Tre visioni di San Francesco: Annibale Carracci, Caravaggio, Zurbarán
Mariateresa Martini, Tre visioni di San Francesco: Annibale Carracci, Caravaggio, Zurbarán, «Bibliomanie. Letterature, storiografie, semiotiche», 61, no. 23, giugno 2026, doi:10.48276/issn.2280-8833.14232
L’attuale esposizione Il Barocco. Il Gran teatro delle Idee al museo San Domenico di Forli1 invita a confrontare due opere dedicate a San Francesco. Nella sezione Le forme della devozione. Il culto e la pietà troviamo un San Francesco di Annibale Carracci. Su questo tema Annibale ha realizzato due versioni, una romana di Palazzo Corsini, ora in mostra, ed una collocata alle Gallerie de l’Accademia di Venezia.

San Francesco è raffigurato mentre indica gli strumenti della sua meditazione: il crocifisso sanguinante, un teschio e alcuni libri, forse i Vangeli, appoggiati su ripiani di roccia. Lo stesso Francesco è posto all’interno di un frammento di natura morta, con rami di un roseto, privo di fiori, poche foglie e moltissime spine, forse animato da una brezza leggera.
Tutte le tonalità riprendono il colore della terra, dai rovi, al cielo, al saio, al volto; la luce proveniente dall’alto si fa aureola, illumina il viso giovanile di Francesco, le mani rivolte al Crocefisso, a rivelarne il valore. Il gesto ampio di mani, con le stimmate di Francesco quale alter Christus, e delle braccia ci invita a contemplare il Crocifisso. Lo sguardo incredulo sembra chiedere al visitatore, ancora non capite?
Il pittore propone un dialogo devoto in una resa scenografica tesa a coinvolgere il fedele, perché condivida il pathos del fraticello. Egli rappresenta un prezioso esempio della pittura emiliana di fine ‘500, post Concilio di Trento, eminentemente didascalica: l’ estasi è volta a convertire, la fede diventa visibile.
Annibale Carracci ha dipinto molti e diversi San Francesco con il Crocefisso: in alcuni ritratti il frate lo abbraccia, in altri lo venera a braccia spalancate; nelle due versioni, quella di Palazzo Corsini e quella di Venezia, in rappresentazioni molto simili, Francesco invita l’osservatore a contemplare fino ad immedesimarsi nella croce.
Nel dipinto veneziano la stesura dei colori è più morbida, sfumano luci ed ombre. La tela Corsini, già appartenuta a papa Clemente XII, ha invece più contrasti luministici. Fu il riconoscimento da parte di Longhi che permise la partecipazione alla mostra dedicata ai Carracci a Bologna nel 1956: quando si pensava che la prima fosse una copia: dopo la ripulitura risultarono autografe entrambe.
Con esse l’artista ha lanciato una sfida al nuovo secolo, il diciassettesimo, sfida raccolta e superata da Caravaggio e da Zurbaran.
Sempre alla mostra forlivese Il Barocco. Il Gran teatro delle Idee è possibile ammirare il San Francesco in meditazione di Caravaggio, proveniente dal museo Civico di Cremona.

Fu Denis Mahon ad attribuire il dipinto a Caravaggio nel 1951, (critico che i bolognesi conoscono molto bene, per i cordiali rapporti intessuti per anni fra Sir Mahon e il prof. Andrea Emiliani, allora sovrintendente alle Belle Arti emiliane). Longhi aveva perplessità sull’attribuzione, ne seguì un lungo dibattito esauritosi negli anni ’80, dopo il restauro, allorchè il quadro apparve nei suoi perfetti giochi cromatici di luce e ombre.
Nel dipinto Francesco è rannicchiato in preghiera, il volto sulle mani giunte e contratte, un volto serio, rugoso e concentrato sul crocefisso appoggiato su un libro aperto. Il teschio accanto ricorda il memento mori. La luce, proveniente da sinistra, riverbera dal volto alle mani, alle pieghe del saio sul ginocchio, al margine della pagina del libro aperto, alla fronte del teschio, posto in primo piano, trasformando l’opera in immagine-memoria di tante esistenze piegate da tragedie, che hanno attraversato i secoli e ancora sono attuali.
