Bibliomanie

«Il ridicolo animale eretto» di Maurizio E. Serra
di , numero 41, gennaio/giugno 2016, Letture e Recensioni

«Il ridicolo animale eretto» di Maurizio E. Serra

Un’anti-vita1 di Svevo la si può ben intendere senza troppi sforzi: la sua è un’opera compatta, corrosiva, contorta, abbastanza breve, se commisurata alle odissee letterarie dell’epoca, di cui però non sono stati ancora analizzati tutti i recessi, i sotterfugi, gli ostracismi. Ma la sua vita? Anzitutto, esiste per un biografo? Oppure occorre ricercare soltanto nei libri un personaggio così lontano dall’immagine dell’homme de lettres? E se, al contrario, la vita fosse stata solo uno scartafaccio dell’opera, quanto ne resta che sia capace di turbare, sedurre, inquietare? Che dobbiamo scoprire ancora in uno scrittore che del rifiuto di apparire – o semplicemente di farsi notare – ha fatto il perno della sua vocazione, la misura della sua identità? La scelta fu dettata, per più motivi, dalle circostanze.
Nato nel 1861, Svevo è il più vecchio dei tre grandi scrittori italiani della sua generazione: lo seguono D’Annunzio, nel 1863, e Pirandello, nel 1867. Ma, a differenza degli altri due, sarà accettato dal mondo letterario solo negli ultimi due o tre anni della sua vita – i «mille giorni» evocati da Umberto Saba nel suo progetto di epigrafe –, prima di spegnersi, nel settembre del ’28, per le conseguenze di un banale incidente d’auto, come Camus o Nimier.
La mancata considerazione riservata ai primi due romanzi gli provocò un trauma, tanto profondo quanto lungamente nascosto. E il brevissimo periodo di notorietà che poté gustare prima della fine non bastò, di fatto, a medicarne le piaghe, a compensare la ferita degli inizi. Da questo discende, fra l’altro, la scrittura intesa come o-missione, nella traversata del deserto che s’inflisse per più di vent’anni, onde guarire da questa debolezza: i suoi protagonisti, d’altronde, vogliono liberarsi ora da un cattivo affare, ora da un’amante possessiva, ma ne rimangono sempre più prigionieri. Spunta però un felice epilogo: la coscienza riparatrice dei torti subìti spia il momento propizio per riscuotere il suo prezzo. Da quel momento in poi, conta solo la pagina strappata alla pigrizia e allo sconforto, nel tempo preteso dalla morte in agguato. Il ragionamento non fa una grinza, degno com’è di una delle favole – implacabilmente deterministiche – che Svevo sembrava comporre volentieri in occasione di una ricorrenza familiare. L’opera che non ha saputo nutrire una vita si vendica implacabile, torna a divorare chi l’ha concepita e, nel contempo, rifiutata. Il borghese ben inserito nel conformismo provinciale per meglio proteggere il proprio genio tentennante, continua a raccontarcela… Quando pare svelarsi, quando abbiamo l’illusione di averlo capito, riesce peraltro a nasconderci ancora qualcosa, forse l’essenziale.
Questa la trattazione, la modesta sfida della nostra indagine: proprio qua s’incrosta l’anti-vita. La modernità di Svevo nasce da tutto quanto escogiterà per sviarci. Quest’uomo esemplare mancato, posto fra due periodi “l’un contro l’altro armati” – la fine dell’Ottocento dominante e l’inizio del nevrastenico Novecento – è un buon mèntore nel terzo Millennio, che sembra procedere arretrando. Invero, pochi scrittori possono aspirare, come lui, al titolo di contemporaneo, finanche nel suo involontario eroismo: «Il ridicolo animale eretto, spaventato dall’enorme natura che lo circondava…». Tutto Svevo si muove così: una parte di adesione e una parte di fuga. Sono pulsioni indissociabili in lui, anche se l’adesione ha prevalso, infine, sulla fuga.
