Bibliomanie

Il calvario degli emiliani. L’attacco al Podgora del giugno 1915
di , numero 33, maggio/agosto 2013, Letture e Recensioni

Giacomo Bollini, Il calvario degli emiliani, l’attacco al Podgora del giugno 1915, Gaspari editore, Udine, marzo 2013, pp.172

Pubblichiamo su gentile concessione dell’autore e dell’editore un estratto del volume Il calvario degli emiliani. Il libro è il volume inaugurale della nuova collana “Storia degli emiliani e dei romagnoli nella Grande Guerra”. Una prima presentazione si tiene l’11 maggio 2013 alle 17,30 presso Coop Zanichelli, Bologna.


(…)

Se ancor oggi lasciate Cormòns utilizzando la strada statale 56 che attraversa Capriva, Mossa e Lucinico, e guardate in direzione di Gorizia, oltre l’Isonzo, riuscirete a vedere poco o niente della città friulana. La visuale è quasi totalmente sbarrata da una collina, dall’elevazione modesta, fittamente coperta di una boscaglia composta per la maggior parte da castagni e da un inestricabile sottobosco di rovi.

Quello che state osservando è più o meno lo stesso identico panorama che si presentava anche ai soldati del VI corpo d’armata italiano nel giugno 1915. Di lì a poco il bosco ceduo e d’alto fusto sarà spazzato via, rimarranno dei tronchi smozzicati. Il Podgora si erge quasi come un sipario a celare Gorizia, come se stesse nascondendo ai soldati italiani la città famosa nell’impero per il suo clima mite e ambita meta del turismo viennese e praghese. Per godere pienamente del panorama della città, bisogna salire sopra la collina seguendo una breve strada di campagna. Giunti sulla cima di quota 240, dove ora troneggia l’obelisco commemorativo al centro della zona sacra del monte, occorre seguire il sentiero che dalle spalle del monumento conduce al piccolo spiazzo delle tre croci, dove da un parapetto rivolto ad est, vegetazione permettendo, si riesce a far spaziare lo sguardo su Gorizia, Nova Gorica e sulla cintura di colline che le cingono da oriente: i campi di battaglia della seconda metà del 1916 e del 1917.

A chi passeggia oggi sul Podgora risulta evidente che il possessore della cima del monte aveva anche in pugno i ponti di Lucinico e Peuma, e di conseguenza l’ingresso a Gorizia. Ma non bastava possedere il Podgora per avere facile accesso alla sponda destra dell’Isonzo. La già dominante posizione del Podgora è a sua volta dominata dal massiccio del Sabotino che si staglia verso nord, trasformato ancora in tempo di pace dagli austriaci in una vera e propria fortezza. A sud il Podgora è dominato dal monte San Michele, il monte dalle tre gobbe, all’estremo meridionale della testa di ponte di Gorizia. Tutto ciò senza tener conto delle artiglieria austriache appostate su tutti i rilievi citati e nella stessa piana di Gorizia. Conquistare il Podgora non sarebbe stato facile per nulla. Occorreva neutralizzare contemporaneamente tutte e tre i pilastri della testa di ponte (Podgora stesso, Sabotino e San Michele) per far sì che non si sostenessero a vicenda. Guardandola oggi, questa collina boscosa non appare minacciosa. E così sembrava inizialmente anche ai soldati della brigata Pistoia.

