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Il tempo della memoria: da Letizia De Franco a Pasquale Cavallaro
di , numero 53, giugno 2022, Saggi e Studi, DOI

Il tempo della memoria: da Letizia De Franco a Pasquale Cavallaro
Come citare questo articolo:
Pietro Marchio, Il tempo della memoria: da Letizia De Franco a Pasquale Cavallaro, «Bibliomanie. Letterature, storiografie, semiotiche», 53, no. 15, giugno 2022, doi:10.48276/issn.2280-8833.9809

La concezione del passato e l’idea di rimembranza
L’idea di una concezione temporale capace di canalizzare gli eventi proviene dallo studio del mondo passato. Lo storico che svolge un’analisi meticolosa spulciando tra i cavilli delle epoche trascorse, studia la sequenza dei fatti, schematizza le vicende dei periodi antecedenti rendendoli più fruibili ai posteri. Ciò non significa semplificare o minimizzare l’accaduto descritto in maniera oggettiva, ma riconsegnare il tracciato storico pervenuto all’interno di un confine spazio-temporale ben definito.
La suddivisione tra medievale, moderno e contemporaneo diviene garanzia di un miglior rendimento scolastico per il discente che decide di dedicarsi agli studi storici cercando di assimilare e comprendere secoli e secoli di vicende umane. Tra passato e presente si instaura una sottile linea di continuità in grado, a volte, di richiamarsi quasi con la stessa funzionalità ontologica e con la medesima intensità emotiva. Un rapporto innovativo che cercherà di dimostrare con criticità una visione oggettiva del reale.
La realtà rappresentata dal passato, in maniera del tutto spontaneo, può essere considerata diversa dalla condizione che si vive nel presente. Il susseguirsi degli eventi e gli effetti del passato possano perdurare nel presente trasportando e trasformando l’eco dei fatti accaduti nell’attualità vissuta. La realtà presente cambia in maniera rapida e costante, e alla stessa stregua, cambiano le soluzioni e i fattori ad essa circoscritti. Per sua natura, il prima e il dopo, passato e presente, non sono poi così divergenti per quanto si possa immaginare. A cambiare l’evolversi della scena sono i luoghi, i personaggi, le funzioni, le parole, ma l’intreccio delle dinamiche quasi tende a confluire nella stessa direzione paragonando l’accaduto a ciò che la storia ci ha concesso di analizzare e studiare.
È lecito ritenere quello «che è stato» un ricordo della memoria che lo inserisce nell’ambito di un fatto «ormai accaduto». In relazione a ciò, ogni avvenimento passato può essere assimilato come spunto d’insegnamento morale ed educativo riconducibile ad un dato effettivo reale, andando a congiungersi con l’idea di contemporaneità che a volta si immedesima in una prerogativa del tutto nuova.
Il filosofo danese Sørens Kierkegaard, nel testo “In vino veritas”, concerne interesse nella differenziazione tra ricordo e memoria. Egli tende a sottolineare la divergenza tra l’uno e l’altra introducendo all’idea del ricordo la prospettiva della felicità, affinché esso non cedesse spazio all’oblio, portatore di dimenticanza. Un ricordo «dev’essere vero», «preciso», «la tappatura del ricordo deve aver conservato il profumo del vissuto»1. Un ricordo che vuole essere trattenuto nella memoria deve vantarsi di tali caratteristiche. La memoria intesa come «condizione evanescente»2 cioè struttura capace di stabilire chiarezza e importanza al ricordo che con il trascorrere degli anni essa potrebbe svanire, mentre il ricordo consolidarsi nel tempo. Tuttavia, è il ricordo che assegna all’uomo la capacità della persistenza nel corso del proprio vissuto. È attraverso il ricordo che nutriamo la nostra mente di sensazioni ed emozioni che congiunti alla capacità del sentire si viene ad instaurare un rapporto di rimembranza.
La capacità di riconoscersi attraverso questo meccanismo pone l’uomo dinnanzi all’autocritica e attraverso di essa trarne considerazioni e conclusioni. Ogni rapporto umano è potenzialmente un elemento finito capace di tramutarsi in «conformazione sentimentale del ricordo» se vissuta nella piena essenza del sentimento, in grado di perdurare nel tempo anche nel caso in cui una tale relazione dovesse terminare la forza generatrice che l’ha alimentata. La conformazione sentimentale del ricordo può esplicarsi in relazione ad un luogo, ad una persona o ad un accadimento, sottoforma di concezione temporale soggettiva in ciascun uomo. Essa ne diviene l’antidoto in grado di determinare un superamento o rafforzamento del ricordo che resterà impresso nella memoria.
Degno di nota sulla tematica del luogo del ricordo sono “I Sepolcri” di Ugo Foscolo in cui, il tema del ricordo si inserisce in un contesto triste e difficile in quanto con il sopraggiungere della morte, si abbandonano amori e maestrie per fluire in un ricordo perpetuo simboleggiato dalla pietra sepolcrale: «né da te, dolce amico, udrò più il verso e la mesta armonia che lo governa, né più nel cor mi parlerà lo spirto delle vergini Muse e dell’amore […], dì perduti un sasso che distingua le mie dalle infinite ossa […]»3. La memoria tramandata dai luoghi del ricordo consiste nella più alta esperienza di rimembranza. Ad essa a volte si associano le altre due, ovvero l’idea di persona e di avvenimento.
Il luogo rammemorato potrà memorabilmente irrompere nel ricordo trasformandolo in un quadro visivo che va a scalfire un’immagine. D’altronde, ogni ricordo che viene trattenuto dalla nostra memoria è congiunto alla manifestazione di una immagine. Più è fortificata una figura impressa nella mente dell’uomo maggiore sarà la rievocazione di tale reminiscenza. L’immagine ha potere visivo e nello stesso tempo rievocativo.
Nell’opera di Eugenio Montale dal titolo “Le Occasioni” nella sezione Mottetti è possibile analizzare il tema del ricordo della persona attraverso la poesia “La speranza di pure rivederti”. Il letterato genovese si trova a passeggiare lungo i portici che caratterizzano la città di Modena, quando, riaffiora in lui, il ricordo della donna amata dopo l’incontro spontaneo con un vecchio signore. Il luogo [Modena] e l’avvenimento [il signore anziano] crea un parallelismo sentimentale con la persona desiderata e amata un tempo [Clizia]: «La speranza di pure rivederti m’abbandonava; e mi chiesi se questo che mi chiude ogni senso di te, schermo d’immagini, ha i segni della morte o dal passato è in esso, ma distorto e fatto labile, un tuo barbaglio:(a Modena, tra i portici, un servo gallonato trascinava due sciacalli al guinzaglio4.
L’esposizione ai luoghi in cui viviamo e l’incontro tra individui che amiamo e frequentiamo determina «l’incrocio personale» con il «parallelismo del ricordo». Con la medesima terminologia si indica l’atto in cui si è in grado di riafferrare o rielaborare il ricordo di colui/colei [o perfino di noi stessi] che attraverso la rimembranza parallela rievocata da quel luogo, da quel contesto, la si riscontra nuovamente.
Una tale concezione avvalora il fatto che immedesimarsi con sensibilità e curata attenzione in un luogo dimostra l’apertura che possiamo avere in qualità di ospiti che hanno vissuto quel «momento» non come un qualcosa di temporaneo, ma come parte della nostra esistenza.
Lungi dal credere che l’idea del «parallelismo del ricordo» possa far credere al popolare «déjà-vu», il quale scaturisce in ciascuno di noi la sensazione di trovarci dinnanzi ad elementi già perlustrati in passato. Credere di «rivedere» qualcosa, oppure di «esserci già stato», esclude l’idea di un ricordo vissuto in empatia con il luogo ma genera una condizione apparente e priva di sentimento. Nel «parallelismo del ricordo» vi è esperienza connessa all’impulso sentimentale, mentre il «déjà-vu» è una condizione psicologica priva di esperienza che non ha mai vissuto quel momento e dunque definibile come falsa percezione.
Per cui, la rimembranza è un concetto ontologico razionale, concreto, in grado di rievocare momenti del trascorso vissuto in maniera risoluta, determinata, dell’oggetto in sé. In questo caso per rievocazione si intende la «ripresa del mōmentum» e non la superflua riflessione del passato. Essa per definirsi rimembranza deve cogliere l’essenza del momento, scaturito dalla costante presenza del sentimento, il quale sostiene presenza stabile nel corso di una qualsiasi lunghezza temporale. È solo dopo aver acquisito una tale consapevolezza che il ricordo diviene pathos5. Quando la rimembranza si trasforma in pathos, non appartiene più al luogo vissuto ma è parte di noi stessi.
Spesso accade che memoria e ricordo vengano confuse nella loro complementarità non essendo strettamente congiunte tra di loro. La differenza tra l’una e l’altro è molto sottile ma entrambe servono a identificare le caratteristiche dell’essere umano con tutto ciò che lo circonda.
Il processo di rielaborazione delle epoche passate comporta l’utilizzo di un iter capace di indagare attraverso un processo scientifico le vicende umane per far trapelare un passato strutturato, degno di divenire «scienza del presente», espressione che ritroviamo nel testo Apologia della storia o Mestiere di storico di Marc Bloch, in cui si vuole figurare la capacità della disciplina di procedere attraverso un’analisi nella contemporaneità per spingersi con criterio verso un percorso di tutela e salvaguardia della memoria storica senza precipitare nell’incoerenza dei falsi miti. La storia pensata come «scienza del presente», o per meglio dire ritenuta scienza del cambiamento, illustra con occhio critico il passato per coglierlo in maniera oggettivamente risoluta nel presente. Lo storico francese deduce che essa è scienza in fieri, intesa come disciplina in constante divenire e non come un circoscritto «racconto del passato», in cui la memoria collettiva contribuisce a risanare i dubbi del presente.
Jacques Le Goff elabora alcune valutazioni sul rapporto passato/presente e dell’esigenza da parte di quest’ultimo di edificare interpretazioni nuove dell’avvenimento accaduto: «La rivendicazione di un ritorno al passato copre a volte iniziative assai nuove. Il nome Ghana trasferisce la storia di una regione dell’Africa a un’altra, geograficamente lontana e storicamente diversa. Il movimento sionista non è approdato alla restaurazione dell’antica Palestina ebraica, ma ad uno stato del tutto nuovo: Israele»6.
Il «ricordo del passato» maschera a volte vecchi rancori capaci di trapelare sulla scena politica e sociale di un intero Paese. L’esempio della Germania degli anni Trenta è in grado di trapelare sentimenti gonfi di ostilità per la sconfitta del primo conflitto bellico incoraggiato dall’eufemismo «la pugnalata alla schiena». I nazisti riprendono dal passato un sistema di strutture simboliche e culturali che vengono sistematicamente modificate. Uno studio elaborato dello storico Johann Chapoutot, docente all’Università di Paris III – Sorbonne, dove nel testo Il nazismo e l’antichità, spiega non solo le correlative tra aspetti del mondo antico e il nazismo, ma anche come ci ricorda Scigliano, aspetti «tenuti in indebita penombra»7.
Per Gaetano Salvemini «con l’avvento di Hitler al potere la situazione europea cambiò dalla sera alla mattina»8. È chiaro che la situazione politico-sociale europea tra le due guerre mondiale mostri aspetti allarmanti, crisi comunitaria e malcontenti diffusi. La teoria «dell’ordine nuovo» hitleriana basata su una tavola identitaria farlocca andrà a fomentare nuclei fascisti e nezisti nel resto del Continente.
Con lo scoppio della Seconda guerra mondiale, mentre l’Europa si prepara ad affrontare l’ennesimo conflitto, alcuni cittadini petronesi abbandonarono i loro affetti più cari per prestare servizio militare. Tra questi: l’artigliere Angelo Caligiuri, la guardia frontiera Passafaro Luigi e i soldati semplici Gaspare Talarico e Pasquale Cavallaro, mentre nel Paese si cerca di sbarcare il lunario con quel poco che si ha a disposizione.

