Bibliomanie

Il principe dispotico e il popolo incatenato. A 240 anni da The chains of slavery di Jean-Paul Marat
di , numero 37, settembre/dicembre 2014, Traduzioni, inediti e rari

Sono passati esattamente duecentoquarant’anni dalla pubblicazione di quello che è senza dubbio uno dei libri più importanti di Jean-Paul Marat (1743-1793), The Chains of Slavery, uscito a Londra – anonimo e a spese dell’Autore – nel maggio del 1774, durante la campagna elettorale per la Camera dei Comuni. Nel corso del decennio precedente, egli ha per lunghi periodi risieduto e lavorato come medico nella capitale britannica, dove è stato un assiduo frequentatore di clubs politici, maturando posizioni di stampo «democratico». Ora confida con questo scritto di risvegliare il sentimento del dovere civico del popolo inglese.
L’opera, che ha richiesto innumerevoli letture preliminari e ha avuto una non breve gestazione, è caratterizzata da evidenti influssi rousseauiani (ma qua e là s’intravede anche la lezione di Montesquieu) ed è volta tanto a denunciare le tendenze «dispotiche» (termine, in codesta sede, da intendersi come sinonimo di «tiranniche») dei varî monarchi che – con malizia e iattanza – hanno via via calcato le scene della storia quanto a descrivere gli stratagemmi dei quali costoro si sono serviti per instaurare e consolidare il proprio potere ai danni delle moltitudini popolari.
In The Chains of Slavery, anzi, si riscontra un vero e proprio studio dei mezzi impiegati dai principi per diventare sempre più potenti. I progressi del «dispotismo» sono in ogni tempo e in ogni luogo attribuiti dall’Autore ad un effetto volontario e consapevole dei monarchi, che cospirano fra loro, e in combutta con il clero, il Parlamento e i ministri, per ingannare il popolo e mantenerlo schiavo. Egli, dimostrando come tale vasta e nefanda collaborazione sia purtroppo riuscita attraverso i secoli, esorta i cittadini inglesi a compiere con la massima cura la scelta dei candidati alle elezioni generali del 1774.
In The Chains of Slavery, si riscontrano posizioni e una fraseologia che spesso anticipano il Marat più noto, quello degli anni rivoluzionarî. Fra le idee più significative alle quali l’Autore non rinuncerà mai in futuro, occorre segnalare – ed esse vanno chiaramente intese come corollario della sua summenzionata avversione di principio nei riguardi del potere monarchico – la convinzione che risultino del tutto infondate le premesse teoriche dei tanti propugnatori settecenteschi dell’«assolutismo illuminato», e la tesi secondo cui è fuorviante la rappresentazione – propagandata nell’Europa continentale da alcuni influenti personaggî (a partire da Montesquieu) – dell’Inghilterra coeva come il «regno della libertà» per antonomasia.
La grande ammirazione per l’ordinamento britannico, com’è risaputo, domina una porzione non trascurabile del pensiero illuministico francese: in quest’entusiastico apprezzamento, si esprimono sia la protesta e la condanna etico-politica della monarchia assoluta sia una decisa affermazione teorica. Le concezioni giusnaturalistiche diffuse in Francia nel Settecento si rifanno in buona parte alle posizioni di Locke, secondo il quale il regime politico instaurato dalla Rivoluzione inglese del 1688-1689 è l’unico sistema istituzionale capace di assicurare la coesistenza degli individui titolari di diritti naturali (libertà e proprietà) salvaguardandone l’effettivo esercizio. A parere di Marat, viceversa, Oltremanica il godimento dei diritti naturali è ben lungi dal risultare garantito a tutti i cittadini, in quanto la società e la politica inglesi gli sembrano sostanzialmente fondate sul privilegio e sull’opulenza di un pugno di proprietarî terrieri, quei landlords che egli accusa di gestire il potere a proprio esclusivo vantaggio, mentre la maggioranza degli abitanti del Regno langue nella miseria e nell’illibertà. La sua lunga esperienza in terra britannica gli ha infatti rivelato una realtà assai diversa da quella descritta (o, per meglio dire, idealizzata) da taluni: le condizioni di lavoro sono spaventose, i poveri appaiono sovente abbandonati a se stessi, la stampa si dimostra pesantemente influenzata dagli uomini più ricchi e potenti, diffusissima è la compravendita dei deputati ecc. Il Nostro considera dunque un «mito», come già ha fatto Rousseau e come poi farà anche Robespierre, l’immagine positiva dell’organizzazione sociale, dell’ordinamento istituzionale e delle consuetudini elettorali esistenti nell’Inghilterra del XVIII secolo.
Per un inquadramento dei temi suaccennati, ci limitiamo a rinviare al seguente volumetto di Franco Barcia: Il discorso di J.P. Marat su Rousseau, Montesquieu e l’illuminismo, Torino, Barbero, 1984. Sul tema particolare del «mito inglese» nella Francia del Settecento, argomento tutt’altro che ignorato da generazioni di studiosi, si può vedere – fra gli ultimi contributi apparsi – Gabrielle Radica, De Montesquieu à Rousseau. Les Anglais sont-ils libres?, «Revue française d’histoire des idées politiques», 35 (2012), 1, pp. 147-157.
Appena uscito, The Chains of Slavery ha un’insignificante fortuna editoriale. Poco tempo dopo, e cioè tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, l’opera – soprattutto grazie alle società politiche – vanterà invece una certa circolazione negli ambienti «democratici» d’Oltremanica, ma nulla in confronto col grande e capillare successo che otterrà nel 1792, allorché, nel fuoco del periodo rivoluzionario, l’ormai celebre e influente «Amico del popolo» deciderà di darne alle stampe una versione francese, sotto il titolo di Les chaînes de l’esclavage, invero non sempre coincidente con quella inglese, e anzi ricca sia di considerevoli integrazioni testuali sia di modifiche di lieve entità.
Per ricordare il duecentoquarantesimo anniversario della pubblicazione di The Chains of Slavery, desideriamo offrire qui ai lettori la traduzione italiana annotata – a quanto ci risulta, mai eseguita prima – delle pagine iniziali del libro, facendola precedere da un profilo bio-bibliografico di Marat che si arresta al 1788, essendo pressoché universalmente conosciuto l’ultimo intensissimo lustro della sua vita.
La nostra edizione di riferimento è questa: The Chains of Slavery. A Work wherein the Clandestine and Villainous Attempts of Princes to Ruin Liberty are pointed out, and the Dreadful Scenes of Despotism disclosed. To which is prefixed An Address to the Electors of Great Britain, in Order to draw their Timely Attention to the Choice of Proper Representatives in the Next Parliament, London, Sold by J. Almon, opposite Burlington House, in Piccadilly; T. Payne, at the Mews Gate; and Richardson & Urquhart, near the Royal Exchange, MDCCLXXIV. Quest’edizione è integralmente disponibile anche in Gallica.
Il libro è suddiviso in 65 capitoli numerati e muniti di titolo, preceduti da un breve testo anepigrafo (ma denominato Introduction nell’Indice iniziale) e collocato alle pp. [1]-4. Prima dell’opera vera e propria, come si legge nell’intitolazione generale, è inserito il proclama To the Electors of Great Britain (pp. [v]-xii), non firmato (ma molto probabilmente dello stesso Marat).
Traduciamo qui le pp. [1]-14, ossia i primi cinque capitoli del libro. In ossequio all’edizione da noi presa in considerazione, abbiamo deciso di conservare immutato l’uso delle iniziali maiuscole ovvero minuscole, sebbene esso non sia sempre coerente. Si è poi scelto di numerare le note e di collocarle in chiusura (quelle originali del 1774, invece, sono contrassegnate da simboli e poste a piè di pagina), aggiungendo ex novo a quelle di Marat – tra parentesi quadre e con l’indicazione «N.d.T.» – tre note esplicative e, là dove lo abbiamo ritenuto utile, alcune porzioni di nota; tutte queste note, tanto quelle dell’Autore quanto le nostre, risultano ordinate secondo un’unica numerazione araba.
(P.V.)