L’anti-vita non sarebbe dunque la materia, bensì la condizione dell’opera. L’Io, incapace di riconoscersi in quanto lo circonda, si libera nell’atto creativo a lungo vietato. Il dubbio è legittimo, lo specchio troppo levigato, come le fotografie a seppia che ci restano di lui: nessuna tradisce una mancanza di controllo e, di conseguenza, ci offre il minimo aiuto, tranne forse in un filo di sorriso un po’ condiscendente. Ogni indagine poliziesca sa che l’alibi migliore è anche il più debole. Ma da dove cominciare per studiare la crepa? Occorre esser pazienti, vigili, ritornare sui luoghi del crimine, rifare dieci o venti volte il percorso del colpevole e delle vittime, posar la mano su un freddo tavolino o su una porta a vetri, dove forse la posava lui, perdersi nella contemplazione di facciate a graticci, di finestre a crociera, di reti ed ornamenti di ferro battuto, ammirare i pendii di abeti diritti verso Muggia o Monfalcone e le file di legni galleggianti che risalgono l’Adriatico. Bisogna entrare nel piccolo museo che gli è stato dedicato, indugiare sulle vestigia della proprietà familiare bombardata e saccheggiata alla fine della guerra, sfogliare con lo sguardo o con la mano una stampa, la penna d’oro, il violino, leggere i titoli sul dorso dei volumi superstiti nella sua biblioteca – sono quarantuno, per l’esattezza. Apriamoli a caso: le pagine, divorate da macchie di umidità, e le dediche schiette ci parlano di una vecchia Europa da cui ci separano la carneficina della storia e la follia dei nazionalismi. Quale fra questi indizi ci metterà sulla buona strada?
La sua vita, poco varia, non rivela fratture, cadute nella dimensione dell’irragionevole o dipendenze malefiche. L’ossessione del suicidio è esorcizzata fin dal suo primo romanzo, dopo il quale si sistema nell’aurea mediocritas, roccaforte delle classi medie prima del 1914 contro la corrente distruttiva della modernità, che incombe minacciosa. Nessun impegno politico né religioso; agli inizi, vaghe simpatie socialisteggianti; un altrettanto vago risentimento contro i pregiudizi antisemiti, che del resto appena lo sfiorano, poiché, sulle orme del suo “fratello separato” di Praga, Franz Kafka, è un impiegato modello. Più tardi, la medesima prudenza guiderà il suo atteggiamento verso il fascismo instauratosi in Italia, la patria d’elezione di cui è diventato cittadino dopo la “Grande Guerra”, chiamata a Trento e Trieste la «Guerra di redenzione». Interlocutore eloquente, evitava accorto due argomenti di conversazione: gli Ebrei e la politica. L’unico vizio confessato – il tabagismo, esibito non senza un qualche compiacimento – si ritaglia uno spazio modesto, tutto sommato, nel gran repertorio delle nevrosi del secolo. Si può altresì supporre, considerata la frequenza con cui l’immagine ritorna nelle pagine, che anche la scarpetta femminile – illeggiadrita, se possibile, da un tacco a spillo – gli provocasse fantasticherie tormentose. Neppure questo può turbarci; si presta piuttosto all’ironia, roba da ciàcole, ossia da pettegolezzi, che si diffondevano sui tavoli del caffè della Borsa, che egli frequentava abitualmente, all’apparire del rispettabilissimo cavaliere Ettore Schmitz, vicepresidente della ditta di vernici subacquee della famiglia della moglie.


