Bibliomanie

Proposte di lettura
di , numero 53, giugno 2022, Letture e Recensioni,

Proposte di lettura
Come citare questo articolo:
Marzio Zanantoni, Proposte di lettura, «Bibliomanie. Letterature, storiografie, semiotiche», 53, no. 24, giugno 2022

Libri, editori e librerie

La letteratura critica dedicata alla rivista “Il Politecnico” (pubblicata tra settembre 1945 e il dicembre 1947), diretta da Elio Vittorini e disegnata da Albe Steiner, è notevole ed è quindi molto difficile scrivere qualcosa di nuovo e soprattutto senza fermarsi per l’ennesima volta al più conosciuto scontro tra Vittorini e Togliatti sulla presunta “autonomia della cultura” rispetto all’impegno militante in un partito. Ci voleva Gian Carlo Ferretti, il nostro maggiore storico dell’editoria italiana e del mercato librario, giunto in piena attività a 91 anni, per offrirci una lettura della rivista vittoriniana decisamente originale con il suo libro da poco uscito: L’altra Italia del Politecnico di Vittorini attraverso la posta dei lettori, Interlinea ed., 15,00 euro. Innanzitutto Ferretti traccia le linee del programma formativo di emancipazione del lettore che sta alla radice della rivista. Quindi divide sinteticamente, ma in modo efficace, l’esplicitazione di tale programma in un “Politecnico alto” (intorno al quale è stata dedicata la stragrande maggioranza dei contributi critici degli studiosi: la grafica, gli editoriali, gli articoli di maggior peso ecc.) e un “Politecnico basso” (gli appelli ai lettori, le richieste di collaborazione, i notiziari, le segnalazioni di libri ecc.), su cui la letteratura critica è minima o del tutto assente.
Ferretti centra la sua analisi sulla “posta del lettori” che arrivava copiosissima alla redazione milanese della Rivista, individua mestieri e luoghi dei mittenti, ne traccia un profilo accurato. La sua conclusione lo porta a un giudizio negativo molto netto e fallimentare circa il risultato dell’operazione avviata da Vittorini, definendo l’opera di emancipazione che l’intellettuale siciliano voleva attuare con “Politecnico” un “esperimento fallito”, caratterizzato da un misto di volontarismo e velleitarismo. Un giudizio molto esplicito e forte che mette in luce alcuni tratti di Vittorini certamente già rilevati, ma raramente con la forza argomentativa dell’anali di Ferretti. Alla fine del suo libro riporta le biografie (spesso con molti dati inediti e di prima mano) di quei “lettori” della rivista di allora che definisce la “nuova élite”: corrispondenti, a quel tempo sconosciuti ventenni o poco più, che per il loro ruolo sociale diverranno celebri e importanti: da Edoarda Masi a Gianni Brera, da Marcello Venturi a Guido Ceronetti, da Giuseppe Del Bo a Angelo Maria Ripellino e molti altri. Segnalo infine, seppure non recentissimo, anche il libro di Corinne Pontillo, Il Politecnico di Vittorini. Progetto e storia di una narrazione visiva, Carocci, 21,00 euro che offre, seppure in modo più tradizionale, una lettura di “Politecnico” basata principalmente sulle sue caratteristiche visive e giornalistiche.
Di argomento diverso, ma pur sempre dedicati alla storia dell’editoria, ecco arrivare recentemente due testi utili e suggestivi. Il primo ha come autore Lucio Gambetti, genovese, che da molti anni si occupa di bibliografia. Il suo ultimo libro ha come titolo Libri memorabili. Una storia della microeditoria italiana del Novecento, Biblion editore, euro 25,00. Come già spiega il sottotitolo, in questo volume Gambetti ha catalogato e descritto tutti quei piccolissimi editori che nel corso del Novecento hanno pubblicato libri fondamentali per la cultura italiana: decine e decine di Case editrici, spesso sconosciute, ma con un catalogo (qui riportato e ricostruito) di primissimo ordine. Ed è davvero un piacere, non solo per gli addetti ai lavori, ma anche per un lettore interessato, ripercorrere la storia dell’editoria italiana attraverso non i soliti grandi e noti editori, ma attraverso piccolissime aziende, spesso anche vissute pochi anni, che hanno però fornito libri fondamentali. Altro pregio del volume è la ricostruzione minuziosa che gambetti svolge di ogni microeditore: si trovano, date, nomi, vicende, spesso inedite che coinvolgono il lettore in un racconto straordinario.
L’altro volume che vorrei segnalare è una Storia dei librai e della libreria dall’antichità ai nostri giorni, di Jean-Yves Mollier, Edizioni E/O, euro 18,00. Il titolo promette molto, forse troppo, perché è fondamentalmente una storia del commercio librario e delle figure che ne furono parte relativamente alla esperienza francese. Proprio per ovviare a questo limite, opportunamente l’editore ha posto nella seconda parte del volume un lungo saggio dedicato alla storia del libro in Italia, scritto da Elisa Marazzi, ricercatrice dell’Università di Milano dal titolo esplicativo: Al servizio de lettore: breve storia dei librai in Italia. Il periodo preso in considerazione è quello dal Rinascimento ai giorni nostri e il saggio costituisce una sintesi chiara e precisa dei passaggi chiave che l’industria del libro e della libreria ha avuto nel nostro paese, una storia che ha tra i protagonisti la figura del libraio-editore, seguito dai suoi esordi sino alle trasformazioni più attuali della professione del libraio moderno, alle prese con la proliferazione delle librerie virtuali.

