Bibliomanie

Il Diario della spedizione dei Mille di Ippolito Nievo
di , numero 28, gennaio/marzo 2012, Letture e Recensioni

Difficile che la dozzina di pagine che formano il vero e proprio Diario della spedizione dei Mille di Ippolito Nievo si possano ascrivere a pieno titolo alla “letteratura garibaldina” nell’accezione crociana della locuzione. Troppo sintetica la forma, troppo stringata la narrazione per superare lo stadio del semplice appunto, dell’annotazione stilata “tra un combattimento e un bivacco” come il primo esegeta dell’autore, Dino Mantovani, scrive in Il poeta soldato dell’altra sua opera “garibaldina”, gli Amori garibaldini racconto in versi della campagna dell’anno precedente. Questi sì, a buon diritto, possono per contro rientrare nel canone individuato da Croce, sia pure nell’eccezionalità della forma poetica prescelta, invece della più solida prosa, ritenuta dagli autori del canone garibaldino più consentanea alle vicende guerresche narrate. E, tuttavia, si tratta di un documento di indubbio interesse, e non solo perché capace di aggiungere qualche minimo tassello all’insieme delle informazioni sulla spedizione, ma anche perché idoneo a gettare luce ulteriore sulla conoscenza dei motivi ideologici, artistici e psicologici che informano di sé la produzione poetica dell’autore friulano.
Quanto mai opportuna dunque la riedizione da parte di Mursia (Milano, 2010) del Diario, arricchito da un’illuminante prefazione – saggio di Beppe Benvenuto ed integrato dal Resoconto amministrativo della prima spedizione in Sicilia di Giovanni Acerbi (diretto superiore di Nievo nella spedizione, in quanto Intendente generale), da una nota al direttore di un giornale, e da uno stralcio dell’epistolario nieviano composto durante la campagna. Un centinaio di pagine che, pur nella loro disorganicità, o forse appunto per questo, rendono ragione della poliedrica personalità del loro autore, della quale risaltano sia gli aspetti più privati, sia le riflessioni che le urgenze di un’esperienza unica, sia personale sia militare sia lato sensu politica impetuosamente suggeriscono.
La sua stessa adesione alla causa garibaldina, origine evidentemente del Diario, attuata con piena consapevolezza (è questa per Nievo la seconda campagna in due anni al seguito del generale), ha per certo una componente psicologica, il gusto dell’avventura (di cui anche l’appena finito, e non ancora pubblicato, Le Confessioni di un italiano è peraltro spia), il senso dell’azzardo calcolato, una certa negligenza generosa per sé e per il proprio futuro. C’è inoltre indubbia la componente etica, propria del volontarismo garibaldino, fortemente innervato dall’idealismo mazziniano, per la quale l’intervento contro l’oppressione, e a favore della libertà dei popoli (anche oltre le ragioni della causa nazionale, come testimonierà ad esempio la campagna dei Vosgi) costituisce un dovere imprescindibile. La scelta garibaldina, del resto, considerato il contesto in cui matura, innanzitutto l’ambito sociale e familiare “moderato”, per usare un termine della nostra contemporaneità, è essa stessa indice di una forte autonomia di giudizio e di indipendenza di vedute. Si pensi per una conferma che i due fratelli dell’autore sono, all’epoca della spedizione, entrambi sotto le armi, volontari anch’essi, ma arruolati nell’esercito regolare piemontese.
Di tutto questo negli appunti precipitosamente vergati del Diario c’è un remoto sentore, che è dato rintracciare anche nelle impressioni di primo acchito e nelle riflessioni che coinvolgono la sfera più privata delle emozioni e dei sentimenti. Alcuni rapidi schizzi in cui si fondono paesaggio e sensazioni che ne scaturiscono colpiscono per primi l’immaginazione del lettore, e gli consentono intuizioni realistiche della spedizione:
“Aspetto africano di quella parte della Sicilia. Donne velate come le saracene. Un barone di Marsala (il primo) ci tien dietro a cavallo di un asino. Dopo quattordici miglia cessa la strada, e resta solo un sentiero in mezzo a prati e campi di biade a vista d’occhio: il vero paesaggio di Teocrito. Garibaldi che precede a piedi la colonna in mezzo al suo stato maggiore mi sembra uno dei conquistatori dell’America.”.
