Bibliomanie

Francesca Nodari, Il pensiero incarnato in Emmanuel Levinas
di , numero 29, aprile/giugno 2012, Letture e Recensioni

È appena uscito un libro molto denso di Francesca Nodari. La giovane studiosa è direttore scientifico del Festival “Filosofi lungo l’Oglio” e collabora con la cattedra di Filosofia teoretica dell’Università di Milano-Bicocca. Alle origini del “pensiero incarnato” ci sono i Carnets de captivité che sono stati pubblicati nel 1909, diversi anni dopo la morte (1905-1995) del filosofo ebreo-lituano, che fu prigioniero di guerra dei nazisti.
Contro gli attacchi operati dai vari spiritualismi, il corpo viene qui ampiamente rivalutato. Già il Leopardi delle Operette morali, d’altronde, aveva scritto: «anticamente la debolezza del corpo fu ignominiosa, anche nei secoli più civili. Ma tra noi già da lunghissimo tempo l’educazione non si degna di pensare al corpo, cosa troppo bassa e abbietta: pensa allo spirito; e appunto volendo coltivare lo spirito, rovina il corpo, senza avvedersi, che rovinando questo, rovina a vicenda anche lo spirito».
L’autrice, nella Prefazione, cita lo Zarathustra di Nietzsche: «Io sono tutto corpo e nulla al di fuori di questo». E Platone, naturalmente, viene più volte confutato dal filosofo naturalizzato francese: Eros, per esempio, non è figlio di Poros e Penia, non nasce dalla mancanza, incarnata dalla madre, e non è fusione di due esseri, ma è la presenza di due persone distinte. Nell’eros è la dualità che diviene la gioia stessa. «Versus Platone, Levinas insiste nel sottolineare come nell’amore non si dia l’unione tra due esseri… ma che ci siano due esseri, due soggetti incarnati, la cui dualità è costitutivamente insuperabile». Il numero stesso, scrive Levinas, «è sempre una riflessione almeno sul due».
Riguardo a quanto si vede nella persona umana, l’accento cade sul volto: «Il volto non è in effetti un insieme di elementi anatomici: occhi, naso, bocca etc.-ma la possibilità del denudamento totale-la forma che si smaschera». Già nella Parodo dell’Edipo re di Sofocle, il Coro chiede ad Atena: «manda un rimedio dal bel volto» (v. 189). La polis è travagliata da peste, fame e dalla guerra, come l’Europa nel tempo della prigionia di Levinas.
La colpa che consegue al dono della libertà è un altro concetto che si trova nei quaderni del filosofo, ed è indubbiamente riconducibile alla tragedia greca: il Prometeo di Eschilo si gloria di aver trasgredito l’ordine con la sua hybris santa, che ha beneficato gli uomini: «Io sapevo tutto questo:/ di mia volontà, di mia volontà ho compiuto la trasgressione, non lo negherò/ aiutando i mortali ho trovato io stesso le pene» (265-267). Nietzsche parla di dignità conferita al delitto. È la felix culpa focalizzata dalla Nodari. Infine, il filosofo coglie l’essenza del giudaismo nel «paradossale rovesciamento della sofferenza suprema in felicità».
I prigionieri di guerra come Levinas, diversamente dagli ebrei sterminati nei lager nazisti, sono in buona parte scampati alla morte e hanno potuto riflettere sul loro dolore, al pari di Isacco che ha camminato per tre giorni verso il luogo del proprio sacrificio: «è grazie a tale dilazione di rotta che la prova è feconda».
Così Levinas e altri prigionieri di guerra ebrei hanno avuto il tempo di chinarsi sulla loro disgrazia e di interrogarsi. E nella loro pena hanno riconosciuto il dolore di tutto il mondo. Dopo Giobbe, il giudaismo sa scoprire nei patimenti stessi i segni dell’elezione. Eschilo nell’Agamennone ha scritto: «attraverso la sofferenza, la comprensione» (177). Levinas ha trovato possibile questo capovolgimento del dolore nella felicità: «Tutto il cristianesimo è già contenuto in questa scoperta».