Bibliomanie

Romanzi a confronto
di , numero 38, gennaio/aprile 2015, Letture e Recensioni

Umberto Eco, Numero zero, Milano, Bompiani 2015

Ho letto molte opere di Umberto Eco, diversi saggi e tutti i romanzi, di questi ultimi prediligo Il nome della rosa, Baudolino e L’isola del giorno prima. Opere che univano all’importanza storica eleganza di linguaggio e perfetta struttura narrativa. A queste consolidate qualità dell’autore, si imponeva il forte protagonismo della genialità, una prerogativa, poco o tanto, sempre presente sia nei saggi che nei romanzi, che si è a mio parere diluita nel Cimitero di Praga, fino a estinguersi del tutto nell’ultimo romanzo, Numero Zero, su cui vorrei esprimermi.
Un giudizio severo il mio, forse anche troppo, e per meglio rafforzarne l’impulsività riporto il commento che mi è …. quando sono arrivata all’ultima pagina e chiuso il libro: “Poteva fare a meno di scriverlo!”
Dopo di che mi frullarono per la testa due osservazioni, riguardanti sia autori celebrati che recensori (altrettanto celebrati). I primi, eternamente confortati dalla indistruttibile libertà di poter scrivere qualunque cosa passi per la loro “celebratissima” testa; i secondi, i recensori, ostacolati, o prudentemente dissuasi, dall’esprimere liberi giudizi poco lusinghieri riguardanti i paludati autori. Eccessi e limitazioni della libertà d’espressione nella difficile convivenza nel mondo opaco, tortuoso, del giornalismo e dell’Editoria, sempre più aziendale e sempre meno culturale.
Autori e recensori. Medesimo acclamato valore professionale, ma non la medesima libertà “d’azione”, illimitata per gli autori, ma ahimè, ingabbiata per i recensori. Infatti, all’uscita di opere, non necessariamente all’altezza delle attese, segue un tempistica desolatamente lunga in cui le recensioni latitano, un imbarazzante silenzio che zittisce perfino gli innocenti commenti dell’uomo qualunque il quale, il più delle volte, evita di esprimere un commento negativo, dubitando della sua preparazione culturale. Ma, argomentando di un libro non sarebbe corretto omettere il contenuto,
Eco muove una storia ambientata nella Milano degli anni ’90 di Mani Pulite, intrighi e miserie giornalistiche, interessi editoriali, squali e pesci piccoli, perdenti talentuosi e vincenti scaltri, tema caro all’autore e già in parte trattato nel Pendolo di Foucault, una corte dei miracoli che vorrebbe sostenere la fantasiosa ipotesi di un sosia di Mussolini immolato a Giulino di Mezzegra affinché la figura del Duce sopravvivesse alla Storia, il tutto in un intreccio vischioso con Gladio, P2, l’assassinio di Papa Luciani, il mancato colpo di stato di Borghese, e l’immancabile CIA; per finire, niente di più allettante di un assassinato sul selciato di una delle più tenebrose e romanzate vie delle vecchia Milano, la già storicamente insanguinata via Bagnera. Sì, il mistero c’è, ma ben lontano dallo stile con il quale Eco ha abituato i suoi lettori. Vuoi vedere che ha voluto farci capire che per l’editoria attuale basta scribacchiare qualcosa, senza troppo stupire, tanto ormai, chi apprezza più la bella scrittura? Va bene, prendiamo nota, d’altronde il cliente ha sempre ragione, lettore compreso.

Denis O’Connor, Se in una notte d’inverno un gatto, Milano, De Agostini, 2015

Nulla di più contrastante supera il confronto tra i due romanzi. Il romanzo di Eco è urbanizzato, scarpìna su marciapiedi polverosi, redazioni soffocanti e aria viziata, centri storici trascurati, dove l’occhio del giornalista non può permettersi distrazioni naturalistiche; l’altro, il romanzo di O’Connor, si muove nell’aria rarefatta del paesaggio nel Northumberland scozzese, nella scoperta dell’incanto campestre, dell’ascolto dei pensieri in solitudine, della piacevolezza del silenzio; ma soprattutto emerge, più sorprendente che mai, la predisposizione anglosassone per la convivenza con natura e animali, un dialogo sostenuto con naturalezza, privo di forzature moraleggianti, una necessità sentita da entrambe le parti, dimostrando nella diversità espressiva la medesima dolcezza dei sentimenti.
O’ Connor non è uno scrittore adulato né celebrato, ma la sua opera prima rimarrà nel cuore non solo di coloro che amano i gatti, ma di tutti quelli che, stanchi di imposizioni tecnologiche e fiere delle vanità cercano un distensivo rifugio nella purezza dei sentimenti, nella grazia, nella natura, di cui O’Connor intuisce l’anima con straordinaria sensitività, forse un panteismo alla Spinoza, o più semplicemente una innata capacità di saper tradurre il linguaggio delle cose semplici. Tenerezza e sentimento accompagnano il lettore negli anni giovanili dell’autore, quando visse la più bella storia d’amicizia della sua vita, così intensa e unica che la volle ricordare in un libro affinché altri potessero conoscerla. Un delicato legame tra il giovane professore di un college scozzese e un micio, da lui salvato, con molte difficoltà da sicura morte, in una drammatica notte di tempesta. Ambedue inesperti di vita cresceranno insieme, soli, condividendo le medesime pulsioni per le scoperte e l’avventura, per poi ritrovarsi felici nella rassicurante calda intimità del loro cottage immerso nell’esuberante campagna inglese. Denis riuscirà a organizzare una lunga vacanza con il micio e una socievole cavalla, tutto un perdersi e ritrovarsi tra boschi e colline, timori, ardimenti (del micio) e entusiasmi debordanti dei tre avventati viaggiatori. Vivranno molte stagioni insieme, durante le quali, e grazie alla scrittura comunicativa di Denis, il lettore si affezionerà alla strana coppia, scoprendo distensive lentezze, emozioni campestri, colori e mutamenti del dolcissimo paesaggio.
Perché ho voluto contrapporre questi due testi? Criticando il primo e esaltando il secondo? Perché ritengo che la letteratura debba essere vissuta con lucidità di giudizio, libera da imposizioni culturali ed editoriali, solo così si potrà gioire della scoperta di un autore sconosciuto, vicino alle nostre emotività, stimolando così personali facoltà di scelta.