L'immagine di un XIX secolo oscuro e triste, austero e rigido per le donne, viene quasi spontanea. In verità, l'Ottocento ha ripensato la vita delle donne come lo svolgimento di una storia personale sottoposta a una normativa collettiva precisa, socialmente elaborata. Avremmo dunque torto a vedere questa epoca soltanto come il tempo di un lungo dominio, di un'assoluta sottomissione delle donne. Perché questo secolo segna la nascita del femminismo, parola emblematica che sta a indicare tanto importanti mutamenti strutturali (lavoro salariato, diritti civili dell'individuo, diritto all'istruzione) quanto l'apparizione collettiva delle donne sulla scena politica.
G. Fraisse e M. Perrot, Introduzione a AA.VV., Storia delle donn... continua a leggere
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Un dittico pucciniano. Parte prima. Un’introduzione storico-critica a Puccini
Nonostante i primi esperimenti ancora incerti dei personaggi di Anna e Fidelia, le eroine positive delle Villi e di Edgar, diametralmente opposti a quelli della “sirena di Magonza” e di Tigrana, le “cattive” delle medesime opere, non c’è dubbio che i personaggi femminili delle opere pucciniane successive siano creature interessanti, complesse e problematiche, che offrono prospettive di lettura ed interpretazione non schematiche sul femminile.
Nella drammaturgia pucciniana, l’elemento femminile è dominante e non è funzion... continua a leggere
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(La Bohème, Quadro I, Una soffitta)
Nell’ottobre del 1880 approdò a Milano un giovane non ancora ventiduenne che arrivava dalla provincia toscana. Il giovane si chiamava Giacomo Puccini, nato a Lucca il 22 dicembre 1858, primo figlio maschio di una famiglia che contava ben sette sorelle. Oltre a lui in famiglia c’era un altro fratello che ripeteva nel nome, Michele, quello del padre, scomparso quando quel secondo figlio maschio non era ancora nato.
Alla nascita il destino di Giacomo sembrava già tracciato: da molte generazioni il primogenito maschio dei Puccini occupava il posto di compositore ed organista a Lucca e non c’era ragione di pensare che quel bambino avrebbe devi... continua a leggere
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Non è certo impresa facile cercare di riconoscere nell’opera di Giuseppe Verdi – pur così consistente, così ricca di riflessioni di vario ordine – un tratto apparentemente di secondo piano come il rapporto dell’artista col dispotismo.
Eppure, cercando di portare l’indagine non solo entro il corpus verdiano, ma anche nella sua biografia, il dato della ripugnanza verso il dispotismo si pone, come dire, trasversalmente. Si è dinanzi, de facto, a un filo sottile ma (quasi) costante che – nuovo filo d’Arianna possibile – costituisce un aspetto di non poco momento, di là dalle principali, note istanze dell’estetica e della drammaturgia del Nostro.
Onde condurre in tal maniera l’analisi, pare anzitutto necessario possedere un contesto affidabile, che chiarisca, fra il resto, cosa s’intende per dispotismo e che sgombri, nel contempo, il campo da inutili tentazioni cronologiche, aprendolo così a uno sguar... continua a leggere
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È possibile accostarsi alla letteratura italiana partendo da un approccio diverso da quello previsto dal canone? È possibile contestualizzare storicamente tale approccio servendosi di elementi considerati al margine rispetto a quelli tradizionalmente accettati ed utilizzati a questo scopo?
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