Bibliomanie

Un erudito sulle tracce dei Prima nomina
di , numero 49, giugno 2020, Letture e Recensioni

Un erudito sulle tracce dei <em>Prima nomina</em>

Sui nomi divini è un libro desueto e potenzialmente prezioso: un’edizione commentata (i criteri ermeneutici sono dettagliati nella Nota al testo), una antologia, si dice in quarta, essenziale, volta a diradare un silenzio postumo troppo a lungo protrattosi, quasi una conseguenza inestinguibile, come una pena indelebile da scontare in séguito alla condanna che la censura ecclesiastica pronunciò sulla persona e sull’opera dell’autore, Arduino Suzzi. Appartato, fuori del dominio alienante del tempo e dell’opinione mondana, misconosciuto erudito vissuto tra il diciassettesimo e il diciottesimo secolo, emblematico rappresentante, quindi, di quella early modernity, protomodernità ancora al crocevia – ancora per molti tratti sorprendentemente legata a forme medioevali e teologiche – verso cui oggi si avverte un qualche risveglio d’interesse.
Il libro: Arduino Suzzi, Sui nomi divini. Passi scelti dalle Origini Hebraiche delle tre lingue e Dagli scritti esoterici. Preambolo di Andrea Vacchi Suzzi, Introduzione, cura e note di Matteo Veronesi, Edizioni Clori, Firenze 20201.
Matteo Veronesi, il curatore – ermeneuta di una ermeneutica –, qui seleziona e dispone, ricomponendoli, i disiecta membra dell’opera di Suzzi dopo averlo strappato all’oblio: dal suo opus magnum (che comportò almeno un trentennio di lavoro, che si immagina strenuo, vanificato dal veto dell’Inquisizione), vale a dire le vastissime Origini Hebraiche delle tre lingue, manoscritto inedito di oltre trecento pagine fittissime e ardue, ai brevi scritti esoterici, i soli editi in vita, dedicati a due enigmatici manufatti, la Patena argentea di San Pier Grisologo e la Pietra di Bologna, quella recante l’iscrizione Aelia Laelia Crispis che sedusse molti spiriti eminenti, da Gérard de Nerval a Carl Gustav Jung.
E secondo Jung, in Mysterium coniunctionis, l’iscrizione Aelia Laelia Crispis – forse un gioco erudito e, nel suo carattere di enigma, consapevolmente vuoto, un enigma vuoto che accoglie e implica un sepolcro esso stesso vuoto, come in una mise en abîme – rappresentava l’enigma per eccellenza, l’irrazionale stesso, il non-interpretabile e come tale l’oggetto ideale, assoluto e inesauribile della volontà di interpretazione, da ispirare tutte le interpretazioni possibili – come poi avvenne. Il sepolcro vuoto di cui parla l’iscrizione può assimilarsi al Vide, al Néant di Mallarmé, cioè ai depositari della pregnanza impenetrabile e insieme dell’assenza e della volatilità caratteristiche del messaggio poetico. Così come può alludere al mistero da cui nascono la ricerca cristiana del senso della vita e dell’oltrevita, il cordoglio della morte e la fede nella resurrezione. Sono questioni che si fanno particolarmente visibili nell’opuscolo esoterico che Suzzi dedicò all’iscrizione arcana, un tipico esempio di un cristianesimo iniziatico e gnostico che, malgrado ciò, riesce a non violare la tradizione canonica della teologia ebraico-cristiana. In entrambi i manufatti Suzzi vedeva – allo stesso modo in cui vedeva nelle profondità ancora insondate delle origini delle lingue – un coacervo di segni, una forêts des symboles, il cui deciframento, in questo esempio di linguistica comparata, rappresentava esso stesso, in quanto avventura intellettuale, un passaggio iniziatico, un itinerario di alchemica, arcana catarsi.
Il curatore dell’antologia pone in rilievo la singolare coesistenza di un’ottica paradossalmente moderna, o si direbbe novantiqua: prossima, per alcuni versi, per questa volontà di rinvenire e ridefinire i nuclei primitivi ed essenziali del linguaggio, e dunque dell’essere e del pensiero, a Bacone, Vico, Leibniz, in un contesto di interdipendenza tra ragione e mistica. Coesistenza di una prospettiva moderna, quindi, con una ingente assimilazione degli autori di un passato anche remotissimo, dal Platone del Timeo e del Cratilo fino allo Pseudo-Areopagita e a Marsilio Ficino, nel contestuale insinuarsi di un platonismo e di un neoplatonismo di cui l’autore aveva una cognizione capillare che contribuì ad allarmare l’Inquisizione, per certe tonalità che apparivano – a torto o a ragione – emanatistiche, se non panteistiche. Espressioni – lontane da Dio – dell’idea di Anima mundi.