L’uomo, di primo acchito, poteva sembrare compassato. Ma, una volta conosciuto bene, diventava affabile, semplice e cordialissimo, malgrado la riservatezza che non l’abbandonava. Difficile trovare testimonianze contrarie, a parte quelle di Saba, grande poeta, certo, ma anche notoria malalingua… Nino Franck – egregio “traghettatore” del Novecento fra le culture europee, ma pressoché dimenticato ai giorni nostri – ne ha schizzato un ritratto formidabile:

Adriatico da cima a fondo, Italo Svevo possedeva la bonomia maliziosa e l’acuta sensibilità degli Ebrei di Venezia: talune delle qualità più belle, dunque, che la civiltà abbia prodotto. Una testa grossa e pesante che barcollava, la voce del perdigiorno, un non so che di vecchiotto in tutta la persona; io vedo tutti noi – lui, la sua ottima moglie ed io – uscire dal loro albergo: loro bisticciavano, ciondolavano, camminavano alla meglio sotto i portici, come avrebbero fatto dei paron sotto altri portici a Chioggia, mentre io mi sforzavo con gran fatica di far procedere quella coppia di vecchi puerili e commoventi…

L’umorismo, centrale nell’opera, è soltanto una difesa dagli attacchi dell’esistenza. Niente lo divertiva come far capriole per una schiera di bambini, o sorprendere i suoi invitati con travestimenti, burle e calembour. Durante la maturità, fu generoso di tempo e di mezzi, con una discrezione e una larghezza degni del Grand Siècle: James Joyce non fu di certo l’unico a beneficiarne. Cionondimeno, restava un commerciante e un uomo d’affari oltremodo accorto e scaltrito. Poche corrispondenze contengono tanti riferimenti ai prezzi eccessivi di un pasto o di una terapia medica. E pochi scrittori, dopo Balzac, hanno riservato tanto spazio al denaro e alla truffa, o descritto tanto minuziosamente loschi commerci di anticaglie. Ancora, è legittimo supporre che la sua frequentazione delle “case di tolleranza”, intensa per buona parte della sua vita, si conformasse ai medesimi princìpi di scrupolosa amministrazione.
Era ripiegato, nel contempo, su se stesso, come ogni creatore, e chiudeva la porta a doppia mandata, se si cercava di penetrare nel suo territorio. Che fortuna per il biografo ritrovare questa duplicità, mentre i fatti della vita sono così scialbi… Borghese di giorno, scrittore di notte, si costruì l’alibi, ripreso nel Profilo autobiografico, «che gli bastava una sola riga per renderlo meno adatto al lavoro pratico cui doveva dedicarsi». La meticolosità con cui ha costruito il suo profilo di galantuomo induce al sospetto: qui c’è molto più orgoglio noncurante che amarezza. Svevo, impiegatuccio schiacciato dall’“immanità” di un destino ingrato: siffatto cliché ha celato a lungo tutta la carica sovversiva dell’anti-vita.
Si sono spesso fatti commenti malevoli sui gravi danni provocati, nel giovane Ettore-Italo, dal fallimento delle sue ambizioni letterarie. Fu certo un rude colpo, dopodiché finì nel dimenticatoio. Ma realmente desiderava quel successo che l’avrebbe posto in una situazione precaria fra l’arte e il suo mondo? E a che genere di successo poteva poi ambire? Trieste, «capitale “filistea” delle grandi banche e delle compagnie d’assicurazione», a cui l’Impero si ostinava a rifiutare una sede universitaria, temendo che incoraggiasse aspirazioni «irredentiste», non era né Vienna né Parigi; e ancor meno Milano, Firenze o Roma, ove avrebbe dovuto farsi strada senza protezioni né relazioni influenti. Negli ambienti della penisola, già affascinati dal grand style dannunziano, la sua prosa ruvida, fatta di sintassi tedesca e costrutti dialettali, avrebbe avuto poche probabilità d’imporsi, e i suoi temi datati e i suoi colori smorti, affatto privi di enfasi, poche probabilità di sedurre. Tutt’al più poteva aspirare alla notorietà dei caffè e delle gazzette cittadine, presso gli amici tormentati al par di lui dall’angoscia dell’insuccesso, come il pittore Umberto Veruda, il più fedele fra questi. Il riconoscimento pubblico l’avrebbe trasformato in un piccolo maestro. Ne valeva la pena? Avrebbe trovato in sé la forza di liberarsene? Proprio no. La rivolta joicyana contro tutti gli ostacoli non scorreva nelle vene del suo futuro allievo d’inglese. Trent’anni dopo, alla morte di Svevo, lo scrittore triestino più in vista non era lui né il suo amico-nemico Umberto Saba, ma l’onesto Silvio Benco, prolifico autore di opere che la posterità non ha ricordato, quali Il castello dei desideri o La morte dell’usignolo.