PROFILO BIBLIOGRAFICO DI MARAT
(anni 1743-1788)


1743
24 maggio: Jean-Paul Marat nasce a Boudry, nel principato di Neuchâtel, un territorio che a quel tempo si trova sotto la sovranità del re di Prussia e che ora corrisponde al cantone elvetico di Neuchâtel.
Il padre, Jean-Baptiste, è un ex frate nato a Cagliari intorno al 1705 da una famiglia d’origine spagnola; rifugiatosi nel 1740 a Ginevra in seguito alla sua conversione alla fede calvinista, ha lì francesizzato il proprio nome (originariamente, Giovanni Battista Mara) e sposato la sedicenne Louise Cabrol, nata a Ginevra e anch’ella calvinista, figlia di un parrucchiere svizzero che discende da profughi ugonotti francesi provenienti dal Rouergue. I due coniugi si trasferiscono a Boudry, dove il capofamiglia intraprende l’attività di disegnatore di «indiane» nella locale manifattura di tessuti. Jean-Paul è il secondo dei sette figlî della coppia, alcuni dei quali matureranno anch’essi nel corso della vita idee politiche radicali. La numerosa famiglia versa e verserà sempre in cattive condizioni economiche.

1755
Il padre Jean-Baptiste è nominato insegnante di lingue al collegio di Neuchâtel, presso il quale Jean-Paul compie gli studî secondarî.

1760
Il diciassettenne Marat, trasferitosi in Francia, svolge a Bordeaux l’incarico di precettore del figlio di Paul Nairac, armatore e commerciante, futuro deputato degli Stati Generali; sua moglie è una calvinista di origini svizzere. Col proposito di diventare medico, s’iscrive all’Università di Bordeaux; i suoi interessi, comunque, investono anche altri campi: dalla fisica alla storia e dalla letteratura alla filosofia.

1762
Si trasferisce a Parigi, dove continua a seguire lezioni accademiche di medicina. Allo scopo di mantenersi e pagarsi gli studî universitarî, esercita la professione medica (per farlo, a quel tempo, basta essere iscritto alla Facoltà di Medicina). Frequenta le biblioteche della città ed entra in contatto con gli Enciclopedisti. Presto comincia a scrivere un libro, Les chaînes de l’esclavage.

1765
Emigra a Londra. Lì continua ad esercitare, ancora una volta senza laurea, la professione di medico, ed è per ragioni lavorative che ha occasione di conoscere dal vivo e a fondo la miseria che caratterizza gli abitanti dei quartieri poveri della città.
Nonostante una situazione economica molto precaria, seguita a coltivare gli studî (specie quelli di fisica) e a scrivere Les chaînes de l’esclavage. Inizia a comporre un romanzo epistolare, Les aventures du jeune comte Potowski.
Dimostra subito interesse per la vita politica inglese e ben presto comincia a partecipare alle discussioni di tema civile tenute presso i clubs di Londra.
Frequenta con assiduità gli ambienti dell’emigrazione. In quei contesti, ha modo di stringere amicizia con due artisti italiani, il pittore veneziano Antonio Zucchi e l’architetto romano Giovanni Bonomi il Vecchio (arrivati a Londra, rispettivamente, nel 1766 e nel 1767), i quali lo aiutano in diverse circostanze a superare le difficoltà più gravi.

1770
Ventisettenne, è medico-veterinario a Newcastle.
Termina di scrivere Les aventures du jeune comte Potowski. Il libro, di scarso valore letterario e pubblicato solo postumo (nel 1848, a Parigi) col titolo Un roman de cœur, appare profondamente influenzato dalle opere di Montesquieu e di Rousseau: l’Autore vi prende posizione contro il modello dell’«assolutismo illuminato» caro a Voltaire e a molti Enciclopedisti, descrive le drammatiche condizioni politiche, sociali ed economiche nelle quali versa la Polonia in quegli anni, muove vivaci critiche a Caterina II di Russia. Questo l’intreccio, in breve: un nobile polacco, Gustave Potowski, viene separato dalla fidanzata, la casta Lucille Sobieska, a causa di una guerra civile nella quale le rispettive famiglie appartengono a partiti opposti, ma poi finisce col conquistare la sua bella dopo una quantità di episodî melodrammatici.

1772
Ritorna a Londra, dove pubblica – in forma anonima – la prima parte di un suo scritto in inglese, An Essay on the Human Soul. L’autorevole «Monthly Review» lo recensisce negativamente.
Si trasferisce a Edimburgo, dove forse dà lezioni di francese.

1773
Compie trent’anni.
Esce – ancora una volta a Londra e adespoto – l’intero contributo di cui è stata anticipata una porzione alcuni mesi prima (cfr. 1772): A Philosophical Essay on Man, being an Attempt to Investigate the Principles and Laws of the Reciprocal Influence of the Soul and Body. L’ambizioso obiettivo di questo scritto, influenzato da Cartesio non meno che da La Mettrie e Condillac, è la comprensione dell’uomo, in quanto unione di corpo e di spirito, a partire dall’esperienza; la dimensione fisica dell’individuo è descritta come una complicata macchina idraulica, mentre si ritiene di poter riconoscere la sede dell’anima umana nelle meningi, ossia nelle membrane che rivestono il cervello e il sistema nervoso. Il saggio riceve apprezzamenti sulle colonne del «Monthly Review» e del «Gentleman’s Magazine», e viene lodato anche da autorevoli studiosi.
L’ambasciatore russo a Londra, il conte Puškin, gli offre invano un gratificante impiego in Russia.

