Bibliomanie

Giuseppina Rossitto, A zonzo per pensieri
di , numero 15, ottobre/dicembre 2008, Letture e Recensioni

Che la parola nella sua complessità e polivalenza detenga la sovranità della coscienza umana lo avevano già capito, e forse anche imposto, i Greci; che la parola poetica sia capace non solo di interpretare, ma anche di ricreare la profondità del pensiero umano è acquisizione tardo ottocentesca e, ancor più, del secolo che si è appena chiuso.
Nuove possibilità si aprono alla conoscenza umana all’aprirsi del novecento, nuovi paesaggi per la mente e nuovi enigmi sondano la nostra dimensione tanto che un semplice punto, un suono, una parola si apre sulla soglia, anzi dischiude, infinite dimensioni. Se si riflette sul lavoro di Giuseppina Rossitto, a Zonzo per pensieri, ci si trova entro questa prospettiva. Il lavoro dell’artista non è solo quello di riflettere servilmente la realtà del pensiero, i suoi sogni, le fantasie, ma quello sovrano di crearlo, inventarlo, aprirlo a nuove dimensioni.
Chi sono, chi sei, chi siamo, chi siete? Difficile trovare risposte, facile cedere alla deriva delle interpretazioni, all’intelligenza del relativo, come anche alla potenza del gesto assoluto, apollineo, chiarificatore. Allora? Quando non ci sono risposte, quando non c’è la parola che ci salvi, c’è l’atto creativo dell’andare, l’arte del viandante, l’esplorare, l’andare a zonzo della mente con l’orecchio teso all’ascolto, come il Re di Italo Calvino, per riflettere sui nostri pregiudizi, palpare le nostre paure, inventare l’amore, mettere in luce i fondamenti sui cui si fonda il nostro essere nell’attimo in cui incontra l’occhio luminoso del mondo.
Siciliana, Giuseppina Rossitto guarda alla natura della sua terra di origine come paradigma di uno stato esistenziale, ci presenta le coste siracusane con occhio libero e selvaggio, naturale e disincantato, depotenziato della sua sovrastruttura mitica. Qui la sua Sicilia presenta una natura che somiglia ai quadri di Piero Guccione e che contiene in sé il gesto estremo, radicale di Pirandello, la nuda scena del teatro del mondo colto nella sua ultima dimensione. Ma non è solo la terra delle madri, con le sue feste antiche e galanti, a trovare la celebrazione della memoria bensì Bologna, la rossa, valle dell’anima, rorida di vita e misteriosa, per certi versi inquietante nelle sue buie notti estive, afose come certi incubi nei quadri di Fussli.
Particolarmente sul fronte della prosa, che costituisce un controcanto non solo formale di questo bel testo, troviamo un corpo a corpo coi sogni, l’espressione di una sensualità seduttiva e immaginosa fatta di sorrisi e di malizie che l’avvicinano all’eterno femminino di Molly Bloom, nell’Ulisse di Joyce, dal quale, per altro, l’autrice prende la deformazione del mito in chiave quasi parodica. Sognare, definire, costruire, portare l’ignoto alla luce del sole, alla comprensione razionale, leggere la vita degli altri, andare a zonzo per la notte fino ai confini della disperazione per poi liberarsi di tutto quel fardello nel biancore dominante di una acquisizione intellettuale. Una conquista che è poi come un rallentare il movimento della vita fino a stopparlo, fino all’essenza del movimento, dell’andare, nel punto in cui sospende il suo circolo e ci libera di ogni passione, ogni vana speranza. Ammirare esterrefatti la trasparenza delle meduse dentro una bottiglia, è l’immagine emblematica che ci lascia uno dei racconti, ed è l’indizio significativo per questa miscela molto originale di prose e poesie.
A Zonzo per pensieri, testimonia e contempla sovranamente la nostra condizione di viandanti nel nostro passaggio esistenziale, esplora la metafora della vita come viaggio, incontro, alterità, estraneità con chiara lungimiranza, come gli occhi bellissimi dell’autrice, e con la sensualità delicata e pudica di chi sa guardare al mondo e ricrearlo, inventarlo come se ogni attimo, come se ogni paesaggio fosse al contempo il primo mai visto e l’ultimo.