava un tedesco bisognava dire “HI HITLER!”, altrimenti si moriva perché uccidevano senza pietà.
Mi ricordo che quando i partigiani andavano per i valici in modo da passare il confine per la Svizzera, arrivati al confine, trovavano i tedeschi che li uccidevano.
Vicino al mio paese, era situato il paese di Stramentizzo (in Val di Fiemme, Trento), è stato bruciato durante la guerra e su ciò che era rimasto, è stato fatto un lago dal quale sbuca il campanile di quella ormai, inesistente città.
D’estate, c’era la colonia e spesso venivano i bambini dalla Libia per 6 mesi… non avevano nulla indosso! Io me lo ricordo, perché all’epoca non lavoravo nel refettorio della colonia. Oggigiorno, al posto della colonia, hanno costruito la Ducati.
La compagnia alpina italiana, fu spedita prima in Francia, poi in Grecia, dove furono “accolti” dai pidocchi e dalle pulci! Conoscevo un ragazzo in quella compagnia, che mi mandò una lettera dicendomi che tutto l’esercito era pieno di pidocchi e pulci e non sapevano come fare; infine l’esercito venne mandato a combattere nella campagna Russia. Dei miei quattro amici, uno solamente ritornò a casa”.
Si ferma e prende una breve pausa, poi ricomincia:
“Nel 1936, ci fu la campagna d’Africa. Quelli che avevano avuto la fortuna di andare sotto l’armata inglese, venivano trattati bene. C’erano “battaglie” tra i ragazzi dell’esercito italiano per iscriversi e stare bene nell’esercito inglese”.