1774
Trascorre alcuni mesi dell’anno a Londra. Compie viaggî in altre città inglesi, in Scozia e in Olanda.
Pubblica anonimi a Londra, in occasione di una campagna elettorale, discorsi di stampo «democratico» e il volume The Chains of Slavery. A Work wherein the Clandestine and Villainous Attempts of Princes to Ruin Liberty are pointed out, una versione adattata per il pubblico inglese dell’ancora inedito Les chaînes de l’esclavage, che vedrà la luce in francese (a Parigi) solo nel 1792. Chiare appaiono l’impostazione rousseauiana e le suggestioni montesquieuiane dell’opera, che punta a delegittimare ogni forma di «dispotismo» e a denunciare gli strumenti di cui esso si avvale per imporsi e conservarsi. Il libro riscuote scarsissimo successo, il che lo induce a pensare ad un sabotaggio compiuto ai suoi danni dal governo inglese.
Viene affiliato a due logge massoniche, l’una a Londra e l’altra ad Amsterdam.

1775
Trentaduenne, consegue la laurea in medicina presso l’Università scozzese di Saint Andrews.
A Londra, manda alle stampe un Essay on Gleets (disamina sulla gonorrea).
Escono, ad Amsterdam, i primi due tomi di De l’homme, ou Des principes et des loix de l’influence de l’âme sur le corps, et du corps sur l’âme, l’edizione francese di A Philosophical Essay on Man (cfr. 1773); il terzo ed ultimo tomo vedrà la luce l’anno seguente (cfr. 1776).

1776
All’inizio dell’anno, escono: a Londra, il suo saggio scientifico An Enquiry into the Nature, Cause and Cure of a Singular Disease of the Eyes (dedicato alla presbiopia); ad Amsterdam, il terzo tomo di De l’homme (cfr. 1775).
Polemico nei confronti di questa seconda opera è Voltaire (Observations sur le livre intitulé De l’homme).
In primavera, rientra a Parigi, dove intende esercitare la professione di medico. Vive in condizioni di indigenza.

1777
La giovane marchesa Claire de Choiseul de l’Aubespine de Châteauneuf, che Marat ha guarito da una malattia – forse, una polmonite – di fronte alla quale per cinque anni tutti i medici si sono dimostrati impotenti, lo raccomanda a Corte e lo introduce nei salotti aristocratici. I due diventano amanti.
Il fratello del re, il conte d’Artois, lo nomina medico delle sue guardie del corpo. Inizia per Marat un periodo di buona fama professionale e di grande floridezza economica, le quali non vengono intaccate nemmeno dopo il clamoroso ritiro dal mercato dell’Eau factice antipulmonique che egli, a seguito della “miracolosa” guarigione della Marchesa, ha messo in vendita a prezzo elevatissimo e che, analizzata, non si rivela altro che semplice acqua ricca di calcio. Va ad alloggiare in un vasto appartamento di rue de Bourgogne, dove impianta un laboratorio di ricerche anatomiche e fisiche; ha un servitore. Nonostante l’alto tenore di vita e le frequentazioni aristocratiche, continua a dichiararsi irriducibile nemico del «dispotismo».
Venuto a sapere del bando fatto pubblicare, all’inizio dell’anno, in lingua tedesca nel «Monatliche Nachrichten einicher Merkwürdigkeiten» e in lingua francese nelle «Nouvelles de divers endroits» (più conosciute sotto il titolo di «Gazette de Berne») da un anonimo «amico dell’umanità» (si tratta di Jean-Baptiste-Jacques Élie de Beaumont [1732-1786], celebre avvocato del Parlamento di Parigi), in collaborazione con la società economica di Berna, per premiare nel 1779 il miglior estensore di un nuovo progetto di legislazione penale, Marat si mette all’opera con l’intento di redigere e presentare un proprio piano (cfr. 1779 e 1780). Inizialmente, grazie al contributo dell’anonimo «amico dell’umanità», la dotazione del concorso ammonta a cinquanta luigi; poco dopo, tuttavia, l’ormai anziano Voltaire (probabilmente spalleggiato da Federico II di Prussia) ne offre altrettanti e redige un testo ove si sofferma su alcune importanti questioni che dovranno essere affrontate dagli autori dei progetti di legislazione penale (lo scritto, dal titolo Prix de la justice et de l’humanité, accompagna la pubblicazione del bando nelle «Nouvelles de divers endroits»).

1779
Invia all’Académie des sciences di Parigi, affinché si pronunci sulla validità scientifica delle tesi ivi esposte, due suoi studî: Découvertes sur le feu, l’éléctricité et la lumière constatées par une suite d’expériences nouvelles, in cui sostiene di aver reso visibile il «fluido igneo», e Découvertes sur la lumière, dove punta a confutare la teoria ottica di Newton. Mentre sta aspettando le conclusioni dell’Académie, rielabora il primo contributo e ne ricava un lavoro, dal titolo Recherches physiques sur le feu (cfr. 1780), nel quale viene fra l’altro propugnata la teoria del flogisto.
Giunge il responso su Découvertes sur le feu, l’éléctricité et la lumière: gli Accademici, pur sostenendo di aver potuto ripetere gli esperimenti di Marat e attestando che i fatti da loro osservati corrispondono a quanto esposto nella memoria, non si pronunciano sull’effettiva esistenza del «fluido igneo». Il giudizio circa il secondo scritto verrà espresso l’anno seguente (cfr. 1780).
La giuria del concorso bernese (cfr. 1777) non solo non gli assegna il premio, ma nemmeno menziona il progetto di legislazione penale da lui presentato.

1780
Pubblica il suo Plan de législation criminelle, non risultato vincitore al concorso bandito a Berna tre anni prima (cfr. 1777 e 1779). Questo scritto esce – in forma anonima e a spese dell’Autore – a Neuchâtel, ed è colpito dalla censura francese. Marat vi denuncia il carattere di classe della giustizia, della legislazione, dello Stato e del diritto di proprietà, e vi rifiuta l’ordine morale e sociale costituito.
Escono a Parigi le sue Recherches physiques sur le feu (cfr. 1779).
L’Académie des sciences dichiara priva di interesse scientifico la sua memoria dal titolo Découvertes sur la lumière (cfr. 1779). Questo giudizio lo rafforza nella convinzione di essere perseguitato e oggetto di una campagna diffamatoria.
Stringe amicizia con Jacques Pierre Brissot, anch’egli destinato ad avere un ruolo di primo piano durante la Rivoluzione.