“Il Podgora” racconta Emilio Bovina: “è un colle che resta prima di Gorizia, perché per entrare nella città dovevamo prendere questo colle, un colle che sarà alto un po’ meno di San Luca, ma ripido e si faceva come si poteva. Ci mettemmo 16 mesi a conquistarlo. Migliaia e migliaia ci lasciarono la vita”.
Un’altra conferma dell’aspetto “pacifico” del Podgora ci viene da Kipling, giornalista inglese inviato di guerra sul fronte italiano:
“Il Podgora, ossia la montagna di fango, è una piccola Gibilterra alta circa 800 metri [c’è un errore di traduzione: in realtà si tratta di piedi. Infatti 800 piedi corrispondono quasi esattamente alla misura effettiva dell’altezza del Podgora in metri. n.d.a.]; presenta una costa quasi a picco e domina dall’alto la città di Gorizia che prima della guerra era una sorta di buen retiro per ufficiali a riposo dell’esercito autro-ungarico. In qualsiasi altra parte del mondo, il Podgora, sarebbe stato una località di richiamo”. Anche Kipling si accorse dell’importanza strategica dal punto di vista militare della zona, e di come il Podgora ne fosse il fulcro della difesa:
“Più la strada scendeva in pianura, più ci rendevamo conto dell’altezza dei monti che ci sovrastavano. […] Nei pressi di Gorizia, il controllo della situazione militare è nelle mani delle montagne, alte 1200 e perfino 1500 metri [piedi n.d.a.], affastellate l’una dietro l’altra, dove la morte si presenta o si nasconde dietro ogni svolta, ogni cengia e per”no ogni vallone”.
Sembra addirittura che sul Podgora si sia combattuto anche durante le guerre napoleoniche. Durante la campagna del 1809 di Bonaparte contro l’impero austriaco, mentre la Grande Armée comandata dall’imperatore era impegnata nelle battaglie di Aspern-Essling alle porte di Vienna, un altro esercito francese agli ordini di Eugenio Beauharnais operava nel Friuli incalzando un corpo d’armata austriaco agli ordini dell’arciduca Giovanni d’Asburgo, fratello minore dell’imperatore Francesco I e del più noto arciduca Carlo. Dopo alcuni primi successi francesi il contingente di Eugenio dovette subire il contrattacco austriaco. Fu in questa occasione che la zona circostante Gorizia fu teatro di combattimenti. In Scene di guerra d’Italia, George Trevelyan (a Gorizia nell’agosto 1916 in veste di comandante di una sezione della Croce Rossa inglese) scrisse che:
“Non molto a settentrione del tunnel di Baruzzi, all’ingresso meridionale della borgata Podgora, l’industriale sobborgo di Gorizia sulla sponda occidentale dell’Isonzo, sul muro alto di un giardino prospiciente la strada, v’è una lapide a ricordo di un conte austriaco che nel 1809 guidò cinquanta uomini fuori della città e, guadato il fiume, sorprese ed espugnò un forte trincerato sulla cima del Podgora”.

