Bibliomanie

Giulio Mozzi, La felicità terrena
di , numero 30, luglio/settembre 2012, Letture e Recensioni

Ci sono opere letterarie che, per il senso di inadeguatezza che suscitano in chi legge, non finiscono con la chiusura dell’ultima pagina. È un’inadeguatezza che non attiene tanto alla più o meno ampia disponibilità di chi legge di farsi pervadere da ciò che ha letto, quanto alla sensazione di difficoltà a cogliere tutto intero e tutto in una volta il significato dell’opera. Ben oltre la crosta dell’apparenza (la trama, ma non solo, ovviamente), le molteplici intenzioni di chi ha scritto si percepiscono per approfondimenti progressivi, e ad essi conseguono per chi legge altrettanti mutamenti di prospettiva, che inducono a riletture, rivisitazioni, ripensamenti a volte, e anche a nuove accensioni dell’immaginazione, in ragione di come si cresce, negli anni e con i libri. A questa categoria di libri appartiene di diritto una delle più considerevoli raccolte di racconti della nostra attuale narrativa, La felicità terrena, di Giulio Mozzi, che per merito di Laurana è ritornata da qualche mese in libreria.
Già uscita da Einaudi nel 1996, e giunta allora nella cinquina dello Strega, riappare adesso con due racconti in più – Verde e oro e Gilda T. – e con uno in meno, Migrazione, ed arricchita da una postfazione dell’autore e da uno scritto di Carlo Dalcielo, eteronimo dello stesso Mozzi. È solo apparentemente singolare che un simile peso di intenzioni e di significati possa attribuirsi ad un insieme di racconti: l’intera produzione letteraria dell’autore, maestro riconosciuto del genere, attesta quanto una scrittura straordinariamente densa sia confacente alla misura breve nella narrazione.
Presso lo stesso editore è stato ripubblicato l’anno scorso un altro testo fondamentale dell’autore, Il male naturale, uscito la prima volta nel 1998. Insieme, le due raccolte costituiscono una sorta di dittico: da un lato un’esplorazione sofferta delle manifestazioni del male colte nel giornaliero dipanarsi di vite ordinarie, magari da considerare con senso di pietà più ancora che di timore, dall’altro una ricerca di quella felicità che certo può nascondersi nelle pieghe più sottili della normalità, ma anche nelle anse delle più diverse forme di difficoltà ad adeguarsi al confronto con il reale. La specularità che caratterizza le due opere, e che è evidente fondamento delle due riedizioni consecutive di Laurana, si esprime anche nella circostanza che, in entrambe, l’inchiesta sulla condizione umana che le caratterizza inizia dalla consapevolezza della corporeità: il male si annida nei corpi, a volte senza colpe, la felicità è esperibile nel gesto minimo, nell’assorbimento dall’esterno, tramite manifestazioni di fisicità, di almeno una quota minima di tollerabilità del vivere che dovrebbe essere appannaggio di chiunque si trovi a transitare sulle strade di questo mondo.
Al Mozzi di La felicità terrena interessano le esistenze ordinarie, le uniche che a raccontarle possono suscitare echi in chi legge, e al loro interno discerne ed isola non tanto gli squarci di dolore che le offese della vita provocano, quanto piuttosto gli spiragli di riconciliazione, le ricuciture pazienti e provvisorie, le sospensioni dalla pena che la quotidianità offre a chi sa coglierle.