embrerebbe superfluo sottolineare l’inevitabile rilevanza della dimensione etimologica, come in ogni percorso di ricerca che coinvolga i nomi, e in particolare i quintessenziali prima nomina, quelli della divinità e dell’essere. I teonimi e Dio, naturalmente. La sua sede, empireo cielo Olimpo, il suo àmbito precipuo, l’eternità, i suoi spiriti officianti, gli angeli, e le determinazioni degli angeli caduti, il dio della natura, Pan, le Lamie… Una indagine siffatta non può prescindere da uno sguardo, storico e insieme metafisico, in grado di scandagliare le stratificazioni in cui si sedimentano i segni e le tracce da cui traspaiono – avendo lasciato in essi le proprie impronte sovrapposte, la propria memoria molteplice – l’origine e l’evoluzione del nome, sia dal profilo fonetico che da quello dei significati.
Un lavoro di mera erudizione filologica, allora, quello svolto da Arduino Suzzi? Forse. Ma solo finché Veronesi non è intervenuto a focalizzare lo scandaglio critico e analitico a cui Suzzi sottopose il suo vasto materiale. Anche se l’analisi non viene ancora condotta in senso pienamente moderno, cioè non secondo i canoni della linguistica e della filologia che si professano – così spesso aridamente – scientifiche. Un corpus quasi sempre, e lodevolmente, di prima mano, benché a volte all’apparenza farraginoso, quasi un fertile caos ancora in attesa dell’emergenza delle forme, una immensa e indistinta babele fonosemantica che vide il profilarsi e il costituirsi della facoltà verbale. È il disegno di una forma di modernità, in definitiva, senza tempo, ravvivata – nota il curatore – dall’odierno recupero delle teorie sulla monogenesi del linguaggio, del tutto analoga alla monogenesi dell’umano. Una modernità dalle antichissime radici ma dalla vitalità perenne, come le lingue semitiche e quelle indoeuropee (due àmbiti esteriormente lontani, i cui mutui legami vengono tuttora ipotizzati e indagati), è quella che emerge e che connota sia la ricerca di Arduino Suzzi che lo stesso oggetto di questa ricerca.
È allora auspicabile, anche in séguito al lavoro esegetico di Veronesi, che un posto nella storia della linguistica, e in generale del pensiero, possa essere riconosciuto a questo lontano erudito, che, lambendo la fusione di neoplatonismo e averroismo e quindi facendo di anima e mente delle emanazioni di una unità superiore che scorta l’umano fino al ricongiungimento, post mortem, con l’essenza di se stesso, finiva per toccare il destino ultimo, e fare dell’indagine linguistica una modalità di discorso, in senso lato, filosofico. E in particolare sorprende come questo letterato dalla mentalità, dal metodo e dalla biblioteca ancora per lo più medioevali e rinascimentali riesca malgrado ciò a respirare, o addirittura a divinare qualcosa di un protoromanticismo e di un preromanticismo che erano già nell’aria.
«Fingitur hoc anigmate Nox defuncta, et a Sole tumulata». «Nox non habet sexum, nec aetatem, nec morum conditionem». «Nox, quatenus est incorporea, nullum habet locum, in quo iaceat». «È rappresentata in questo enigma la Notte defunta, e tumulata dal Sole. La Notte non ha sesso, né età, né condizione di costumi. La Notte, dato che è incorporea, non ha alcun luogo in cui possa giacere». Così si legge negli scritti esoterici. Questa notte – essenzialmente, Grund der Seele – incorporea eppure perturbante e avvolgente, propriamente né l’uno né l’altro eppure entrambi, negazione degli opposti e di essi amalgama, perenne vuoto e assoluta pienezza, è la stessa di Novalis. La stessa perpetua notte in cui si dibattono suoni e segni alla ricerca del proprio – ormai imprendibile – senso originario.

Note

  1. Il libro è gratuitamente scaricabile.