Probabilmente anche Emilio Bovina vide la lapide, o forse sentì raccontare la vicenda da qualche compagno d’armi che l’aveva letta. La versione che ricorda Bovina difatti differisce abbastanza da quella del Trevelyan, ma conferma che la notizia era nota anche alla truppa.
“Il Podgora era un forte chiamato il Calvario, che lo battezzò così Napoleone, perché Napoleone ai suoi tempi era arrivato a Vienna, l’aveva conquistata e aveva lasciato lì un generale. Napoleone aveva conquistato questo forte, gli era costato tanti uomini”. Legato al monte Podgora esiste un errore di denominazione dei luoghi che risale proprio a quei primi giorni di guerra e che ha modificato per sempre la toponomastica locale. La vicenda è ben spiegata da Aurelio Baruzzi, giovane tenente del 28° Pavia, nel suo diario di guerra:
“All’inizio delle ostilità i nostri Comandi, per un’erronea interpretazione della carta topografica, chiamarono Monte Podgora l’insieme delle alture situate sulla destra dell’Isonzo davanti a Gorizia, le quali, partendo dalla ferrovia Udine-Gorizia, si estendono a nord, parallelamente all’Isonzo per una lunghezza di quasi tre chilometri. L’errore fu causato dal nome dell’abitato di Podgora (che si trova ai piedi del monte a breve distanza dal fiume) segnato sulla carta topografica a fianco della quota 240, la più elevata. Invece il vero nome del Monte è Calvario, come lo chiamano e l’hanno sempre chiamato i goriziani, a causa delle Tre Croci e della cappelletta che si trovano a un paio di centinaia di metri a sud della quota 240. Dai nostri Comandi venne invece denominato Calvario [solo] quella parte del monte sulla quale si trovano la cappelletta e le Tre Croci (quota 218 e quota 184) e che raggiunge la ferrovia presso Lucinico formando uno sperone chiamato Naso di Lucinico per la sua caratteristica configurazione. Onde evitare contrasti nel citare le dette località, chiamerò Podgora la parte elevata del Monte presso la quota 240 e Calvario, quella che scende a Sud della quota 240 sino al naso di Lucinico. A nord il Podgora degrada dolcemente verso il Vallone delle Acque che lo separa da un seguito di quote varianti dai 130 ai 188 metri che si prolungano per quasi tre chilometri, sino a raggiungere il Torrente Peumica ai piedi del Sabotino e sulle quali si trovano gli abitati di Peuma e di Oslavia”.
Anche noi ci atterremo alla distinzione di Baruzzi: Podgora per quota 240, Calvario per lo sperone della collina che si affaccia su Lucinico. In questa sua perfetta ricostruzione del terreno il tenente romagnolo dimentica però un particolare. La parte del Podgora che degrada a nord verso il Vallone delle Acque assume in coincidenza di quota 206 e quota 157 la denominazione di Grafenberg, sempre a causa della coincidenza sulla cartina topografica di questa quota con un altro borgo sulle rive dell’Isonzo che porta questo nome. Quota 206, col tempo, assumerà poi il nome di Fortino del Grafenberg, poiché questa cima era difesa da un sistema di trincee in cemento davvero poderoso.
Già in tempo di pace, sul rovescio del monte gli austriaci avevano scavato, numerose caverne con l’imboccatura rivolta verso l’Isonzo, quindi completamente al sicuro dai colpi dell’artiglieria italiana. Queste caverne, così come anche numerose baracche sul Podgora, erano per di più provviste di corrente elettrica, portata sul monte dai paesi circostanti e da Gorizia. La fortificazione del Podgora era cominciata fin dai primi giorni di maggio, quindi ancora in periodo di pace, e sarebbe continuata ininterrotta per tutti i 14 mesi dell’assedio culminato con la presa dell’8 agosto 1916. Altrettanto importanti per la difesa della testa di ponte di Gorizia erano le posizioni prospicienti ai ponti sull’Isonzo. Fra il Sabotino e il Podgora c’erano due ponti, quello di Salcano e quello di Peuma: tutta la cortina di colline fra i due monti fu, fino alla sesta battaglia dell’Isonzo dell’agosto del 1916, un settore altrettanto importante e terribile quanto quello del Podgora. I due ponti di Lucinico, quello stradale e quello della ferrovia erano un obiettivo delle truppe italiane. Chi controllava i ponti era padrone dell’intera testa di ponte. All’artiglieria italiana era stato proibito però di distruggere questi ponti, provvedimento che avrebbe tagliato così le arterie vitali delle posizioni austriache. I comandi italiani volevano i ponti intatti: come avrebbero potuto altrimenti far passare l’Isonzo alle proprie truppe ed occupare Gorizia? Distruggere i ponti per poi fermarsi a costruirne altri (provvisori) di barche poteva essere una perdita di tempo fatale per le truppe italiane. I ponti dovevano quindi rimanere intatti a tutti i costi.
Le posizioni in pianura a sud del monte, che serpeggiavano fra agli abitati di Lucinico, Mochetta e villa Fausta fino a raggiungere l’Isonzo, erano egualmente vitali. La giornalista inviata di guerra Alice Schalek riteneva che
“Gli Italiani non possono prendere di mira giorno e notte, incessantemente, sempre un unico punto, di tante munizioni non dispone nessun’armata del mondo. Inoltre, tra i molti colpi, c’è uno solo che fa centro. Una singola persona che s’avventuri sul ponte non merita la spesa di una granata. E così se, per esempio, una compagnia di soldati attraversasse il fiume facendo passare un uomo ogni minuto e se il nemico usasse per ognuno una granata, colpirebbe cinque uomini su cento. Va anche tenuto presente che per il tempo in cui dura la sparatoria i soldati rimarrebbero fermi. Capita spesso che cinque, dieci granate cadano vicinissimo alla truppa acquattata. Ma, quando subentra una pausa, gli uomini balzano in piedi e avanzano. E, prima che “lui” ricominci, la maggior parte di loro è già di là. La metà dell’armata italiana viene sacrificata per impedire che il traffico sul ponte continui a svolgersi. Ma esso non si arresta un momento”.
Come se non bastasse gli austriaci avevano “mascherato” i ponti e le strade contigue con stuoie e cannicci, in modo da nascondere agli occhi degli osservatori italiani il passaggio continuo di truppe e rifornimenti. La morfologia del terreno avrebbe costretto le truppe italiane ad attaccare in ogni caso dal basso verso l’alto e di essere di conseguenza sempre sotto l’occhio del nemico. Già di per sé le colline di Villa Blanchis, occupate dai soldati dell’11ª divisione in questi primi giorni di guerra, sono più basse del massiccio del Podgora, per cui per prendere d’assalto le posizioni austriache, le truppe delle brigate italiane avrebbero dovuto percorrere una striscia di terreno pianeggiante per poi intraprendere la salita alla cima. Tutta la cresta era fortificata con trincee in cemento e protetta da più ordini di filo spinato e da varie altre insidie celate fra la vegetazione: impedimenti di tronchi e pali appuntiti, bocche di lupo, mine a strappo… Gli austriaci potevano prendere con comodo la mira, tanto davanti alla trincea di prima linea, per una profondità di circa 50 metri, avevano abbattuto tutti gli alberi e divelto ogni arbusto, cosicché nulla potesse essere sfruttato come copertura dai soldati italiani e sgombrando così il campo di tiro ai difensori ben trincerati. In questa maniera avevano creato quella che in gergo tecnico si chiama un’abbattuta. Gli italiani avrebbero dovuto percorrere un lungo tratto allo scoperto e sotto il tiro di cannoni e mitragliatrici invisibili e spesso incavernate, e quindi invulnerabili anche all’artiglieria.