Bibliomanie

Sulla scelta di percorsi musicali attorno agli anni Ottanta
di , numero 50, dicembre 2020, Editoriale,

Sulla scelta di percorsi musicali attorno agli anni Ottanta
Come citare questo articolo:
Mirco Dondi, Sulla scelta di percorsi musicali attorno agli anni Ottanta, «Bibliomanie. Letterature, storiografie, semiotiche», 50, dicembre 2020

Il numero 50 è stato costruito immaginando un nucleo tematico sulla musica degli anni Ottanta. Ci siamo mossi sulla scorta delle suggestioni lasciateci da Jacopo Tomatis (Storia culturale della canzone italiana, Il Saggiatore, Milano, 2019) “quando parliamo di musica non parliamo mai solo di musica”. Dietro un genere e una canzone c’è un’articolazione sociale, ci sono culture e subculture, ci sono industrie e consumi di massa che concorrono a diffondere e a risignificare testi e contesti.
Le indicazioni che abbiamo fornito agli autori sono state quelle di leggere storicamente i fenomeni che hanno accompagnato generi e movimenti musicali, al fine di offrire la ricostruzione di scorci del decennio attraverso le sue colonne sonore. Come osserva Michele Toss, nel suo breve ma denso saggio di impronta metodologica, in passato è prevalsa spesso la tentazione di affrontare i temi musicali ancorandosi ai testi – o nel caso di eventi mainstream alla loro superficie – lasciando in ombra i contesti sociali che li hanno prodotti e che sono uno specchio di quella musica.
Inevitabile, guardando agli anni Ottanta, non affrontare il fenomeno del punk che Alessia Masini ricollega nelle sue molteplici filiazioni protestatarie e nelle sue performanti provocazioni. Siamo in Italia, ma la bussola punta verso Londra dove i Sex Pistols nel giugno del 1977 inscenano la loro più spiazzante esibizione, proprio nel giorno del Giubileo d’argento della regina, quando dal Tamigi tentano di attraccare il loro barcone interrompendo la solennità della cerimonia con la loro dissacrante God save the Queen sparata a tutto volume. L’eco di quell’azione spinge la canzone sulla vetta delle classifiche del Regno Unito e incarna con la sua radicalità anarchismo e nichilismo (no future) poi esportati in grandi stock nell’Europa occidentale. L’anarco punk che si diffonde in Italia si sviluppa oltre la musica. Quasi sincronico al ’77 britannico, nelle pieghe del Movimento bolognese affiora un punk – rock in salsa petroniana che ha negli Skiantos il gruppo di maggiore riferimento. Dissacrazione, paradosso, carnevale attingono dall’area creativa del Movimento per trasformarsi in una proposta musicale dall’ottica bifocale che nel suo sguardo lungo coglie l’Inghilterra e in quello ravvicinato la realtà bolognese (Ugo Russo). È un fiume espressivo che si manifesta dal basso con fumetti, fanzine e una nuova stampa underground tra musica, disillusione ed esperienze estreme che si ritrovano in riviste come “Cannibale” e “Frigidaire” (Francesco Gualdi). Ciononostante il movimento punk non si racchiude nel solipsismo: se c’è disperazione è ancora condivisa e se c’è politica (Ugo Russo vi legge la post politica) sfocia in nuove forme di aggregazione, in particolar modo attorno ai movimenti pacifisti.
Un’ulteriore riflessione metodologica accompagna il saggio di Ferdinando Fasce su John Lennon che confronta i lavori di taglio giornalistico (ricchi di particolari ma altrettanto sovente schierati a favore di una tesi o di un’altra, in un impasto di sentimenti viscerali che la musica sollecita) con i più asettici approcci storiografici che mettono in correlazione gli aspetti non convergenti delle biografie guardando con la dovuta acribia alle fonti. Si tratta di un percorso non ancora consolidato, ma che apre nuove prospettive e ampi terreni da esplorare. L’assassino di John Lennon e la musica degli anni Ottanta – questa volta rintracciate nell’universo del romanzo – investono le riflessioni di Marco Marangoni. In questo decennio la musica irrompe nella forma romanzo e ne segna, come mai prima, la colonna sonora caratterizzandone gli aspetti giovanilistici a volte (come mostra Nick Hornby in Alta fedeltà), di ragazzi che non diventano uomini.
Fuori dall’ambito mainstream (se si eccettua la riflessione di Filippo Mazzoni su The Wall dei Pink Floyd) l’operazione affrontata in questo numero ha mirato a rivisitare precisi contesti sociali come l’area campana dei cantanti neomelodici (il termine è però coniato a fine anni Novanta), un’esperienza chiusa nei suoi confini a dispetto dell’universalità della canzone napoletana che aveva caratterizzato la prima parte del Novecento. Quello dei neomelodici è un fenomeno ampio, seguito e assorbito fra gli strati più poveri e ghettizzati della popolazione, dove le storie di contrastati amori convivono con atteggiamenti di indulgenza, quando non di vicinanza, verso la criminalità organizzata (Davide Sparano). Altrettanto particolare e definito è il milieu dell’esperienze di autoproduzione musicale nell’estrema destra italiana, un rock nero chiamato a tramandare la tradizione pur ponendosi, nella sua forma, alternativo alle precedenti esperienze canore neofasciste e fra questi gruppi ci sono gli Janus che vanno ai campi Hobbit, ma guardano al progressive britannico (Loredana Guerrieri).
I percorsi continuano nella sezione “Note e riflessioni” con un contributo davvero inedito per il pubblico italiano su cantanti e canzoni dell’Eritrea in guerra con l’Etiopia (Simona Berhe) e con una prima traccia di uno studio ancora da affrontare – proposta da Nicolò Falchi – sul movimento delle Posse, legato ai centri sociali italiani degli anni Novanta.