Bibliomanie

Raccontare la scuola. Testi, autori, forme del secondo Novecento di Cinzia Ruozzi
di , numero 39, maggio/agosto 2015, Letture e Recensioni

Presentazione del libro presso il dipartimento di Italianistica di Unibo, il 26 maggio 2015. Sono intervenuti Mirella D’Ascenzo (Storia della scuola), Carlo Varotti (Letteratura italiana, Università di Parma), Giulio Iacoli (Letterature comparate, Università di Parma ), Magda Indiveri (liceo L. Galvani, Bologna) di cui si riporta la relazione.

“Sono entrata per la prima volta in una scuola a cinque anni e non ne sono ancora uscita….” Non sto parlando di me, sto citando il libro di Miriam Coen Lettera di una professoressa1. Parlo da insegnante, una che è fuori ma anche dentro queste storie abilmente cucite insieme da Cinzia Ruozzi, e dunque, come dice Starnone2, continuo a non uscire dalle foto scolastiche. Parlo parole di altri ma parlo di me (“de me fabula narratur”), come sempre facciamo insegnando. Un destino. Faccio passare me – il cammello – nella cruna dell’ago della disciplina.
In questa occasione sono l’insegnante che parla dell’insegnante che ha raccolto e sistematizzato storie di e su insegnanti.
Un capogiro. Ma anche un’indicibile soddisfazione. Anch’io sono stata precaria, “errante”, ho redatto piani, ho riso di colleghi strani, mi sono arrabbiata, mi sono lamentata, ho espresso speranza e disincanto. Ho insegnato ai piccoli, agli ultimi, ai disabili, ai figli di “famiglie bene”. E nello scaffale virtuale che è questo libro, mi ritrovo e mi rileggo. Mi chiarisco.
Stiamo bene dentro la letteratura, dentro alle storie. La narratività diffusa è esigenza primaria per la scuola e noi di Lettere rispetto ad altre discipline possiamo attingerne a piene mani. Poi c’è il piccolo ciclo, l’anno come vita che si ripete, il tempo circolare. Che è essenza anche delle storie, oltre che della scuola. La certezza è che la scuola è narrazione.
Libro benemerito questo di Cinzia, filato in lunghe sedute di arcolaio, durante la SSIS, o insieme a Carlo Varotti che scrisse parecchi anni fa la voce “scuola” ne I luoghi della letteratura italiana3, confrontato nei tasselli, nelle nuove uscite o nelle scoperte, approfondito in altri incontri in libreria con Giulio Iacoli, rinforzato dalle letture pedagogiche, passione comune, finchè Cinzia ha tenuto fede a quel progetto facendolo diventare tesi di dottorato e l’ha tessuto. L’ha messo in ordine, in cerchio, in rete.
Anche per me, dico io, che mi sento dedicataria nascosta, perché leggere mi ha dato ancora lo stesso piacere di quando ne discutevamo.
Libro d’ore dunque, che mi accompagna, e che penso possa accompagnare vantaggiosamente gli insegnanti che si affacciano ora alla scuola, i laureati in Lettere che stanno seguendo il TFA, integrando le rielaborazioni teoriche dell’ADI, l’associazione degli italianisti, in particolare con un occhio all’esperienza ministeriale Compita che l’editore Loescher con grande acume sta seguendo e pubblicando.
Per gli insegnanti è molto importante leggere di sé nelle molteplici varianti dei generi a loro dedicati (come Cinzia ci ha abilmente indicato); ugualmente importante scrivere le proprie esperienze.
Presso l’università di Bologna si sono tenuti negli anni, grazie all’impegno di docenti come Angela Chiantera ed Emanuela Cocever, seminari di didattica della scrittura cui molti laureandi hanno aderito.
Essenziale è il monito che viene da Marco Rossi Doria nel sul splendido Di mestiere faccio il maestro4: “Sul treno prendo il taccuino e scrivo…. A sera prendo il taccuino e scrivo…”. Così faceva, quando, giovane maestro, tornava a casa dopo la mattina di lezione.
Ma già Sciascia5 inaugurò le cronache scolastiche. E dopo di lui Onofri con Registro di classe6, Carla Melazzini7, il recente Franco Lorenzoni8… È una grande lezione. Fermare il flusso, segnare i successi e i fallimenti. È necessario.
Per questo preferisco, nella classificazione che ha fatto Cinzia nel suo studio, le storie di scuola del genere “piani di lavoro”. Io sono nata professionalmente come maestra negli anni ottanta, con la scoperta di programmazioni, moduli, piani di lavoro, sperimentazioni che a Lettere non avevo nemmeno sospettato.
Quei pochi anni nella scuola elementare mi sono stati preziosi e forse – ma già un maestro vero come Ezio Raimondi aveva sperimentato lo stesso percorso! – sarebbero un buon viatico per tutti i docenti.

