Bibliomanie

Letteratura e anzianità
di , numero 35, gennaio/aprile2014, Letture e Recensioni

“La memoria non è quello che voglio ricordare ma quello che non riesco a dimenticare” (A. Gatto), “Tutti i dolori sono sopportabili se li si fa entrare in una storia, o se si può raccontare una storia su di essi” (K. Blixen). Con questi esergo al suo romanzo, Una furtiva lacrima, Maristella Lippolis indica al lettore due dei temi irrinunciabili del libro: il carattere selettivo della memoria e la capacità consolatoria della scrittura.
Collocato in una ben consolidata tradizione di narrativa femminile sul rapporto con la madre (penso a partire da Una morte dolcissima, di Simone De Beauvoir, a Sulla soglia di Gianna Manzini) e in una, relativamente recente, di testimonianza autobiografica sull’invecchiamento e sulla progressiva perdita – o guadagno esistenziale – di funzioni fisiche a causa dell’età, sostituite da un acuirsi di consapevolezza e coscienza di sé (da Il Taccuino d’oro di Doris Lessing a Càpita, di Gina Lagorio a Quaderno proibito di Alba De Cespedes a Tam tam di Vita Cosentino), il romanzo convince, e fa pensare.
Costruito ad incastro (con punti di vista diversi, visualizzati anche dai diversi font tipografici) presenta al lettore curioso chiavi di lettura molteplici che dipanano il nesso ricordare-dimenticare su più livelli narrativi e tematici. Una madre affetta da Alzheimer non è uno scherzo per nessuno: “Cerca di ricordare. Quando l’avevi l’ultima volta?” chiede a sua volta Mary McCarthy in premessa a Tutti gli uomini della sua vita. Perché fare i conti con la madre è fare i conti con la propria vita, anche se è Bianca, la protagonista, a fare i conti con la se stessa di ogni giorno, nel tentativo disperato di mettere ordine nella progressiva perdita di sé.
Un’altra attitudine del libro è quella di riattraversare le vite narrate con l’occhio focalizzato sulle relazioni affettive, prime fra tutte quella madre-figlia. È un libro sui rapporti fra donne, attraversato dai rapporti fra donne: quello di Irene con Bianca, sua madre, quello di Bianca con la sorella Olga, che sembra perduta e scomparsa dalla sua vita, quello di Bianca con le badanti, Antonia o Caterina, quello di Bianca e l’amata gatta Micia (quanto amava i gatti anche Elsa Morante, e tutta l’indicibile e muta grazia del mondo animale…), quello di Bianca con se stessa, attraverso il suo diario. Ma è anche un libro sulle difficoltà del rapporto uomo-donna, col suo carico insopprimibile di disparità di potere e violenza, compromessi o rinunce.
Su questa rete di presenze femminili e maschili (Bruno, Ernesto) veglia la tranquillità di una cittadina di provincia (Ventimiglia) affacciata sul mare, e il mare è l’altra presenza emblematica e fluida, che entra nel racconto come ulteriore elemento femminile.
Molte scrittrici, negli ultimi anni, hanno fatto i conti con il sopraggiungere dell’anzianità o la perdita di persone amate o di facoltà fisiche e mentali. È però la prima volta che giunge a questo traguardo la generazione di scrittrici di formazione politica femminista, che ci offrono singolari riflessioni e punti di vista inattesi anche su questa fase della vita, rileggendola con modalità creative e autopoietiche, come nuova possibilità di cambiamento.
Maristella Lippolis sceglie quest’ultima strada, e lo fa, dal punto di vista narrativo, costruendo, come si diceva, una struttura a gabbia dove voce del narratore, voce che dice io e fatti narrati si intrecciano e sorreggono il racconto in modo inusuale.
Il risultato, pienamente apprezzabile, è una trama in cui non sono i puri fatti a fare la realtà, ma la visione che si ha di essi, il loro essere diversamente ricordati e trasformati in storie.
Sull’importanza di raccontare storie si espresse negli anni ’80 lo scrittore svizzero Peter Bichsel, inaugurando una pedagogia del narrare che è tuttora ritenuta capace di “cura”.
Nell’affermazione di Bianca “Ora non ho più bisogno di ricordare” si svela anche quale sia la funzione della scrittura autobiografica e, forse, della scrittura narrativa tout court: mettere in storia la vita, una vita che sfugge attraverso le maglie larghe del setaccio della memoria.
Un’altra frase della protagonista, l’anziana Bianca, appare importante da segnalare. È quella che afferma: “Ci sono storie che non ho mai detto a nessuno”. Scrivere è raccontarsi la vita, guardarla nella sua epifania come si guarda estatici lo spruzzo di una balena, improvviso e solitario, che si innalza ai nostri occhi come la rivelazione di una lenta e diffusa bontà delle cose stesse.
Perché a trionfare fra i due opposti poli di memoria e oblio è, tuttavia, la forza delle donne, che viene così problematizzata restano salde, positive, nonostante le prove terribili che percorrono il libro e lo squarciano nella rivelazione di eventi improvvisi e inattesi che ne frantumano l’andamento piano e mimetico.
Centrale resta il rapporto madre-figlia: l’una dà all’altra vita e forza per non morire, pur nel conflitto che ne costituisce lo sfondo irrinunciabile: “quello che vuole sapere appartiene al mondo impietoso delle madri e delle figlie”, “le figlie a volte sono troppo severe con le madri, pretendono la perfezione. A volte anche le pretese sono reciproche”. La continua ricerca di perfezione comunicativa, che lo caratterizza come elemento disturbante della relazione, viene così problematizzata.
C’è un altro filone che percorre il libro ed è quello degli affetti durevoli che, al contrario delle brucianti passioni, scelgono il dispositivo della continuità temporale e della tenerezza per dipanare una serenità colta e ottenuta in età avanzata nel maturare dell’attesa e nella cura dell’altro (vedi la figura di Eugenio). L’amore in età avanzata è un tema che il cinema, ad esempio, rappresenta come accudimento reciproco e tenerezza.
Vertigini e cadute improvvise nel cratere o nel pozzo attraversano la vita delle donne così come le pagine del romanzo, assieme alle guerre dichiarate e alle perdite subite, umane e animali.
Perché l’elemento animale (la gatta Micia) di morantesca e ortesiana ascendenza, come l’altro elemento acqua è filo conduttore costante, lei che “pronuncia parole incomprensibili con la voce di Irene”, cioè parla la lingua della madre, umida, profonda, uterina, e per questo è sempre sfuggente e a rischio di continua perdita (Perdita è il nome di un altro personaggio ne L’iguana di Anna Maria Ortese). La voce di Bianca è quella della vita psichica (“una voce è sempre meglio di niente”). Bianca appare, nella sua magrezza da uccello, una “combattente”, che ha “carattere, orgoglio, dignità”, ma che sa usare l’arma dell’ironia e della complicità per tenere strette a sé le relazioni a cui tiene di più, quelle fondanti, con la figlia e la sorella.