Letizia De Franco
Petronà è un piccolo centro abitato situato sulle pendici del Parco nazionale della Sila. Si estende intorno ad un’altitudine che può variare tra gli 880 e i 1000 m. s.l.m. Una comunità che nel corso degli anni ha stabilito un importante legame culinario ed economico con l’ambiente circostante. Tra gli abitanti, soprattutto quelli più anziani, si conserva in maniera integra e risoluta la memoria dei benefici recati alla popolazione attraverso la coltivazione e produzione di castagneti, punto di sostentamento durante gli anni della guerra. Tutto ciò, ha portato il Paese verso un nuovo sviluppo urbanistico e sociale divenendo punto di riferimento anche per gli altri centri limitrofi e non solo. Petronà è ricordato per aver partorito figure carismatiche e importanti sia a livello culturale che politico: il poeta Antonio Parise, oppure il sindacalista e comunista Pietro Bianco.
Nel corso dell’anno passato ha avuto inizio un percorso di ricostruzione attraverso le esperienze di alcune vicende belliche di uomini e donne che hanno conosciuto la guerra, alcuni dei quali in maniera diretta, altri ne sono venuti a conoscenza attraverso il racconto dei loro padri o membri della stessa famiglia.
Un viaggio che ruota intorno alla figura degli anziani cultori delle memorie familiari e custodi della memoria a distanza. Già l’etimologia della parola stessa significa colui che appartiene al mondo di «prima», ad un mondo passato, in grado di trasportarlo con sé nel presente. Gli storici ritengono che la memoria, intesa come testimonianza, non possa essere considerata «fatto storico» in quanto essa viene contestualizzata in un’ottica soggettiva dell’individuo. Viceversa, possiamo asserire che la storia possa servirsene per ricostruire fatti realmente accaduti. Non è un tema inusuale quello della memoria che fin dalle origini dell’uomo è parte integrante della propria esistenza. Essa si relazione a tutto ciò che ci circonda con particolare attenzione agli aspetti che riguardano i luoghi, le persone e gli avvenimenti.
La signora De Franco, nata a Petronà il 9 marzo 1920, viene a mancare qualche mese più tardi dell’ultima volta che abbiamo avuto il piacere di ascoltarla. «Nonna Letizia» ci racconta parte di quello che è stato il periodo fascista in Paese: «A Petronà i fascisti erano tanti. C’era Don Giovanni Capocasale, che io lo vedevo passare lungo la piazza quando faceva buoi. C’era don Luigi, che abitava di fronte a noi ed era pure fascista»9.
Secondo il Prof. Fiore Scalzi punta di diamante dei mussoliniani nonché segretario locale del Partito nazionale fascista viene rappresentata dalla figura di Giovanni Capocasale. Aderente al PNF anche suo fratello, Luigi. Uomini rispettati e temuti da molti, dall’animo serioso e poco socievole. Provenienti da un nucleo familiare benestante anche dopo la fine della guerra resteranno figure influenti. Il 30 marzo del 1939 un cospicuo gruppo di donne petronesi iscritte all’organizzazione femminile fascista accoglie la venuta di Mussolini a Catanzaro. Per ricordare l’evento viene scattata una foto che ritrae un numero cospicuo di donne, vestite bene, poste in file, mentre intonavano qualche canto di benvenuto.
Letizia De Franco continua: «Con mio marito, Passafaro Luigi, ci siamo sposati nel 1938 prima che prendesse servizio nel 1941. In qualità di militare ha svolto per sette anni l’incarico di guardia frontiera e indossava la camicia nera. Ha lavorato come «guardiano» a Torino, Trieste e Fiume. Controllava i confini e mi raccontava che per gli altri soldati lui era un uomo coraggioso e c’era un capitano che gli diceva: «io vorrei avere le tue qualità».10
«Durante gli anni della guerra il Comune ci dava una tessera, e si poteva prendere o un chilo di farina oppure una pagnotta di pane o qualcos’altro. Per poter lavorare si faceva di tutto: si raccoglievano le castagne, si raccoglievano le olive e si andava alla ricerca della legna per il fuoco. Noi avevamo la fortuna di avere il forno in casa e quindi potevamo fare il pane»11.
Il racconto della De Franco si inserisce in un’ottica della memoria storica e familiare che ha rappresentato non solo il piccolo centro montano ma anche parte della storia d’Italia durante quegli anni. Ella rammemora la propria condizione economica e sociale caratterizzata da uno stile di vita «agevolato» rispetto ad altre classi sociali che vivono di stenti per via delle difficoltà quotidiane. La possibilità di ottenere della farina necessaria per la lavorazione del pane da poter infornare nel forno di casa. La posizione politico – militare del marito attribuendo ritagli temporali ben definiti, gli incarichi svolti, la fiducia e la stima rivolta dai colleghi di lavoro rappresentano, quello che la studiosa e scrittrice Aleida Assmann definisce «il processo del ricordo soggettivo».
L’esperta ha lavorato sul concetto della memoria culturale e comunicativa divenendone una delle principali protagoniste sul tema. La Assmann suddivide il concetto della memoria evidenziando due strade espressive: una intesa come «ars» (cioè come riproduzione di dati certi conservati nella memoria) e l’altra intesa come «vis»: il ricordo soggettivo è qui recepito come ricostruzione elaborata in un tempo presente e potrebbe pertanto subire alcune trasformazioni «nelle circostanze temporali in cui esso viene richiamato alla memoria»12. Dunque, in questi casi, un tale processo segue la strada della memoria rappresentata dal termine «vis», andando ad evidenziare la stabilità della memoria stessa retta da un sistema di regole razionali.13
La docente assegna l’idea dell’elaborazione del ricordo soggettivo al filosofo tedesco Friedrich Nietzsche, che costituisce «l’identità personale14, [aggiungerei anche descrittiva], del soggetto in quanto la memoria del «vis» diventa facoltà consapevole del ricordo.
La memoria è una forma di eredità da tramandare e rendere fruibile ai posteri onde evitare che tra una generazione e l’altra si possano creare quei «vuoti di memoria» che generano forme di nichilismo passivo15 che andranno a minare le fondamenta di un popolo che se dimentica perderà parte della propria identità, ovvero l’identità di una comunità intera.