Il terrorismo “rosso” tra uccisori e uccisi

Negli ultimi mesi, sarà una coincidenza, ma sembra che gli editori si interessino di nuovo al terrorismo “rosso” degli anni Settanta e Ottanta. Sergio Luzzatto, storico dell’età moderna, sta sempre più trasportando la sua ricerca nell’età contemporanea, o addirittura nell’attualità più stretta come dimostra il suo libro sulla incredibile vicenda del furto di libri antichi (Mister Fox) di qualche anno fa presso la biblioteca napoletana dei Girolamini. In queste settimane esce un suo nuovo libro che ci riporta agli anni di piombo, indagando la figura e la morte di Guido Rossa, l’operaio e sindacalista dell’Italsider di Genova, ucciso dalle Brigate Rosse il 29 gennaio del 1979: Giù in mezzo agli uomini. Vita e morte di Guido Rossa, Einaudi, 16,00 euro. Rossa era un sindacalista della CGIL e aveva denunciato alla questura un militante delle BR che aveva depositato in fabbrica volantini di propaganda. Rossa era stato lasciato solo nella sua denuncia, ma, consapevole che senza una denuncia circostanziata e firmata, gli organi giudiziari non avrebbero potuto o voluto procedere, con un grandissimo senso di responsabilità aveva fatto quello che riteneva essere il suo dovere di difesa della classe operai dalle infiltrazioni terroristiche. Luzzatto traccia di Rossa un ritratto totale, dall’infanzia alla morte, servendosi di molta documentazione inedita, messa a sua disposizione dalla vedova e dalla figlia, oltre che da vari amici e conoscenti. Mi sembra che ci siano nel libro due “novità”: la prima è l’indagine minuziosa della esperienza alpinistica di Rossa, esperienza nota ma comunque fondamentale nella sua vita, una attività praticata, teorizzata e poi abbandonata nei suoi aspetti “agonistici”, con grande consapevolezza.
L’altra novità riguarda l’ipotesi che Luzzatto esprime sulla morte di Guido Rossa. Come è noto, Rossa doveva essere solo ferito, ma uno dei due militanti delle BR, sparò deliberatamente per uccidere. Perché? L’ipotesi più probabile che emerse è che Riccardo Dura sparò con voluta convinzione, non essendo d’accordo con la linea “morbida”, stabilita dalla direzione delle BR. Luzzatto va in un’altra direzione, ipotizzando che la volontà di uccidere il sindacalista sia nata d’istinto a seguito della reazione violenta che Rossa ebbe in quei frangenti, ipotesi che a me sembra piuttosto insostenibile.
Nel complesso direi che Luzzatto, che ora annuncia un suo prossimo libro sulla colonna genovese delle BR, ci propone un ritratto di Rossa piuttosto neutro, poco coinvolgente per il lettore. Le importanti recensioni uscite (Fofi, Lerner, Boatti ecc.) sono certamente concordi nella valutazione positiva del libro, proprio perché Luzzatto “depoliticizza” la figura di Rossa per darne un ritratto complessivo e inedito. Tuttavia, proprio questo aspetto “metodologico” a me sembra il limite del libro. Rossa era un uomo qualunque, come milioni di altri operai. La sua vita purtroppo sta tutta nella sua morte, perché quella morte, il 29 gennaio 1979, ha costituito una svolta storica: per chi ha vissuto quel momento, per le Brigate Rosse e per la storia del terrorismo italiano. E ridurre questo momento ad un capitolo dopo averne dedicato dodici a raccontare la vita di un uomo normale, mi sembra più un limite che un pregio. Sarebbe interessante che giovani ventenni o trentenni leggessero il libro di Luzzatto insieme al libro della figlia Sabina, pubblicato nell’88. Non avrei dubbi nel pensare che il libro di Sabina Rossi fornisca molto di più e di meglio per capire perché ancora oggi Guido Rossa fa parte della storia italiana. Luzzatto trascura del tutto quel libro e fa male. Io credo che per chi non c’era in quegli anni, leggere la testimonianza dell’unico brigatista ancora vivo (raccolta della figlia) fa capire molto di più chi era Guido Rossa che non i mille taccuini delle sue scalate alpinistiche. In ogni caso un libro da discutere, che pone problemi di metodo e storiografici. E ben vengano libri come questo.