1782
Potenzia le attrezzature del suo laboratorio con sale di dissezione anatomica e apparecchi elettrici; servendosi di questi ultimi, inizia a curare diversi pazienti.
A Parigi, escono le sue Recherches physiques sur l’électricité, libro dove compare la teoria per cui le particelle elettriche si attraggono reciprocamente e dove si contesta l’opinione che esistano poli elettrici di segno diverso e che il parafulmine, la recente invenzione di Benjamin Franklin, sia davvero efficace.
Invita Alessandro Volta, di passaggio a Parigi, ad assistere ai suoi esperimenti; si irrita, però, nel constatare lo scetticismo con cui lo scienziato italiano ne accoglie i risultati.
Comincia a soffrire di una oscura quanto tormentosa malattia, che non lo abbandonerà più, i cui sintomi principali sono frequenti emicranie, febbre e prurito continuo.

1783
Compie quarant’anni.
L’Académie royale des sciences, belles-lettres et arts di Rouen premia con la medaglia d’oro il suo Mémoire sur l’electricité médicale, dedicato ai beneficî che, a suo parere, applicazioni locali di elettrodi arrecano nella cura degli edemi, delle sciatiche e della gotta; è il primo riconoscimento ufficiale dell’attività di Marat come scienziato. Lo scritto verrà pubblicato in volume singolo l’anno successivo (cfr. 1784).
Compare anche il suo nome nella «rosa» di quelli dei possibili direttori dell’Accademia delle Scienze che si vorrebbe fondare a Madrid sul modello dell’omologa istituzione presente nella capitale francese. Tale candidatura viene presto accantonata, perché l’ambasciatore spagnolo a Parigi riferisce al conte di Floridablanca, ministro di Carlo III, che Marat non solo gode di scarsa considerazione presso gli scienziati francesi, ma professa anche idee politiche radicali.

1784
Annus horribilis: il conte d’Artois lo licenzia; si conclude la sua relazione con la marchesa de l’Aubespine; cade in disgrazia presso la Corte; ha termine la sua vita mondana; il numero dei suoi pazienti diminuisce notevolmente; le sue condizioni economiche subiscono un tracollo.
Si trasferisce in rue du Vieux-Colombier, dove per alcuni anni vivrà in condizioni di grave indigenza; di tanto in tanto, comunque, non mancherà di acquistare strumenti di ottica e di fisica. Per risollevarsi, cerca di mettersi in contatto con Federico II di Prussia, del quale è suddito (cfr. 1743); questo suo tentativo non sortisce effetti.
Escono, in entrambi i casi a Parigi, il suo volume dal titolo Notions élémentaires d’optique e – come pubblicazione a sé – la sua Mémoire sur l’electricité médicale, premiata l’anno precedente all’Accademia di Rouen (cfr. 1783).

1785
Presenta all’Accademia di Bordeaux un Éloge de Charles Secondat, con cui intende partecipare a un concorso da essa indetto per celebrare Montesquieu. Questo suo contributo viene tuttavia respinto.
Pubblica a Parigi delle Lettres de l’observateur Bon Sens à M. de…, sur la fatale catastrophe des infortunés Pilâtre des Rosiers et Romain, les aéronautes et l’aérostation (questi «aeronauti» sono morti il 13 giugno 1785, a causa della lacerazione dell’involucro del loro pallone).

1786
Porta avanti i suoi studî di ottica nel tentativo di mettere in risalto quelli che gli sembrano gli errori e le incongruenze della teoria newtoniana della luce. Presenta quattro lavori in materia ad altrettanti concorsi banditi da Accademie di provincia: Mémoire sur les vraies causes des couleurs que présentent les lames de verre, les bulles de savon et autres matières diaphanes extrêmement minces (Rouen, premiato); Discours sur la prétendue réfrangibilité des rayons hétérogènes (Lione); Mémoire sur les expériences que Newton donne en preuve du système de la différente réfrangibilité des rayons hétérogènes (Lione); Mémoire sur l’explication de l’arc-en-ciel donnée par Newton (Montpellier). I quattro testi andranno a costituire il volume Mémoires académiques (cfr. 1788).
Sempre più povero, per mantenersi comincia a vendere parecchi dei suoi libri e dei suoi strumenti; riceve anche l’aiuto finanziario di alcuni amici, fra i quali Brissot.

1787
Ottenuta l’approvazione dell’Académie des sciences, pubblica in due tomi a Parigi Optique de Newton, la traduzione francese dell’Opticks dello scienziato inglese. Nell’opera, tuttavia, il nome di Marat non compare.

1788
Assestando il colpo di grazia alle proprie finanze, pubblica a Parigi i Mémoires académiques, ou Nouvelles découvertes sur la lumière, relatives aux points les plus importants de l’optique, un volume costoso e impreziosito da disegni all’acquerello che raccoglie i suoi quattro saggî sulla teoria della luce (cfr. 1786).
24 maggio: compie quarantacinque anni.
Primavera – metà dell’estate: giace gravemente ammalato; pensa di essere vicino alla fine e fa testamento, lasciando manoscritti e strumenti scientifici all’Académie des sciences.
8 agosto: lo risolleva la notizia della convocazione degli Stati Generali per il 1° maggio seguente all’Hôtel des Menus-Plaisirs di Versailles. Allo scopo di sostenere le ragioni del Terzo Stato nella difficile lotta che questo dovrà condurre contro gli altri due Ordini, Marat comincia a preparare Offrande à la patrie, ou Discours au Tiers-État de France, un pamphlet che sarà stampato a Parigi nel febbraio dell’anno successivo e nel quale egli esorta i diversi ceti che compongono il Terzo Stato a compattarsi e a far fronte comune contro i veri nemici della Francia, cioè l’alto clero e i nobili; viene peraltro ancora riconosciuta al re e alla monarchia la capacità di risolvere i problemi economici e sociali del Paese. Questo suo scritto passerà quasi inosservato, sebbene siano diversi gli elementi non secondarî che lo distinguono dagli altri opuscoli usciti in quel periodo, colmi di speranze nei riguardi del monarca e di Necker, e facenti appello al buon senso: nell’elencare le forze su cui contare nella lotta, ad esempio, l’Autore pone prima dei borghesi, degli uomini di legge, dei burocrati e dei commercianti, gli artigiani, i manovali e gli operaî, da lui invitati a vigilare contro i falsi amici; minaccia, poi, la jacquerie, la rivolta dei contadini, ai danni dei nobili e degli ecclesiastici che non recederanno dai loro privilegî. In Offrande à la patrie, Marat preconizza una monarchia costituzionale borghese, considerata in quel momento la sola rivoluzione possibile. Il Terzo Stato cui egli si rivolge, non è il Terzo Stato indifferenziato, la nazione in blocco, come nella maggior parte dei libelli che inondano la Francia in quei mesi; e non è neppure l’ala marciante del Terzo Stato, la borghesia: il Terzo Stato di Marat consiste piuttosto nel popolo, ossia negli strati bassi e medi; l’alta borghesia, se ancora non è rigettata, desta però già qualche diffidenza. Almeno per certi aspetti, questo pamphlet segna dunque la prima tappa significativa della carriera di agitatore e rivoluzionario del Nostro.