La storia di Pasquale Cavallaro: vita e deportazione
Grazie al contributo e alla collaborazione del dottor Francesco Marino, erborista e consulente in erboristeria e fitoterapia, che ci è stata fornita una delle esperienze di guerra tra le più eclatanti: la storia del soldato Pasquale Cavallaro, oggi novantaseienne.
Cavallaro nasce a Sersale16 il 26 novembre 1924, ma solo più tardi si trasferisce con la sua famiglia a Petronà, nel 193117, paese non è troppo distante dalla cittadina natia.
Il padre lavora «ccu zu ‘ntoni u cicchinu cu llu thraìnu» [ovvero svolge il mestiere di mulattiere]. Dopo la morte dei signor Antonio (proprietario dei muli) intorno agli anni 1937/3818 la moglie Anastasia vende il carro e i muli di sua proprietà mentre il padre di Cavallaro è costretto a cercarsi un lavoro. Un nuovo impiego giunge all’interno della Ditta boschiva “Pascuzzi” per poi svolgere mansioni lavorative nei boschi della Sila.
Egli ci raccontare che durante la stagione invernale «presso «u fhiegu» si trasportava il carbone dalla fiumara di «Raga», de «tribisina» «allu fhiegu» [tale nominativo indica un luogo o una località]. Io all’epoca ero ancora ragazzo e non lavoravo, ma dopo un po’ di tempo siamo andati a «Turre e ponte»19 sempre in Sila dove ho iniziato a lavorare in una segheria e prendevo cinque mila lire al giorno. Dopo circa due mesi un uomo che affilava le tavole di legno si è tagliato due dita, io mi sono impressionato non ci sono voluto andare più»20.
Nel 1940 a sedici anni, il giovane Pasquale giunge a Pallagorio21 e inizia anch’egli a svolgere il mestiere di mulattiere con la «Ditta Pascuzzi»: «la paga era pari a 612 lire al mese, mentre il padre ne guadagnava 642 al mese gli davano 30 lire in più»22.
Inizialmente «eravamo cinque mulattieri, poi siamo diventati sei perché ne sono stati acquistati altri […] e da Pallagorio in sella sopra i muli abbiamo attraversato: Verzino, Savelli, San Giovanni in fiore, fino ad arrivare alla diga dei laghi silani (Ampollino, Arvo e Cecita)23. Bisognava riposarsi e di notte si dormiva sotto alcuni alberi di pino. Il giorno seguente, dopo aver ricaricato i muli da Trepidò (nei pressi del lago Ampollino) ci siamo diretti a «Turre e ponte». Giunti a destinazione abbiamo levato il carico pieno di roba e dato da mangiare ai muli e dopo mezzogiorno abbiamo fatto ritorno a Pallagorio».24