Detto incidentalmente: anche in uno scritto così evidentemente spontaneo, privo di intenti letterari, trapela la citazione classica, nella specie il paesaggio di Teocrito: segno di una consuetudine radicatissima nella scrittura del tempo, esaltata al massimo grado nella più nota opera della letteratura garibaldina sulla spedizione, quel Da Quarto al Volturno anch’esso concepito in forma di diario (diario sia pure assai tardivo rispetto ai fatti narrati), dove le citazioni e i rimandi classici a dir poco sovrabbondano. E tuttavia se c’è un’opera dell’epopea garibaldina immune da eccessi retorici è proprio questo libretto composito e disomogeneo, in cui il racconto si snoda del tutto privo di orpelli ornamentali. Per contro, è lo sguardo disincantato di Nievo a tramandarci una rappresentazione genuina dell’impresa: il realismo della narrazione non sminuisce né inficia, anzi, piuttosto attesta ulteriormente il significato epico dell’impresa. Non c’è alcun travisamento retorico nelle sue memorie. La sua Sicilia è a volte aspra e desolata: “A Marsala squallore e paura; la rivoluzione era sedata dappertutto o per dir meglio non aveva mai esistito: solo qualche banda di semi-briganti, che qui chiamano squadre, avevano battuto e ancora battevano ancora qualche provincia dell’interno con molta indifferenza del governo e qualche paura dei proprietari”. Delle conseguenze delle operazioni militari racconta anche gli episodi più agghiaccianti: “… i Napoletani di Landi assaliti di fianco dalla squadra di Partenico si ritirano lasciando alcuni morti e feriti che sono squartati, abbruciati e dati da mangiare ai cani …in questo paese i cani sono ancora occupati a mangiare i Napoletani abbrustoliti – non è un sintomo di civiltà”. Anche chi passa nella nostra storia letteraria con lo stereotipo di poeta soldato, dunque, sa individuare gli orrori della guerra, pur discernendo le ragioni che la hanno resa a volte tragicamente necessaria. Dell’impresa intravvede anche i limiti politici, quando il 24 giugno (meno di due mesi dopo la partenza da Quarto) scrive da Palermo: “ Ti ricordi quando io ti diceva: ” In Sicilia non c’è mai stato gran che ed oggi non c’è più nulla. I nostri si fanno illusioni come è solito; sarà la seconda edizione aumentata e ingrandita di Pisacane e di Sapri?” Orbene, nulla di più vero de’ miei presentimenti. Rivoluzione in Sicilia non ce ne era mai stata, qualche fermento nelle squadre. Qualche dimostrazione nelle città, poche rappresaglie e feroci dei regii, ecco tutto.” Incidentalmente, con il cupo richiamo alla tragica impresa di Sapri, riecheggia qui, intrisa, alla maniera nieviana, di noncurante ironia, la sensazione di poter incappare un epilogo tragico della spedizione, sensazione comune peraltro anche ad altri partecipanti alla spedizione: si pensi, ad esempio, al “non credo alla riuscita della spedizione, ma, se Garibaldi va, vado anch’ io” di Sirtori, affermazione attestata da Guerzoni nel suo Garibaldi. Nessuna esplosione rivoluzionaria aspettava i Mille, dunque, tanto che la rivoluzione al massimo “fu tutto merito nostro che le abbiamo creduto, e l’abbiamo suscitata o per meglio dire fatta da noi soli!”
