Bibliomanie

Liano Petroni, «Mussolini merita la forca!». Giovanni Macchia e gli anni di Pisa
di , numero 53, giugno 2022, Traduzioni, inediti e rari,

Liano Petroni, «Mussolini merita la forca!». Giovanni Macchia e gli anni di Pisa
Come citare questo articolo:
Davide Monda, Liano Petroni, «Mussolini merita la forca!». Giovanni Macchia e gli anni di Pisa, «Bibliomanie. Letterature, storiografie, semiotiche», 53, no. 28, giugno 2022

Le lezioni pisane di Giovanni Macchia1 restano per me uno squarcio vivo di sensazioni ed esperienze appartenenti al primo anno di vita universitaria, ma non fermatesi lì. Correva l’anno accademico 1940-1941. La seconda guerra mondiale stava dilagando; la Francia era in ginocchio, secondo una frase del gergo allora corrente. Si viveva in una Pisa ancora goliardica e (non è contraddittorio) un po’ sonnolenta, ma attraente per un campagnolo di fatto lucchese vissuto un po’ in disparte, sia pure senza portare un cappuccio sugli occhi. Gli studenti, in gran maggioranza, erano ancora – per l’età, per l’inesperienza – effervescenti e un po’ incoscienti insieme, poiché non potevano certo trarre beneficio critico da una propaganda martellante che, sin dall’infanzia, accompagnava ora per ora il ritmo della loro vita. Frequentare quindi i corsi di letteratura francese aveva un po’ il sapore di una presa di posizione indipendente, quasi una piccola sfida, e – ad un tempo – quello di un amaro ripiegamento su se stessi.
All’inizio, non era facile orientarsi per un diciannovenne che la dichiarazione di guerra alla Francia aveva posto emotivamente in gravissimo disagio per ragioni varie, pur restando in lui la difficoltà di riuscire a filtrare, dipanare, scegliere, nella confusa stratificazione di messaggi relativi a valori che gli erano stati inculcati per anni e che ora si rivelavano ambigui, talora addirittura negativi. Aveva sete – e bisogno – di orientarsi, di capire, di capir bene, questa volta. Seguiva perciò con interesse particolare le lezioni di Luigi Russo, di Guido Calogero (presto forzosamente interrotte, queste ultime, con l’invio al confino di quel lucido studioso di storia della filosofia, che invitava ad usare subito la propria ragione), di Augusto Mancini, maturandosi nel contempo anche con quelle di Giorgio Pasquali, di Delio Cantimori, di Clemente Merlo, di Walter Maturi, di Cesare Giarratano, del buon G.B. Picotti. Attraverso esse si affacciava gradualmente a problemi nuovi, ricevendo stimoli molteplici dall’ambiente insolito dell’Università e ancor più da quello della Scuola Normale, discenti (eccome!) compresi. Sicché il seguire le lezioni di Macchia sull’Impressionismo – presentatoci come fenomeno che apparteneva a tutte le arti: pittura, scultura, musica, letteratura – significava in realtà non solo scoprire, o più esattamente afferrare per la prima volta nella sua vastità, un fenomeno culturale d’ampiezza allora per me insospettata, ma anche vivere quella speciale “complicità” che spesso si crea nei piccoli gruppi di studio.
L’aula in cui si tenevano le lezioni di letteratura francese non era molto spaziosa; era tranquilla (dava sulla piazza Dante), calma anche nella sua luce scarsa, situata com’era all’interno del vetusto palazzo della Sapienza, al pianterreno, dove si trovavano quasi tutte le aule della Facoltà di Lettere e Filosofia. Allora le università italiane avevano – si sa – indici di iscrizioni ben diversi dagli attuali ed era facile trovarsi in pochi anche ai corsi più seguiti. Non era però soltanto il ritrovarsi in gruppo ristretto e con uno stato d’animo particolare che contribuiva a creare una partecipazione diretta, rara in altri corsi: vi contribuiva anche, sì, l’allora giovanissimo professore, con la sua voce pacata, con la sua esposizione accessibile, accompagnata da un semisorriso appena affiorante (non era solo un’impressione del momento), riservato ma limpido, a bocca chiusa e dietro gli occhiali. Mi sembrava un sorriso leonardesco, che ho capito meglio parecchi anni più tardi, quando ho scoperto la splendida, fine, luminosa, armonica bellezza di Trani, con quel suo certo senso di mistero e di distacco sereno. Avevamo di fronte un giovane serio, distinto, vivido nella sua apparente timidezza pensosa, di un aspetto ancor più giovanile dei suoi anni che pure erano pochi, e che lo avrebbero fatto apparire uno studente fuori corso, se non fosse stato quel suo dimostrarsi studioso di costante applicazione, degno di fiducia. Non aveva imponenza né freddezza, e nello stesso tempo non prometteva nessuna familiarità facile; il contatto personale dovevamo conquistarcelo studiando, palesando interessi precisi, non superficiali, non occasionali, e tanto meno di comodo. Così le nostre lezioni erano – “les textes aidant” – un misto di ricerche e di suggestioni, di esplorazioni e di laboriosità entusiasta, di assimilazione e di comunicazione. Mi sembrava che (la lontananza del ricordo non dovrebbe farmi velo) vi fosse un coinvolgimento reciproco tra professore e allievi.
