Bibliomanie

Rimini di Vittorio Tondelli. La città invisibile e la fenomenologia degli spazi
di , numero 49, giugno 2020, Saggi e Studi

<em>Rimini</em> di Vittorio Tondelli. La città invisibile e la fenomenologia degli spazi

Difficile spiegare a un lettore giovane, nel 2020, perché su Rimini di Pier Vittorio Tondelli, romanzo pubblicato da Bompiani per la prima volta nel 1985, valga la pena di spendere il proprio tempo. Leggerlo, perché costituisce un modello di narrativa onnicomprensiva, sistematica ed ‘estendibile’, così come richiedono le fiction del presente? No, perché Rimini chiude vicende che dovrebbero, almeno in base ai loro significati, rimanere aperte e differibili nei tempi, e ne lascia aperte altre il cui senso richiederebbe un compimento sintetico, un the end definito. Per l’originalità del linguaggio, allora? Neanche. Rimini parla con la voce del best seller: limpidezza espressiva, limpidezza emotiva, limpidezza sintattica,... continua a leggere

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Canone Bianco. Un discorso inattuale e impertinente
di , numero 43, gennaio/giugno 2017, Note e Riflessioni

Canone Bianco. Un discorso inattuale e impertinente

Della moda giovanile degli ultimi dieci anni mi colpisce la proliferazione di teschi stampati, ricamati, cuciti in rilievo su maglie e t-shirt. Non mi riferisco soltanto al teschio della Jolly Roger, la bandiera dei pirati, che richiama memorie di film con Errol Flynn o Jonny Deep, ma anche ai simulacri di crani dandy, con cappello a cilindro, crani adornati di fiori, oppure truccati con tratti esotici, crani belle époque, crani a coppie, in corrispondenza di amorosi sensi, crani ritratti in finti dipinti o incorniciati da cuori, picche, jack e regine, ieratici, in ventagli di carte da Ramino. Non vedo teschi sul volto di soldati in guerra, le immagini pacifiste di un tempo, né all’interno di un décor dark, magari ironico come quell... continua a leggere

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Dialogo con Actus Tragicus di Davide Monda
di ,,,,, , numero 37, settembre/dicembre 2014, Poetando

Un ampio canzoniere accolto tra due ali di esiguo peso, ma dall’inequivocabile significato di soglie, una d’ingresso e una di uscita: l’autore ha scelto di collocare la propria collezione poetica in una coppa di massime e aforismi, di adagiarla tra frantumati cristalli di prosa. In apertura sono Cocci fra terra e cielo, citazioni tratte da molti maestri di morale e utili strumenti per il viaggio. Sono inevitabili, bisogna camminarci sopra prima di entrare, e restarne feriti. Uno per tutti, l’ultimo (il 66, numero che pone più di un quesito), che fa compiere infine, col dolce tocco autoritario della firma di Ceronetti, il lancio nel canzoniere: «La poesia ripara gli errori della Ragione, riempie i vuoti dei sensi, toglie il “velo di Maya” dai nostri occhi. È la vera Conoscenza». E se all’inizio sono cocci, alla fine ecco alcune schegge firmate dall’autore, il fragile artigiano, che nelle prime compie, sc... continua a leggere

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Ripensare Angelo di Bontà nel terzo millennio
di , numero 33, maggio/agosto 2013, Saggi e Studi

Presentare Angelo di bontà al lettore del 2013 impone, prima di tutto, una riflessione sulle ragioni del recupero, non solo per il fatto che la tradizione critica ha relegato questo testo fra le opere minori di Nievo, facendone niente più che una delle tappe di avvicinamento, in un percorso all’interno di uno stretto giro di anni (esattamente, la prima edizione risale all’anno 1856), alle Confessioni di un italiano (terminato nel 1858), ma anche perché si tratta di un romanzo nato in un’epoca che a noi, genti in fase di allontanamento dalla condizione postmoderna, non ha forse più nulla da dire: per essere un poco più precisi, un’epoca che non suscita in noi nessun senso di appartenenza, né alcuna familiarità. Invero, il Risorgimento, i Savoia, i patrioti, i liberali piemontesi, i Mille etc. non rappresentano più nulla di significativo per l’Italia di oggi, neppure nella propaganda mediatica. Basti pensare a cosa abbia lasciato nella memoria dell... continua a leggere

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Dieci divagazioni sul tavoliere da gioco
di , numero 29, aprile/giugno 2012, Note e Riflessioni

In una delle sue Favole al telefono Gianni Rodari inventa il più compiuto dei giochi dis-educativi. Il palazzo da rompere, che dà il titolo al racconto, è un vero e proprio palazzo (sette piani per novantanove stanze), vuoto di abitanti ma pieno di arredi «stoviglie e soprammobili», fatto costruire dal comune di Busto Arsizio su progetto del ragionier Gamberoni, per risolvere il problema dei bambini «che rompevano tutto», nelle loro case e nei luoghi pubblici. Il palazzo è un giocattolo: i bambini devono distruggere tutto quello che ci trovano dentro, dalle fondamenta fino all’ultimo piano. Per giocare meglio sono anche stati dotati di martelli. Per due giorni, ininterrottamente, i bambini rompono e demoliscono; alla fine del terzo, stremati, «tornarono a casa barcollando e andarono a letto senza cena». Terminato il gioco... ... continua a leggere

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