Città agiata, colta, mercantile, cosmopolita, nonché pettegola e maliziosa come poche, Trieste restava peraltro, alla fine dell’Ottocento, provinciale, che ben poco aveva da offrire alle sue élite intellettuali. Queste dovevano cercare sbocchi altrove, o limitarsi a una modesta carriera nell’insegnamento, nella burocrazia o nel giornalismo. Tre o quattro recensioni in più, l’esser pubblicato da un editore più prestigioso, un maggior numero di lettori nulla avrebbero cambiato nella marginalizzazione del primo Svevo, sorta dai limiti del suo ambiente e da una volontà di sdoppiamento ben presto sentita. L’insuccesso letterario era pesantemente criticato dai parenti, dopo la crisi finanziaria, che distrusse suo padre, e la morte prematura di un fratello ai limiti della follia; ma lui si costruiva, parallelamente, una carriera di cittadino rispettabile.
Bando oramai alle scuse. Il rampollo non li ha delusi. Svevo non era, né mai sarà, uomo da tagliare le proprie radici. I regolamenti di conti, nelle buone famiglie, abitano nell’opera: nessuna traccia nel suo vissuto. Le sfide saranno interiorizzate, fino al punto da confondersi con le rinunce. Si dedicherà con virtuosismo a questo gioco, mentendo abilmente agli altri per celare la verità a se stesso. Un giorno, a Londra, durante un colloquio d’affari, un interlocutore gli chiede se è proprio lui l’autore di certi romanzi… Svevo sembra percepire un fondo di diffidenza in questo improvviso interesse. E si affretta a negare: «No, no! È mio fratello». E si giustifica quindi, con quell’umorismo involontario in cui brillava: «poiché l’affare m’interessava molto».
Nessuno avrebbe potuto meglio riconoscersi nel motto attribuito a Descartes: «Larvatus prodeo» – procedo mascherato. In questo tempo, un grande scrittore fa fermentare il proprio inchiostro.


La distanza fra il primo e il secondo Svevo pone un problema che non è solo di ordine temporale. Le differenze fra i due periodi dell’opera sono tali da chiedersi se non si tratti di due autori omonimi. Questo sarebbe più semplice se il primo fosse solo l’incubazione del secondo, se un bel giorno fossimo passati da Jean Santeuil alla Recherche. Ma non è questo il caso. Oggi è difficile condividere il giudizio di Eugenio Montale, che giudicava Senilità il capolavoro della produzione sveviana. Ma questo romanzo e il precedente, Una vita, reggono bene, dopo più di un secolo. Quanto a La coscienza di Zeno e agli ultimi racconti, contengono tematiche e motivi che non potevano comparire nelle opere giovanili, ma che queste prefigurano tuttavia ampiamente.
Gli elementi che saldano l’insieme dell’opera in un sol blocco sono dunque più importanti di quelli che la dividono in due fasi distinte. In Svevo, il tentativo di addomesticare le proprie nevrosi compare assai presto. Quale migliore dimostrazione di un ritorno all’ordine, sotto l’influsso non della volontà, che vacilla, ma dell’intelligenza che scruta? Lotterà con l’«ultima sigaretta» fin sul letto di morte, e tale costanza strappa insieme una lacrima e un sorriso. Sa bene che l’unico modo di estirpare il male è di non prenderlo sul serio: «Quando si ha questo vizio, che ha resistito a parecchi combattimenti accaniti, non è molto intelligente rattristarsi dinanzi allo spettacolo della propria debolezza» (1890, in un articolo pubblicato su L’Indipendente). Aggirerà il vizio con l’ironia. Il dramma è allontanato in nome della lucidità, la passione schivata con il non detto, e persino la carne giovane che alletta il vegliardo – variazione prediletta dei suoi ultimi testi – diviene meno travagliosa al pensiero che anche la bella invecchierà… Il dramma lo annoia. Il sacrificio non è per lui. Quanto ha protetto Svevo da fantasmi del genere non avrebbe potuto reclutare Dedalus, allontanare Marcel da Albertine, separare Ulrich da Agathe o assolvere Josef K davanti ai giudici.
