“Geroglifici eterni”. Händel e la massoneria d’altri tempi
Matteo Veronesi, “Geroglifici eterni”. Händel e la massoneria d’altri tempi, «Bibliomanie. Letterature, storiografie, semiotiche», 60, no. 31, dicembre 2025, doi:10.48276/issn.2280-8833.13846
Geroglifici eterni,
che in cifre luminose ognor splendete.
Ah! Ch’alla mente umana
altro che belle oscurità non siete!
Pure il mio spirto audace
crede veder scritto là su in le stelle
che Orlando, eroe sagace,
alla gloria non fia sempre ribelle.
Con questi versi (intonati, potentemente, dal basso, che impersona Zarathustra, su di un vibrato e un picchettato, dubitosi, quasi timorosi e trepidanti, degli archi) si apre Orlando (1733), l’opera su cui principalmente si fonda l’ipotesi di una vicinanza, non dimostrata sul piano documentario (malgrado il sodalizio con John Montagu, Gran Maestro della Prima Gran Loggia d’Inghilterra), di Händel ad ambienti massonici.
Superfluo sottolineare l’importanza che la simbologia egizia ebbe nei rituali massonici: simboli il cui vero significato si rivela poco a poco, in modo graduale e cangiante, agli occhi dell’Iniziato, man mano che egli si avvicina alla verità, inoltrandosi nelle tenebre via via rischiarate del Tempio. Proprio in questi termini si spiegano l’antitesi e l’ossimoro di oscurità e luce (le stelle, geroglifici di luce, sono nel contempo “belle oscurità”).
Ed è significativo che allo slancio della melodia subentri un dosato e pausato recitativo proprio nel momento in cui alla pura suggestione estetica, alla rapita estasi dello sguardo volto al firmamento, subentra la razionalità, l’ardimento quasi lucreziano, dello sforzo ermeneutico (“il mio spirto audace crede veder”). Vengono quasi in mente i “geroglifici viventi” a cui Baudelaire, spiritualmente vicino ad Eliphas Lévi, se non proprio anch’egli iniziato, paragonava i miti.
Sarà proprio Zoroastro a guidare il percorso iniziatico di Orlando, sedando la sua follia e guidandolo nella sua onirica discesa agli Inferi e nella permanenza (anch’essa tappa iniziatica, morte mistica che prelude alla vera vita) nell’antro: tipico passaggio massonico dall’accecamento dei sensi e della passione al lucido dominio della razionalità, con un attraversamento e un superamento dei propri fantasmi interiori; morte mistica, morte a se stessi e al mondo per rinascere in una luce più nitida e pura di armonia e discernimento.
E (costante, questa, parrebbe, della musica d’ispirazione massonica, dal Requiem di Mozart alla Nona di Beethoven) la musica simboleggia, semiologicamente, questo passaggio dalle tenebre alla luce, dalle buie profondità all’aria limpida, attraverso il sapiente contrasto, e insieme la ricomposta giustapposizione, di registri alti e bassi, di voci intrecciate in un tumultuante magma sonoro e linea melodica stagliata e definita.
Quasi come il “puro fuoco”, messaggero del “santo Logos”, che nelle prime pagine del Corpus Hermeticum emerge dalla Natura informe, dall’oscurità della Materia, “fino ad essere udito”. Nella simbologia massonica, se il Compasso è la Rettitudine, e la Squadra la grandezza d’animo, il Filo a Piombo è invece l’Ordine che presiede alla progressiva ascesa delle Virtù.
Fra i Gradini del Tempio, nel rituale massonico, il Sesto è, in senso intellettuale, proprio la Musica, “che esercita sugli spiriti una meravigliosa influenza, addolcisce i caratteri anche più duri e li dispone al bene”; esso prelude al Settimo, l’Astronomia, che “elevando l’uomo al di sopra del mondo terrestre sembra metterlo più direttamente a contatto con il Sovrano regolatore del Cielo”.