Parte della questione meridionale che affliggerà il paese dall’Unità fino ai giorni nostri è in nuce prefigurata in alcune rapidissime annotazioni: “Palermo, con un po’ più di caldo, è negli usi, nella società, nei pettegolezzi, una fotografia di Venezia. Ti ricordi delle commedie palermitane di Goldoni, di donna Beatrice, del Marchese di Castel d’oro ecc. …? Or bene, quella società è ancor viva. Grazie alla preziosa facoltà conservatrice dei governanti Napoletani. Qui si vive in pieno Seicento, col barocchismo, le raffinatezze e l’ignoranza di allora”. La Sicilia gli appare diversa da come l’aveva immaginata, e, a mano a mano che la campagna prosegue, si manifestano, anche se compresse in un epistolario privato scritto con scopi palesemente ben diversi, impressioni piuttosto precise sulle condizioni sociali delle terre appena conquistate. Si veda questa annotazione contenuta in una lettera scritta al fratello da Napoli a spedizione ormai conclusa: “ … tu hai un po’ torto quando giudichi di tutte le Province Napoletane da quei pochi contadini briganti che hai veduto – Intelligenza ve n’ha – sobrietà non manca. Manca il lavoro e questo si insegnerà con l’assicurarne il profitto e coll’attivare l’industria – Rinnova le condizioni di questo paese dal lato comunicazioni e sicurezza e vedrai i miracoli …” Traspare qui, pur in una situazione così diversa, l’ombra delle riflessioni che popolano quel Frammento sulla rivoluzione nazionale, lasciato incompiuto per accorrere alla chiamata di Garibaldi e pubblicato postumo.
Lo scarto tra la realtà, che velocemente si svela nei suoi aspetti più prosastici da un lato e altamente problematici dall’altro, e le previsioni che avevano accompagnato i sogni della vigilia, ma anche di Quarto, di Talamone e ancora probabilmente di Marsala, acumina lo sguardo critico di Nievo. Mancano però nel Diario tracce di delusione verso lo scopo ultimo della spedizione: l’unità nazionale non è mai messa in discussione. Ed è incrollabile l’ammirazione per il Generale, nata nella campagna del 1859 e già testimoniata da alcune poesie de Gli amori garibaldini, ed espressa peraltro con forme spesso antitetiche al tono di generale disincanto del Diario: “[il Generale] entrò in Palermo con quaranta uomini, conquistò piazza Bologna con trenta, e credo che fosse solo o tutt’al più in compagnia di suo figlio quando pose il piede in Palazzo Pretorio …Garibaldi fu arditissimo e noi fummo eroi solo per avergli creduto una tale impossibilità”. Ed ancora (al generale nulla si può negare): “… Mi tocca intisichire a Palermo in mezzo ad Eccellenze e a Ministri. Ma fu il Generale che mi pregò di questo, battendomi sulla spalla – Chi potrebbe resistere? Pazienza –
Il disincanto che traspare dall’epistolario e dal diario è orientato, oltre che dalle conclusioni, per forza di cose sommarie, relative alla complessiva situazione socio politica a cui poteva pervenire nella sua condizione di osservatore per certi versi privilegiato, anche da osservazioni di natura più direttamente personali. L’incarico di Vice intendente, che dopo la presa di Palermo gli si consolida addosso, lo allontana sempre più dalle attività militari più strettamente operative. Lo confina invece in compiti di natura amministrativo contabili, non particolarmente amati, e certo non così confacenti ad un letterato, ma svolti per puro senso del dovere, coniugato su quel volontarismo patriottico per il quale i desideri individuali devono essere subordinati al conseguimento del bene collettivo: “ Sei mesi, sei eterni mesi, che diventeranno sette e più assai. O patria mia, sei pur crudele a punirmi dell’amarti in maniera sì acerba!”. E’ tuttavia proprio questo incarico che gli consente di esplorare il tratto meno limpido dei tanti che lo avvicinano, troppo spesso, per una coscienza diritta come la sua, intenti solo a racimolare favori: “tutti mi fanno la corte per suppliche raccomandazioni ed impieghi – Principi e principesse, duchi e duchesse a palate agognano 20 ducati al mese di salario”. Nievo è costretto a restare in Sicilia, “ultima camicia rossa a Palermo”, anche oltre il termine dell’avventura dei Mille, anche dopo il ritiro di Garibaldi a Caprera (9 novembre 1860), trattenuto dalla necessità di restituire in perfetto ordine i conti della spedizione all’Amministrazione del Ministero della Guerra piemontese, pregiudizialmente ostile alla gestione garibaldina, e in sospetto di cercare lo scandalo in alcuni dei suoi esponenti più rappresentativi. L’ansia, pur se annacquata dall’abituale ironia, traspare da alcune annotazioni: “… vi sono giornate in cui la mia vita è una serie non interrotta di gridate e di strapazzate dalla mattina alla sera.” Alle accuse circa supposti episodi di cattiva amministrazione, evocati soprattutto dai lafariniani, risponde pubblicamente con un puntuale articolo su La perseveranza. Cresce del pari l’insofferenza per la situazione in cui si ritrova, testimoniata da una serie di segnali di crescente esasperazione, da un moderato “bisognerebbe anche darti un’idea della melma in cui poltriscono tutti i funzionari e gli impiegati e gli eroi di questo paese”, fino all’estremo “i Siciliani sono tutti femmine; hanno la passione del tumulto e della comparsa: e i disagi e i pericoli li trovano assai meno pronti delle parate e delle feste”.