Francesco è rappresentato come una figura inquieta, sempre in travaglio; nell’inverno 1224-1225 è un uomo quarantenne che ha vissuto secondo il santo Vangelo. Merisi intuisce un misterioso senso di smarrimento che intreccia naturalmente alle proprie risonanze, e noi. nell’ammirarlo, alle presenti, come recentemente ha bene esposto Giulio Busi ne ll Cantico dell’umiltà, Vita di San Francesco:2 «…aveva aderito totalmente alla sua vera Regola ′osservare il santo Vangelo del Signore nostro Gesù Cristo’ (Regola Bollata 1)»
Nel 1220 aveva rinunciato al governo dei fratelli, quando la sua Comunità era diventata molto grande, restandone guida spirituale, nonostante constatasse che la regola non era più seguita, ed egli era diventato oggetto di derisioni, di contestazione e anche di disprezzo: così chiosa Enzo Bianchi, su La Stampa TuttoLibri del 26 gennaio 2026, il testo di Busi3.
Il Santo è solo, in un ambiente inospitale, la sera, in una selva oscura, il suo volto è dolente e inquieto, mentre tutta la figura emerge dal buio come illuminate da una luce radente che sottolinea le fragilità. E’ il ritratto di una persona sofferente, in cui si possono riconoscere tratti del pittore. Alcuni critici rimandano ai risvolti autobiografici di Caravaggio, colto dal desiderio di espiazione dopo l’omicidio di Ranuccio Tomassoni (28 maggio 1606) impegnato ad ottenere con il perdono, la revoca del bando capitale.
Queste ipotesi nascono dalla committenza del dipinto: monsignor Benedetto Ala, che nel 1604 era stato nominato, da Clemente VII vice-camerlengo di Roma, e in diverse occasioni si era mostrato protettore di Caravaggio. (la cornice riporta più volte lo stemma della dinastia Ala).
A parte le supposizioni, il dipinto rappresenta un San Francesco «in disperata meditazione sul Crocefisso» (Longhi 1943), molto invecchiato, con molte rughe, simili a quelle dei servitori alla Cena di Emmaus, ora a Brera.
Caravaggio rende l’intensa partecipazione emotiva e fisica nel contatto tra il santo e il divino, proprio grazie alla diffusione del raggio di luce sul Santo, assorbito in una esperienza mistica: costruisce una visione al tempo stesso trascendente e reale. San Francesco sta meditando sul suo destino ultimo, si pone in totale conformità al martirio di Cristo, ma si sente ancora imperfetto. Più lo si osserva, più commuove, come gli struggenti dipinti di Zurbarán.
Francisco de Zurbarán reinventò San Francesco in più versioni. Incisive le tre San Francesco d’Assisi secondo la visione di papa Niccolò V esposte al Mnac di Barcellona lo scorso anno. Riunite grazie alla collaborazione dei tre musei coinvolti, presso i quali la mostra proseguirà: il Musée des Beaux Arts di Lione, il Boston Museum of Fine Arts e il Museu Nacional d’Art de Catalunya (Mnac) di Barcellona.

Nella rassegna di Barcellona, grazie ad un allestimento scenografico che pone i tre dipinti uno accanto all’altro, si «rafforza la dimensione mistica oltre che estetica degli stessi» (nelle parole dei curatori, Joan Yeguas e Àlex Mitrani).
