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Invasori, a tutti gli effetti. Un saggio di Raffaello Pannacci sulla campagna di Russia.
di , numero 56, dicembre 2023, Letture e Recensioni, DOI

Invasori, a tutti gli effetti. Un saggio di Raffaello Pannacci sulla campagna di Russia.
Come citare questo articolo:
Alessandro Ferioli, Invasori, a tutti gli effetti. Un saggio di Raffaello Pannacci sulla campagna di Russia., «Bibliomanie. Letterature, storiografie, semiotiche», 56, no. 15, dicembre 2023, doi:10.48276/issn.2280-8833.11001

La campagna di Russia ha sempre occupato un posto a sé nella memoria collettiva degli italiani, per le condizioni


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climatiche in cui si combatté, per l’elevato numero di Caduti e dispersi, per l’epilogo contrassegnato da una prigionia dolorosa, e pure per la fortuna editoriale di una folta produzione memorialistica, al punto da assurgere a “luogo della memoria” nazionale 1. Dire “reduce di Russia” equivale a evocare il grado massimo del sacrificio, rappresentato per sineddoche dalla marcia infinita nel corso della ritirata. Al contempo, mentre sono passati in sordina altri eventi della campagna di conquista, come la battaglia di Natale dell’inverno 1941-1942, alcuni toponimi della ritirata (uno per tutti: Nikolajewka) si sono inscritti nella storia dell’eroismo sfortunato dei combattenti italiani, a rassicurarci tanto sul valore dei nostri soldati (rappresentati, con un’altra felice sineddoche, dagli alpini) quanto sul buon ricordo lasciato presso la popolazione civile, sempre solerte nell’assistere e rifocillare gli sconfitti nella loro “anabasi” 2.
Da una ventina d’anni, però, la storiografia ha indagato molti aspetti della campagna di Russia, soprattutto nei suoi aspetti politici, burocratici e antropologici, con la produzione di ottimi lavori basati su fonti d’archivio, anche tedesche (il primo in ordine di tempo è forse quello di Alessandro Massignani) 3. Successivamente, i due saggi fondamentali di Thomas Schlemmer 4 e di Maria Teresa Giusti 5, nel ricostruire l’apporto italiano all’operazione Barbarossa hanno un po’, involontariamente, polarizzato le rispettive posizioni di principio sul comportamento delle truppe italiane: il primo autore ha aperto la strada a un nuovo punto di vista sulla campagna, evidenziandone le politiche italiane di dominazione, mentre la seconda studiosa ha, in più punti del suo saggio, attenuato o confutato alcune affermazioni un po’ tranchant del primo 6.
Il libro di Raffaello Pannacci 7, dottore di ricerca in Scienze storiche, s’inserisce ora nel solco degli studi di Schlemmer, da lui considerato un maestro de lohn (p. 19), con un saggio di oltre trecento pagine, che si rivela senz’altro una lettura a tratti amara, ma necessaria, poiché esso – come dichiara lo stesso autore – finisce per «“correggere” in termini critici e autocritici quella che nell’immaginario collettivo nazionale è ancora oggi la visione della campagna di Russia e dei soldati che vi presero parte» (p. 17). La ricerca si basa su molteplici fonti archivistiche (da segnalare, oltre agli archivi Centrale dello Stato, dell’Ufficio Storico dell’Esercito e della Croce Rossa Italiana, anche quelli, meno frugati, dell’Arma dei Carabinieri e della Banca d’Italia) e su una vasta memorialistica, che l’autore fa interagire con i documenti in modo critico e persuasivo; talché i risultati aggiungono alcuni tasselli di gran peso nella conoscenza della campagna di Russia, con spunti di riflessione preziosi sulla Seconda guerra mondiale e sulla storia italiana del Novecento.