Dopo il libro di S. Luzzatto dedicato a Guido Rossa, ecco comparire, sempre presso Einaudi, un volume dedicato al terrorista di “Prima Linea” Marco Donat-Cattin: Monica Galfré, Il figlio terrorista. Il caso Donat-Cattin e la tragedia di una generazione, Einaudi, euro18,50. Marco Donat-Cattin, figlio del vicesegretario della D.C ed ex ministro, viene scoperto nel maggio 1980 grazie alle testimonianze dei primi pentiti delle organizzazioni armate del terrorismo “rosso”. Parte di quegli interrogatori, resi noti dalla stampa, rivelavano però che i genitori di Marco avevano da tempo informazioni riguardanti l’attività eversiva del figlio e che anzi tentarono di farlo scappare. Il libro della Galfré, docente di storia contemporanea a Firenze, ricostruisce dapprima il contorno della vicenda e, nella seconda parte, la storia personale di Marco, che si intreccia naturalmente con la storia di “Prima Linea” e soprattutto con il dramma di un ragazzo neppure trentenne, benestante, noto come il “comandante Alberto”, accusato di omicidio che vive l’azione di guerra allo Stato come se fosse una lotta contro il padre e la famiglia, senza alcun momento di riflessione seria e di confronto con la realtà. L’analisi della Galfrè si basa in modo consistente sugli interrogatori del M. Donat-Cattin. Ne emerge la descrizione di un universo di giovani professionisti e dilettanti della rivoluzione, freddi e febbri, paurosi e spavaldi, ci sono gli sbruffoni, chi gioca e non si rende conto, gli esaltati al limite del patologico, chi è serissimo, ma quasi tutti non smettono di vivere la loro vita di giovani uomini e giovani donne. Agli inquirenti raccontano le loro gesta evocando un clima nel quale tragedia e commedia, serio e faceto, si intrecciano tra il dramma e la bravata. Il libro è insomma un ulteriore tassello per fare la storia di quegli anni, in bilico tra la follia, l’utopia, le frustrazioni, la superficialità intellettuale e soggettiva di alcune persone e la totale mancanza di analisi realistica del momento.
Altro libro da segnalare sull’argomento non è un saggio, bensì un romanzo, addirittura il romanzo delle BR come recita il sottotitolo di Mordi e fuggi, scritto da Alessandro Bertante e pubblicato da Baldini+Castoldi, euro 17,00. Nonostante quel sottotitolo piuttosto inappropriato, il racconto di Bertante ha, a mio parere, molti pregi, anche se discutibili. La trama è piuttosto semplice: è la storia di un ragazzo di vent’anni, studente presso l’Università Statale di Milano, che decide di scegliere la lotta armata con le Brigate Rosse. Siamo nei primi anni Settanta. Per chi ha vissuto quegli anni a Milano è facile riconoscere persone, luoghi, osterie che quotidianamente o quasi venivano frequentati a quei tempi. L’autore nasce nel ’69, dunque non ha vissuto in prima persona quei momenti, ma ha saputo ricostruirli in modo perfetto, grazie all’aiuto di documenti e testimonianza precise. Il nucleo centrale è la scelta della lotta armata e la decisione, qualche anno dopo, di abbandonarla. Quanti ne abbiamo incontrati di ragazzi così, anche compagne e compagni di scuola che frequentavamo e che anni dopo siamo venuti a sapere essere responsabili di diversi omicidi. E quanti libri sono stati scritti. Eppure Bertante riesce a cogliere esattamente il problema essenziale: il senso, o il non senso, di una scelta distruttiva e illusoria, come fu per tanti. E lo sa descrivere in modo mirabile, secondo una logica nuova di tipo psicologico e antropologico. È insomma un romanzo di formazione, nel quale il percorso è quello di una scelta totalmente soggettivista, estetizzante, che non ha dietro nessuna analisi della realtà. L’azione diviene quindi la sola realizzazione di sé.
E’ un romanzo che consiglio a chi c’era e a quei giovani ventenni o trentenni che sono interessati a capire quegli anni. Il romanzo di Bertante vale, in questo senso, molto più di tanti saggi storici.