Nel 2026 verrà realizzata una grande mostra itinerante dedicata a Francisco de Zurbarán: alla National Gallery di Londra dal 2 maggio al 23 agosto 2026; al Louvre, di Parigi dal 7 ottobre 2026 al 25 gennaio 2027; all’ Art Institute di Chicago dal 28 febbraio al 20 giugno 2027
Zurbarán ha eliminato tutto l’aspetto aneddotico e lascia solo il Santo, che con grande delicatezza nasconde le mani nelle maniche dell’abito per occultare le stigmate; il piede destro spunta dalla piega del saio nella versione leggermente più piccola, mentre nelle altre due versioni il piede che sporge dalla veste è il sinistro.
Il tema iconografico delle tre opere si rifà alla leggenda secondo la quale nel 1449 il papa Niccolò V si recò a vedere il corpo incorrotto di san Francesco, apparso nella cripta della Basilica di Assisi: una vera e propria fake news dell’epoca (le spoglie del santo furono infatti rinvenute nel 1818) che diede il via a molteplici rappresentazioni.
Zurbarán pone San Francesco d’Assisi nella sua tomba, in tre scene simili, essenziali, recuperando la profondità e il volume della figura, illuminando dettagli essenziali nel viso e nelle pieghe dell’abito. Proprio la luce consente di raggiungere una visione lucida della realtà e del mistero.
Diversi francescani dipinti da Zurbarán, sono sparsi per il mondo: ritratti in ginocchio, in piedi e in estasi, asceti in mistica contemplazione, oppure in preghiera, con lo sguardo al cielo, il volto coperto e velato dall’ombra del cappuccio.
A mio avviso un suo capolavoro poetico è San Francesco contempla un teschio, presentato nella mostra Zurbarán al Palazzo Diamanti di Ferrara nell’autunno inverno 2013/14; poi presentato ai Musei Capitolini di Roma nel 2022, grazie al prestito del Saint Louis Art Museum.

Il santo è raffigurato in piedi, con il caratteristico saio francescano, con uno strappo sul gomito, a ribadire il suo legame con la povertà. Contempla un teschio che tiene tra le dita delle mani intrecciate, ha un aspetto severo, è concentrato sul suo dialogo silenzioso con il cranio, pensoso sulla fragilità dell’esistenza umana e sul passaggio dalla vita alla morte. Un tema ricorrente nell’arte barocca spagnola e italiana.
La composizione ha un forte rigore geometrico nella verticalità del cappuccio e delle pieghe del saio che cadono fino a terra, lasciando scoperte soltanto le punte delle dita dei piedi scalzi. Si rafforza il profilo ascetico del Santo, immerso in una dimensione mistica che trascende il visitatore. Luci e ombre favoriscono l’interpretazione simbolica e spirituale.
Zurbarán era considerato il Caravaggio spagnolo, infatti si è ispirato al tenebrismo caravaggesco, nei dipinti che a loro volta influenzarono la scuola pittorica sivigliana, in epoca barocca.
San Francesco rappresentato da Caravaggio e quello dipinto da Zurbaran, come ben si può comprendere dalla descrizione di Giulio Busi, offre un’anima evangelica che rifiuta di farsi stampella di una religiosità retorica. In lui
«si muovono dialetticamente due aspetti irriducibili l’uno all’altro: quello della rottura, del cammino, del disagio cercato, della non garanzia della vita, e dall’altro il contemplativo, il mistico, il somigliantissimo a Cristo».
Francesco ha dubbi, mentre il suo movimento ha successo, insegue la verità, sembra sconfitto, ma malato detta il Cantico di frate sole: un inno di lode e di gratitudine.
Essere fuori posto è la sua grazia, una grazia molto tormentata, che Caravaggio e Zurbarán hanno saputo raffigurare magistralmente.
Note
- Grandi mostre Fondazione Forlì: Barocco, il gran teatro delle idee (fino al 26 giugno 2026)
- Giulio Busi, Il Cantico dell’umiltà, Vita di San Francesco, Mondadori 2025
- Il testo si trova oggi sul blog di Enzo Bianchi: “Non strattonate Francesco, era un folle sempre fuori posto” Il Blog di Enzo Bianchi – Il Blog di Enzo Bianchi
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