Il libro è suddiviso in nove densi capitoli. Il primo (Combattere sul fronte russo) presenta la campagna di Russia nei suoi lineamenti generali, con un’indagine sulle aspettative dell’opinione pubblica nazionale, che si attendeva un imponente afflusso di grano dall’Ucraina, e sulle motivazioni dei combattenti, in parte animati anche da spirito di crociata e da un rinnovato slancio della “rivoluzione” fascista. Il secondo capitolo (Affrontare “Ivan”) delinea l’immagine del nemico sovietico, plasmata dalla propaganda fascista sulla base delle teorie lombrosiane e alquanto diffusa presso i soldati. Tale concezione, che procedette in parallelo con le elaborazioni di matrice nazista, attinse largamente ai caratteri della stereotipizzazione, che faceva del combattente dell’Armata rossa un mongolo “scimmione”, incline alla ferocia contro i nemici catturati, al quale si contrapponeva il tipo ariano. La “barbarie” dei sovietici era valorizzata anche per “legittimare” gli atteggiamenti più estremi degli italiani, presentandoli come naturali reazioni, e ciò portò talora a esercitare forme di violenza ingiustificate contro nemici appena catturati. Pannacci, al proposito, esibisce quanto emerso dalle sue ricerche, fornendo elementi che, sulla strada già avviata da Filippo Focardi 8, smentiscono definitivamente il mito, da tempo vacillante, del “buon” italiano; tuttavia Pannacci – e ciò va rilevato – completa sovente il suo giudizio con valutazioni che, pur senza giustificare né attenuare i fatti, li calano nella realtà bellica del momento, evitando considerazioni anacronistiche, più proprie della sensibilità odierna che di quella di allora. Si prenda ad esempio questa frase: «Che i soldati del Csir e dell’Armir si accanissero contro militari appena catturati non è un fatto sorprendente, se si tiene conto della durezza di una guerra alla quale buona parte di essi non era abituata, fatta anche di agguati, di cecchinaggio, di insidiosi scontri cittadini» (p. 65). Si veda inoltre come egli conclude un confronto fra il contegno degli italiani e quello dei tedeschi: «I soldati italiani furono meno propensi dei tedeschi alla violenza e alla giustizia sommaria, ma ciò non toglie che la disperazione di certi momenti e la rabbia per la sconfitta abbiano portato a vari episodi di brutalità e a crimini di guerra» (p. 68). Il che non significa ridimensionare, ribadiamo, bensì comprendere meglio e più a fondo.
Il terzo capitolo (Catturare e custodire) muove dalla vulgata secondo cui la detenzione in mani italiane fosse nettamente migliore di quella in mani tedesche. Pannacci distingue due momenti, che hanno l’estate 1942 come cesura, e illumina i complicati rapporti fra Italia e Terzo Reich sulla custodia dei prigionieri. Posto che il nostro paese preferiva avere contingenti di uomini da adibire al lavoro per l’economia di guerra, l’autore delinea il sistema dei campi, le attività lavorative e le condizioni di vita dei prigionieri, sempre contrassegnate dalla fame. Sull’ultimo punto, davanti all’insufficienza della documentazione disponibile, nonché all’evidente intento propagandistico della pubblicistica ufficiale dell’epoca, egli conclude prudenzialmente che «il trattamento dei sovietici in mano italiana fu vario a seconda del momento, delle vicende operative, delle questioni logistiche, delle circostanze della prigionia e delle possibilità materiali di chi la gestiva» (p. 84).
Il quarto capitolo (Stanare “banditi” e “ribelli”) tratta il tema del controllo del territorio e delle operazioni antipartigiane, attraverso l’impiego di servizi che si avvalevano anche d’informatori per le indagini di polizia militare. Secondo Pannacci, nella campagna di Russia «il Regio esercito divenne parte integrante del sistema repressivo tedesco» (p. 92), dandosi direttive che in linea di massima si conformavano più o meno, a seconda dei tempi, a quelle tedesche, ma che s’inasprirono comunque nel prosieguo della guerra. L’autore svolge la propria argomentazione osservando come nel territorio affidato all’occupazione italiana il movimento partigiano fosse meno attivo, e come d’altra parte l’organizzazione italiana fosse meno adatta a quelle grandi operazioni repressive che i tedeschi riservarono quasi sempre per sé. La cesura, riguardo a questo aspetto della campagna, è data dall’inizio della ritirata, quando nell’abbandonare la linea del fronte i comandi dovettero assumere decisioni drastiche sui prigionieri, non di rado optando per la fucilazione. Il capitolo prende in esame soprattutto l’attività antiguerriglia dei reparti e delle sezioni dei Carabinieri, ma anche i nuclei cacciatori del Corpo d’armata alpino. Secondo l’autore, inoltre, «l’azione dei servizi d’informazione nei confronti dei civili in generale e dei partigiani e dei loro informatori in particolare includeva una violenza “ordinaria” che di norma non lascia traccia nei documenti d’archivio» (p. 113).