La felicità terrena si delinea allora innanzitutto tramite una minuziosissima indagine sui sentimenti, un attraversamento del senso di umanità presente in ognuno e colto nelle forme in cui si manifesta, siano esse le più bizzarre o inconsuete immaginabili, od anche solo liminali e confinanti con l’inconsistenza. Mozzi li tratta non come astrazioni, apoditticamente concepiti o retoricamente atteggiati: piuttosto quelli che descrive sono sentimenti che si adeguano alla molteplicità delle contingenze della vita, che se ne fanno plasmare, che soprattutto riescono a ricostituirsi anche dopo pervicaci amnesie non appena se ne presenta una sia pur tenue o perfino ingannevole occasione. Una forma di felicità molto terrena abita allora proprio nella potenziale capacità di reviviscenza del sentimento, sia pure minimo, ma pur bastevole a rendere umano il vivere, che pare aspirazione, quand’anche non conclamata, condivisa da molti dei protagonisti delle storie che Mozzi racconta. Quanto all’entità di una tale felicità, essa, date le premesse, non può non essere fragile, e soprattutto esposta al rischio continuo di estinzione, che si annida nel timore di fare il male, o nell’altro timore, che il non fare il male, per quanto difficile sia, non sia ancora consentire la liberazione di un grumo di felicità. “… Anche se si decide di vivere nell’obbedienza completa rimane una quota ineliminabile di libertà, grazie alla quale si può compiere il male … c’è sempre un momento, anche se solo mezzo minuto, nel quale si è sollevati da qualunque obbligo. In quel momento c’è la libertà, si può fare il male”: così la voce narrante di Tilli. L’aspirazione a questa forma diminuita di gioia, inoltre, induce ad anelare alla condivisione, ma sconta le frustrazioni di individualismi spesso inconsapevoli, ma non per questo meno insidiosi. Diventa allora una felicità, piccola, ma che può ampiamente consolare, anche lo sforzo di mischiarsi agli altri, di confondere tratti della propria esistenza con quelli di altri (qualcosa di non così dissimile dal desiderio che Saba esprime in Il Borgo : “’immettere la mia dentro la calda/ vita di tutti, / d’essere come tutti/ gli uomini di tutti/ i giorni”?). Così il protagonista di Verde e oro, che si confronta con la difficoltà di essere “come una piccola particella dura, un calcolo, che non si mescola. In questo modo mi conservo, ma rimango sempre estraneo: io conosco ancora poco le cose che ci sono dentro la testa e il cuore di questa ragazza ma ho la sensazione che corrispondano amichevolmente alle cose che ci sono dentro la mia testa e il mio cuore. Cercherò di essere un uomo buono. Sono sicuro che sarà un’estate molto bella, e un inizio. Il mio desiderio è mescolarmi”.
Si comprende allora che anche ad eventi negativi possa conseguire quella felicità minore che Mozzi propone ai suoi personaggi. In Cose che succedono a Giulio, il protagonista ricorda una ragazza del suo passato in un contrasto di rimpianto, impotenza e gioia da cui riesce a estrarre comunque un goccio di serenità: “… abbiamo fatto quello che potevamo, credo, per essere un po’ felici, noi che ci sentivamo come carne pronta per il macello, rinchiusi dentro un’infanzia che ci era così necessaria per sopravvivere e così dolorosa, così amata”. Molta della nostra possibilità di felicità è qui, in quest’orizzonte basso, in questo starcene rinchiusi dentro un limite che ci condiziona a nostra insaputa, assuefatti al risuonare flebile delle nostre sensazioni, così come nel germogliare stentato di un sentimento ibrido di dolore e di amore, che non sempre sono due entità distinte ma inestricabili, ma assai spesso una sola inscindibile condizione da cui non ci si libera. E la felicità terrena è ancora nella conclusione dell’episodio, nell’anelito ad una condivisione di un sogno (o almeno di un ricordo?), nel “piccolo pezzo di speranza che eravamo riusciti a costruirci, a sognare almeno, che era una speranza non di uno solo, era una cosa condivisa“.
La stessa attenuazione del male è una forma minima della felicità rappresentata da Mozzi, e il modo con cui si manifesta si avvicina molto all’idea religiosa di finitezza, di arresto ed indugio di fronte ad una soglia che non è dato varcare. Di nuovo dunque per altra via la corporeità come carattere fondante del nostro passaggio sulla terra. La felicità è allora nella disponibilità a consistere senza incombenti angosce dentro il termine dato, e senza devastanti dolori dentro il male, come prova lo splendido Quanta neve, racconto del primo Natale di un bambino dopo la morte della nonna. Qui è messa in scena una felicità quotidiana, feriale, intessuta su un ordito fragilissimo, dato il recente dolore, ma non per ciò solo meno intensamente salvifica, nell’individuazione di un minimo di serenità nelle piccole cose della giornata della festa.