Una caratteristica della scuola è governare il “mentre”.
Carlo Ossola parlava di una antica funzione ‘conservatrice’ della scuola, purchè “si integrassero i marginali e i loro saperi”9. A me pare che piuttosto si possa parlare di funzione impastatrice, che mette insieme le differenze, le fa confrontare tra loro, le integra; che appunto controlla le divergenze e i tempi simultanei perché quel che si fa non è mai lineare. Come nelle importanti narrazioni.
Insomma, un paradosso.
Perché la relazione docente/studente è comunque asimmetrica. I pedagogisti lo sostengono da tempo. Io vorrei qui richiamare la filosofa Adriana Cavarero (università di Padova, gruppo Diotima) o meglio il suo ultimo saggio Inclinazioni10. Dove al modello verticale del filosofo platonico che si alza e col sole sopra di lui vede la verità, aggiunge il modello del chinarsi rappresentato nelle pitture sacre di madonna e bambino.
Chinarsi, sporgersi sull’altro: non lo facciamo quotidianamente? Senza temere di cadere, di mescolarci? Sapendo che solo così, lo testimoniano tanti testi, possiamo avvicinarci alla bellezza, coltivarla.
La bellezza nella scuola, quanti non vi appartengono ne rimarranno forse stupiti, esiste. Fabio Pusterla11 la chiama “goccia di splendore”, Rossi Doria parla di “pioggia d’oro”, Colasanti12 di “lezione perfetta”.
Sono soddisfazioni quasi segrete, lentissime distillazioni, che non possiamo cedere in cambio di null’altro. Che non entrano nelle contrattazioni sindacali. Che non sono affatto dovute al fatto che “gli insegnanti come i bambini sono felici con nulla” (risento la voce fastidiosa di Alberto Sordi in Il maestro di Vigevano13 messo in film da Pietro Germi – l’odiosa communis opinio). Anzi, sono proprio dovute all’esigere sempre il massimo da se stessi.
Sono momenti speciali, “torri reali” direbbe Nabokov14, e la lettura di narrazioni di scuola li porta a galla.
Il gruppo di maestre che ha prodotto il documentario L’amore che non scordo15 (Vita Cosentino e …tra le altre) dice che insegnare alle elementari significa “stare vicino all’inizio”.
Credo che sia così in tutti i livelli di studio, dalla materna all’università. L’inizio della comprensione, dell’interpretazione, dell’emozione, della cittadinanza responsabile. Stare vicino all’inizio.
Grazie a Cinzia Ruozzi per avercelo ricordato.

Note

  1. Coen M., Lettera di una professoressa…ovvero come restare quasi cinquant’anni dentro la scuola, Firenze, Libriliberi, 2006
  2. Starnone D., Ex cattedra e altre storie di scuola, Milano, Feltrinelli, 2006
  3. Rossi Doria M., Di mestiere faccio il maestro, Napoli, L’Ancora del Mediterraneo, 1999
  4. Sciascia L., Le parrocchie di Regalpetra, (1955) Milano, Adelphi, 1991
  5. Onofri S., Registro di classe, Torino, Einaudi 2000
  6. Melazzini C., Insegnare al principe di Danimarca, Palermo, Sellerio, 2011
  7. Lorenzoni F., I bambini pensano in grande, Palermo, Sellerio, 2014
  8. Ossola C., Il continente interiore, Venezia, Marsilio 2010
  9. Cavarero A., Inclinazioni. Critica della rettitudine, Milano, Raffaello Cortina, 2014
  10. Pusterla F., Una goccia di splendore. Riflessioni sulla scuola nonostante tutto, Bellinzona, Casagrande, 2008
  11. Colasanti A., Gatti e scimmie, Milano, Rizzoli, 2001
  12. Mastronardi L., Il maestro di Vigevano (1962), Torino, Einaudi, 1994
  13. Nabokov V., Ada o dell’ardore, Milano, Adelphi, 2000
  14. L’amore che non scordo. Storie di comuni maestre. Libro + DVD, a cura di Vita Cosentino, Cristina Mecenero, Daniela Ughetta, Manuela Vigorita, Libreria delle donne, 2008