Bibliomanie

Ragionando di Meditate Emozioni
di , numero 33, maggio/agosto 2013, Letture e Recensioni

Leggendo e rileggendo questa silloge poetica di Sebastiano Fusco, si ha l’impressione d’immergersi in un’atmosfera rarefatta, d’inoltrarsi per un sentiero solitario e fresco, di percorrere una via secondaria, capace però di portare alla scoperta di un tesoro, inestimabile quanto obliato. Sorge, così, un microcosmo luminoso e immediato, fatto – essenzialmente – d’immagini quotidiane e genuine, una ricerca ponderata di “piccole cose”, da tenere fra le dita come fiori variopinti dopo una passeggiata primaverile, una parola piana e (talvolta) consolatrice, colma d’affetti buoni e di malcelata nostalgia, una collana di perle iridescenti e insolite.
Un vero cammeo queste Meditate emozioni1 che Sebastiano Fusco raccoglie nel volume. Tra questi versi brevi si avverte bene, credo, il desiderio di rifuggire dalle forme lunghe della poesia italiana, di abbandonare – seppure in apparenza – le strutture poetiche e retoriche più complesse in favore di una precisa, univoca nel senso e nel significato, quasi un termine che determina.
Allora, forse, si può parlare di un’illuminazione, di un lampo che squarcia le tenebre, quasi che la pagina bianca, vista come un negativo fotografico, lasci folgorare il lampo che irrompe nell’oscurità. E così la parola balza all’occhio, come una macchia di colore più intensa o meno intensa, si fa profumo ed essenza, tempo e luogo di vita propria e altrui.
Sebastiano Fusco prende il lettore per mano, lo conduce nel mondo della realtà che egli sente e via via rielabora, gli mostra il vivere nella sua (apparente) nudità, quasi a volere eleggere il particolare a universale, quasi a ricercare, nell’occasione, la ragione effettiva dell’esistere. Tutto qui è in chiaro, tutto è alla luce del sole e (quasi) si autodetermina: l’ermetismo è pressoché bandito, il simbolismo qualcosa a portata di mano, ma giammai toccato sino in fondo: una sorta di minimalismo privato e personale, come in Favola, ove si scorge (in filigrana) un patto segreto quanto fertile tra autore e lettore.
La nota prevalente su cui Fusco modula la sua quasi impalpabile tessitura è, senza dubbio, l’amore per una donna (sua moglie Franca), per quella Lei «che/ senza parole/ mi sa capire».
Il pennello sapiente e sottile del poeta attinge nella tavolozza i colori diversi delle diverse stagioni, dell’autunnale Settembre, in cui «Fioriscono amori nati/ nelle notti d’agosto,/ fruttificano amori/ che perdurano», di Un mare d’inverno, quando, davanti agli occhi, si hanno «Notti fredde,/ giorni mozzi,/ prime nebbie mattutine», di una rinnovata Primavera, quando «la morsa del freddo/ cede il passo a un primo/ delicatissimo tepore,/ che sembra schiudere,/ nel traballante avvicendarsi/ di strane stagioni,/ un’altra primavera», di un’estiva Aria, che fa volare «nobilmente/ il pensiero,/ e rinascere/ memoria/ di un’estate/ lontana».
In questo felice “diario” poetico, i sentimenti grandi e le piccole emozioni prendono via via corpo, come stille che rapide s’infrangono in un’iride screziata, in una sinfonia che crea «vaghe trame di musica». E il retrogusto, di là dall’evidente rigore morale e spirituale, è così lieve, così mollemente soave da suggerire – una volta di più, come se ancora ve ne fosse bisogno – che la poesia è consustanziale all’uomo, al suo desiderio irresistibile di comunicare, di condividere esperienze, opinioni, pensieri.
In realtà, la poesia semplice e insieme colta di Fusco sembra sospingere – ma con rara discrezione – a guardare i soggetti e gli oggetti comuni ai nostri percorsi di vita con occhio nuovo e libero, con cuore sgombro dalle gravi incrostazioni della vita che fugge: ad essere pronti ad accogliere, insomma, quello stupore non scevro di angoscia che genera, secondo Aristotele, la filosofia e, secondo tanti poeti ancora da ascoltare, la lirica vera, quella – in una parola – ove si riflette la vita intima, il suo vago, insondabile mistero.

Note

  1. Bologna, Persiani, “Smalti e cammei”, 2013, pp. 100.