Uno sguardo parimenti disincantato Nievo riserva alle proprie personali vicende. Scarsissime le tracce della sua partecipazione agli episodi militari che costellano la conquista della Sicilia. A Calatafimi, Garibaldi usa tutte le forze disponibili (l’attacco è stato “senza posa, senza prudenza, senza riserva”), dunque anche Nievo deve aver partecipato attivamente agli assalti dei terrazzamenti che descrive nelle sue lettere, eppure nulla racconta in prima persona. Un riserbo un po’minore dedica alla presa di Palermo, nella quale gli tocca “un ginocchio raschiato da una scheggia durante il bombardamento”, ma della quale soprattutto consegna questa descrizione di sé: “. io era vestito come quando partii da Milano; mostrava fuori dei calzoni quello che comunemente non si osa mostrar mai al pubblico, e portava addosso uno schioppettone che consumava quattro capsule per tirare un colpo – per compenso aveva un pane infilato nella baionetta, un bel fiore di aloè sul cappello, e una magnifica coperta da letto sulle spalle alla Pollione – Confesso che era bellino … “. Ancora una volta, il ricorso all’ironia per coprire emozioni ed entusiasmi, in una negligenza di sé più novecentesca che propria del suo tempo, e che supera di gran lunga la sobrietà che pure generalmente impronta la memorialistica garibaldina (anche il “sentimentale” Abba non si effonde in descrizioni della propria partecipazione ad atti guerreschi). Identico pudore Nievo dimostra nel rivolgersi all’interlocutrice principale di questo epistolario, la cugina Bice Melzi d’Eril. Diversamente da quanto può ritrovarsi ne Gli amori garibaldini, dove il velo (ancorché assai fragile) della finzione narrativa steso sul fondo saldamente diaristico della raccolta induce l’autore a qualche cauto abbandono, questo stralcio ultimo dell’epistolario nieviano non autorizza alcuna conclusione definitiva sulla natura dei loro rapporti. Qui al massimo può dedursi qualche elemento indiziario dal raffronto tra le chiuse delle lettere: mentre per madre e fratello è consueto il saluto “amami”, mai la stessa richiesta è rivolta a Bice. A lei sono destinate altre formule, come “scrivi scrivi scrivi per carità e voglimi bene come io merito assolutamente” o “… dammi un buon posto nelle tue memorie – che me lo merito”, o ancora “voglimi un po’ di bene che in fondo in fondo me lo merito. Addio”, dove il rigoroso understatement dell’autore qualcosa dovrebbe lasciar pur trapelare nell’insistito accenno a quanto il bene della donna sia da lui meritato.
Ma altro in questa fase dell’epistolario è il merito di Bice. Evidenti affinità psicologiche la rendono la destinataria privilegiata delle confidenze dello scrittore sulla spedizione, a lei Nievo si racconta con intensità maggiore di quella che destina agli altri, per lei approfondisce riflessioni ed argomenti e tenta frammentarie spiegazioni di se stesso, che possono ancora contribuire, sia pure nell’ambito necessariamente poco strutturato come questo epistolario del tempo di guerra, ad illuminare alcune delle ragioni della sua opera letteraria e del suo pensiero politico.