LE CATENE DELLA SCHIAVITÙ

Introduzione
Pare che la sorte che accomuna tutti gli uomini sia quella di non poter godere della libertà: in ogni dove, i principi aspirano al dispotismo e i popoli sprofondano nella servitù.
La storia del dispotismo trabocca di eventi singolari: da un lato, osserviamo gli spavaldi progetti di alcuni uomini ambiziosi, i loro infami tentativi e le energie nascoste che essi scatenano per instaurare un dominio illegale; dall’altro lato, vediamo i popoli che, mentre si stanno riposando all’ombra delle loro proprie leggi, divengono schiavi. Scorgiamo gli sforzi vani che una moltitudine sventurata fa per affrancarsi dall’oppressione, e i mali senza numero connessi alla schiavitù. Scene ad un tempo orribili e magnifiche, nelle quali appaiono – alternativamente – pace, abbondanza, svaghi, pompa, feste, discordie, miseria, sotterfugî, perfidia, tradimento, esilî, lotte e massacri.
A volte il dispotismo s’instaura in un batter d’occhio grazie alla forza delle armi; ma tale rapido progresso del potere che conduce al dominio assoluto non è l’oggetto di questo mio libro: ad interessarmi, qui, sono piuttosto gli sforzi lenti e continui della politica che, passo dopo passo, mette il collo del popolo sotto il giogo, facendo perdere agli individui – nello stesso tempo – i mezzi e il desiderio di liberarsene.
A ben considerare l’instaurazione del dispotismo, risulta evidente che la Schiavitù è solo l’effetto del tempo e la necessaria conseguenza dei difetti delle costituzioni politiche. Ci sforzeremo quindi di scoprire come, grazie ai mezzi in suo possesso, il Magistrato usurpi il titolo di Padrone e sostituisca il proprio volere alla legge. Passeremo in rassegna le molteplici macchinazioni alle quali la sacrilega temerarietà dei Principi ha fatto ricorso per minare le fondamenta della libertà. Seguiremo i loro cupi progetti, la loro scaltra condotta, le loro segrete trame; entreremo nel dettaglio della loro letale politica; sveleremo i principî di quest’arte ingannatrice; e mostreremo i tratti che accomunano i varî attacchi che sono stati mossi alla Libertà Pubblica. Presentando le mie osservazioni, tuttavia, terrò conto più della connessione fra gli argomenti che dell’ordine cronologico dei personaggî e dei fatti richiamati.
Allorché il delicato deposito della pubblica autorità viene affidato ad un Principe e quello di far rispettare le leggi ai Magistrati, chi appartiene alle classi popolari si ritrova presto o tardi sottomesso ai governanti che ha scelto, e vede la sua libertà, la sua proprietà e la sua vita alla mercé di coloro che ha designato per proteggerli. Il Principe non tarda troppo a far cadere lo sguardo sul deposito che gli si trova accanto; egli cerca di dimenticare da quali mani l’ha ricevuto. Pieno di sé e del suo potere, tollera con insofferenza l’idea della sua dipendenza e si dà costantemente da fare per liberarsi da ogni sorta di vincolo.
Il popolo non è mai volontariamente schiavo: si piega non al potere, ma quando crede che farlo sia un dovere, oppure quando non è in condizione di opporsi. Onde, in uno Stato appena fondato o riformato, i sudditi non sono subito resi schiavi, per quanto imperfetta possa essere la costituzione. La disperazione, che li spinge in un primo momento a scuotere il giogo, li spingerebbe a scuoterlo di nuovo ogni volta che essi dovessero sentirne il peso. Cominciare con attacchi espliciti alla libertà, tentando di distruggerla con la violenza, si rivelerebbe perciò un’impresa malagevole. Quando chi governa ha l’ardire di impadronirsi del potere supremo con azioni palesi, e il popolo si accorge dei tentativi dei suoi governanti1 di ridurli in schiavitù, quest’ultimo prevale sempre e il Principe in un attimo perde il frutto di tutti i suoi sforzi. I sudditi, di fronte a questo primo tentativo, si uniscono contro di lui e la sua autorità risulta in pericolo se egli tiene una condotta arrogante anziché umile. Il primo tentativo di rendere schiavo il popolo da parte dei Principi non si attua quindi mediante attacchi perpetrati alla luce del sole; costoro prendono le loro misure in segreto, usano la scaltrezza e portano avanti il loro piano con sforzi lenti ma costanti, modifiche quasi impercettibili e innovazioni delle quali è difficile prevedere le conseguenze e che a malapena si possono scorgere.

CAPITOLO I

Il potere del tempo
Il primo colpo portato dai Principi alla libertà pubblica, consiste non tanto nella temeraria violazione delle leggi, quanto nel causare l’oblio di queste. Per incatenare i proprî sudditi, la prima cosa che fa il monarca è indurli al sonno2.
Mentre gli uomini hanno la mente eccitata dalle idee di libertà e mentre la cruenta immagine della Tirannia è ancora davanti ai loro occhî, essi detestano il dispotismo e guardano con inquietudine ogni provvedimento del Governo. In quella fase, il Principe evita accuratamente di portare attacchi alla libertà pubblica; egli appare come il padre del suo popolo, e il suo regno l’età della giustizia. All’inizio, il governo del Principe è così mite che si potrebbe pensare che egli abbia in animo di estendere la Libertà, e non già l’intento di distruggerla.
Non avendo niente da disputare né circa i proprî privilegi, che non vengono contestati, né circa la propria libertà, la quale non risulta attaccata, il popolo comincia gradualmente a farsi meno guardingo nei confronti della condotta dei proprî sovrani. A poco a poco, smette di essere vigile; e, alla fine, abbandona ogni cautela, restando tranquillo all’ombra delle leggi.
Di conseguenza, a mano a mano che ci si allontana dall’epoca tempestosa nella quale la costituzione venne alla luce, il popolo progressivamente perde di vista la Libertà. Per far riposare le menti, l’unico modo è lasciar procedere le cose secondo il loro ordine naturale. Ma i Principi non sempre hanno fiducia nel potere del tempo.

CAPITOLO II

Sui divertimenti pubblici
Gli esordi del Dispotismo sono a volte allegri e lieti: giochi, feste, danze e canzoni ne sono piacevoli complementi3. In mezzo a quelle feste e a quei giochi, però, chi appartiene alle classi popolari non presagisce i mali che lo attendono: rinuncia a se stesso in cambio dei piaceri, e la sua gioia è sconfinata. Eppure, mentre la moltitudine sconsiderata si abbandona alla gioia, l’uomo saggio intravede le calamità che minacciano da lontano il loro comune Paese e per mezzo delle quali quest’ultimo finirà un giorno con l’essere annientato; egli riconosce le catene celate sotto i fiori, pronte per essere poste sulle braccia dei compatrioti.