Questa capacità allusiva permette a Svevo di entrare e di uscire artatamente dalla propria vita, sotto la protezione di uno pseudonimo in codice. Italo, per una volta, non lascia dubbi: vuole essere italiano dall’inizio alla fine, tanto italiano quanto i suoi grandi contemporanei, l’abruzzese D’Annunzio o il siciliano Pirandello. Sembra rivendicare, esponendosi ai sarcasmi dei letterati di professione, il fatto di essere idealmente più italiano di loro – lui, il nipote di un immigrato ebreo ungherese…
Tale scelta non era inevitabile. La sua padronanza del tedesco era perfetta. Non avrebbe potuto, d’altronde, ottenere un primo impiego come addetto alla corrispondenza della filiale triestina di una banca viennese senza competenze linguistiche di prim’ordine. Optare per questa lingua, come Kafka o Max Brod, non sarebbe stato difficile per lui. Tuttavia, non ha scritto una sola riga di letteratura in tedesco. Ed è nota la battuta perfida di Saba: «Svevo preferì scrivere male in italiano che scrivere bene in tedesco». D’altro canto, non si scrive in una lingua che si possiede, ma non si sente. Ma ecco la vendetta postuma di Svevo: tutti i suoi testi, a parte alcuni solecismi o dialettismi, sono oggi di gran lunga più leggibili – ed assai meno noiosi… – dell’anemica prosa d’arte italiana degli anni che vanno dal 1900 al 1920, o dell’enfasi degli orfani di D’Annunzio, che fece danni per mezzo secolo.
Svevo non fu un maestro di stile, né un virtuoso della lingua. E allora? Se s’impuntava su un vocabolo o un costrutto, alla fine riusciva ad esprimere quel che voleva dire. Anche Proust l’ha rivendicato nella sua difesa di Flaubert, bersaglio di attacchi del pur finissimo purista Thibaudet: «Quelle stravaganze grammaticali, rappresentando di fatto una visione nuova, quanta applicazione pretendevano per fissare tale visione, per farla passare dall’inconscio al conscio. […] Come che sia, ci piacciono i materiali pesanti che la frase di Flaubert solleva e lascia ricadere col rumore intermittente di una scavatrice». Ecco quel che, alla fin fine, consentirà a Svevo di essere uno fra i più traducibili dei grandi autori del Novecento, e di trovare ovunque, soprattutto in Francia, interpreti eccellenti. Certo, ogni traduzione, persino la più felice, perde inevitabilmente un poco della musica originale. Taluni ammiccamenti che scivolano tra le righe fanno intendere a noi italiani che era veramente… un italiano. Il caleidoscopio sveviano è chiuso in se stesso quanto il mondo yiddish newyorkese di un I. B. Singer. Tutti i suoi personaggi sono italiani, o meglio italo-triestini, tutti gli intrecci si annodano e si snodano sotto lo sguardo di uno scrittore insieme consapevole e indifferente alla sua condizione di frontiera. Sotto la sua penna, la commedia dell’arte, l’opera buffa e persino la «burla riuscita» – per riprendere il titolo di una delle sue narrazioni migliori – arginano le angosce della decadenza. Al crepuscolo della vita, il “vecchione” sembra esclamare con Falstaff – suo affine insigne – «Tutto nel mondo è burla!».
