Bibliomanie

Milano fogna d’Italia. Assalto a un tempo devastato e vile di Giuseppe Genna
di , numero 32, gennaio/aprile 2013, Letture e Recensioni



“L’Italia è la fogna del mondo
e Milano è la fogna d’Italia”.


Giuseppe Genna è la voce narrante di una insolita autobiografia, Assalto a un tempo devastato e vile (Versione 3.0 Minimum Fax, 2010) che mescola invenzioni narrative, reportages giornalistici, scrittura saggistica, e che alterna vicende di vita quotidiana, ricordi di famiglia, momenti della storia d’Italia (in particolare gli anni ’60-’70) con diverse riflessioni sulla storia più recente che si inquadrano tra gli anni ’90 e fin oltre il 2000.
Le considerazioni feroci e quasi nichiliste sul presente e sul passato tratteggiano una realtà fatta di periferie degradate, povertà e crollo della solidarietà e delle regole di convivenza. Ma soprattutto di “desertificazione etica e spirituale” che colpisce l’Italia e chi la abita. E’ nella città di Milano, soprattutto, che il disfacimento si compie più che in ogni altro luogo. Milano, di nuovo: non più location da miracolo economico (come per Bianciardi ne La vita agra), ma fogna d’Italia.
Milano è anche il corrispettivo visivo dei drammi interiori del protagonista. Quando smette di guardarsi dentro e solleva lo sguardo, i suoi occhi impattano la città, deformata, fredda e inumana.
Le riflessioni di Genna, seppur lucidissime, spesso si arrovellano e si intrecciano conferendo al romanzo una struttura imprevedibile e quasi caotica. E sono come la città, restituita attraverso una messa a fuoco di precisione cartografica: le vie, gli incroci, nominati in maniera dettagliata, quasi maniacale: la città è come una mappa. Ma la città è un caos, appunto, di nomi, di indirizzi, luoghi dove il protagonista vaga come in un labirinto ossessivo alla ricerca di una via d’uscita. Oppure spazia con gli occhi e si perde: un luogo visitato o un oggetto ritrovato portano a galla il ricordo di un’esperienza traumatica o di una persona del passato, ora defunta o scomparsa.
Si può definire il romanzo una sorta di psicogeografia, dove la città fa da specchio ai pensieri e alle esperienze di sofferenza dell’autore che vede riflesso nel grigiore opaco di Milano, dove vive, il proprio malessere interiore. Malessere che diventa, poi, collettivo, perché la vicenda personale trascende e traduce il disfacimento di intere generazioni in un dato Paese: l’Italia di ieri e di oggi.
Non c’è nulla dell’immagine patinata della Milano da bere, rampante e di successo, quale era nella seconda metà del XX° secolo: grande capitale della moda, scenario dell’ambiziosa scalata del governo prima cittadino poi nazionale del gruppo socialista di Bettino Craxi. Con la fine degli anni ottanta comincerà a emergere la crisi del sistema di potere del pentapartito e la nascita delle Leghe autonomiste locali, in particolare della Lega Lombarda di Umberto Bossi. Crisi che esploderà negli anni novanta sotto il segno di Tangentopoli che metterà a nudo un sistema gigantesco di corruzione in cui erano coinvolti pressoché tutti i partiti. Milano e l’Italia intera erano sotto shock.

E se la nebbia (una nebbia tossica) era il carattere distintivo della città per Bianciardi, per Genna la città è cristallizzata nel gelo di un paesaggio lunare, una “Milano satellitare” (177) lastricata di sale. Senza vita.

Ma Milano è anche una geografia olfattiva, una città in cui i luoghi, certi quartieri, sono riconoscibili dall’odore o meglio dalla puzza che emanano: odore d’azoto in inverno o dello zinco; “l’odore umano degli autobus milanesi (…) l’odore dell’uomo che è sporco (25), dopo l’afflusso di clandestini in città; gli zaffi di tanfo dalle cantine percorse dai topi grassi” (169); l’odore di fanghiglia degli escrementi di ratto” (159) nei cunicoli sotterranei e segreti di Milano.