CAPITOLO III

Sulle iniziative pubbliche
Al potere del tempo e all’influsso dei divertimenti si unisce l’attenzione per gli affari nazionali. Vengono intraprese guerre4, costruiti edificî pubblici, aperte strade ecc. La moltitudine, limitandosi a giudicare sulla base delle apparenze, crede che il Principe sia interessato solo al bene dello Stato, laddove questi è interamente preso dai proprî progetti; essa diviene sempre più noncurante e, alla fine, smette di tenere lo sguardo fisso sul suo nemico.
Mentre le menti di chi appartiene alle classi popolari cessano di rimanere all’erta, i difetti della costituzione iniziano a rivelarsi. Il Principe, sempre intento ad occuparsi dei proprî interessi, cerca il modo di estendere il proprio potere e ha ora cura che non vi sia nulla che possa turbare questa sua condizione di profonda sicurezza.

CAPITOLO IV

Sul guadagnare l’affetto e la fiducia dei sudditi
Procurare divertimento al popolo non basta. Il principe si sforza di avere il popolo ben disposto nei proprî confronti. E quello che alcuni principi fanno per sviare l’attenzione dei loro sudditi, altri principi lo fanno per guadagnare il loro affetto.
Il popolo romano, padrone assoluto della Terra, era oltremodo appassionato di spettacoli pubblici; e la magnificenza dei divertimenti era un mezzo utile a tirarlo a sé e attraverso il quale privarlo del suo potere e della sua libertà.
Quando Carlo II ascese al trono di Spagna, il primo compito del ministro fu quello di restituire prosperità al regno e di appagare il popolo con spettacoli; mai in quel Paese si erano visti così tante corride, così tanti giochi e così tanti divertimenti che incontrassero il gradimento della nazione5.
Per accattivarsi l’affetto del popolo, i principi hanno più volte fatto ricorso a favori ecc.6.
Cesare era uso a fare elargizioni al popolo; e la moltitudine credulona, non accorgendosi della trappola, esaurì la sua rozza immaginazione lodando il despota.
Luigi XIV si applicava a conquistare i cuori dei sudditi attraverso i suoi modi affascinanti, la sua prodigalità e la sua magnificenza. Aveva cura che nessuno si allontanasse scontento da lui, legava a sé tramite cariche lucrose coloro che gli erano sospetti e, attraverso beneficî, rendeva fedele l’insaziabile folla dei cortigiani. A corte, egli procurava divertimento alle persone con feste, fuochi d’artificio, danze, balli in maschera, tornei e spettacoli di tutti i tipi. Durante le sue campagne militari, non faceva mancare le feste; visitava, con la sua consueta pompa, le città conquistate; invitava alla sua tavola donne di qualità; conferiva riconoscimenti ai militari; gettava oro al popolino, e ne era osannato. Ma non è solo grazie ai favori7 che i Principi cercano di guadagnarsi l’affetto dei proprî sudditi.
Luigi I di Spagna mise in evidenza gli inizi del suo regno offrendo dimostrazione della propria benevolenza a tutti coloro che gli si accostavano.
Salendo sul trono, Ferdinando VI si sforzò di guadagnare popolarità con atti di apparente bontà: fece spalancare le porte delle prigioni per tutti coloro che erano detenuti per reati non capitali, concesse un’amnistia generale per i disertori e i contrabbandieri, stabilì che due giorni la settimana avrebbe ascoltato suppliche e rimostranze8 ecc.
Spesse volte è con una condiscendenza affettata che i principi conquistano i cuori dei sudditi.
Il popolo di Venezia ammira la bontà dei suoi capi: quando vede il Doge, alla testa del Senato, fare la processione annuale a Santa Maria Formosa per adempiere a una promessa di uno dei suoi predecessori, e non disdegnare di accettare il cappello di paglia e le due bottiglie di vino che gli artigiani della parrocchia gli offrono per il disturbo che si è preso; quando, il 1° agosto, vede il Doge accettare i meloni offertigli da alcuni orticoltori, e permettere loro di baciarlo; quando, Martedì Grasso, vede i Senatori assistere, insieme col Doge, all’abbattimento di un toro o a qualche altro divertimento popolare; quando, il giorno di Corpusdomini, vede il Consiglio Maggiore passare in processione in piazza San Marco e ogni suo membro sfilare avendo alla propria destra un mendicante.
Per quanto strana la cosa possa sembrare, i Principi talvolta pervengono al dispotismo tramite mezzi che in apparenza tendono a produrre l’effetto contrario. Allo scopo di accrescere la propria autorità, alcuni monarchi, attraverso un raffinamento della politica, danno l’idea di essere giusti, buoni e misericordiosi; per ingannare i loro sudditi, indossano il mantello della buona fede. Ximenes diventò l’idolo dei Castigliani a motivo di un’apparente purezza di costumi, e grazie alla sua pietà e alla sua munificenza; il popolo non aveva sospetti su di lui, lo lasciava a proprio agio attentare alla libertà dei sudditi, pagare coi proprî risparmi le truppe mercenarie e accrescere l’autorità regia9.
Il popolo di Terraferma decanta la clemenza del governo della Signoria10, quando vede la popolarità dei podestà e l’attenzione riservata dagli inquisitori di Stato alle proprie rimostranze contro gli odiati nobili; e la convinzione secondo cui tutto è fatto a suo esclusivo vantaggio, lo porta a benedire l’equità dei suoi capi.
In altre occasioni, coloro che governano potrebbero tener celata ai sudditi la propria corruzione, nel tentativo di corromperne l’animo; potrebbero tener celata ai sudditi la propria ambizione, lusingare quella del popolo, parlargli incessantemente dei suoi diritti, simulare un estremo zelo per i suoi interessi e innalzare se stessi alla tirannia facendo finta di proteggerlo.
Sennonché, allo scopo di ridurre in schiavitù gli uomini, i Principi hanno persino affettato avversione nei confronti dell’Impero. Alcuni di essi si sono dati da fare per promuovere la pubblica felicità, e hanno approfittato del momento in cui i sudditi gioivano del proprio benessere; certi monarchi fingevano di essere stanchi dello scettro e decisi ad abdicare, e aspettavano che li si pregasse con insistenza di continuare a tenere le redini dell’Impero. Questa situazione è la peggiore possibile, in quanto il Principe gode della cieca fiducia del suo popolo e possiede i mezzi per abusarne.