Mi parve di trovarne la prova in un banale episodio, che solo a conferma di ciò mi permetto di riesumare. Alla Normale eravamo tenuti a seguire l’insegnamento di due lingue straniere moderne di cui una era – obbligatoriamente per noi – la tedesca. Come seconda lingua, io avevo scelto il francese, per simpatia e perché già studiato al ginnasio. Il caso volle che, fra tutti i nostri professori, l’unico che – secondo certe norme del tempo – venisse a far lezione in divisa fascista fosse proprio il professore di tale lingua, di cui d’altronde era ottimo conoscitore, anche per la sua estrazione culturale. Si trattava di persona seria (il suo nome qui non serve), che ci faceva lavorare seriamente. Un giorno del ’41, mentre ci stava facendo esercitare oralmente su parole italiane e francesi che, per loro ingannevoli omofonie, possono indurre a inventare irriflessivamente delle pseudoanalogie semantiche, e quindi a commettere errori grossolani nell’una o nell’altra lingua (le lingue moderne si insegnavano in quegli anni, è notorio, in modo diverso dall’attuale), a me capitò da tradurre la frase: «Mussolini merita la potenza».
Il mio francese aveva assai più lacune di quante non ne abbia oggi, pur non essendo esse tali da impedirmi la conoscenza di vocaboli d’uso corrente; mentre era diffusa, fra noi, l’abitudine di scherzare, e magari di giocarci reciprocamente dei tiri più o meno divertenti, usando perlopiù dei giochi di parole: evidentemente, si rimediava come si poteva alla allora notevole carenza di “spassi”. Perciò, dopo un’occhiata d’intesa coi compagni più vicini, e consapevole della liberale tolleranza con cui nel nostro ambiente ciascuno esprimeva idee e posizioni, pensai di fare una battuta di spirito e tradussi sorridendo: “Mussolini mérite la potence”, cioè – letteralmente – “Mussolini merita la forca”.
La battuta non fu gradita affatto dal suddetto professore, che la riferì con toni piuttosto drammatici al vicedirettore della Normale, facendomi convocare poco dopo nel suo appartamento. Non l’avevo ritenuto un atto eroico, né lo ritengo tuttora: di spiritosaggini sul fascismo si pascevano allora non pochi italiani. Ma la cosa fu risaputa in giro, come sovente succede. Qualche giorno dopo infatti, vedendomi a lezione, il professor Macchia mi disse semplicemente: «Ah, è lei Petroni», non aggiungendo altro; né capii se con tale sua frase volesse esprimere un giudizio o solo farmi comprendere che era a conoscenza di tale incidente, per me finito bene soltanto grazie alla comprensiva liberalità napoletana e all’intelligente umanità di Vladimiro Arangio-Ruiz, non per caso allievo, inter alios, dell’inobliabile Piero Martinetti. Da quel momento, però, il solito sorriso semileonardesco del Macchia si schiuse talora insolitamente nei miei confronti, e mi parve di veder quasi ridere anche i suoi occhi.
Ciò che d’altronde più mi piaceva di quel giovane professore era la sua presenza d’uomo nell’insegnamento universitario: nel momento culturale o creativo da lui affrontato; il suo utilizzare l’opera dell’artista per approfondire la propria conoscenza dell’uomo e del mondo. Verso tale suo modo di concepire il lavoro del critico egli aveva la capacità di attirare, inviluppandoveli, gli studenti che ne seguivano le lezioni. Lo conferma il fatto che, appena mi fu possibile, presi la decisione di biennalizzare l’esame di letteratura francese; fatto sicuramente raro allora, forse unico per noi, perché rompeva una consuetudine classicista della Normale, imperante spesso anche in chi giustificava e difendeva le posizioni più moderne. Così mi ero orientato perché convinto che ciò aprisse a curiosità più nuove, alle quali Giovanni Macchia aveva avuto la capacità e il merito di introdurmi, favorendo in me un interesse che più tardi diventerà esplicito, consapevole, duraturo… e quindi vero.
