Bibliomanie

Antonella Sbuelz, Chiedi a ogni goccia il mare, Stampa2009, Azzate (VA) 2020
di , numero 53, giugno 2022, Letture e Recensioni,

Antonella Sbuelz, Chiedi a ogni goccia il mare, Stampa2009, Azzate (VA) 2020
Come citare questo articolo:
Claudio Tugnoli, Antonella Sbuelz, Chiedi a ogni goccia il mare, Stampa2009, Azzate (VA) 2020, «Bibliomanie. Letterature, storiografie, semiotiche», 53, no. 26, giugno 2022

L’ultimo libro di Antonella Sbuelz, Questa notte non torno, uscito da Feltrinelli nel 2021, è risultato vincitore della prima edizione del Premio Campiello Junior per opere di narrativa e poesia per ragazzi e finalista al Premio Strega Ragazze e Ragazzi 2022. Riconoscimenti che confermano i successi dei suoi libri precedenti – romanzi: La ragazza di Chagall, 2018; La fragilità del leone, 2016; Greta Vidal, 2009; Il movimento del volo, 2007; Il nome nudo, 2001; e raccolte di poesie: Transitoria, 2011; La misura del vicino e del lontano, 2016. I romanzi e le raccolte poetiche hanno ricevuto numerosi premi e riconoscimenti a livello nazionale ed europeo.
Antonella Sbuelz guarda dentro alle cose quasi volesse aiutarle a uscire dall’anonimato, mettendole a fuoco con rara perizia. La sua parola poetica è un esercizio raffinatissimo di attenzione che afferra le cose fuori campo, lontane nel tempo e nello spazio, nascoste, intimidite dalla loro stessa fragilità, quasi fosse un dovere del poeta riparare all’ingiustizia del divenire, in cui la macina spietata del Tempo sbriciola ogni istante nell’oblio, lasciando però seppur labili tracce, segnacoli a stento percettibili da cui poeta e lettore possono ricostruire la scena precedente che non vediamo, completare il mosaico interrotto dall’incalzare degli eventi lungo gli anni, i decenni, l’intera vita. La parola giusta che fa ritornare in vita e rende visibili le cose e le persone dimenticate o emarginate o tradite o semplicemente sbiadite, è la parola mai pronunciata prima d’ora. È la parola di salvezza di cui è capace l’autentica poesia: qui il lettore scorre i versi come ascoltando le note di una musica in cui tutto va bene così com’è. Il poeta è erede dello sciamano, cantore sovrano che sa restituire ordine e senso alle vite e al corso del mondo, riconciliando uomini e cose con se stessi, aiutandoli a trovare la prospettiva che sola possa rappacificare e convincere che nulla è fuori posto.
Come nasce il gesto poetico? In Erodoto (Storie, I, 85) leggiamo che Creso aveva un figlio muto dalla nascita. L’oracolo di Delfi aveva previsto che il figlio di Creso avrebbe riacquistato la parola in un giorno di grave sventura. E così avvenne. Allorché l’assedio di Sardi da parte dei Persiani stava per concludersi con la sconfitta di Creso, questi, vista la disfatta ormai vicina e inevitabile, fu preso da scoramento e un persiano ne approfittò per colpirlo a morte, «ma il figlio muto, quando vide il persiano avanzare, per la paura e per il dolore, trasse fuori la voce e gridò: “Uomo, non uccidere Creso”. Egli dunque così per la prima volta parlò, e dopo di allora per tutta la vita conservò l’uso della parola».
Anche il poeta deve a un trauma l’uso della parola che salva? La parola salva. La parola poetica, come la favella del figlio di Creso, irrompe all’improvviso per l’urgenza di scongiurare l’irreparabile, di arginare la sciagura che si abbatte sugli umani di ogni latitudine, ma anche di guarire le ferite già inferte. Così Sbuelz: «Si scrive quando mancano le parole. / Quando la vita si inceppa, quando / si inceppa la voce. Quando / le pupille sono vinte / da un troppo di buio o di luce / o tremano le ossa sotto il peso / o siamo consumati dalla pioggia […] Quando servirebbe / fiato al fiato, / o almeno nella mano un’altra mano / e un buio meno buio, /fatto umano» (p. 17).