CAPITOLO V

Sulla pompa del potere
La maestà dei Principi costituisce una porzione del loro potere11. Per questo, la maggior parte di essi assume una maestosa gravità, un’aria imperiosa e un aspetto pomposo12.
Tutte le volte che si mostrano in pubblico, i monarchi sono provvisti degli attributi del potere sovrano. In qualche caso hanno la fascia13, lo scettro e la spada di giustizia davanti a loro. Spesso si fanno accompagnare in pompa da tutti i grandi ufficiali della corona o da una moltitudine di cortigiani, e sempre da una banda spaventevole di satelliti14.
Inoltre, si premurano di assicurare lo sfarzo della propria famiglia e dei proprî domestici. E, temendo che se cessassero di fare i padroni il grande ammesso alla loro presenza cesserebbe di fare il suddito, affettano sempre un tono imperioso. Per insegnare al popolo ad accostarsi loro con solennità e far sì che essi siano ai suoi occhî ognora più meritevoli di rispetto, tutti i Principi hanno introdotto un grado di dignità dello Stato nella propria corte. Qualche monarca ha addirittura vietato a tutti i sudditi di servirlo o parlargli, a meno che ciò non venisse fatto in ginocchio15.
I Principi estendono la propria ansia di essere rispettati ai loro ufficiali civili. Appaiono meno attenti a mostrare nelle persone dei magistrati ministri della legge che uomini costituiti in dignità.
Fra gli editti che Giacomo I emanò nell’anno 1613, uno ordinava ai membri del Consiglio di Scozia di circolare lungo le strade su un cavallo con gualdrappa o in carrozza, evitando di procedere a piedi16.
Filippo II di Spagna ordinò, con un decreto apposito, che tutti i membri del suo Consiglio e i cancellieri del suo regno non apparissero mai in pubblico se non con una lunga veste e la barba17.
I Principi non sono meno attenti a sostenere reciprocamente la propria dignità al di fuori dei rispettivi dominî.
Tutte le volte che l’un l’altro si rendono visita, i monarchi vengono ricevuti con pompa e trattati con magnificenza, e si prodiga loro ogni onore. Inoltre, affinché il popolo possa essere maggiormente colpito dall’importanza di un Principe, grandi segni di distinzione sono sempre accordati a ciascuno dei membri della famiglia reale.