Questa decisione non mi era stata suggerita certo dalla tenuità del nuovo programma d’esame, in realtà piuttosto ponderoso. Il corso era incentrato sul romanzo psicologico francese, presentatoci come storia di un genere letterario vivente all’interno del più vasto genere del romanzo francese; e nell’ambito di essa veniva isolato – nell’esplicitata premessa – il rapporto fra autobiografia e romanzo, un rapporto in cui si vedeva caratterizzata la via aperta da Les Confessions a questa forma d’espressione letteraria. Posso determinare il programma di tale esame con più precisione di quanto abbia fatto per quello precedente, sia perché è per me ricostruibile attraverso appunti presi da un “anziano” e non da una matricola, sia perché esso era collegato ad una scelta convinta e perciò meno soggetta alla polvere del tempo.
L’ampiezza del programma dunque – per la quantità delle letture richieste, che non intendevo abborracciare dato l’interesse da esse suscitatomi nel cominciarle – mi indusse a prendere la risoluzione di sostenere l’esame nella sessione autunnale del ’43, in modo da prepararlo con calma durante l’estate: la scoperta di testi per me nuovi mi aveva procurato, infatti, una sorpresa e un piacere tali da dare alla loro lettura integrale la precedenza sui semplici obblighi di un sia pur coscienzioso esaminando. In quei libri trovavo la conferma della bontà della scelta di aver biennalizzato un esame “complementare”; nel prepararlo, provavo non solo l’intima gioia di ciò che, oggi, si chiamerebbe forse una moderata contestazione, ma anche un gusto più profondo, più autentico: un’inclinazione, un modo di sentire e di intendere, una soddisfazione tout court, insomma.
Eventi imprevisti allungarono però assai i tempi delle letture personali compiute in casa di amici a Bagni di Lucca, divenutami cara per quel vice impuni – la lettura attenta, va da sé – allora goduto per la prima volta con pienezza, e per gli incontri fàttivi. Fu un’estate di vicende multiple e tumultuose, ora felici ora meno. Come il 25 luglio mi aveva sorpreso a Montecarlo di Lucca, dove avevo cominciato con entusiasmo inizialmente circospetto la lettura sistematica delle Fleurs du Mal, così l’8 settembre mi sorprese a Bagni di Lucca, ad osservare quanto accadeva lungo la via del Brennero, proprio poco dopo aver terminato la lettura delle Confessions. L’Italia, già martoriata, fu spaccata in due. Fui obbligato ad abbandonare i preferiti studi per altre attività, per altre decisioni che il momento pretendeva. Il mio secondo esame di letteratura francese lo sostenni, assai più tardi del previsto, con Silvio Pellegrini, apprezzato filologo romanzo di cui cordialmente conservo simpatica e grata memoria, anziché con Macchia, tagliato fuori da Pisa.
Sembrava poi che avessi lasciato perdere le sue lezioni. Invece esse avevano continuato a maturare dentro di me, ordinando meglio, poco alla volta, le prime sensazioni, forse più favorevoli a Baudelaire che a Rousseau anche per il problema, allora assai dibattuto, della “letteratura” e della maniera in cui Benedetto Croce lo aveva affrontato nel suo importante volume La poesia. Il modo in cui Macchia ci aveva presentato l’Impressionismo francese, la critica baudelairiana, il romanzo psicologico come genere, mi andava suggerendo (insieme con le sollecitazioni offerte da altre idee formulate da Luigi Russo e, su un altro versante, da Giorgio Pasquali) l’invito a temperare e, nel contempo, superare alcune chiusure polemiche imposte sia da certo esclusivismo presente nel crocianesimo, che pure è stato capace di concepire tante avanzate prospettive (ma tali chiusure erano più evidenti nei suoi epigoni, com’è ovvio), sia dai vacui preziosismi iniziatici di alcuni rappresentanti deteriori dell’Ermetismo, trascurando ovviamente ogni pseudocultura.
Ho più volte richiamato Baudelaire, di cui Macchia si era già avviato a diventare uno dei migliori specialisti, perché mi sembra che soprattutto attraverso i criteri da lui seguiti nel presentarci la complessa e irrequieta problematica – nella teoria e nella pratica attuazione – di questo artista si sentisse che il giovane professore mal si adattava ai conformismi imperanti in quegli anni difficili e avanzava pianamente una sua risposta innovativa, misurata, posata e sottile, però ferma. Ci interessava e, più che tutto, mi interessava. Le sue lezioni avevano il tocco dell’uomo di gusto, ma di un gusto solidamente fondato, costruite com’erano attraverso una preparazione accurata, rigorosa, in cui la precisione favoriva la sistematicità nel lavoro di approfondimento che, persino allorquando si abbandonava deliberatamente a qualche estrosità di acume, nella sua apertura critica non dimenticava mai il testo. In altri termini, e con vocabolo in auge fra gli anni Trenta-Quaranta, Macchia era già, in potenza, lo studioso straordinario a tutti, oggigiorno, ben noto, e dunque un homme de lettres di altissimo profilo europeo che, quantunque implicitamente e, non di rado, delicatamente, pretende un lettore davvero degno di questo nome.