Il campo nazista di Bremervörde in Germania e la costruzione della memoria in Europa
Quando facciamo riferimento al nord Europa durante gli anni ’40 del Novecento siamo consapevoli di andare ad analizzare una dei periodi più bui della storia del Vecchio Continente. L’ascesa dirompente del nazionalsocialismo, le legge razziali, le rappresaglie, hanno messo a dura prova intere generazioni, interi popoli, che sono stati vittime di violenze inaudite. Anche per i prigionieri di guerra, come dimostrano i casi di molti soldati, l’internamento nei campi di lavoro forzati diviene una pratica diffusa.
Costruire un’identità storico-culturale comune in Europa non è affatto un’impresa facile vista l’esperienza bellica uscente, la realtà dei campi di sterminio, i rastrellamenti, i milioni di morti e le città rase al suolo. Ma ancor prima delle analisi che si sono introdotto intorno alle vicende militari sorte durante gli anni ’40, la domanda alla quale si cerca di fornire una risposta è questa: l’Europa avrà la maturità necessaria di riconoscere la sua storia? Verteranno condizioni politiche e sociali capaci di affrontare il tema della memoria assumendosi le proprie responsabilità sulle vicende del passato? Accesi dibattiti sul tema della condivisione di una memoria che fosse in grado di convincere tutti, vincitori e vinti, resistono e sussistono ancora oggi.
Ogni Nazione è riuscita a ricostruire un’identità personalistica della memoria confrontandosi a stento con il panorama storico europeo. Lo storico Marcello Flores nel testo Cattiva memoria, perché è difficile fare i conti con la storia sostiene che dopo l’unificazione delle due Europe, con la caduta del muro di Berlino, rientrano a far parte della stessa comunità «sempre più cittadini […] che hanno alle spalle memorie ancora diverse e appartenenti a storie in cui il ruolo e l’influenza europea sono stati tragicamente oppressivi. Si tratta di milioni di persone che non solo non ritrovano in Auschwitz o nel gulag alcun punto di riferimento memoriale e valoriale, ma che vivono in modo contraddittorio il proprio rapporto con la storia dei paesi che li hanno dominati come colonie»25.
La Polonia, logorata dal fardello dell’occupazione a ovest nazionalsocialista e a est dalle truppe staliniste, è stata capace di tutelare la sua storia attraverso i luoghi della memoria: il campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau a sud-ovest nella vicina Cracovia, il campo di lavoro forzato di Płaszów, il ghetto di Podgórze pensato per lo sterminio degli ebrei di Cracovia, il ghetto di Varsavia e il bunker «la tana del lupo» nascondiglio segreto del Führer. Di seguito alla Polonia, anche la ex Germania nazista ha affrontato il tema della memoria storica: «il paese è riuscito a fare i conti con il proprio passato procedendo, dopo il 1968, a una ricostruzione al tempo stesso memoriale e storiografica del nazismo, della guerra e della Shoah – ha contribuito al raggiungimento di questo risultato condiviso»26.
La Francia macchiata dalla vicenda della Repubblica di Vichy, governo collaborazionista con i nazisti. Con la caduta francese e l’entrata a Parigi della Wehrmacht, il governo De Gaulle è costretto a rifugiarsi in Inghilterra dall’alleato Winston Churchill. Charles De Gaulle sia durante la guerra che negli anni a seguire rappresenterà l’emblema antinazista francese. Philippe Buton, nel suo saggio La memoria collettiva francese della seconda guerra mondiale, crisi d’identità e consolidamento, nel vol. 4 di Ventunesimo Secolo sostiene che la Francia del secondo conflitto mondiale viene segnata da due eventi importanti: la crisi di un’identità francese turbata in un primo momento dalla sconfitta contro la Germania, per poi proseguire negli anni del collaborazionismo del Governo Pétain causando un crollo democratico per via dell’inserimento dell’estrema destra al comando. Per lo storico francese «questa realtà impose alla Francia una difficile gestione del ricordo della guerra»27, la costruzione di una memoria dei francesi che possa definirsi collettiva produce i suoi effetti con il trionfo sul nazionalsocialismo, «anzi, più che la vittoria nel senso della sconfitta della Germania (1945), è l’evento della liberazione (1944) ad essere celebrato»28. Per cui non viene elaborata in Francia una teoria della memoria storica europea che potesse convogliare anche gli eventi bellici francesi in un ricordo comune con gli altri Stati che si trovano a fare i conti con l’ombra del nazismo, bensì si costruisce una memoria sul concetto della «commemorazione nazionale»29.
Commemorare significa celebrare un momento storico ritenuto dalla maggioranza della collettività degno di essere ricordato. Nel corso dei secoli molte ricorrenze vengono ostracizzate nel dimenticatoio facendo spazio ad altri eventi da ricordare che hanno sviluppato nell’immaginario sociale una concezione quasi di sacralità.
Sarà Barry Schwartz, attraverso il saggio Ripensare il concetto di memoria collettiva nel testo dal titolo Sociologie della memoria sostiene che «la commemorazione, a differenza della storia e della memoria collettiva, distingue gli eventi ritenuti meritevoli […] da quelli che meritano semplicemente di essere ricordati»30. Storia e commemorazione sono «fonti, prodotti e veicoli»31 della memoria collettiva. La storia rappresenta la sua parte razionale e scientifica mentre la commemorazione raffigura la parte ideologia e sentimentale32.
Pasquale Cavallaro è testimone oculare delle barbarie che quotidianamente vengono rivolte ai detenuti all’interno dei campi di lavoro forzato. Egli è in grado di farsi intendere in maniera attenta e risoluta, capace di ricostruire ogni singolo dettaglio delle vicende. Viene arrestato dai tedeschi il giorno prima del fatidico armistizio avvenuto tra la notte dell’8 e il 9 settembre 1943: «Sono partito per fare il soldato nell’agosto del 194333 e vengo indirizzato nella cavalleria Verona, poi da Verona mi hanno mandato a Voghera e il 7 settembre divento prigioniero dei tedeschi e vengo deportato in Germania. Dopo 4 giorni di viaggio ci hanno portato a «Bremervordic, duve là c’era nu campu e concentramentu rande» [Cavallaro fa riferimento al campo di lavoro forzato di Bremervörde, situato tra due principali cittadine tedesche: Brema e Amburgo: dove li c’era un grande campo di concentramento] in cui si potevano contare almeno 15.00034 persone tra donne, uomini e bambini. Gli uomini da un lato, le donne dall’altro. Dopo sette o otto giorni dal nostro arrivo, alcuni tedeschi ci condussero dentro una fabbrica. In quella fabbrica vi erano 16035 soldati italiani. Da lì siamo stati trasferiti nei pressi di una ferrovia per aggiustarla».36
Nel campo di prigionia nazista di Bremervörde vengono rinchiusi molti soldati italiani dopo l’armistizio, nonché prigionieri politici. Nei pressi del campo è situato un altro lager, quello di Sandbostel, costruito per eseguire le medesime torture. Anche Claudio Sommaruga, S. Tenente di artiglieria dell’esercito, viene internato insieme ad altri italiani. Geologo, nel secondo dopoguerra ha avuto numerosi incarichi accademici. Egli ci ricorda il dramma che ha vissuto tra il 1943 e il 1945 quando viene destinato a vari campi di concentramento, tra cui anche Bremervörde, dove ne illustra la terribile situazione nel saggio «L’altra resistenza» nel paragrafo intitolato «lo choc del lager!»:

«Il 18 settembre [1943] ci scaricano a Bremervörde (Sandbosdtel), Lager di smistamento di 40.000 militari italiani e nostro primo impatto col reticolato e con ciò che ci attendeva: una mala bolgia di dannati depressi e la notizia che in quel campo 20.000 russi erano morti poco prima di tifo petecchiale. I tedeschi avevano lasciato il campo, alimentandolo da fuori con lanci di pane sopra i reticolati, con conseguenti lotte di accaparramento dei russi, episodi di cannibalismo, falò di cadaveri»37.