Intellettuali e fascismo

Dopo una ricerca durata quasi trent’anni, tra interruzioni e riprese, Mariuccia Salvati pubblica la biografia intellettuale di Camillo Pellizzi divenuto noto soprattutto durante gli anni del fascismo e l’immediato dopoguerra: Camillo Pellizzi. Un’intellettuale nell’Europa del Novecento, Il Mulino, euro 40,00. Pellizzi, sociologo e politologo, docente universitario, nato le 1896 e morto nel 1979, poco più che ventenne, dopo la laurea, iniziò la sua carriera accademica in Inghilterra prima di ritornare in Italia nel ’39. Fu amico personale di Mussolini, Gentile e Bottai; epurato dopo la caduta del fascismo, fu riammesso in cattedra poco dopo. La biografia intellettuale scritta dalla Salvati è ricchissima di notizie e documenti poco usati o inediti, soprattutto per gli anni inglesi e riesce a dare un quadro della realtà culturale europea tra le due guerre davvero notevole. Il libro segue tutto il periodo di formazione di Pellizzi, anche nei suoi aspetti più personali e intimi, e riesce a collocare in modo documentato e analitico la sua figura dentro il contesto nazionale ed europeo.
Segnalo uno dei capitoli più interessanti del libro, quello dedicato alla “cultura del regime” in cui sono richiamate le tesi di Pellizzi, espresse in alcuni articoli sulla rivista “Il Selvaggio” agli inizi degli anni Trenta, dedicate al “rinnovamento” del regime in senso rivoluzionario, accostato al bolscevismo: scritti dei quali Gramsci intuirà l’importanza chiedendone subito, in una lettera dal carcere, il recupero alla cognata Tania. Scritti che sono ampiamente utilizzati e commentati anche dallo storico Renzo De Felice in uno dei suoi volumi dedicati a Mussolini e al consenso al regime, proprio per sottolineare come la posizione di Pellizzi, seppure minoritaria e perdente, rappresentava una delle voci più interessanti all’interno del dibattito sulla costruzione del corporativismo di quegli anni; una voce che, richiamando il valore dei “giovani” e delle loro aspirazioni, persino verso l’antifascismo e il comunismo, suggeriva il rafforzamento delle élite intellettuali contro la “politica borghese” dei gerarchi. Ancora una volta si dimostra che quando una “biografia intellettuale” è costruita su una tale mole di documenti e conoscenze, non si incontra solo il personaggio biografato, ma il suo tempo storico diviene una fonte inesauribile di informazioni e sollecitazioni ulteriori di studio.