Il quinto capitolo (Controllare e sfruttare il territorio) tratta il governo della regione occupata dagli italiani, secondo le complesse dinamiche della dipendenza dall’alleato tedesco e di una relativa autonomia nelle politiche di controllo e sfruttamento. All’autore va il merito di aver ricostruito, sulla base dei documenti del Regio Esercito, i grandi e i piccoli atti di gestione dell’Intendenza dell’8a Armata, cercando altresì di restituire al lettore le conseguenze che ne derivarono ai civili. Le condizioni di disagio per questi ultimi si verificarono soprattutto in due frangenti: in primo luogo le operazioni di sgombero dei villaggi in prossimità della linea del fronte, con il trasferimento delle popolazioni e il loro abbandono in balia di fame e malattie, e poi l’ordinaria amministrazione attraverso elementi come lo starosta, il cui statuto reale fluttuava da quello del collaborazionista volontario a quello del funzionario precettato. Ancor più interessante è l’esame dell’approvvigionamento della forza d’occupazione, in un contesto che vedeva gli italiani formalmente a carico della Wehrmacht, con tutti i disagi tipici di chi deve dipendere da altri, ma anche attivi in proprio, con iniziative di sfruttamento da parte del comando dell’Intendenza, allo scopo di sostenere la guerra senza gravare sull’erario statale. A proposito degli indennizzi per le requisizioni, che l’ex comandante del Corpo di Spedizione Italiano in Russia (Csir) ha sempre rivendicato, l’autore osserva che «i pagamenti non ricompensavano minimamente i proprietari, per il semplice fatto che la valuta era quasi del tutto priva di valore. Inoltre, è tutt’altro che scontato che i civili venissero pagati» (p. 139). Inoltre Pannacci tenta di ricomporre il quadro delle requisizioni arbitrarie a opera di singoli o di piccoli gruppi, le quali costituirono un sovrappiù di peso sopra le spalle della popolazione. Il culmine delle razzie avvenne durante la ritirata, talché essa «fu un momento drammatico per i soldati italiani, ma lo fu altrettanto per i civili locali» (p. 145).
Il capitolo successivo (Portare a casa un pezzo di Russia) approfondisce il tema dello sfruttamento del territorio secondo il duplice piano della progettualità statale, che si proponeva di fare affluire in Italia risorse importanti per la condotta della guerra (petrolio, carbone ecc.), allo scopo anche di garantire la tenuta del fronte interno, e quello dell’iniziativa individuale, che si dispiegò in traffici illeciti (ad esempio di valuta) che finirono in qualche caso persino per danneggiare i combattenti in prima linea. Queste furono due modalità che sembrano sovrapporsi nella consuetudine dell’invio non ufficiale di materiali attraverso i pacchi postali («in completa franchigia un pacco da 10 chili al giorno a un singolo ricevente in patria», p. 166), a cura di soldati che ne facevano poi cedere il contenuto, da parte dei familiari, a un apposito ente. Il che dovrebbe farci concludere che, di là dalla vulgata che ha conguagliato i sacrifici, vi furono più modi di prendere parte alla campagna di Russia: quello dei combattenti al fronte e quello delle retrovie, ove si sperimentò, forse più che altrove, il malaffare. Ricordiamo a proposito di quest’ultimo aspetto che Mario Rigoni Stern, nel Sergente nella neve, non esprime mai sentimenti di avversione verso il “nemico”, mentre lo fa nei confronti di «quelli della sussistenza», motivando la quasi totale mancanza di coordinate spazio-temporali nel suo memoriale col fatto che i combattenti non conoscevano i toponimi, mentre invece gli imboscati sì: «I telefonisti, gli scritturali e gli altri imboscati sapevano tutti i nomi» 9. Sulla questione del malaffare il giudizio di Pannacci ci sembra acuto e convincente:

