Bibliomanie

Truman Capote, La forma delle cose. Tutti i racconti
di , numero 29, aprile/giugno 2012, Letture e Recensioni

Ho incontrato Capote alla libreria Feltrinelli di Bologna. Guardava il reparto homevideo, appoggiato storto a uno scaffale di legno chiaro. Un omino minuto e pallido, coi capelli radi, gli occhiali tondi da ragioniere e una giacca che sembra una prefettizia nera senza la forbice di tessuto in fondo, raccolto come una goccia di pioggia scura nell’immobile provvisorietà della sua traiettoria.
Mi fissava in silenzio dai suoi piccoli occhi spalancati cerchiati d’insonnia, piantati come biglie sopra le lucide guance di cera morbida. Lo prendo e me lo rigiro tra le mani, gli premo il pollice sul naso. Una mia mano è più alta di lui. Lo comprerei il libro, ma costa troppo.
Abbandono Colazione da Tiffany e ripiego su un’altra copertina abbastanza triste e rabbiosa, da cui un altro Capote di carta, giovane essenziale da semplice maglietta bianca ti mette a disagio col suo sguardo da reduce malinconico.
Così compro la Forma delle cose – tutti i racconti di Truman Capote. Appena a casa inizio a sfogliarlo e non mi piace, all’ inizio. Probabilmente perchè è inverno e la luce riveste le pagine bianche di una sottile patina azzurro pallido come la scrittura di Werfel. Leggere è come guardare il telo slavato delle nuvole steso tra un tetto e l’altro, o i fili contorti di polvere che galleggiano in luminosi corridoi di calce, o in bolle di luce rosso cupo, chiazze nel buio intorno alla fiamma ubriaca di una candela.
Passano i giorni, si diffonde il tepore colorato della primavera e di racconto in racconto ( ciò che è veramente importante è che discutiamo del nulla. La raccolta La forma delle cose è una creazione fittizia dell’editore, vi convergono racconti che probabilmente Capote reputava di poca importanza, scritti in momenti completamente diversi. Si eleva a fondamentale quello che lo stesso autore considerava un’inezia) arrivo all’ultima pagina. Sono venti brevi episodi di vita quotidiana totalmente indipendenti l’uno dall’altro, legati tra loro solamente dai temi ricorrenti della narrazione: l’omosessualità, la religione, la solitudine, l’infanzia incompresa, il tradimento meccanico esente da pulsioni fisiche e sofismi morali, l’ipocrisia sociale della classe borghese bianca.
Scelgo di occuparmi dell’unico racconto in cui non compaiono questi temi, se non quello generale dell’infanzia. Le pagine de “Il giorno del ringraziamento” sono le uniche autenticamente allegre ( ma non comiche) e serene della raccolta, pervase dalla passione per la vita, che si sprigiona dal bambino protagonista, come in Vamba o ne I ragazzi della via Pal, ma senza lo sfondo delle bande di ragazzini e del quartiere, sostituiti le prime da una anziana zia, unica amica del bambino, e il secondo da una vecchia casa colonica di campagna. La presenza della natura ricorre in tutti i racconti. La natura decadente, gotica dei cimiteri giardino e dei parchi recintati dai grattacieli, e quella delle vaste distese di campi coltivati a cotone e granturco, dove il sole fa brillare i porticati screpolati delle verande, trafigge i solai e i tetti spioventi delle fattorie padronali. In lontananza i fiocchi di cotone si impigliano nell’intrico di rami ritorti dei boschi paludosi, labirinti di fronde senza fiori e fitte radici acquatiche, alberi a rovescio in cieli d’ acque torbide.
Il protagonista del racconto è Buddy, un bambino tranquillo che frequenta le scuole elementari di una piccolo paese dell’Alabama. Come tutti i dodicenni ha un nemico giurato: Odd Henderson, un perfido ragazzo di tredici anni alto e magro, coi capelli rossi e le lentiggini, terrore dell’intera classe (spesso i capelli rossi e le lentiggini sono associati a un’indole naturalmente malvagia, come in Rosso Malpelo), che lo tormente ad ogni lezione. Buddy pensa che la situazione non possa peggiorare, ma si sbaglia. Sua zia, in occasione del giorno del ringraziamento, lo obbliga ad invitare Odd a pranzo, nella speranza di riconciliare i due bambini. Inaspettatamente Odd accetta e si comporta benissimo, avvampando di timidezza ai sorrisi che gli rivolge la ragazza bionda che sfiora lentamente i tasti neri del piano in salotto. Le risate e il tintinnare dei calici riempiono l’aria e le mani ondeggianti disegnano colline di gin sulle pareti di vetro dei bicchieri. Davanti alla tavola imbandita sul tappeto d’erba secca e grilli e cicale del giardino, Buddy in silenzio medita la vendetta. Solo qualche minuto prima, con la pupilla a tappare la fessura nel muro, spiava incredulo Odd aprire il portagioie di legno sopra il bordo vasca del bagno al secondo piano, sollevare il pendolo d’oro della zia riposto al suo interno, a interrompere il candore riflesso della ceramica, e metterselo in tasca. Ora può finalmente vendicarsi, smascherando la perfidia di Odd. Mentre i desiderosi di sguardi affettano il tacchino al sole di mezzogiorno, Buddy si alza a capotavola e – miniatura di conferenziere- , urla la sua accusa, ma la zia, con religioso fervore, lo accusa di crudeltà volontaria e il furto di Odd ( ma non la sua colpevolezza) passa in secondo piano.
Il racconto si conclude con un lieto fine, l’unico dell’intero libro: un nuovo Odd, di bell’aspetto, robusto e gentile, che anni dopo, per puro caso, si trova a passeggiare per il vialetto davanti alla casa di Hoss, vede la zia piegata con le dita sotto un vaso, si ferma e lo solleva per lei.

