Bibliomanie

Montesquieu, Breviario del cittadino e dell’uomo di Stato, (a cura di Domenico Felice)
di , numero 28, gennaio/marzo 2012, Letture e Recensioni

Lo Zeitgeist della nostra civiltà, distratta e consumistica, coniugato magari con scaltre strategie divulgative, come quella intrapresa all’inizio del decennio passato da Lou Marinoff, da un po’ sta suggerendo agli editori la necessità di liofilizzare i grandi pensatori del passato, condensandone la sostanza nella dimensione contenuta ed economicamente allettante del tascabile. Sembra davvero finito il tempo della filosofia, in quanto lento e disciplinato esercizio di perfezionamento intellettuale, e sembra invece giunto il tempo della consulenza filosofica, in quanto cura dell’inquietudine dominante attraverso la somministrazione guidata e omeopatica di concetti ansiolitici. Il che spiegherebbe il recente florilegio di riassunti, sintesi e snelli centoni – dalla collana breviari della Bompiani alle Pillole della Rizzoli – e parrebbe altresì rendere conto dell’operazione Parva Philosofica attuata dallo stampatore ETS.
Eppure, se appena si scorre il catalogo dei titoli della Casa editrice toscana, si coglie immediatamente il senso di un progetto ben più severo, sostanziato di saggistica di pensiero, scritti originali e spesso integrali, introduzioni d’autore. Quanto poi al numero 27 del suddetto catalogo, il Breviario del cittadino e dell’uomo di Stato (e passiamo così dal generale al particolare), è il curatore stesso, Domenico Felice, a chiarire l’intenzione del proprio lavoro, collocandolo all’interno di una precisa tradizione culturale e testuale, quella del bréviaire illuministico («come amavano dire i politici e gli intellettuali del secolo dei ‘lumi’»), e facendone in tal modo un enchiridion, un autentico manuale capace di combinare scienza e prassi, proprio per questo rivolto a «coloro che agiscono, o si sforzano di agire, in vista del bene comune o della polis o ‘altruisticamente’».
Insieme protreptikon, prolegomenon e vademecum – né andrebbe trascurato l’omonimo genere cattolico-romano –, il Breviario non ha certo la finalità di ridurre il pensiero di Montesquieu ad usum populi, bensì quella di fornire un orientamento montesquieuiano all’operato delle persone “di buona volontà”: e la differenza, per chi sappia vedere, è nient’affatto capziosa. Si tratta dunque di una crestomazia, approntata sulle opere maggiori del filosofo francese (le Lettere persiane, le Considerazioni sulle cause della grandezza dei Romani e della loro decadenza e, naturalmente, lo Spirito delle leggi), delle «idee di cui si sono nutriti i fondatori del moderno Stato di diritto, vale a dire i ‘padri’ degli Stati Uniti d’America e i ‘costituenti’ della Rivoluzione francese». E «quando si tratta di roba buona, e questo è certamente il caso, è bene che i ‘figli’ si nutrano delle stesse cose di cui si sono nutriti i ‘padri’». Che la ricerca di Montesquieu, del resto, si proponga allo studioso petroniano come un felice compromesso tra la tentazione accademica della pura contemplazione e l’azzardo presenzialista di certa militanza intellettuale, la quale finisce immancabilmente per tessere «inni all’onanismo», risulta evidente dal duplice débat che lo ha contrapposto, prima, al collega Dino Cofrancesco, per sua stessa ammissione «allergico all’ideologia dell’impegno», quindi, al saggista transalpino Denis de Casabianca: tenzoni, entrambe, reperibili all’articolo Montesquieu medico?, pubblicato da questa stessa rivista (gennaio-marzo 2010), e che, riconsiderate con il senno di poi, si pongono come prodromo ineludibile del Breviario stesso.
L’opera di Montesquieu «non è del genere – o, se si preferisce, non appartiene alla famiglia – del Che fare? di Lenin, ma di Das Kapital di Karl Marx, ovvero è scienza+prassi»; egli «non se ne sta con le mani in mano, ma si mette di buona lena a ‘costruire’ sistemi politici (i governi moderati) per ostacolare o quantomeno ridurre tale abuso. Montesquieu medita sull’oppressione e lavora per contenerla o ridurla, ovvero lavora per la libertà (o […] studia “il mondo per lasciarlo un po’ meglio di quanto non l’abbia trovato”)».