In queste mie impressioni mi guardo bene dal volermi sostituire ad altri nell’esposizione di un metodo che vedo ben sintetizzato in una pubblicizzata frase di Eugenio Montale: «Il Macchia è uno di quei saggisti […] che sanno contemperare […] l’analisi psicologica e il giudizio estetico con un vivo senso della prospettiva storica». Mi è soltanto sembrato opportuno risalire insieme, sul filo di alcuni ricordi “ben temperati”, ai tempi delle sue prime, eloquenti formulazioni. Apparirà così abbastanza evidente che in Macchia c’era già allora, e non solo in nuce, unione – anzi unità – fra letteratura militante e cultura accademica, seriamente intese l’una e l’altra. E questo egli mostrava con una discrezione e un prestigio che forse gli venivano dall’esperienza romana con il raffinatissimo Pietro Paolo Trompeo, poiché ho ritrovato le stesse qualità nell’amico-maestro Glauco Natoli, incontrato pochi anni dopo a Parigi. Tali prerogative, poi, Macchia è andato sempre più affinandole, al punto di rendere un libro di piacevolissima lettura anche una storia della letteratura francese delle origini, pur affrontando argomenti di non sempre facile accesso neppure a diversi specialisti. Ciò è dovuto al fatto che – nell’interpretare problemi, scrittori, opere alla luce di nuove prospettive critiche – tratta la sua materia con partecipazione e distacco insieme, dominandola con la fonda penetrazione e l’elegante scioltezza di chi ha con essa lunga, ininterrotta consuetudine. Non altrimenti accadeva, appunto, con le opere e i problemi da lui presentati in un’aula pisana all’inizio degli anni Quaranta.
L’infuriare della guerra aveva inevitabilmente interrotto le relazioni fra chi si era trovato ad essere al di là oppure al di qua della linea degli eserciti in lotta. Ripresi perciò i contatti con Macchia (da allora, anche se non continui, mai più cessati) solo dopo la laurea, all’inizio del ’46, quando mi fu assegnata – specie grazie a un altro maestro di prim’ordine, Carlo Pellegrini – una borsa di studio per la Francia, presso l’Ecole Normale Supérieure della rue d’Ulm. Ci fu tra noi un rapido scambio di corrispondenza, in cui il novizio chiedeva all’esperto dei consigli sul come orientare le proprie ricerche parigine, in primis per non sprecare un’occasione che allora sembrava di assai limitata durata: la proposta di borsa mi era giunta infatti improvvisa, lasciandomi a disposizione troppo poco tempo per avere la possibilità di orientarmi validamente in maniera autonoma. Macchia mi suggerì due argomenti de facto comparatistici: il Tasso e la Francia, o il Petrarchismo francese. Le sue proposte si ricollegavano tanto alla mia tesi di laurea discussa con Luigi Russo (sul Tasso dell’Aminta e delle Rime, allora assai poco frequentate…), quanto alle recenti sue esperienze, che gli avevano fornito, fra il resto, il titolo per un libro già ricordato. Avremmo così continuato a distanza il nostro discorso.
Quei suggerimenti non furono poi da me attuati in senso stretto, perché, senza trascurare lo studio dei rapporti italo-francesi in altri campi (e nei due sensi), le mie indagini finirono col volgere più decisamente la loro attenzione alla letteratura francese. Ma quel mio soggiorno parigino, a poco a poco diventato assai lungo e veramente arricchente, favorì in me il consolidarsi di una propensione – il termine vocazione (alludo in special modo, beninteso, al weberiano Beruf) mi sembra ora troppo solenne e, alla fin fine, fuori tempo – che certo era nata là, assai presto, sui neri banchi dell’Ateneo pisano. Aveva avuto con Giovanni Macchia il suo periodo di incubazione latente, non solo per vicinanza di età e possibilità di rapporti, ma perché il valente quanto carismatico mentore pugliese aveva saputo creare fra noi – e anzitutto fra i nostri interessi – quella comunanza d’intenti e di aspirazioni che rappresenta, forse, il risultato più personale a cui possa tendere (e a cui, credo, possa essere più sensibile) un docente di qualità, un maestro vero.

Note

  1. Di Liano Petroni (1921-2006), francesista e comparatista di fama internazionale, ho tracciato, fra l’altro, un brevissimo profilo in nota al pezzo su Molière disponibile in questo numero di Bibliomanie. Quanto alle presenti pagine, va precisato che una loro prima stesura apparve nell’imponente e prestigiosa miscellanea mondadoriana intitolata Scritti in onore di Giovanni Macchia (Milano, A. Mondadori, 1983, 2 voll.). Petroni aveva tuttavia rielaborato il testo per ospitarlo in una nuova raccolta di saggi che, disgraziatamente, non fece in tempo a dare alle stampe.