Bibliomanie

Gli occhi di Anna
di , numero 33, maggio/agosto 2013, Letture e Recensioni

“Non si può andare avanti così! Sono spenti, fissano il vuoto… e poi lei ride. Ride continuamente”. Spesso suo figlio si lasciava sfuggire l’amarezza dalla bocca, mentre facevo i compiti. “Papà, per favore, sto studiando algebra e non capisco nulla. Ti ci metti pure tu!”. Mi divertiva rimproverarlo per dirgli che c’ero anch’io e sentirlo balbettare qualche scusa. Quando usciva dalla stanza, nonna era tutta per me. Angela, una filippina minuta senza età, l’accudiva perché non camminava più ed era assente. Mi districavo allegramente nei meandri dei numeri quando nonna mi faceva compagnia: le formule astruse del quaderno parevano danzare leggere con lei vicino.

Ridere. Questo era ciò che pensava mio padre: in realtà quelle virgole di labbra appena appena sollevate esprimevano una letizia nuova per me che mi faceva tanto bene. Ancora di più i suoi occhi erano un balsamo speciale: fingevo di scrivere ma fissavo quei due pezzi di cielo. Avrei voluto però che mi parlasse e mi raccontasse le favole di quando ero bambina, ma stava sempre zitta a fissare il vuoto ed io sembravo non esistere per lei. Un giorno mi attardai in cucina a riordinare e, quando scesi le scale, sentii una vocina squillante che diceva: “Oggi mi devi preparare per bene, angelo mio. Lo sai che voglio essere sempre pronta”. Incredula mi precipitai dentro la stanza, dove tutto procedeva come al solito: la filippina faceva da mangiare, nonna se ne stava ferma sulla sedia con gli occhi persi nel vuoto. Eppure l’avevo sentita la sua voce, la ricordavo bene. Angela continuava a lavorare senza dare peso alla mia faccia smarrita.

Le osservavo con attenzione: intesa perfetta tra le due donne, movimenti all’unisono e pieni di solidarietà. Non riuscivo a togliermi dalla testa ciò che era successo: risentivo la voce di nonna Anna a lezione, in palestra, al parco finché presi la decisione di spiare quelle complici. Un giorno accadde. Di nuovo. E rimasi ad ascoltare, nascosta dalla ringhiera della scala. “Mio padre era severo, rigido con i miei quattro fratelli, ma con me, pover’uomo, tenero come un agnellino. Diceva che ero bellissima, il ritratto di mia madre morta pochi anni dopo avermi partorito. Di lei mi era rimasta soltanto una foto: la consideravo una creatura irraggiungibile, mitica e lontana di cui avere nostalgia. Io ero più piccola e minuta di lei. Non sopportavo le gonne lunghe, volevo i pantaloni. Erano più comodi per la caccia. Battevo i miei fratelli a sparare alle beccacce e agli storni; a fine giornata stendevamo le ceste a terra e il mio bottino era il più ricco. Quando prendevamo i cavalli, li lanciavamo a briglia sciolta: io ero Angelica, la figlia del re del Catai e loro quattro guerrieri saraceni. Papà diceva che eravamo matti, ma ci lasciava fare. I due fratelli più grandi ruppero l’incantesimo, si sposarono e andarono via di casa. Ma fu il terzo, il mio piccolo cavaliere servente, Zvanì, lo chiamava il babbo, che partì per la guerra e non tornò più.

Mi ricordo ancora cosa mi scrisse: “Cara Annina, mia bellissima principessa, tuo fratello soffre, ché non vede più i tuoi occhi e non riceve da tanto i tuoi baci. Stiamo qui dentro ai buchi per ore e ore, ho freddo, mi annoio. Sono stanco di questa sporcizia, del grigiore di queste pietre. Annetta mia, chiedi al babbo di farti studiare, fino all’Università. Promettilo e prega tu per il tuo Zvanì perché io non riesco neppure a farmi un segno di croce. Ti abbraccio e ti bacio”. Frequentai ingegneria. Mio padre scuoteva il capo sconsolato, ma si vedeva che era orgoglioso: alla mia laurea si mise gli occhiali scuri per nascondere le lacrime. Invece si arrabbiò moltissimo quando gli dissi che volevo sposare Rosario, un professore di latino e greco, molto colto e raffinato. Ma siciliano, di Porto Empedocle. “Un saraceno! Lei così piccola e chiara!”. Ti ho già raccontato, Angela, di come avevo conosciuto Rosario! Ci siamo divertiti tanto. Agli altri appariva burbero e selvaggio, per me Rosario era simpatico e spiritoso. E poi ti ho detto che mi cantava l’operetta. Quando nessuno ci sentiva, partiva la sua voce di baritono che si muoveva su e giù per gli spartiti. Ne abbiamo passate tante, ma le offrivamo tutte alla Madonnina greca: la partenza di Laura, la morte di Lucia e la testardaggine di Alberto”. Trattenni a stento una fragorosa risata, quando sentì nonna che raccontava il difetto più evidente di papà. “Angela, mi devi preparare anche oggi… Ti ho detto che quando Rosario morì, iniziai a ricordare a fatica. Gli presi un tomba spaziosa e gli feci scrivere una frase di non rammento quale poeta latino che a lui piaceva tanto”.

Nonna aveva fatto costruire la sua tomba vicino a quella di nonno Rosario e per sicurezza aveva chiesto una lapide anche per lei: Anna Farneti, nata a Forlì il 20 gennaio 1901, morta… Il marmista aveva lasciato un ampio spazio per l’ultima parte della scritta, stupito da una richiesta così bizzarra. Un giorno mio padre arrivò a casa e ci raccontò che sua madre era andata al cimitero con dei bellissimi fiori; lui l’aveva accompagnata e l’aveva seguita con lo sguardo. Nonna, dopo aver sistemato i fiori, si mise a leggere la sua lapide: Anna Farneti, nata a… Si voltò di scatto, guardò mio padre e a bruciapelo gli chiese: “Ma io sono viva o sono morta?”

Da quel giorno nonna Anna non parlò più. Feci le scale di corsa a due a due, spaventando la povera filippina e mi precipitai ad abbracciare quella vecchia immobile sulla sedia che si era ammutolita all’improvviso: “Sei viva, nonna, sei qui con me! Nonna, non sei morta, non avere paura”. Ma non ottenni risposte. E finalmente compresi. Annetta si era convinta di stare in una specie di limbo in attesa del Paradiso dove avrebbe ritrovato tutti: la mamma dea, il babbo, Zvanì, Rosario e la figlia Lucia. Si faceva preparare con cura ogni giorno dal suo angelo filippino. Anna Farneti morì il 13 marzo 1988 in una splendida giornata primaverile. Mio padre faticò a chiuderle gli occhi, quei due pezzi di cielo sorridenti.