Il passato bellico ha contrassegnato il modo di agire di un intero Continente, ha accomunato milioni di uomini e donne coinvolti nell’orrore di una tragica esperienza segnata da tracce indelebili, difficili da esternalizzare, seppur in molti divengono custodi di una verità che viene minata dal negazionismo e dalla contro-memoria. Alcuni detenuti scelgono la via del silenzio dopo la liberazione, rinchiudono in sé stessi la dolorosa immagine del ricordo dei campi di sterminio. Mentre, numerosi soldati scelgono la via dell’isolamento sconvolti e tracciati dall’intramontabile rievocazione della dura sopravvivenza lungo le linee nemiche. Il processo complementare del passaggio della memoria soggettiva [la memoria dei testimoni] dai «vecchi» ai «giovani», tra la generazione che ha esperimentato le dure prove indotte dalla crudeltà umana sulla propria coscienza e coloro che si ritrovano a leggerle sui libri di storia [memoria oggettiva] è avvenuta in ritardo, favorendo l’evolversi di una mancanza della memoria storica collettiva.
Cavallaro e Sommaruga entrambi protagonisti di due storie differenti e unite dallo stesso drammatico luogo: aver calpestato il suolo di Bremervörde. Ci ricordano la presenza di centinaio di persone, di cittadini, che vengono «smistati» per ordine delle SS, la morte per il tifo, il lancio del pane in segno di umiliazione, il dolore del momento in cui le donne sono costrette ad abbandonare i propri figli e i loro mariti senza avere alcuna notizia in seguito.
È una pratica ricorrente quella dello smistamento da parte delle SS, utilizzata nei lager accompagnata dall’uso di cani da guardia o da protezione. Liliana Picciotto, storica che ha concentrato la sua ricerca sulla storia degli ebrei, nel suo saggio I campi di sterminio nazisti. Un bilancio storiografico, inserito nel libro Lager, totalitarismo, modernità annota la procedura nazista della «selezione iniziale»: con l’arrivo dei treni carichi di deportati, stanchi e asfissiati da viaggi lunghi e angoscianti, la procedura nazista prevedeva la selezione tra coloro ritenuti inadatti o di salute cagionevole da mandare nelle camere a gas e coloro i quali vengono richiusi nel campo. La Professoressa definisce tale procedura come «tragica […], che vedeva dividere le famiglie, strappare i bambini alle madri, gli anziani ai figli, i mariti alle mogli, sulla rampa stessa di arrivo dei treni. In piedi, al limite della banchina di arrivo, stavano in attesa il capo della sezione politica, il capo della sezione sanitaria, il capo della sezione del lavoro, incaricati di sovrintendere la “selezione iniziale” ad ogni convoglio in arrivo […]»38.
Il racconto di Cavallaro racchiude anche passi di ciò che sarebbe potuto accadere all’improvviso: «Il 1° novembre 1943 ci vennero incontro dei ragazzi russi, portandoci dentro un secchio quel che restava di un arancio. Ad un certo punto si avvicinarono due guardie olandesi che con forza gettarono in un bagno lì vicino l’arancio senza farcelo mangiare. Giunse la sera ci riportarono all’interno del campo. La cena era così composta: 250 grammi di pane, 2 patate bollite, un cucchiaio di zucchero, un cucchiaio di marmellata e 10 grammi di burro39. Ciò accadeva ogni 24 ore, ovvero ogni sera, mentre il giorno ci toccava lavorare».40
Cavallaro ricorda che i tedeschi lo trasferiscono in più fabbriche, una delle quali, al suo interno vi sono alcune macellerie, poi finite in macerie a causa dei bombardamenti. Qualche mese più tardi lo trasferiscono nella «Dolce verde», un cantiere navale dove vengono prodotti sottomarini tedeschi: «eravamu in 160 e ne ‘mpararu saldatori» [ai 160 detenuti, da considerare il numero approssimativo, viene insegnato loro come utilizzare la saldatrice a macchina].
«Il giorno di Pasqua del 1944 eravamo nel campo, quel giorno stavamo mangiando ed erano più o meno le 9 di sera. All’improvviso suonò l’allarme [si trattava di un bombardamento americano] e tutti iniziarono a scappare. Eravamo 33 italiani in un rifugio, gli altri avevano trovato riparo nel sotterraneo grande e gli aerei iniziarono a bombardare mentre un siciliano lì con noi si chiamava Sanfratellu, mi disse: «Cavalla, scappiamo che moriamo qui!» e scappammo. C’era un cosentino, un ex carabiniere che ci urlò: «paisà, un fhuiti ca c’è su l’apparecchi e moriti» [il termine “paisà” indica la provenienza dalla stessa regione…, non scappate durante il bombardamento aereo perché si rischia di morire] ma scappammo comunque…».41
«Correvamo e siamo andati in un rifugio dove c’erano alcuni tedeschi e ci siamo salvati, mentre nell’altro rifugio erano cadute due bombe e morirono tutti. Il giorno dopo sono venuti 10 o 12 soldati delle SS, tedeschi, «cu pala, picu e nu camiu e fhacianu: u cimiantu u jettavanu supra u rimorchiu, e la carne supra u camiu”, eranu morza morza dici ca e canuscie… nente» [arrivato un camion dotato di rimorchio, i tedeschi muniti di pale e picconi gettavano i calcinacci sul rimorchio posteriore del camion e i corpi ridotti a brandelli, irriconoscibili per via dei bombardamenti, nel cassone del camion.] eravamo in grado di riconoscere solo l’interprete, gli era rimasto lo stivale attaccato al piede»42.
«Poi eravamo tornati nella baracca e il “capo campo” voleva sapere chi non fosse rientrato, chi mancava all’interno della camerata. Allora noi iniziavamo ad elencare tutti i nomi dei morti sotto le macerie «tandu e sapiamu i numi, c’è diciumu u tale… u tale e llu tale» [all’epoca ricordavo i nomi, ed io e i miei compagni andavamo ad elencare i caduti: tizio…, tizio…, eccetera]. Dopo aver controllato nell’elenco risultavano essere morti trent’uno persone. Poi ci trasferirono in un altro campo (dopo quel bombardamento). La mattina ci alzavamo alle cinque per andare a lavorare in fabbrica. Bisognava percorrere cinque chilometri a piedi e poi verso le sette di sera ci facevano tornare nel campo, ciò significava altri cinque chilometri a piedi dopo aver lavorato»43.
«Nel 1944 ci trasferirono in un’altra fabbrica ancora, eravamo 30 saldatori e là ho incontrato altri due italiani. Uno di loro veniva da Cirò44, si chiamava Gentile Giovanni e l’altro invece da Falerna e si chiamava Campisano Antonio avevamo la stessa età. Lì vi restammo dal mese di novembre (1944) al mese di febbraio (1945). Si stava meglio in quella fabbrica, eravamo meno persone, il capo del campo era più buono, per Natale avevamo organizzato una festa e ci faceva sempre catare «Mamma son tanto felice»45 e insieme a noi c’era anche lui, sua figlia e sua moglie»46.