Storia e storici

È un periodo di grande attenzione da parte di diversi editori alla storiografia e agli storici. Una delle ultime proposte viene da Franco Angeli con il volume Attraverso le età della storia. Le lezioni dei maestri, a cura di Carlo Fumian (euro 26,00). Il libro analizza e racconta le biografie di 10 storici di generazioni diverse, nati tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, da Gino Luzzatto a Gaetano Salvemini, da Innocenzo Cervelli a Marino Berengo, da Franco Venturi a Pasquale Villani ed altri ancora. Storici in gran parte dell’area liberal-democratica, o vicini alla storiografia marxista, militanti o meno in partiti o movimenti politici, storici delle istituzioni, dell’economia, delle idee. Il proposito è quella di narrare la biografia intellettuale e accademica di importanti maestri della storiografia moderna e contemporanea da parte di uno dei loro allievi in modo da mostrare come si sono formati, sono cresciuti e si sono evoluti i loro interessi disciplinari. Dal libro si apprende una ampia storia della nostra cultura tra Ottocento e Novecento, poiché molte delle opere di quei “maestri” hanno segnato non solo la loro stretta area scientifica. Il limite del volume è la disunità dei singoli saggi. A fronte di un ampio ritratto di Angelo Ventura, con un’utile e completa bibliografia delle opere (l’unico ad averla), vi sono testi sin troppo sintetici, su personaggi come Innocenzo Cervelli o Pasquale Villani, tanto per citarne un paio, che suscitano curiosità biografiche che sarebbe stato interessante approfondire più ampiamente. Il pregio, al contrario, è quello di rivelare molto spesso lati poco noti della loro biografia, confessati dal “maestro” all’allievo, che aiutano il lettore ad avere una immagine anche inedita di uomini conosciuti magari solo attraverso il loro lavoro scritto o dentro le aule universitarie.
Sempre a proposito di storia e di storiografia, dopo la bella e originale autobiografia di Mario Isnenghi Vite vissute e no, Il Mulino, 2020, che ha messo in luce quanto sia proficuo, ai fine di una migliore e più approfondita conoscenza della storia della cultura italiana, disporre di “biografie intellettuali” analitiche e documentate, ecco la pubblicazione recente di altre due, sempre in ambito storico, che mi sembrano particolarmente riuscite: quelle di Rosario Villari e di Rosario Romeo, due tra i maggiori storici che la cultura italiana abbia avuto, seppure caratterizzati da posizioni ideologiche diverse. A Villari è stato dedicato un numero monografico di “Studi Storici” (n. 2, 2020) con un bellissimo saggio di Francesco Giasi non a caso intitolato La formazione nella ricostruzione autobiografica, mentre su R. Romeo è stato da poco pubblicata una ponderosa e talvolta un po’ troppo partigiana “biografia intellettuale” da parte di Guido Pescosolido, Rosario Romeo. Uno storico liberaldemocratico nell’Italia repubblicana, Laterza, euro 30,00.
Romeo divenne noto tra i maggiori storici italiani a soli 26 anni con il suo primo libro, edito nel 1950, dedicato al Risorgimento in Sicilia, considerato subito “un avvenimento culturale e politico di importanza non piccola”. Curioso è quanto era avvenuto con la prima recensione al libro, nella quale l’opera di Romeo, con un abbaglio clamoroso, veniva definita “filo marxista e gramsciana”, abbaglio che costò al recensore l’obbligo di scuse a Romeo grazie all’intermediazione di Benedetto Croce che vedeva in Romeo un suo “discepolo”, tanto da chiamarlo come segretario presso l’Istituto napoletano di Studi storici ed avere con lui e Chabod lunghe e proficue discussioni. Pescosolido dedica molte pagine, con grande analiticità, alle due opere più note e importanti di Romeo: la discussione storico-politica con le tesi di Gramsci e Emilio Sereni sulla mancata “rivoluzione agraria” nel Risorgimento, discussione che mostra anche, di riflesso a mio parere, quanto la ricezione del marxismo operata da Gramsci, nella sua “traduzione” italiana, a differenza di altre “visioni del mondo” provenienti dall’estremo occidente o dall’estremo oriente, fosse divenuta parte integrante dell’identità della cultura nazionale e al lavoro trentennale sulla figura di Cavour. Buona parte del volume è anche dedicata al suo impegno nel dibattito politico e giornalistico, attraverso le file del partito repubblicano con Ugo la Malfa e la collaborazione al giornale di Montanelli.
Con la consueta intelligenza, l’editore Quodlibet di Macerata rimette in circolazione un libro ormai introvabile di 10 anni fa (conferma di quanto poca è ormai la durata temporale di un libro) di un altro grande storico dell’età moderna, Adriano Prosperi, con un volume di oltre 750 pagine (Quodlibet ed., 32,00 euro) intitolato con grande semplicità Eresie. Sono 37 saggi, alcuni dei quali inediti, attraverso i quali vengono presentate figure e vicende che si collocano nel contesto storico dell’epoca dominata dal tema della riforma della Chiesa e dai conflitti fra i cattolici e i protestanti. Il comune denominatore dei saggi è appunto quello della eresia e Prosperi si muove lungo il percorso storiografico determinato, su questo tema, dalle opposte vedute, di Croce e Cantimori. Sarà lo stile e la scrittura così chiara, sarà la documentazione così ricca, sarà la forma di impaginazione e formato, ma leggere questo libro che ci riporta alla concretezza di uomini e donne del Cinquecento in lotta contro un potere così invasivo, è un piacere per la mente.

