Bibliomanie

Mino Milani, Dall’Impero alla Repubblica
di , numero 31, ottobre/dicembre 2012, Letture e Recensioni

Mino Milani è autore straordinariamente prolifico, e la sua produzione sconfinata svaria dalla narrativa per ragazzi (dal ciclo di Tommy River, pubblicato in primis sull’indimenticato Corriere dei piccoli, a I cavalieri della Tavola rotonda, a L’ultimo lupo), a quella per adulti (Fantasma d’amore, Romanzo militare – sul quale si veda Bibliomanie n. 26 Luglio/Settembre 2011 – L’uomo giusto, ecc.), fino alla saggistica storica, nella quale spiccano gli studi dedicati al periodo risorgimentale (La crociera del «Maddaloni». Vita e morte di Nino Bixio, Boezio. L’ultimo degli antichi, fino alla splendida Giuseppe Garibaldi. Biografia critica.).
Dell’autore pavese Mursia propone adesso Dall’Impero alla Repubblica. 1470 anni di storia italiana, che nasce da un aggiornamento della Storia d’Italia a puntate, uscito tra il 1978 e 1980 su Storia illustrata. Con esso, Milani offre ai lettori una robusta sintesi delle vicende attraversate dal nostro paese, dalla caduta dell’Impero romano al 2 giugno 1946, data di nascita della repubblica. La storia di un popolo (e Milani inizia a parlare di popolo italiano, pur con tutte le avvertenze del caso, intorno all’anno Mille) è una narrazione scintillante di eventi, in cui è difficile individuare una sola trama. Soprattutto è difficile trovare la coerenza che dovrebbe caratterizzare qualunque storia ben raccontata. Milani tratta la storia da quello straordinario narratore che è, e dipana la trama della storia del nostro paese cercando e trovando ricorsi, anticipazioni e ritorni che riescano a rendere conto almeno parzialmente del suo senso complessivo, dell’itinerario serpeggiante percorso nei secoli da generazioni e generazioni di uomini e donne che si sono succedute sulla nostra penisola.
Montanelliana per svariate analogie, finalità divulgative, intenti ideologici nonché straordinaria limpidezza di scrittura, la storia d’Italia di Milani è più asciutta e meno aneddotica di quella del suo illustre predecessore. Con una procedura simile a quella adottata per le sue opere di narrativa, Milani lascia parlare i fatti, traendone quando occorra conclusioni folgoranti. Ed è una narrazione drammatica, a volte piena di contraddizioni, sospinta da sogni, resa contorta dal cozzare di tante idee opposte, una storia di cadute e di risurrezioni. L’alternarsi di vicende così diverse e la tensione di tanto in tanto ritornante verso un destino comune propongono un filo conduttore, sia pur labile, del racconto, svelato, anche ad una superficiale campionatura, dal susseguirsi dei titoli dei capitoli: “l’irrequieta Italia dei Comuni”, “tutti contro tutti”, “l’impossibile equilibrio”, “fine dell’indipendenza italiana”, “asservimento e decadenza”, “gli italiani risorgono (e insorgono)”. L L’autore mostra una predilezione speciale verso medioevo e risorgimento, cioè i fondali preferiti per buona parte dei suoi romanzi storici, epoche rilette come tempi di grande fervore ideale, dove germina il senso migliore dell’avventura: non azzardo fine a se stesso, o desiderio di autoaffermazione, ma generosità nell’offerta di sé, anche nel rischio personale, per le tante ragioni che lo rendono necessario.
Del medioevo Milani coglie soprattutto la forza innovatrice dell’esperienza dei liberi comuni, che da un lato anticipa gli aneliti all’integrazione, quanto meno culturale, di un popolo che si sforza di ritrovarsi in nazione, dall’altro favorisce la nascita di una coscienza collettiva, cresciuta sì stentatamente nei secoli futuri, ma comunque felicemente aleggiante sul mondo morale dell’italiano, sempre a rischio di eccessi di individualismo. Una coscienza di sé, che sfibrata fino all’evanescenza già nello sfolgorare rinascimentale, si riforma lentamente a partire dall’estremo Settecento, per poi costituirsi robustamente nel Risorgimento, per Milani snodo fondamentale nella storia ultra millenaria che racconta. Campeggia qui la figura di Mazzini, padre un po’ misconosciuto di una Patria che poco lo comprende davvero, ma soprattutto teorico supremo di quell’idea di repubblica, che, discendendo dalle eroiche giornate romane del 1849 si confermerà poi nella nostra attuale Costituzione. Italiano atipico, “apostolo non tanto dei diritti, quanto dei doveri … progetta, o sogna, una repubblica e un’Italia bella, morale e santa”, caratteri purtroppo difficilmente riscontrabili in quella nella quale viviamo.
Milani dimostra una non comune maestria nell’individuare il punto cruciale delle questioni che di volta in volta hanno provocato i grandi eventi di questa storia ultra millenaria, il che da un lato gli evita il rischio di stilare un elenco asettico di fatti e date, e dall’altro lo impegna in una sequenza di valutazioni critiche che insaporiscono la narrazione. La sua é una sorta di biografia collettiva: ognuno può trarne qualche consapevolezza che aiuti a spiegare, pur nelle tortuosità che certo non sono nascoste, le ragioni di un percorso comune che ha attraversato quei 1470 anni che Milani racconta.