Bibliomanie

Se una notte d’inverno c’è un lettore… Marilù Oliva, Fuego
di , numero 29, aprile/giugno 2012, Letture e Recensioni

Ho riletto Fuego recentemente. Fuori faceva un gran freddo; era venuta una bella nevicata. Avevo qualche linea di febbre e una gran voglia di riposare, ma non mi riusciva di dormire. Ho ripreso in mano il nuovo romanzo di Marilù Oliva, Fuego, e mi sono sistemato sul divano dentro un plaid caldo. Avevo letto il romanzo precedente della Oliva, Tu la pagaras, ambientato come questo nelle scuole e nelle sale da ballo di musica latino americana a Bologna, e mi era piaciuto, mi aveva lasciato una sensazione piacevole, di pienezza, come quando hai portato a termine un lavoro, o quando termini un buon testo letterario. Unita a ciò la convinzione di avere scoperto una scrittrice di talento, anche se con qualche ingenuità da sistemare. Non mi aspettavo che Fuego potesse superare quanto avevo già trovato nei primi due. Del resto, non è mai facile confermarsi nella scrittura e spesso la creatività ama riposare sugli allori, ma devo confessare che mi sono ricreduto. Marilù è proprio brava.
Questo romanzo, continuazione del precedente, presenta al suo meglio un personaggio interessantissimo, Elisa Guerra, ossia la Guerrera, uno dei più seducenti e affascinanti che mi sia capitato di incontrare ultimamente nella grande foresta dell’immaginario letterario. Non è cosa da poco. Elisa è disoccupata, precaria come tante giovani che si possono incontrare in questi tempi di recessione, ma dire precaria è dire poco, perché precaria è solo la condizione di partenza, potremmo dire il fondamento esistenziale della Guerrera, perché il resto è la vita, è la lotta per l’esistenza, l’ amore, la seduzione, la menzogna, l’abbattimento, la gloria e l’abiezione di una donna, di una Diana cacciatrice e giustiziera degli intrighi del potere, del male perpetrato sulla pelle di poveri disperati vittime della droga o di una idea strumentale dell’esistere, di un abbaglio della fantasia, come il suicidio di Narciso per attingere la propria immagine riflessa sulla superficie vitrea di uno stagno. Al lettore sembreranno parole grosse, ma il tipo di gente che frequenta certi ambienti modaioli e frivoli si potrebbe leggere sotto questa prospettiva, e il merito di Marilù è proprio di saper inquadrare un milieu, di analizzarlo minutamente, nei particolari, con gli occhi di una notomista sociale, come una scrittrice del naturalismo francese e, al tempo stesso, di inquadrarlo nella memoria storico-letteraria di un girone dantesco dal quale non c’è via di uscita. Quando tutto è perduto e il dolore è insopportabile e il corpo non riesce a stare fermo, e si deve, col divin poeta, “dar volta”, perché solo così il dolore si placa, troviamo Elisa, la sua energia, la sua forza vitale, la seduzione della natura, della bellezza salvatrice che con un gesto simpatetico e irriflesso sblocca una situazione, che con cieca iniziativa apre una nuova prospettiva, una breccia nel muro contro cui siamo andati a sbattere ubriachi, stanchi e prostrati. Un personaggio è tale solo in quanto personifica un gesto collettivo del sentimento, dell’immaginazione, il carattere di un apprendimento umano, della sua cultura, così come si è venuta stratificando “nell’errare dei millenni”, per dirla con Gadda, ebbene mi pare che Elisa Guerra e con lei la sua autrice, porti in scena lo stile delle donne di fronte alla violenza e all’usurpazione del più forte, di fronte all’atto di superbia di chi ha tutto contro chi non ha nulla e pensa di non potercela fare. Certo, così vuole l’istinto della specie umana, il suo venire a capo delle situazioni intricate e difficili, ma Elisa ha una voce particolare, un suo stile, appunto, che la differenzia da tutti gli altri. Sa sedurre, attrarre con le sue curve, le sue scollature, con la sua libertà rispetto ai moralismi incapsulati e rigidi degli impossibilitati cronici, con la sua ingenuità, tenerezza, sensibilità emotiva, ma anche ragionare, combattere con intelligenza e azione, volontà e ingegno contro il male prevaricante e totalitario.
Ora anche il mio malessere è passato.