Quanto poi questa felicità così lieve e così umana confini con una sorta di pacata malinconia risalta in vari luoghi dei racconti. Durante i suoi allenamenti mattutini, Michele, il protagonista de La corsa, ha modo di riflettere sulla contiguità dei due sentimenti, sul loro incessante mescolarsi fino a rendersi a volte indistinguibili: “Ho una casa. Ho un lavoro. Ho del tempo libero. Non ho nessuno che mi dica fa’ questo e fa’ quello. Ho una famiglia che mi è cara e che nel bisogno farebbe per me qualunque cosa possibile. Tutto quello che non ho, non me lo sono preso; era lì, e non ho allungato la mano”. La compiutezza (apparente) si salda all’insoddisfazione, al senso indistinto di una qualche mancanza, e si esprime nel rannicchiarsi in sé, anchilosati dentro i propri limiti come per una contrazione di possibilità vitali: “ecco: la mia felicità è così: è rattrappita, irrigidita, è diventata come un legno secco”. Ed è ancora il rapporto con qualcun altro a gettare una luce tenue sulle prospettive che Michele, durante la sua corsa mattutina, spera avverabili per sé, un rapporto non ossessivamente ricercato, ma amorevolmente immaginato, costruito con tutte le attenzioni possibili. Non vuole rischiare di perderlo, proprio perché ne intuisce il valore, le possibilità di redenzione che può sprigionare: “siamo due creature, siamo ancora senza senso, chi sa se lo troveremo, chi sa se la creatura Serena potrebbe essere per me il mio senso, o almeno un senso piccolo, provvisorio, un senso di aiuto per attraverso questo freddo e questa nebbia. Chi sa se io potrei essere una qualche cosa per lei. Io che non sono niente. Chi lo sa, che cosa devo fare per saperlo, cosa devo fare”.
Nel catalogo compilato da Mozzi, la felicità terrena assume ancora le sembianze dell’assenza o di una finitezza che sconfina nell’inconsapevolezza. In Tilli, l’io narrante, ricordando la storia della ragazza che “aveva riempita di botte sua zia e poi si è buttata dalla finestra ammazzandosi”, identifica così nella perdita totale di sé una forma estrema di felicità, certo destino migliore in questo caso di una sicura ma negativa coscienza di sé: “… pensavo che forse quella ragazza era veramente felice, avendo completamente perduto il controllo di se stessa. La tua felicità terrena, le dicevo mentalmente, non perché sia una felicità meritevole ma per il prezzo al quale è stata pagata, sarà compensata dopo il mondo con la felicità dell’appartenenza assoluta a un altro: come una caduta che non può finire, un’immersione senza annegamento, un dio nel quale ci si perde”.
Il minimo di tollerabilità del vivere che Mozzi consiglia si traduce anche in una richiesta di spiritualità, trattenuta e mai appariscente, a volte implicita e riaffiorante in vari luoghi del libro, come in quello appena riportato. Almeno altrettanto evidente, anche se variamente sfumata, è poi la presenza dell’autore sulla scena. Anche senza voler formulare ipotesi definitive circa la classificazione di alcune di queste storie come autofiction (intorno a questo genere di narrativa peraltro l’autore ha svolto qualche anno fa sul proprio sito Vibrisse, bollettino, una serie di riflessioni di notevole interesse), si tratta di una peculiarità che consente al lettore un singolare avvicinamento emotivo alla materia narrata. Le storie si colorano così di verità, lo stesso atto del raccontare diventa esigenza ineludibile per chi scrive e la sua necessità si rende distintamente percepibile da chi legge, che riesce a fare esperienza del racconto quasi come fosse cosa propria. Pienamente consentanee a questa tensione verso la sincerità più disarmata sono le scelte stilistiche che, dal canto loro, agevolano al lettore questa singolare esperienza partecipativa. Una scrittura di straordinario nitore illumina ogni passo delle storie raccontate, sottraendole all’opacità che in fondo loro appartiene, e che comunque non scompare, ma, come un ricordo o come un presagio, resta sullo sfondo: presente, pur senza incombere. L’autore estrae verità da elementi a prima vista insignificanti, ricerca con pervicacia significati in gesti o pensieri solo apparentemente casuali, attiva tra di essi collegamenti impensati. La sua scrittura si appoggia anche sulla conciliazione dei contrasti: non fa sforzi visibili per essere particolarmente amabile, eppure provoca struggimenti e malie. È a una prima impressione algida nella sua chirurgica precisione, eppure è capace anche di suscitare ampi sommovimenti emotivi. Con una maestria senza pari e una padronanza assoluta degli strumenti espressivi impiegati, Mozzi lavora di cesello sui pensieri e sui sentimenti dei suoi personaggi, operando su una materia spesso povera di eventi esteriori, fino a ricavarne l’essenza, e ad evidenziarne tutti quei dettagli minimi che rendono vivibile anche la più modesta delle esistenze.