Quanto poi a Italo Svevo, il celeberrimo pseudonimo letterario metà italiano e metà tedesco che scelse, è altresì anti-imperiale ed anti-austroungarico – ma in maniera sottile, surrettizia. Ettore Schmitz scelse questo nome quando coltivava la speranza, non già la certezza, di diventare un giorno cittadino italiano. La lingua resta la madrepatria, la madre Patria, al punto che lo scrittore tace se non può impiegarla. Nessuno spazio per contro – neppure in filigrana, neppure con l’iniziale intercalata – per ricordare o rivelare l’ascendenza ebraica. La dissimulazione delle origini, che durò sostanzialmente fino alla fine della sua vita, ha fatto scorrere fiumi d’inchiostro ed ha autorizzato le interpretazioni più malevole. Era “assimilato”, incredulo, e si era convertito al cattolicesimo esclusivamente per sposare col rito religioso una ragazza ben inquadrata, Livia Veneziani, appartenente a una famiglia d’industriali ebrei convertiti e imparentata con i meno fortunati Schmitz. L’agnosticismo di Svevo non sarà mai messo in discussione: sul letto di morte, chiese che non ci fossero «né rabbini, né preti». La sua scelta non fu rispettata, ma non per colpa sua. Conservava però un sincero attaccamento verso le radici familiari, nonché per la prima formazione, presso la scuola ebraica della città natale.
La formula di «ebreo residuale» parrebbe la più corretta per descrivere la sua condizione: va ricordato che si spense dieci anni prima che i miasmi delle leggi razziali impestassero il bel cielo d’Italia. La letteratura italiana di Trieste non è mai stata esclusivamente ebraica, ma la koinè italo-ebraica triestina non ebbe termini di paragone nel resto del Paese, pure dove le élite ebraiche furono a lungo autorevoli, come a Torino, Ferrara, Pisa o Livorno. D’altronde, ciò vale per tutto il centro-nord del Paese: a sud di Roma, la presenza ebraica era quantitativamente ancor più trascurabile. L’emancipazione napoleonica, e quindi il Risorgimento, avevano reso gli Ebrei d’Italia e delle terre irredente patrioti entusiasti. Così le leggi razziali fasciste del ’38 furono un fenomeno non solo abietto, ma altresì capace di negare la storia nazionale.
Non cerchiamo peraltro di liberare Svevo, idealizzandolo, dalle sue convenzioni sociali, dalle sue astuzie, dal suo conformismo. Egli stesso, da galantuomo qual era, nonché da uomo cosciente della propria grandezza come dei propri limiti, non se lo sarebbe augurato. Questo fa onore al personaggio nella sua complessità, senza tuttavia nuocere all’universalità dello scrittore. «Diffido del vecchio animale (io)»: si tratta, più che di un tratto caratteriale, di una professione di fede. Una confessione di scetticismo? No, con ogni probabilità: che questo animale abbia imparato a stare eretto nella natura ostile, malgrado il terrore ch’essa gli ispira, e non abbia piegato le gambe per scappare a quattro zampe, è davvero un invito al coraggio. È il rifiuto di accettare – in lui, discepolo di Schopenhauer e Darwin – che il più debole venga divorato dal più forte.
Analogamente, evitiamo di definire Svevo il Proust, il Joyce, il Kafka o il Musil italiano. Ciascuno di tali maestri è signore nelle proprie terre, e non paga tributi a vicini che sono suoi pari. Svevo è un frutto geograficamente eccentrico, ma nel solco di una famiglia di spiriti che, intorno al ’14, scoprirono che l’Übermensch è un miraggio, o un idolo ingessato. Questo apolitico ha saputo ricreare, nel finale de La coscienza di Zeno, una delle più alte allegorie della guerra civile europea. Avrebbe potuto farlo se si fosse trincerato nella propria torre d’avorio? Il suo eroe – sempre lo stesso, di là dai nomi fittizi – non è poi così “inetto” come si suol credere. Riesce almeno a testimoniare, e la testimonianza di rado è vile.