E “l’uomo, dopo aver deposto sulla terra la sua spoglia mortale, raggiunge una nuova vita in seno all’eternità”.
Il Simbolo Sacro, insegna il Guénon di Aperçus sur l’initiation, è essenzialmente segno musicale, nucleo di vibrazione, e nel contempo, potenzialmente, rappresentazione, rito, cerimonia che svelano nel divenire del tempo, al pari della Musica, un senso celato.
Si sarebbe tentati di estendere l’analogia anche al Messiah. Aspetti dell’Iniziazione in senso lato (a partire dal suo aspetto essenziale, il transitus di Morte e Resurrezione) si trovano, com’è ovvio, anche nella vicenda di Cristo; il cui culto fu, in origine, non troppo dissimile dai Misteri dell’età ellenistica (basti pensare alle affinità, anche iconografiche, del primo Cristianesimo con l’Orfismo e il Dionisismo), per la distinzione fra un nucleo esoterico riservato alla cerchia degli Eletti (simili ai Figli della Luce con cui gli Esseni identificavano se stessi) e un messaggio essoterico schermato dall’allegoria, insieme rivelatrice e dissimulatoria, delle parabole.
Ma emblematica, nella tessitura intertestuale tra Vecchio e Nuovo Testamento – non senza universalistici e metastorici richiami al mondo classico e all’interpretazione di Virgilio come inconsapevole profeta del Cristianesimo – che attraversa il libretto, è proprio l’idea di una Sapienza celata, che si rivela attraverso il Sacrificio; nonché quella di una sorta di transeunte antitesi fra Tenebre e Luce, di ardua via, segnata da un fuoco purificatore, verso le soglie del Tempio e le aeree dimore dell’Illuminazione; oltre a quella di una suprema unione, di una fratellanza ultima e universale di tutti gli umani proprio nel segno del dolore e della morte.
“In whom are hid all the Treasures of Wisdom and Knowledge”; “The Lord, whom ye seek, shall suddenly come to his Temple”; “He is like a Refiner’s fire”; “He shall purify the Sons of Levi”; “Arise, shine, for thy light is come”; “Darkness shall cover the Earth, but the Lord shall arise upon thee”; “they that dwell in the Land of the Shadow of Death, upon them hath the Light shined”; “be ye lift up, ye everlasting Doors, and the King of Glory shall come in”; “as in Adam all die, even so in Christ shall all be made alive” (“In cui sono nascosti tutti i tesori della Sapienza e della Conoscenza”; “Il Signore, che voi cercate, verrà improvvisamente nel suo Tempio”; “Egli è come il fuoco del fonditore”; “Egli purificherà i figli di Levi”; “Àlzati, risplendi, poiché la tua luce è giunta”; “Le tenebre copriranno la terra, ma su di te sorgerà il Signore”; “Il popolo che abitava nella terra dell’ombra della morte ha visto una grande luce”; “Alzatevi, porte eterne, e il Re di gloria entrerà”; “Come in Adamo tutti muoiono, così anche in Cristo tutti saranno vivificati”).
Come dirà Louis-Claude de Saint-Martin nel Ministère de l’homme-esprit, la Parola soffre. Nel sacrificio di Cristo, il Verbo è tormentato dall’angoscia; angoscia di non poter essere detto, di non poter essere compreso fino in fondo; forse anche di non poter condurre fino all’estremo la missione redentrice cui è stato destinato incarnandosi, o di non poter rivelare appieno, nei segni umani, la vertigine della propria infinita essenza.
Ma la “Parola viva dell’angoscia” deve “entrare in noi”, o non saremo in grado di comprendere “l’angoscia dell’universalità delle cose”. Così, nel segno dell’universalità del dolore e del sacrificio, può compiersi un messaggio massonico non inconciliabile, proprio in quanto universale, con l’essenza del messaggio cristiano.
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