Bibliomanie

Lucia Tancredi, La vita privata di Giulia Schucht
di , numero 30, luglio/settembre 2012, Letture e Recensioni

È un romanzo che ha per protagonista la bellissima moglie di Antonio Gramsci, figura ineffabile di per sé e della quale alquanto inesplicabilmente nelle biografie gramsciane si sono perse le tracce. «Se non si fosse provveduto ad una repentina estinzione di Giulia ci sarebbero stati tutti gli elementi per scrivere un romanzo su di lei. Perché nessuno l’ha ancora fatto?». Lo fa Lucia Tancredi – forse riflettendo su questo suo interrogativo – nella sua ultima opera narrativa, La vita privata di Giulia Schucht (ev editrice 2012). Indipendentemente dal prologo, «oggi» (dove l’autrice annovera le ragioni, le sensazioni, gli imperativi anche di ordine morale sottesi al suo invaghimento nei confronti della Schucht) e dalla suggestiva conversazione con Antonio Gramsci jr che emblematicamente (si vedrà il perché) chiude il libro, i titoli dei capitoli vengono fin troppo sinteticamente designati con delle date, decise e tassative, che nel loro succedersi inappellabile somigliano alla scansione di una condanna (come a qualcosa di presentito, o addotto dal punto di vista del poi), la sanzione insita nel privilegio di amare un uomo non qualunque. Ma trasvalutando la veste strutturale, in ogni capitolo il tempo si dilata ondivagando tra analessi e prolessi, e senza attenersi rigorosamente alle coordinate temporali il racconto si snoda dall’anno in cui Giulia conobbe Antonio al sanatorio Serebriani Bor fino a quello della morte di Gramsci, nel 1937. Concorrono alla fabulazione le immagini fotografiche in apertura e in chiusura del libro, due istanti «incantati» della vita di Giulia Schucht provenienti dall’Archivio Antonio Gramsci.
Rimettendoci all’interrogativo iniziale, la Tancredi costruisce questo romanzo congetturando sugli elementi assenti, configurando una narrazione che dagli esseri estinti tragga tutto il coefficiente di flagranza: forse è proprio questa la vocazione della letteratura, l’invenire, e il riplasmare in vite delle esistenze. Un’impresa piuttosto impervia, perché, scrive l’autrice, «è difficile far parlare Giulia. È come ascoltare il silenzio delle vedove, che non parlano mai in piazza, perché ci sono cose che non sopportano la luce piena. Con Giulia bisogna scendere nel mondo di sotto, bisogna anche perdersi, concedere mezzo soldo alla morte».
Questa «vita privata» solleva una variegatissima serie di motivi e istanze che si fondono con l’eco delle vicende storiche in senso stretto, qui date perlopiù per accenni, o per allusioni che comunque danno la misura della loro capacità di incidere sui destini degli individui. Preponderante è la dimensione musicale, la quale, non meno che le contingenze storiche, costituisce un fattore di divisione per i due protagonisti di questo love affair: perché per Antonio la musica non contribuisce a concretizzare in fatti le idee rivoluzionarie. Il carattere schivo di Giulia, da lambire la selvatichezza (è nel destino del suo nome il fatto di essere inconquistabile, scrive la Tancredi), violinista scaltrita che rousseauianamente insegue l’accordo con la natura (e il violino con la natura ha qualche affinità); l’amore filiale, di Apollon padre di Giulia, figura che talora sembrerebbe surclassare quella stessa di Antonio, e di Giulia verso i figli Delio e Giuliano. La lontananza da Antonio, l’interdizione a una vita qualunque, la condizione omissoria, i silenzi, specie quelli indotti e depressivi degli ultimi anni. La malattia che dà consapevolezza, ma che in Giulia traduce la sua aspirazione ad appartenersi e in particolare acquisisce la connotazione simbolica e vitale di quel rifiuto dello stalinismo non espresso per via assertoria. Le atmosfere della Russia con i suoi inverni interminabili che per contrasto fanno apprezzare la labilissima pregnanza delle altre stagioni, stagioni inoltre non di rado nostalgicamente evocate con affabulazione pulviscolare, retrogradando con la rêverie anche verso quei luoghi dell’Europa dove Giulia aveva vissuto. Poi ci sono le altre «vite private» di cui è fatta la vita di Giulia, altre trasformazioni interiori che conferiscono all’opera quel carattere di coralità, la consustanzialità di elementi eccentrici che trova espressione nell’armonia della musica. Come del resto nella scrittura onniavvolgente della Tancredi.
Un riempimento psicologico dei fatti alla maniera manzoniana? Non solo esteriormente, e in forma non giudicante. Dunque, verosimilmente, e con uno stile fluidissimo che fonde in sé situazioni e considerazioni plurime, nonché canoni e generi, Lucia Tancredi ci accompagna in questa ricostruzione tra storia (anzi, Storia), e invenzione, là dove sfumature, sfocature, ombre, significati disseminati o proustianamente racchiusi in qualche oggetto, questioni di dettaglio apparentemente marginali partecipano nel restituire vita e respiro alla protagonista di questo silenzio ambivalente, da lei ricercato e su di lei edificato. Ma con un finale che la risarcisce anche dal punto di vista della verità dei fatti, non dalla parte della storia tuttavia, che anche in questa vicenda mostra di esser fatta di censure disinvolte o crudeli.