Si continui pure a stimarlo l’alfiere dell’indistinto e dell’indecisione, il profeta della malattia: in verità, Italo Svevo resta un nemico della decadenza. Mai rinuncia al bisogno di vederci chiaro, e il suo impegno non muta dall’inizio alla fine, con un’ostinazione tanto più temibile quanto, all’apparenza, umile. «Vivere non è indispensabile, ma bisogna lottare», dichiara, citando il maresciallo Moltke, uno stratega, non certo un poeta. E bisognerà forse evocare un qualche stoicismo in chi ostenta l’auto-derisione? La modernità ha conosciuto interpreti più coriacei, coraggiosi, determinati, ma raramente più lucidi e, anche, più fraterni.


Quale impostazione, dunque, per una nuova indagine sveviana? La scarsità delle fonti crea difficoltà, ma anche l’abbondanza non scherza… La letteratura storico-critica sul nostro autore cresce in proporzione inversa all’esiguità dell’opera, nonché ai pochi riferimenti biografici. Ogni anno si registrano decine di tesi, articoli e contributi in Italia ed anche all’estero, specie nel mondo anglosassone: oggi (2013) sono disponibili oltre duemila titoli. In ogni paese d’Europa, si entra in qualsiasi buona libreria con la certezza di trovarvi i romanzi e i racconti, talora in diverse edizioni: si pensi soprattutto alla Francia, dopo il successo straordinario dell’edizione tascabile integrale della Coscienza (1973). È un risultato confortante rispetto alla generale sottovalutazione della letteratura italiana data alle stampe fra Otto e Novecento, nonché agli stereotipi che ne discendono. In un’epoca poco favorevole alla grande letteratura, Svevo non se la passa male: la diffusione del suo nome si accresce, conquistando un pubblico sempre più vasto. E il suo fascino non cala col passare delle generazioni e delle mode. Fra i moderni figura già come un classico, senza che questo tuttavia comporti un’oppressiva mummificazione: resta troppo scomodo per correre rischi del genere! Tale popolarità può meravigliare: non sarà che Svevo anticipa il relativismo del nostro tempo, l’interferenza delle volontà, l’assenza di una direzione? Colpa, malafede, menzogna, incertezza sono temi squisitamente sveviani, fino ai calembour e ai giochi di parole che costellano i suoi testi – per non dire dei tanti casi di frodi bancarie o commerciali che si susseguono sotto gli occhi del lettore. I suoi personaggi, soprattutto quelli maschili, non sono sempre vigliacchi: sono fragili, malandati, senza nerbo; il loro percorso irregolare li riporta alla casella di partenza, al grado zero di un’esistere assillato dall’“inettitudine”.
Tutto ciò è giusto, ma è del tutto giusto? Non c’è forse in Svevo una forza che rimanda all’anti-vita come alla chiave di volta dell’opera? Non c’è forse un nocciolo duro che resiste e dice no al bilancio negativo? Aveva atteso troppo per nutrire ancora illusioni. Il suo secondo testamento, steso nell’agosto del 1927, quando finalmente gli arride la notorietà, menziona con noncuranza la possibilità che «le mie opere letterarie, contrariamente ad ogni aspettativa, producano qualche resa economica». Era consapevole, in effetti, del loro valore e ragionevolmente convinto che gli sarebbero sopravvissute. Ma è stato necessario attendere ancora a lungo: prima il fascismo, poi la guerra e l’oblio.