Sono proprio i luoghi a innescare riflessioni sui temi più attuali e urgenti, come il lavoro e la crisi, la religione e la perdita dei valori, la malattia, la mancanza dei rapporti umani e affettivi, la storia d’Italia sociale e politica.
I luoghi di lavoro: lavori pesanti e faticosi come quello degli autotrasportatori del Cam, il quartiere di concentrazione e smistamento merci di Milano dove “l’aria è più grigia, il cemento delle case è annerito” (42). All’interno del padiglione il nastro trasportatore per lo smistamento dei pacchi corre ininterrottamente; i pacchi vengono caricati sui tir come in una eterna catena dove le merci non si devono mai fermare “da quando sono prodotte fino a quando vengono consumate” (42). Di nuovo, come in La vita agra, il consumismo e la produzione spietata di merci sono causa della degenerazione dell’uomo e della sua disumanizzazione: gli individui in questi luoghi come “fucine” diventano “un esercito di cinghiali [che] consuma le reni e gli adduttori in un’esistenza notturna che macina computer, lavatrici, pacchi regalo, mobili, alimenti a lunga scadenza” ( 49).
Senso di frustrazione, annullamento della personalità: Milano, coi suoi ritmi ossessionanti, con la disumanizzazione del lavoro è ancora una città che isterilisce e mortifica.

Poi ci sono i luoghi di consumo di massa, punto di raccolta di esistenze vuote come il McDonald’s, in cui individui solitari consumano il loro pasto insieme ad “altri corpi fruscianti e sconosciuti attorno” (77), su tavolini di falso granito e ficus benjamin di plastica.
Come di plastica è il pagliaccio Ronald McDonald che campaggia in ogni punto della città “con le braccia spalancate e le gambe unite in una perfetta imitatio Christi” (76). E come il Crocifisso, come un qualsiasi altro simbolo collettivamente riconosciuto, colonizza l’ambiente in cui viene collocato, attrae con il suo aspetto arlecchinesco, ma allo stesso inquieta con il suo “riso insignificante e anonimo ” (76).
La condanna al consumismo feroce si associa a una critica spietata all’America, che l’autore vede come portatrice di valori edonistici, e agli italiani incapaci di abbandonare le piccole comodità e il benessere raggiunto “sia pur miserabile” (16). Gli italiani, così, non sono altro che “sudditi” dei colonizzatori americani, perennemente a questi debitori.

Tra la periferia e il centro della città esiste una frattura. La metropoli è un susseguirsi di cerchi concentrici che dall’esterno si stringono fino al centro, fino alla cattedrale “che si erge a nascondere il vuoto, la madre del dio cristiano che allarga sfibrata le braccia, ossidata nei secoli, contempla il niente” (190). Nessuna fede, nessuna speranza.
Del resto, anche i monumenti di Milano sono la storia e la memoria dimenticata. Non si fa quasi mai cenno ai monumenti urbani, e quando ciò avviene è solo per metterne in luce l’oblio dei significati o il degrado che li caratterizza. Come piazza Cinque Giornate, “il monumento a certi caduti di una certa guerra” (159) diventato l’ingresso di un labirinto di cunicoli sotterranei di fanghiglia e puzza di escrementi di ratto.

Una delle descrizioni tutto sommato luminose della città è riservata al Quartiere Brera (come anche per Bianciardi in La vita agra, sarà un caso?), e anche in questo caso (per Bianciardi Brera era il luogo protetto, il paese nella città in cui costruire piccole relazioni amichevoli, scambi umani) l’immagine è lo specchio delle emozioni dell’autore che ricorda, in quel luogo, Maura la donna amata: “Brera è un quartiere rosso mattone, il cielo è nitido, azzurrissimo” (161).
Ma anche per Genna l’ amore è tormentato e si snoda tra l’abbandono e la malattia della donna, un’assenza che diventa presenza ossessiva. Il ricordo gli risveglia momenti di solitudine, di angoscia: piccoli flash, passaggi rapidi tra le vie della città alla ricerca di lei e di sé.