Episodi nei campi di concentramento nazisti

Con il sostantivo Shoah si vogliono ricordare i sei milioni di ebrei morti nei campi di sterminio edificati dal regime nazionalsocialista. Il primo campo di concentramento viene inaugurato nel 1933 a Dachau, all’interno del quale vengono internati i primi prigionieri politici e alcuni bambini. A dirigere i primi rastrellamenti è Heinrich Himmler, capo delle SS47 e della polizia segreta nazista (GESTAPO), il quale ricoprirà tale incarico fino alla fine della guerra. Con la marcia sovietica ad est e l’avanzata americana ad ovest i tedeschi vengono rinchiusi in una morsa, costretti ad abbandonare prima dell’arrivo delle truppe alleate i campi di concentramento. Vengono aperti i cancelli dei lager di Auschwitz-Birkenau e Sachsenhausen dai sovietici, i campi di Dachau e Mauthausen dagli americani, mentre a nord della Germania le truppe inglesi liberano il campo di Bergen-Belsen.
La senatrice a vita Liliana Segre, ex detenuta ad Auschwitz all’età di 14 anni, ricorda, in uno dei suoi numerosi interventi pubblici, ciò che è stata la «marcia della morte»: i detenuti ancora in grado di muoversi sono costretti a percorrere chilometri di distanza per far rientro in Germania. Uomini, donne e bambini cercano di aiutarsi vicendevolmente, mentre in molti perdono la vita lungo il tragitto. Ciò che seguirà invece alla visione dei soldati liberatori è un’immagine terrificante di corpi scheletriti e nudi, da non essere in grado a volte, di distinguere i detenuti sopravvissuti dai corpi immobili e pieni di fango rimasti a terra senza vita.
Il compito di effettuare fucilazioni di massa veniva affidato ai soldati delle SS oppure alle truppe della Wehrmacht. Secondo alcuni storici, Himmler trovandosi nei pressi di Minsk (Bielorussia) con le forze armate ad Est, aveva assistito ad un massacro condotto da reparti speciali delle SS. Il nazista ne rimase talmente sconvolto tanto da aver impartito l’ordine di utilizzare metodi «meno cruenti»: adoperare lo Zyklon B, un gas tossico che provocava la morte tramite il soffocamento.
Per smascherare e affrontare il tema dello sterminio nazista e l’idea intrinseca alla manovra della cosiddetta «soluzione finale» del popolo ebraico, oltre all’efficacia di alcuni processi rilevanti che mostreranno al mondo i volti dei carnefici del Terzo reich, lo storico Marcello Flores spiega «l’espansione della memoria della Shoah» attraverso analisi storiche ben definite «per quanto riguarda sia l’eliminazione degli ebrei e la realtà dei campi di sterminio sia le dinamiche naziste di preparazione e di attuazione della Soluzione finale»48. Infatti, egli ha fatto notare che il ricordo dell’olocausto e la conservazione della sua memoria amplia la propria discussione analitica sia da un punto di vista cartaceo, attraverso la pubblicazione di numerosi testi e opere che trattano l’argomento, sia da un punto di vista critico-qualitativo. Nasceranno in merito a questo percorso dei corsi accademici dediti allo studio dei genocidi49. Uno studio che ha voluto rappresentare il trampolino di lancio per l’analisi della cultura della memoria che sino a trent’anni prima con difficoltà avrebbe abbracciato lo «scomodo» tema dei genocidi.
Infatti, con il termine genocidio si indica l’annientamento di un popolo, o di una etnia, attraverso metodologie di sterminio di massa. Un’azione bellica che viene condotta da un popolo ai danni di un altro popolo: da questa circoscrizione si origina il concetto di nazionalismo50. Figlio del Novecento, il genocidio mostra i suoi lati oscuri anche dopo la Shoah: in Bangladesh (1971), in Cambogia (1975-1979), in Rwanda (1994), in Srebrenica (ex-Jugoslavia 1995).
Un altro contributo per la ricostruzione della memoria dei campi di concentramento proviene dall’ambito cinematografico anche se con sfaccettature diverse e a volte divergenti. Gli studiosi Claudio Bisoni e Claudio Gaetani analizzano il tema dello sterminio affrontato in particolare dalle produzioni hollywoodiane e le sue ripercussioni in Europa. Il cinema ha la capacità attraverso le immagini, i racconti e le testimonianze di considerarsi una fonte di matrice culturale a tutti gli effetti. Nell’articolo del Bisoni tratta dalla rivista Storicamente (6) 2010, dal titolo Il cinema di fronte alla Shoah prende in analisi i film che hanno raccontato lo sterminio: nella La vita è bella di Roberto Benigni «i campi occupano solo la seconda parte del film […]» mentre «il repertorio comico dispiegato dal protagonista nella prima parte […]. Nel finale l’unica immagine di una montagna di cadaveri si farà strada a fatica, in mezzo alla nebbia, segno di un rapporto ambiguo tra desiderio di inserire la storia dei lager nazisti in un contesto finzionale e l’adozione di un registro visivo poco disturbante o quanto meno disposto ad assecondare i canoni di “buon gusto” spesso chiamati in causa in rapporto alle immagini dei campi»51.
Attraverso l’analisi del film, il protagonista fa uso dell’ironia per sdrammatizzare la sopravvivenza dei detenuti all’interno delle baracche e rendere il clima meno angosciante per il figlio, Giosuè. Al bambino viene promesso che se avesse seguito le indicazioni del padre durante la permanenza nel campo avrebbe avuto la possibilità non solo di totalizzare punti ma di vincere «un vero carroarmato». L’«americanizzazione dell’olocausto» del film di Benigni si desume attraverso la scena che ritrae l’immagine di un mezzo da guerra statunitense che compie l’accesso ad Auschwitz sotto gli occhi increduli del piccolo Giosuè. Scena, che rappresenta una smentita storica sulla liberazione di Auschwitz-Birkenau in cui cancelli vennero aperti dalle truppe sovietica guidate dal maresciallo Koniev, il 27 gennaio 1945.
Diversamente farà Steven Spielberg con Schindler’s List, il quale, sarà in grado «attraverso l’uso del bianco e nero, di assorbire la memoria documentaria depositatasi intorno ai campi di sterminio, pur restando all’interno di un modulo narrativo hollywoodiano»52.
La riproduzione cinematografica che testimonia con maggiore fedeltà storica l’eccidio messo in atto dai nazisti è ambientato in Polonia con il film Il Pianista di Roman Polanski. Tratto dal romanzo di Szpilman, mostra la persecuzione degli ebrei di Varsavia rinchiusi nell’omonimo ghetto fino all’arrivo dell’Armata rossa. Il protagonista, Władysław, riesce ad evitare la prigionia grazie all’aiuto di amici e conoscenti che gli salveranno la vita.

L’arrivo delle truppe alleate
Pasquale Cavallaro continua: «Il 5 febbraio 1945 ci fecero salire su alcuni piroscafi e ci portarono all’interno di una campagna vicino al fronte dove combattevano i tedeschi contro gli inglesi. Siamo rimasti in quel luogo per 17 giorni senza mangiar nulla. Nelle vicinanze vi era solo un piccolo paese. Ricordo ancora il primo giorno che eravamo arrivati in quel luogo, pioveva, quel paese era composto non più di un centinaio di abitazioni. Vi era una baracca dove si trovavano anche un po’ di legna e siamo entrati là dentro. Dopo circa mezz’ora è entrato un soldato tedesco nella baracca e ci ha cacciati fuori. In mezzo la strada un camion dotato di rimorchio è stato il nostro unico riparo contro la pioggia53. Verso mezzanotte il camion è ripartito lasciandoci nuovamente sotto la pioggia».54
«Il giorno seguente, eravamo andati in una casa dove vi abitava una coppia di anziani. A solo un chilometro di distanza c’erano i tedeschi (fronte contro gli anglo-americani). Si sentivano i colpi delle mitragliatrici. Successivamente due anziani ci chiesero di andare a raccogliere della legna, (e sapevamo) che quando passava la canna da tiro dei carriarmati tagliava gli alberi di faggio o di pino dalla base gettandoli a terra»55.
«Quando non sparavano più, uscivamo e andavamo alla ricerca di qualche cicoria, qualche carota oppure bucce di patate. Non vi era dell’acqua per lavare il cibo, bisognava strofinarlo sui pantaloni e poi lo si mangiava. Avevamo scavato una grotta vicino la casa di quegli anziani e siamo rimasti li. Dopo tre giorni, l’anziano dell’abitazione decide di mandarci via da quel rifugio, e allora siamo andati non troppo lontani dove vi erano degli alberi di faggio e di pino ma sapevamo che a non troppi metri di distanza si trovavano i tedeschi. Allora c’era un maresciallo che veniva dalla Puglia e ci ha detto: «stanno arrivando gli inglesi». Infatti, dopo sette giorni arrivarono gli inglesi. (Con l’arrivo delle truppe alleate) veniva verso di noi (correndo) un ragazzo tedesco, il quale, dopo aver gettato a terra il fucile, il suo elmetto e la giacca militare ci ha detto: «amerikaner ankommen, amerikaner ankommen» [che significa: Arrivano gli americani! Arrivano gli americani!]».56
«Noi avevamo fatto una sorta di trincea con rami e legna e il giovane tedesco si lanciò là dentro. Allora giunse un soldato inglese e ci ordinò di uscire allo scoperto. Usciti fuori urlammo: «italiani! – italiani!». Allora ci fecero camminare tra i cadaveri e cercavano di vedere a terra se ci fosse un pezzo di pane da mangiare, che di solito tenevano dentro le cinture [i soldati caduti durante le battaglie]. Ma il soldato inglese ci disse: «it’s not good!» ci diceva che non era buono da mangiare. Anzi, ci comunicò che in vicinanza vi era un carro armato inglese che ci poteva offrire qualcosa da mangiare. Allora giunti al carro, c’erano certe buatte57, ne ha aperto una e ci ha dato: quattro gallette, una scatola di fagioli. Poi c’erano arance, carne e carote»58.
«Dopo averci fatto mangiare con il carro armato ci portarono con loro, all’improvviso passa un aereo tedesco e iniziava a mitragliare e in quel momento in poi ci siamo persi, infatti dei miei compagni ne rimasero solo in sei: due italiani, due siciliani, un napoletano e un toscano e poi ci ricongiungemmo con altri cinque che provenivano dalla Puglia. Innanzi a noi vi erano quindici tedeschi prigionieri degli anglo-americani. Dopo aver percorsi qualche chilometro, allontanandoci dal fronte, ci siamo avvicinate nei pressi del canale che portava ad Amburgo con delle navi. Allora ai tedeschi li fecero imbarcare verso i campi mentre a noi altri, ci tennero in fermo là»59.
«Ad un certo punto, avvertimmo l’arrivo di un proiettile tedesco che dopo aver colpito il muro di una abitazione fece cadere numerosi calcinacci. Ci abbassammo tutti a terra, solo in sette ci siamo rialzati: io, due siciliani e quattro pugliesi. Due feriti gravi: un toscano e un napoletano che si chiamavano uno Ferrucci e l’altro Molini che venivano trasportati all’ospedale di Amburgo. Gli altri morirono»60.