Non ci interessano la morale (non c’è), gli avvenimenti narrati (altrimenti non avremmo riassunto così brutalmente), il risvolto psicologico dei personaggi, la ricerca di metafore e profondità che non esistono e le sovrastrutture semantiche. Ci interessa la scrittura, il solido inchiostro su pagina, e le sensazioni che suscita.
Abbiamo davanti sia il romanziere degli esclusi, dei disagiati, dei solitari, dei melanconici, dei resistenti che vivono ai margini e ne fanno luoghi di opposizione contro la stupidità e la cecità sentimentale, sia il Capote dei piccoli, nitidi, intimi dettagli: a scuola le punizioni, le bacchettate sui palmi, le derisioni, gli scherni, le antipatie e i rancori selvaggi dei bambini. A casa i ricami dei mantili di pizzo, le vestaglie di seta a fiori, le curve delle sedie a dondolo, la bigiotteria, i ninnoli, antichi ricordi d’oro e d’argento, le colazioni delle cinque e mezzo con

«prosciutto e pollo arrostito, braciole di maiale, pesce gatto fritto, scoiattolo in padella, uova fritte, polenta col sugo, fagioli all’occhio, cavolo in salsa accompagnato da focacce di granturco, biscotti, pandispagna, frittelle e melassa, miele, marmellate e gelatine fatte in casa, latte fresco, yogurt, caffè all’aroma di cicoria».

Se Saramago è il narratore dell’anima e gli oggetti non sono che un pretesto per esplicitarne la forza, Capote riesce a “cogliere tutto il mondo sensibile nella sua inesauribile ricchezza” ( Los Angeles Time Book Review). Se la precisione e la limpidezza di Calvino trovano il loro corrispettivo nell’azzurro di un cielo montano senza nuvole e negli “spiumii” dei rami radi e sottili, Capote è l’agghiacciante efficienza geometrica di un corridoio d’ospedale o come dice Gadda «il caglio nero aggrumato sul goyesco abbandono dei distesi, dei rifiniti».
È una scrittura densa, ma scorrevole al tempo stesso, come un placido fiume fangoso. Le frasi sono lunghe e srotolate in tutta la loro possibilità esplicativa. Non ci sono periodi brevi e punti che spezzano il discorso, ma abbondanza di virgole che permettono al testo di respirare e fluire, o meglio colare tranquillamente. I colpi di scena, anche se definirli tali è eccessivo, piuttosto un acuirsi o un affievolirsi dell’emozione precedente, sono solo nei contenuti, perchè una prosa così naturalmente equilibrata non ha bisogno di trasformarsi, impennandosi o sfilacciandosi, per catturare il lettore. Tutto è discreto e insieme spietato, un sofferenza posata e latente che trasmette un malessere autentico e decadente. Leggere questi racconti fa male, come guardare le bottiglie di Morandi o i volti degli aquilani ingannati dal piano case.