La periferia è un agglomerato di case popolari, di povertà: il complesso di Calvairate è il quartiere in cui l’autore risiede per un certo periodo nell’alloggio che era dei nonni: tre stanze povere dove la famiglia del padre aveva vissuto dal 1921. Attraverso la storia dell’abitazione l’autore ripercorre uno spaccato di storia d’Italia fatta di emigrazione dal sud verso il nord sempre più consistente dagli anni Cinquanta, tanto da aver cambiato il paesaggio urbano: “i terroni degli anni Cinquanta, degli anni Sessanta, che hanno raggiunto il benessere e sbandierano la loro voracia aggredendo l’etere con parabole infilate tra i buchi di pietra dei balconi (…). Oppure i residuati tossici degli anni Settanta, frenetici e febbrili, sporchi, negli appartamenti vuoti o invece stipati di ogni chincaglieria, che escono trotterellando tremanti per andare in piazza, a stazionare ore nel gelo, aspattando gli spacciatori della Trecca, la periferia del ghetto di viale Ungheria” (22). A questi si sono avvicendati in tempi più recenti i nuovi emigrati del Maghreb o i cingalesi che popolano lo stesso quartiere, ma in condizioni ancora peggiori: “gli ultimi arrivati, quelli del Maghreb occupano soffitte di legno scaldandose con lampade a gas e fumando sotto i tetti bassi e marcescenti; o i cingalesi, ammassati ordinatamente in un appartamento, quattordici, quindici persone in quaranta metri quadrati” (22). In questi aggregati di disperazione avvengono fatti criminosi, suicidi (Diana, la donna somala che si getta dalla finestra coi suoi due figli), traffico di droga tra spacciatori agli arresti domiciliari e giovani che muoiono al parco Alessandrini.
Negli anni Settanta, invece, i tossicodipendenti si trovavano al Toledo, un bar dietro via Mecenate: “Gente disposta a non pensare a niente per ore, pur di poter scaldare la confezione bruciacchiata di Saridon per iniettarsi in vena l’ero” (56). Qui il racconto delle esistenze ai margini del quartiere è un’occasione per rivangare l’episodio tragico della fuga di nube tossica contenente diossina dallo stabilimento chimico ICMESA di Meda, vicino a Seveso che procurò gravi malattie, molte delle quali geneticamente trasmissibili alle successive generazioni, contaminazioni dei terreni. E l’autore ne approfitta per rivolgere un’accusa verso le istituzioni che fecero opera di sfruttamento dei poveri disperati del quartiere Trecca “che per il costo di una dose sono stati reclutati dal comune durante la vicenda della nube di diossina a Seveso (…) Era il 1976. (…) Ora tutti i tossici bonificatori della Trecca sono morti di tumore al fegato” (56). Arruolati per andare a erogare del liquido neutralizzante nelle zone colpite dalla nube tossica, mentre il resto della popolazione veniva tranquillizzata sullo stato d’inquinamento sotto controllo. Tutte falsità, si scoprirà poi. Ma queste figure ai margini tra solitudine, disperazione, violenza, sono il tessuto umano che ricopre l’intera narrazione. Con il loro senso di fallimento quasi eroico: generazioni che preferiscono scendere sempre più in basso, abbandonarsi alla sconfitta invece di reagire, perché reagire è inutile: “frequentiamo tossicomani, ladri, ex terroristi, fedeli al precetto che una grande idea nasce soltanto nei caratteri più resistenti al disastro” (36).

Unico personaggio che splende di una luce positiva è un assente: lo scrittore, libraio e animatore sociale Primo Moroni, di cui viene raccontato il funerale in Sant’ Eustorgio. Ultimo rappresentante di “un mondo che se ne sta andando”, il passaggio della sua bara viene accompagnata da cortei che suonano e cantano canzoni anarchiche.

Milano, si comprende, è tutte le città d’Italia, un Paese che si è lasciato morire nell’indifferenza, nelle sue devastanti periferie urbane, nelle nebbie che puzzano di “letame chimico”, in un’esistenza sterile e vuota. La vita è ancora agra a Milano. Devastata e vile, nel passato e nel presente che raccontano un probabile futuro di povertà e smarrimento.