Note

  1. Se si presta sufficiente attenzione, ci si accorge che tutti gli Stati in origine ebbero piccole dimensioni e che essi debbono il loro ampliamento a una causa non diversa dalla conquista o dall’alleanza.
  2. [Palese reminiscenza di Montesquieu: «La servitude commence toujours par le sommeil. Mais un peuple qui n’a de repos dans aucune situation, qui se tâte sans cesse, et trouve tous les endroits douloureux, ne pourrait guère s’endormir» (Montesquieu, De l’Esprit des lois {1748}, 2 tt., introduction, chronologie, bibliographie, relevé de variantes et notes par R. Derathé, Paris, Garnier, 1973, t. I, p. 258: libro XIV {Des lois dans le rapport qu’elles ont avec la nature du climat}, cap. 13 {Effets qui résultent du climat d’Angleterre}; il Curatore tiene qui come testo-base quello dell’edizione postuma del 1757, e modernizza tanto la grafia quanto la punteggiatura). N.d.T.]
  3. Per distogliere l’attenzione dei nobili dalle questioni di Stato, l’imperatore Manuele Comneno inventò i tornei (Panciral, lib. II, cap. 20). [Ci si riferisce ad un luogo, qui correttamente indicato, di Guidonis Pancirolli {…} Rerum memorabilium libri duo (1607-1608); l’autore è il giureconsulto reggiano Guido Panciroli (1523-1599). Con ogni probabilità, però, Marat ha presente la traduzione inglese dell’opera, pubblicata nel 1715 (The History of Many Memorable Things Lost {…}, 2 voll., London, John Nicholson), oppure la sua riproposizione del 1727 (The History of Many Memorable Things in Use among the Ancients {…}, 2 voll., London, A. Ward; and C. Davis, 1727): il passo cui egli rimanda, è collocato, in entrambi i casi (l’edizione del 1727, infatti, è una semplice ristampa – con la medesima paginazione, anche se con un titolo parzialmente diverso – dell’edizione del 1715), nel vol. I, alle pp. 391-392. N.d.T.]
  4. Carlo Magno teneva continuamente occupati i suoi nobili in diverse spedizioni; obbligandoli in questo modo ad avere un ruolo nei suoi disegni, egli non lasciava mai loro il tempo di esaminare la sua condotta. [Questo passo richiama alla mente l’incipit del capitolo 18 (Charlemagne) del libro XXXI (Théorie des lois féodales chez les Francs, dans le rapport qu’elles ont avec les révolutions de leur monarchie) di De l’Esprit des lois: «Charlemagne songea à tenir le pouvoir de la noblesse dans ses limites, et à empêcher l’oppression du clergé et des hommes libres. Il mit un tel tempérament dans les ordres de l’État, qu’ils furent contrebalancés, et qu’il resta le maître. Tout fut uni par la force de son génie. Il mena continuellement la noblesse d’expédition en expédition; il ne lui laissa pas le temps de former des desseins, et l’occupa tout entière à suivre les siens» (Montesquieu, De l’Esprit des lois, cit., t. II, pp. 382-383). N.d.T.] Ferdinando d’Aragona fece uso di tale espediente per quasi tutta la durata del suo regno: all’inizio, attaccò Granata; poi, espulse i Mori dai suoi dominî; infine, portò la guerra in Africa, in Italia e in Francia. Con queste sue continue imprese, Ferdinando tenne affatto occupata la mente inquieta dei suoi sudditi.
    «Noi comandiamo – disse Carlo V a Francesco I – a popoli dotati di inclinazioni talmente feroci e frenetiche che, se non fossero impegnati in guerre frequenti allo scopo di distrarli, i sudditi non potrebbero tollerarci» (Matthieu, Hist. de la Paix, lib. I, narrat. XI). [Il riferimento è all’Histoire de France et des choses mémorables {…}], opera in sette libri pubblicata nel 1605 dall’allora celebre letterato francese Pierre Matthieu (1563-1621), e più volte riedita negli anni seguenti. N.d.T.]
  5. Desormeaux, Abreg. Chronol. de l’Hist. d’Espag. [Joseph-Louis Ripault Désormeaux, Abrégé chronologique de l’histoire d’Espagne, depuis sa fondation jusqu’au présent règne, 5 tt., Paris, N.-B. Duchesne, 1758; è nel t. V dell’opera citata che si parla lungamente del regno di Carlo II. J.-L. Ripault Désormeaux, nato ad Orléans nel 1724 e morto a Parigi nel 1793, fu bibliotecario di casa Condé e uno dei principali storici francesi operanti al tempo di Marat. N.d.T.]
  6. Bisogna confessare che quest’astuto stratagemma funziona sin troppo bene con la moltitudine, un animale stupido che tributa un affetto di cui non si è mai sicuri. Quando, da un balcone del Palazzo pubblico della città di Parigi, Mazzarino, appena tornato nella Capitale, gettò monete al popolino, non vedeva l’ora di sentire le persone passare dalle più grandi maledizioni alle più grandi lodi. Hist. du Card. de Mazarine, Vol. IV. [Si allude qui ad un passo del libro VI (cap. 1) di L’histoire du cardinal Mazarin, opera che Antoine Aubéry (1616-1695) – avvocato e scrittore parigino, nonché uno degli storiografi di Corte – manda alle stampe nel 1688 (2 tt., Paris, D. Thierry; l’aneddoto in questione è collocato nel t. II, alla p. 354), e che esce almeno altre quattro volte fra il 1695 (ancora 2 tt., Paris, D. Thierry) e il 1751 (Amsterdam, M.-C. Le Cone: questa è quasi certamente l’edizione che Marat ha presente qui, essendo l’unica – a nostra conoscenza – pubblicata in quattro tomi). N.d.T.]
  7. Ogni favore accordato dal Principe al popolo dovrebbe risultare sospetto, a meno che non venga concesso in occasione di una qualche calamità improvvisa. Per prestare soccorso al popolo, l’unico mezzo di cui può far uso un Principe che non ha progetti concernenti la libertà, è quello di diminuire le tasse che gravano sui propri sudditi.
  8. Desormeaux, Abreg. Chronol. de l’Hist. d’Espag. [J.-L. Ripault Désormeaux, Abrégé chronologique de l’histoire d’Espagne, cit., t. V, p. 507; i provvedimenti qui ricordati da Marat risalgono all’anno 1746. N.d.T.]
  9. Bandier, Hist. de Ximenes. [Refuso: non «Bandier», bensì «Baudier». Il riferimento è infatti all’Histoire de l’administration du cardinal Ximénès, opera pubblicata nel 1635 da Michel Baudier (1589?-1645). Quest’ultimo, originario della Linguadoca, fu a lungo lo storiografo di Corte del re di Francia Luigi XIII. N.d.T.]
  10. [Si sta parlando della Repubblica di Venezia. N.d.T.]
  11. Richelieu doveva essere fermamente convinto di questa verità, se biasimò con veemenza il comportamento del debole principe Luigi XIII, che aveva trascurato quest’aspetto fondamentale. Si veda il Testamento politico lasciato da Richelieu. [Questo scritto è dato alle stampe per la prima volta quasi mezzo secolo dopo la morte del suo autore (1585-1642): Testament politique d’Armand du Plessis, cardinal duc de Richelieu {…}, 2 tt. in 1 vol., Amsterdam, H. Desbordes, 1688. Quando il Nostro compone The Chains of Slavery, è uscita dai torchî ormai una decina di edizioni di questo Testament politique. Per quanto concerne l’indispensabile salvaguardia della dignité di re – e dell’apparenza di tale dignité – da parte del monarca stesso (cioè, della conservazione della sua grandeur, della sua force, del suo valeur, della sua gloire e – insieme – della sua réputation, della sua majesté e della sua pompe), Marat ha senza dubbio in mente soprattutto i capp. VI (Qui représent au Roy, ce qu’on estime qu’il doit considérer à l’égard de sa Personne) e VII (Qui fait voir l’Etat présent de la Maison du Roy, & met en avant ce qui semble néceßaire, pour la mettre en celui auquel elle doit être) della Prima parte dell’opera di Richelieu; sembra invece essere di scarsa utilità ai suoi fini, in questo luogo di The Chains of Slavery, il lunghissimo cap. IX (De la Puissance de Prince) della Seconda parte del Testament politique: tali capitoli sono collocati – rispettivamente – nel t. I, alle pp. 211-227 e alle pp. 228-239, e nel t. II, alle pp. 64-188, dell’edizione del 1688. N.d.T.]
  12. Era la magnificenza del primo Cosimo de’ Medici a dargli così grande ascendente sulle menti dei suoi concittadini: fu questo che, nonostante la forma democratica del governo di Firenze, nonostante l’attaccamento del popolo ai propri privilegî e nonostante la popolarità di coloro che erano in posizione di comando, lo rese il capo della Repubblica e accecò talmente i cittadini da permettergli di usurpare l’autorità suprema.
  13. [Qui Marat scrive: «Sometimes they {i Principi} have the fascia, the sceptre, the sword of justice carried before them» (pp. 12-13). Come si vede, egli usa il termine inglese fascia, che sta per l’italiano “fascia” o “benda”, uno dei possibili attributi tradizionali della regalità; tuttavia, non è escluso che si tratti di un lapsus calami: l’Autore potrebbe infatti avere avuto in mente i “fascî”, in inglese fasces. Nella versione francese, del resto, si può leggere in questo luogo il vocabolo faisceaux, appunto “fascî {littorî}”: «Quelquefois ils {i Principi} font porter devant eux le glaive de justice, le sceptre et les faisceaux» (Les chaînes de l’esclavage. Ouvrage destiné à développer les noirs attentats des princes contre les peuples; les reffords secrets, les ruses, les menées, les artifices, les coups d’état qu’ils employent pour détruire la liberté, et les scènes sanglantes qui accompagnent le dispotisme. Par J.P. Marat, l’Ami du Peuple, Paris, De l’Imprimerie de Marat, rue de Cordeliers, vis-à-vis celle Haute-Feuille, L’an premier de la République {1792}, p. 57). N.d.T.]
  14. Tempo addietro, i re erano soliti camminare tra i loro sudditi senza farsi accompagnare da guardie del corpo, come padri di famiglia tra i propri figlî; non appena furono in grado di farlo, però, i re diedero a se stessi un seguito spaventevole di guardie, e attualmente ci sono pochi monarchi privi di diversi stuoli di satelliti.
  15. Filippo II di Spagna lo ordinava espressamente. Desormeaux, Abreg. Chronol. de l’Hist. d’Espag. [J.-L. Ripault Désormeaux, Abrégé chronologique de l’histoire d’Espagne, cit., t. IV, p. 193. N.d.T.]
  16. Spotswood. [Si tratta dell’ecclesiastico anglicano John Spotswood (oppure, Spottiswoode o Spottiswood), nato poco lontano da Edimburgo nel 1565 e morto a Londra nel 1639, autore di una History of the Church of Scotland, opera che viene pubblicata postuma nel 1655 e alla quale qui si allude (Marat ha presente, per la precisione, un passo del libro VII ove vengono raccontati fatti e cose risalenti al 1611 {e non al 1613, come indicato a testo}; nella terza edizione della History of the Church of Scotland {London, R. Norton, 1668}, il luogo in questione è collocato alla p. 516). N.d.T.]
  17. Desormeaux, Abreg. Chronol. de l’Hist. d’Espag. [J.-L. Ripault Désormeaux, Abrégé chronologique de l’histoire d’Espagne, cit., t. IV, pp. 184-185. N.d.T.]