Il poeta non è compassionevole solo verso se stesso, ma anche nei confronti del prossimo, insegnando ad accettare la perdita irreparabile del tempo, perdonando sempre «perché non c’è pace / finché non perdoniamo a morte e vita, / alla loro imperdonabile alchimia» (p. 32). Tutti devono «apprendere prima che sia tardi l’arte / estrema del dono e del perdono. / Saper disubbidire, se si deve. E cogliere / l’inizio in ogni fine» (p. 25). Anche le cose hanno una voce, basta saperla ascoltare; le cose perdonano le manovre maldestre degli umani, che invidiano le cose perché sopravvivranno loro; per questo gli umani le lasciano cadere e frantumarsi: per vendetta (Il cuore delle cose, p. 40).
Rievocando la figura di Alexander Langer, energico costruttore di ponti che ponte voleva essere lui stesso, Sbuelz a proposito del crollo del ponte di Mostar e dell’abisso in cui si sbriciolava, ammonisce che «nessuno dovrebbe dire guerra, se non si è trovato / perduto in letti che ormai non sono letti, / in case che ormai non sono case, / sul lato sbagliato del perdono» (p. 54). Dinanzi agli orrori passati e presenti di guerre insonni, scaturite ogni volta da promesse non mantenute e da paci scabrosamente ingiuste, possiamo solo fare esercizi di ammirazione del creato, imparando la sapienza della rinascita, della primavera che ritorna ogni volta diversa e uguale.
Sbuelz esprime il senso di colpa che deriva dall’incontro con qualcuno cui è stata rubata la normalità, fino a provare vergogna dei propri passi e della sua libertà di muoversi. E ricorda con pudico riserbo che «tutto si misura: le distanze, / il peso delle cose, /, l’altezza della terra sopra il mare. / Però non il coraggio, e non l’amore. Perché / ci vuole una misura grande / e grande perdono del mondo / e vento e luce almeno un poco amici, per trasformare / il corpo in un riparo. / E piedi di donna in radici» (p. 61). Il passato non torna, ma la parola poetica può mostrarlo ancora presente. La madre che l’ha educata da bambina mettendola a contatto con «maggiolini e passeri, uccelli fedeli / la proprio nido, l’affetto inatteso dei ricci / sotto l’ispida difesa delle spine», la rivede «nelle nubi, nel nido della tortora, / nel prato sorpreso dal vento, nello spavento / muto degli uccelli / che aspettano di nuovo di cantare. E risento / i piedi nudi nel ruscello. / Perché tua era anche l’attesa: / chiedere sempre a ogni goccia il mare» (p. 83). La terra natale ha il ruolo di perno attorno al quale ruota la nostra vita; essa è l’incomparabile, unica fonte di vita e di senso alla quale ci abbeveriamo: «Non c’è / forza più forte della terra / che abbiamo calpestato da bambini» (p. 87). Ma una volta c’era anche il mare, che sapeva molte cose, attraeva e sfidava, sapeva di partenze e di arrivi, di fatiche e accoglienze: «Andrebbe chiesta a ogni goccia il mare. / A ogni uomo, forse, umanità» (p. 89). Il tema del perdono ritorna con eloquente insistenza. Possiamo guardare con fiducia all’avvenire: «Impareremo forse i pieni e i vuoti. / Il peso delle parole, il peso dei gesti / sbagliati. Il crescere lento dell’erba / che si fa prato senza / dare un suono. / Il ritmo dei passi su quell’erba. / E dentro i passi, il ritmo del perdono» (p. 103). Ricordando l’infanzia, attingendo la forza che ci trasmette la sua rievocazione e conservando qualche bagliore, potremo «assolvere il buio che va e viene. / Così forse / riusciremo a perdonare / l’infezione di ogni incanto: / la realtà» (p. 104).