Bibliomanie

Michele Battini, Necessario illuminismo. Problemi di verità e problemi di potere
di , numero 48, dicembre 2019, Letture e Recensioni

Michele Battini, <em>Necessario illuminismo. Problemi di verità e problemi di potere</em>

La raccolta di saggi pubblicata da Michele Battini affronta apparentemente temi molto diversi tra loro: dalla riflessione storiografica di Arnaldo Momigliano nel secondo dopoguerra alla biografia intellettuale di Franco Venturi tra la fine degli anni Trenta e i primi anni Quaranta; dalla crisi epistemologica del marxismo – attraverso la ricognizione delle ricerche compiute tra la seconda metà degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta da Furio Diaz, Ernesto De Martino e Raniero Panzieri – agli studi di Luisa Mangoni, Claudio Pavone, Carlo Ginzburg e Adriano Prosperi. Fino al confronto con gli intellettuali, Walter Benjamin, Adorno, Horkheimer e Primo Levi che più si erano impegnati nella riflessione sulla catastrofe storica dei fascismi.
In realtà l’eterogeneità e la complessità degli argomenti trattati nascondono la trama unitaria che lega i diversi contributi. Battini, infatti, ricostruisce la storia di una peculiare «tradizione intellettuale italiana» (p. X), i cui «saperi e metodi» (ibid.) erano maturati nel confronto tra storiografia, filologia, ricerca, critica delle fonti e dei testi. Una metodologia di lavoro scientifico, in sintesi, che si richiama direttamente all’Illuminismo e alla tradizione del razionalismo storico. La storiografia, dunque, intesa come scienza sperimentale, il cui esito finale non è deducibile da una premessa data, ma deriva da una «conclusione plausibile, probabile o certa», risultato, a sua volta, di rigorose e riconoscibili «procedure empiriche» (pp. XIV-XV).
Necessario Illuminismo riprende così un passaggio della difficile riflessione di Franco Venturi a cavallo tra gli anni Trenta e Quaranta (p. 49): l’intellettuale antifascista s’interrogava, da un lato, sui destini dell’Europa dinanzi ai fascismi trionfanti, dall’altro sulla possibilità di costruire un socialismo diverso dallo stalinismo sovietico. La possibile risposta a questo drammatico quesito era stato individuato da Venturi in un difficile programma di ricerche, volto a ripercorrere i testi della tradizione marxista per interrogarli sul rapporto tra uomo e natura, un tema presente nell’ultimo Marx che si richiamava alle radici più profonde della tradizione illuministica.
Post res perditas, l’espressione machiavelliana viene intesa da Battini non come rifugio nello studio di intellettuali delusi dalla politica, ma come riscoperta, individuale e solitaria, della ricerca in quanto ultimo gesto di resistenza contro l’arbitrio. La ricerca scientifica «come atto di disobbedienza», espressione della «piena responsabilità individuale della decisione», per parafrasare le parole che scriveva Claudio Pavone (p. 149), a cui il libro di Battini è dedicato (insieme ad Anna Rossi-Doria). Tutti gli intellettuali interpellati dall’autore, infatti, ruotano attorno al medesimo interrogativo: la «condizione dell’uomo di studio sotto la tirannide politica» (p. 4). Ne scriveva nel 1946 Arnaldo Momigliano indagando sul pensiero politico romano immediatamente dopo il crollo del fascismo e la fine della guerra. Non meno drammatico era il contesto politico che faceva da sfondo alle riflessioni sulla riscoperta della «critica illuministica» da parte di Furio Diaz all’indomani dell’invasione sovietica dell’Ungheria nel 1956. Così come due intellettuali tra loro diversissimi, Ernesto De Martino e Raniero Panzieri, ragionavano sulla nuova forma di tirannide rappresentata dall’omologazione della società dei consumi domandandosi se la «fine del mondo» non combaciasse con la «fine della fiducia nella possibilità di agire per trasformare e trasfigurare il mondo» (p. 106), ponendosi al contempo il problema di cosa sarebbe stato il «comunismo dopo la fine del movimento operaio», intuendo le ricadute della rivoluzione tecnologica nelle società dei paesi a capitalismo avanzato e i rischi che ne conseguivano per la tenuta dei sistemi democratici (p 149).
Storiografia e filologia si caricavano, dunque, di un significato politico e acquisivano un valore etico. Il potere totalitario che aveva espresso il Novecento – la cui sostanza poteva riprodursi, come insegnavano i pensatori della Scuola critica di Francoforte, anche negli «Stati costituzionali di diritto» – non si era limitato a soffocare e a reprimere la verità. Ne aveva attaccato il nocciolo più intimo, facendo venire meno la «disgiunzione logica del vero e del falso», come scriveva Adorno nell’immediato dopoguerra (p. XXXI). Le procedure capaci di contrastare le menzogne non investono, perciò, solamente la comunità di studiosi, ma chiamano in causa la capacità dei cittadini «di verificare un’informazione, di interpretare correttamente un documento, di proporre un’argomentazione politica razionalmente fondata» (p. XXX). Tanto più perché la società dell’informazione e la rivoluzione digitale hanno reso ancora più incerto il confine tra «vero, falso e finto» (p. X).
Il risultato di questo processo è l’affermazione di un’industria culturale che ha declassato gli intellettuali a ruoli marginali, volgarizzandone le funzioni, rendendoli subalterni alle nuove tecnologie della comunicazione e di conseguenza al potere politico. Com’è noto, infatti, la società post-industriale e le diverse rivoluzioni tecnologiche che si sono susseguite negli ultimi decenni hanno riguardato, in particolar modo, i campi delle comunicazioni e dell’informatica, producendo un’iperspecializzazione del lavoro intellettuale e una conseguente dispersione del suo ruolo pubblico. Per lungo tempo si è scritto – e non a torto – che il rapporto tra politica e cultura si era definitivamente incrinato a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso, dopo un lungo periodo che aveva visto gli intellettuali protagonisti assoluti del dibattito pubblico. A questa stagione è seguito un lungo silenzio, gravido di conseguenze per la società. Il progresso tecnologico avrebbe così reso vano ogni tentativo d’intervento nella realtà, rendendo obsolete, a questo punto, storiografia e filologia. C’è da chiedersi, tuttavia, se questo processo sia la conseguenza di un’automazione, impossibile da invertire, o piuttosto la conseguenza dell’egemonia culturale di quelle forze politiche alla guida dei processi di globalizzazione negli ultimi trent’anni. La riscoperta del «necessario illuminismo» acquisterebbe così tutt’altra valenza politica e cognitiva.

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