Da Amburgo a Bruxelles
«Dopo l’accaduto, ci fecero percorrere più o meno una decina di chilometri tant’è che giunse la notte. Allora ci fermammo in un luogo dove c’erano due palazzi: ad una vi erano collocati tre soldati inglesi con un cannone, mentre l’altro edificio era vuoto, siamo entrati e abbiamo trascorso la notte là dentro. Sentivamo i colpi del cannone e i muri intorno a noi che tremavano. Avevamo visto che nei sotterranei dell’edifico c’era un magazzino, pare con due camere, dove vi erano dei vestiti e qualche materasso. Ci siamo buttati sui materassi per riposare, mentre i colpi del cannone inglese non cessarono per tutta la notte. Allora quel maresciallo proveniente dalla Puglia ci disse: «Non abbiate paura sono i colpi del cannone inglese per questo tremano i muri. Ormai siamo salvi, non rischiamo più di morire».
«Al mattino, ci siamo alzati poi avevamo trovato tre paia di scarpe di cui un paio me lo misi io, un paio il siciliano e un paio il pugliese. Dopo, alcuni soldati inglesi ci diedero un secchio per andare a mungere le mucche per farci bere del latte. Io non ne bevevo latte, allora uno di loro (un soldato anglo-americano) mi aveva dato un mezzo pollo. Dopo aver mangiato, ci incamminammo verso Amburgo percorrendo la strada sempre a piedi. Lungo il tragitto avevamo incontrato due ragazze giovani e un anziano con delle biciclette, pare fossero i proprietari di quell’edificio dove avevamo trascorso la notte in quanto avevano riconosciuto i vestiti. Dopo eravamo arrivati ad Amburgo, ci siamo rimasti per quattro giorni. C’erano prigionieri, c’erano i negozi tutti aperti ma nessuno che circolava. Allora quando arrivavano prigionieri li facevano mangiare, anche a noi «ne fhiceru mangiare cu lli cagni!» [secondo Pasquale Cavallaro li fecero mangiare in abbondanza]. Ad Amburgo arrivarono quaranta o cinquanta camion e ci facevano salire trenta o quaranta per volta per portarci a Bruxelles, in Belgio»61.
«Per dirigerci verso Bruxelles, non si potevano percorrere le strade perché dissestate, non si potevano utilizzare nemmeno le ferrovie. Allora attraversammo un percorso lungo la Germania, dopo ci siamo ritrovati in Lussemburgo, poi in Olanda fino ad arrivare in Belgio dopo sette o otto giorni di cammino. Per arrivare a destinazione abbiamo dovuto attraversato sette campi, dove la sera ci davano da mangiare: una scatoletta di carne macinata, una per ogni due (persone), quattro gallette, e un gavettino di acqua»62. Egli ricorda anche la disposizione dei letti all’interno delle camerate. Fabbricati in legno, caratterizzati da quattro scompartimenti formando dei letti a castello.

«La disinfestazione»
All’interno delle baracche le condizioni igienico-sanitarie si dimostrano precarie dando vita alla diffusione di pulci e pidocchi. Le persone al suo interno restando a stretto contatto gli uni con gli altri, trasmettono con facilità parassiti e malattia capaci di porre in serio pericolo le loro condizioni di salute già aggravate per via del decorso bellico. Secondo Pasquale Cavallaro, per contrastare simili difficoltà, i soldati inglesi: «una volta al mese ci portavano a fare la disinfestazione, in tanti avevano i pidocchi e bastava che li prendesse uno e li mischiava a tutti. Ci facevano spogliare e ci portavano a fare il bagno. Dopo averci lavato, in un’altra stanza c’era una caldaia a gas dove la roba veniva riposta sopra. Quando riprendevamo i vestiti, erano molti caldi e venivamo sbattuti per far cadere tutti i pidocchi. Per terra c’era pieno di pidocchi grossi e neri. Dopo si faceva ritorno al campo. Là, per un po’ di tempi non vi erano pidocchi, dopo circa venti giorni tornavano di nuovo»63.
«Nella baracca eravamo 18 persone e c’era una fornace costruita a mattoni con una porta che comunicava con l’esterno, mettevano il carbone e si manteneva abbastanza calda la temperatura all’interno del casato»64.

Dal Brennero la strada verso casa
«Gli inglesi ci riportarono in Germania e avevamo fatto la stessa strada precedente e siamo rimasti ad Amburgo per altri cinque mesi. Dopo cinque mesi, ci hanno fatto salire dentro quaranta vagoni e siamo arrivati in Brennero. Dal Brennero ci hanno portato a Bolzano. Nella città di Bolzano eravamo arrivati a mezzanotte e là ci hanno dato una pagnotta di pane e una mela. Dopo ci hanno trasferito a Bergamo. Lì ci hanno fatto rimanere due giorni, per chi non aveva vestiti gli davano degli abiti e scarpe nuove. Dopo siamo andati a Pescantina, sopra Verona. Lì siamo rimasti cinque giorni e ci davano il latte al mattino, caffè, biscotti, la pasta con carne macinata all’ora di pranzo. Dopo siamo ripartiti con il treno per farci rientrare a casa»65.
«Nel treno dove c’ero io, vi erano anche pugliesi, siciliani e altri calabresi. Allora siamo arrivati a Paola, dove sono scesi tutti quelli che abitavano a San Giovanni in Fiore di cui uno che si chiamava Giovanni Schipani che era un carabiniere e un altro ragazzo che si chiamava Francesco Talarico, ma c’era gente anche di Savelli e altri paesi limitrofi. Poi siamo arrivati a Lamezia e ci siamo divisi con i siciliani, c’eravamo voluti bene come se fossimo stati fratelli66. Io sono sceso alla fermata di Catanzaro Marina».67
«Verso l’una di notte sono salito sulla littorina che andava verso Crotone e sono sceso a Cropani Marina. C’era un camion che scaricava, sono andato lì e conoscevo il ragazzo che mi ha dato un passaggio per dirigermi verso casa insieme a loro. Allora arrivo a Sersale verso le quattro del mattino, ancora non si vedeva la luce del sole. Da Sersale a piedi verso Petronà. A Curnocchia [località nei pressi della presila, tra Cerva e Petronà] mi hanno incontrato compari Giuseppe e compari Vincenzo, ma per via del buio della notte non mi avevano riconosciuto»68.
«Sono arrivato alla difhisella69 c’era un fratello di papà che lavorava. Allora l’ho chiamato: zu Rafhè, zu Rafhè!![zio raffaè! zio raffaè!]. Questo mio zio si è messo in groppa ad un cavallo ed è corso verso Arenacchio [rione] per andare ad avvisare che ero tornato. Ha visto mio padre, che poi è arrivato con due muli e altri due amici. Un po’ più sopra da difhisella [località], vicino alcune abitazioni, c’era un cane che quando sono partito per fare il soldato non si trovò più. Una settimana prima del mio arrivo quel cane tornò a casa, ma non aveva più un occhio. Nei pressi di Acquavona incontrai mia madre a tante altre persone. Era il 13 settembre 1945 quando feci ritorno a Petronà»70.