Intorno al 1968, Svevo era ancora poco presente nei manuali di letteratura che ci facevano studiare al liceo. Malaparte, poi, era del tutto assente: è probabilmente l’unico confronto che si possa fare tra loro… Mi ero concesso l’unica edizione tascabile allora esistente di Senilità, che conservo tuttora; quella cartonata de La coscienza, dall’elegante copertina nera coi titoli dorati, restava al di sopra dei miei mezzi. I nostri professori erano, a modo loro, eccellenti, ma subivano la tradizione italiana della bella pagina, con una generale sfiducia verso la letteratura di frontiera – «Tre aggettivi per ogni nome. Inaudito!» – a cui sfuggiva soltanto Saba, in grazia dei suoi versi cristallini. Svevo era giudicato un autore interessante ma incompiuto, che scriveva troppo male per essere sottoposto ai nostri occhi inesperti. Probabilmente, le cose non erano cambiate granché rispetto ai primi rifiuti che aveva dovuto subire…
Ma da venti o trent’anni l’evidente – e, talora, eccellente – rinascita degli studi sveviani ha raggiunto la sua acme. Pattuglie di agguerriti filologi si sono confrontate sulle varianti dei testi da un’edizione all’altra, per compensare la scarsità dei manoscritti originali. Finalmente disponiamo di un’ottima edizione scientifica delle sue opere, che accoglie fra l’altro numerosi inediti, ed è altresì in preparazione l’edizione nazionale. Svevo e l’indifferenza, Svevo e la psicanalisi, Svevo e la Cacania, Svevo e il giudaismo et alia sono stati oggetto di analisi di una sottigliezza alle volte sconcertante, ove sfila tutta la panoplia degli strumenti specialistici.
Ogni vita ha una sua bellezza e una sua rilevanza, ma ammettiamo che non è proprio come aver comandato la squadriglia España, o aver raccolto le confidenze del Governatore Generale nazista di Varsavia… Dopo aver consacrato anni ad auscultare le “nature mercuriali” di Marinetti, Drieu-Aragon-Malraux e altri Suckert-Malaparte, sentiamo l’esigenza di riprender fiato. Dovevamo distanziarci da coloro che attraversano la storia come un pretesto troppo stretto per contenere il loro ego. Era il momento di passare da un cappuccino troppo cremoso a un espresso molto ristretto. Se la metafora fa sorridere, la sfida resta alquanto impegnativa.
Ci sarebbe arrivato Svevo, senza l’invidia dei colleghi meno dotati, senza l’indulgenza a lungo distratta dei suoi parenti? Domanda capitale, che rimane tuttavia senza risposta. Nella sua prefazione alla Recherche, André Maurois ha scritto che «definire Proust attraverso gli avvenimenti e i personaggi del suo libro sarebbe assurdo quanto definire Renoir: un uomo che ha dipinto donne, bambini e fiori»: bella formula, certamente, ma inesatta, perché lo storico della Terza Repubblica ha molto da imparare da questo geniale affresco…
Nel caso di Svevo, se lo si descrivesse come un uomo che si è occupato di tabacco, di stivaletti da donna e d’inconscio, si sarebbe quasi esaurito l’argomento – che resta, beninteso, inesauribile. Si può scrivere la biografia di una pianta, di tutte le piante, senza mai conoscere il giardino che le ospita. Un tale approccio ci autorizzerà a prenderci delle libertà con la cronologia, pur rispettando le tappe di un’esistenza a caccia dell’eccezionale, nelle difese del quotidiano, nelle sottrazioni del vissuto.
Ci sono autori che hanno una concezione ciclica; altri, invece, avanzano gettandosi dietro le spalle le tappe superate. In Svevo il percorso è un permanente andare e tornare, un perpetuo testa-coda. Nell’immobilità dell’anti-vita, si abbandona a una frenesia che non modifica le regole del gioco: prevale, in lui, il realismo, e questo è un altro motivo della sua italianità: il Decameron non è mai lontano, se si trascende la superficie. La metafisica lo annoia, il lirismo lo irrita, l’epica lo lascia freddo. Se il buon borghese ha bistrattato lo scrittore con cui coabita, esiste peraltro fra i due una vecchia complicità. Entrambi amano l’ordine e diffidano del pathos. Sta a noi trovare, in tale intesa, le fratture.

Note

  1. Questa prosa costituisce una modesta rielaborazione dell’introduzione (pp. 9-27) di Maurizio Serra (1955-) al “suo” Svevo (Svevo ou l’Antivie, Paris, Grasset, 2013, con testimonianze di Predrag Matvejevitch e Claudio Magris), una biografia intellettuale del grande triestino già valutata da più voci autorevoli d’Europa un punto di riferimento originale e, per più aspetti, imprescindibile.

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