La riscoperta di Ernesto De Martino

Tra le più importanti iniziative editoriali di questi ultimi anni, forse passata un po’ troppo sotto silenzio, va segnalata la pubblicazione, da parte dell’editore Einaudi, della nuova edizione delle opere di Ernesto De Martino, il maggiore antropologo italiano, opere che vanno considerate tra i classici del pensiero europeo contemporaneo. Dopo La fine del mondo e Morte e pianto rituale è da poco in libreria Il Mondo Magico (Einaudi, euro 24,00). Si tratta di edizioni filologicamente accurate e spesso rinnovate. L’esempio maggiore è l’edizione de La fine del mondo (uscita nel 2019, euro 34,00), l’opera postuma di De Martino. Morto nel 1965, senza essere riuscito a sistemare la mole grandiosa del suo scritto, si dovette aspettare il 1977 per averne la prima edizione, curata dalla sua allieva Clara Gallino. L’edizione, e soprattutto l’Introduzione della Gallino, subì notevoli contestazioni ed era quindi necessario ristabilire, anche filologicamente, quanto De Martino aveva lasciato. Questa nuova edizione, pubblicata nel 2016 in Francia, è stata ora tradotta, prefata e introdotta da nuovi curatori e resa disponibile in italiano. Molto interessante è la storia editoriale del libro, raccontata in uno dei testi introduttivi, che mette in risalto anche le vicende complesse avvenute intorno al testo di De Martino dentro la cattedra di Storia delle religioni a Roma, fondata da Raffaele Pettazzoni. Poche settimane fa è arrivata in libreria anche la nuova edizione de Il mondo magico (la prima edizione è del 1948), il grande libro di De Martino nato con l’intenzione di rileggere la civiltà europea inserendo in essa una collocazione storica delle civiltà primitive e del mondo magico. Questa edizione riporta in Appendice anche le importanti recensioni che il testo ha avuto alla sua uscita da parte di Benedetto Croce, Enzo Paci, Mircea Eliade e Raffalele Pettazzoni. A margine segnalo che è stato ripubblicato da poco anche il volume che raccoglie la corrispondenza tra Cesare Pavese e De Martino (1945-50) riguardanti la nascita presso Einaudi della “Collezione di studi religiosi, etnologici e psicologici” (la famosa “collana viola”), collana di cui Il mondo magico costituì il volume n.1.