Conclusioni Le voci e le esperienze riportate vogliano essere frutto di memoria, capace di educare e porre all’attenzione situazioni che hanno segnato e posto in seria difficoltà la vita di centinaia di migliaia di persone durante gli anni della Seconda guerra mondiale. Ogni racconto è stato trascritto in italiano in quanto gli intervistati hanno espresso i loro punti di vista in lingua madre, ovvero in dialetto.
Voglio esprimere profonda riconoscenza a Pasquale Cavallaro per la disponibilità e la capacità con la quale è stato in grado di raccontarci la sua storia: impressioni, sentimenti, ansie e paure dovute alle terribili prove della guerra. A «nonna» Letizia che attraverso la sua pacatezza rivela aspetti importanti che appartengono alla memoria del nostro paese.
Oggi, il tema delle memorie, collettive o individuali che siano, è tra i tesori più grandi e importanti da custodire.

Note

  1. Sørens Kierkegaard, In vino veritas, Feltrinelli editore, 2021, pp. 9-10.
  2. Ibidem.
  3. Ugo Foscolo, Opere I, poesie e tragedie, I Sepolcri, Einaudi – Gallimard, Torino, 1994, pp. 23-26, vv. 10 – 13.
  4. Eugenio Montale, Le Occasioni (1928-1939), in. Id. mottetti, vv. 1-10.
  5. Condizione emozionale intensa, sentita.
  6. Jacques Le Goff, Storia e memoria, Einaudi editore, 1982, pp. 172-173.
  7. Alberto Scigliano, «Johann CHAPOUTOT, Il nazismo e l’Antichità, Torino, Einaudi, 2017, 523 pp.», Diacronie. Studi di Storia Contemporanea: Scuola e società in Italia e Spagna tra Ottocento e Novecento, 34, 2/2018, p. 3, 29/06/2018.
  8. Gaetano Salvemini, Scritti di politica estera, vol. III, Preludio alla Seconda guerra mondiale, Augusto Torre (a cura di), Feltrinelli editore, marzo 1967, p. 287.
  9. Testimonianza orale di Letizia De Franco, nata a Petronà, il 9 marzo 1920, realizzata da Pietro Marchio, il giorno 26 settembre 2020.
  10. Ibidem.
  11. Ibidem.
  12. Aleida Assmann, Ricordare. Forme e mutamenti della memoria culturale, il Mulino, 2002, pp. 29-30.
  13. Ibidem.
  14. Assmann, cit.
  15. Termine nietzschiano.
  16. Paese in provincia di Catanzaro.
  17. Paese in provincia di Catanzaro, distante circa nove chilometri da Sersale.
  18. Testimonianza orale e in videoripresa di Pasquale Cavallaro, nato a Sersale, il 26 novembre 1924, realizzato da Pietro Marchio e Francesco Marino, l’8 settembre 2020.
  19. Ibidem, anche in questo caso si sta parlando di una località.
  20. Ibidem.
  21. Paese in provincia di Crotone.
  22. Ibidem.
  23. In questo caso probabilmente si fa riferimento al lago Ampollino.
  24. Ibidem
  25. Marcello Flores, Cattiva memoria, perché è difficile fare i conti con la storia, il Mulino, 2020, p. 117.
  26. Marcello Flores, Cattiva memoria, ivi, p. 112.
  27. Philippe Buton e Lucia Bonfreschi, La memoria collettiva francese della Seconda guerra mondiale, crisi d’identità e consolidamento, vol. 4, in. Id., Ventunesimo Secolo, n°7, aprile 2005, Rubbettino Editore, p. 61.
  28. Ivi, p. 62.
  29. Ibidem.
  30. Sociologie della memoria, verso un’ecologie del passato, Anna Lisa Tota, Lia Lucchetti e Trever Hagen (a cura di) Carrocci editore, 2018, in. Id. Barry Schwartz, Ripensare il concetto di memoria collettiva, p.33.
  31. Cfr.,Schwartz.
  32. Ivi, p. 34.
  33. Nel mese di agosto.
  34. Numeri approssimativi.
  35. Numeri approssimativi.
  36. Dall’intervista di Pasquale Cavallaro, l’8 settembre 2020, presso Petronà, con la collaborazione del dottor Francesco Marino.
  37. Claudio Sommaruga, L’altra resistenza, ricordi di prigionia nei lager come IMI (internato militare italiano), Archivio IMI (online).
  38. Lager, totalitarismo, modernità, in. Id., Liliana Picciotto, I campi di sterminio nazisti. Un bilancio storiografico, Bruno Mondari, 2002, p. 113.
  39. Cavallaro ci dirà più tardi che a volte si dava anche un mestolo di acqua calda con qualche carota dentro.
  40. Ibidem..
  41. Ibidem..
  42. Ibidem..
  43. Ibidem.
  44. Situato in Calabria in provincia di Crotone.
  45. Mamma, 1940, interpretata da Beniamino Gigli: «Mamma, son tanto felice / Perché ritorno da te. / La mia canzone ti dice / Che il più bel sogno per me / Mamma son tanto felice… / Viver lontano perché? / Mamma, solo per te la mia canzone vola, / Mamma, sarai con me, tu non sarai più sola, / Quanto ti voglio bene, / Queste parole d’amore che ti sospira il mio cuore / Forse non s’usano più, / Mamma, / Ma la canzone mia più bella sei tu, / Sei tu la vita / E per la vita non ti lascio mai più». Parte del testo originale della canzone.
  46. Ibidem.
  47. Schutzstaffeln, nascono inizialmente come le guardie del corpo di Adolf Hitler.
  48. Marcello Flores, Cattiva memoria, ivi, p. 30.
  49. Ivi, p. 35.
  50. Per nazionalismo si intende l’idea politica messa in atto nel corso dei primi cinquant’anni del 900. Da non confondere con la concezione di Nazione ottocentesca.
  51. Claudio Bisoni, Il cinema di fronte la Shoah, storicamente, 6, (2010), pp. 5-6.
  52. Ivi, p. 7.
  53. Ibidem, Cavallaro e i suoi compagni si riparano dalla pioggia situandosi sotto il rimorchio del camion.
  54. Intervista Cavallaro, ibidem.
  55. Ibidem.
  56. Ibidem.
  57. Un grande contenitore per il cibo.
  58. Ibidem.
  59. Ibidem.
  60. Intervista Pasquale Cavallaro, ibidem.
  61. Ibidem.
  62. Ibidem.
  63. Ibidem.
  64. Ibidem.
  65. Ibidem.
  66. Pasquale Cavallaro si commuove.
  67. Ibidem.
  68. Ibidem.
  69. È una località.
  70. Ibidem.

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