«Vale la pena di ricordare fatti simili per chiarire che in Urss esisteva un mondo ipogeo di italiani poco o per nulla toccati dalle vicende del fronte, che vedevano nella popolazione una fonte di lucro e per i quali i connazionali in linea non rappresentavano nemmeno dei commilitoni nell’accezione letterale del termine. Per queste persone la disfatta sul Don non fu la tragedia narrata nei volumi di memorie e il destino delle truppe in ritirata non le riguardò né materialmente né emotivamente.» (p. 178)

Il settimo capitolo (Riorganizzare una società) descrive l’azione di dominazione dei territori occupati «dal punto di vista politico, sociale e antropologico» (p. 185). Si tratta di un tema delicato, al confine con quell’assistenza ai civili che è stata per lungo tempo uno dei pilastri della memorialistica e delle relazioni ufficiali, a marcare la diversità rispetto ai tedeschi, e a rivendicare al soldato italiano quasi uno slancio filantropico. L’autore affronta tutti gli aspetti assistenziali con lucido realismo, osservando ad esempio, a proposito delle cure mediche, che «era necessario arginare focolai epidemici, come quelli di tifo», e che in definitiva «migliori condizioni sanitarie generali favorivano la salute delle truppe occupanti» (p. 187). Inoltre Pannacci approfondisce i temi dell’imposizione fiscale, dell’amministrazione della giustizia e dell’istituzione di scuole e centri di propaganda (importante fu l’attività svolta a Odessa). L’ottavo capitolo (Confrontarsi col “diverso”) sviluppa l’argomento della percezione della popolazione sovietica da parte degli italiani. L’autore, pur dopo aver esposto le ragionevoli cautele nell’analisi del caso, e i molteplici fattori di cui tenere conto, non escluso il confronto con i tedeschi, afferma che «In genere gli italiani videro i sovietici o come delle vittime delle circostanze o come incivili tout court» (p. 224). Insomma, la visione in generale era che i sovietici fossero vittime del loro regime, e che occorresse compiere un’azione di incivilimento, dopo aver sradicato la mala pianta del bolscevismo; come in una campagna di guerra coloniale, insomma. Va rilevata comunque l’implosione dei rapporti al momento della rottura del fronte, al punto che anche i celebrati atti di generosità dei civili verso i soldati in ritirata sarebbero avvenuti in larga parte «solo per evitare violenze e ritorsioni» (p. 240). L’ultimo capitolo (Amare, possedere, violare) affronta il problema delle relazioni fra occupanti e donne locali, sia nella forma della relazione personale (instaurata, in modo occasionale o durevole, anche attraverso violenze, ricatti e sfruttamento delle condizioni di povertà altrui), sia nella forma più istituzionalizzata della prostituzione ufficiale, gestita dai comandi militari attraverso appositi bordelli, con conseguenze gravi per le donne che vi furono coinvolte, in termini anche di gravidanze indesiderate. Considerata la rimozione delle memorie “scomode”, che fa sì che la produzione dei reduci taccia su questi aspetti dell’occupazione, Pannacci cerca di definire la forma mentis del combattente italiano nella realtà di quel momento, tenendo conto anche degli atteggiamenti dei magistrati nei procedimenti giudiziari, per concluderne alfine che, nelle loro ricostruzioni a posteriori, laddove s’è fatto riferimento a relazioni erotiche, «i reduci hanno spesso data per scontata la disponibilità delle sovietiche a concedersi ai militari» (p. 262).
In conclusione, il lavoro di Pannacci porta un contributo d’indubbia originalità, basato sull’esame di fonti numerose e diversificate (che egli interpreta e usa sempre criticamente) e su una selezione accurata delle stesse, allo scopo di collocare nel modo corretto tutti i tasselli utili a restituirci la campagna di Russia in pressoché tutti i suoi aspetti; ne scaturisce la ricostruzione di una “realtà” determinata da circostanze effettuali, obiettivi politici e atteggiamenti degli uomini in loco. Inoltre egli non si è limitato a “correggere” la vulgata tradizionale proposta dalle relazioni ufficiali e dalla memorialistica, ma si è interrogato costantemente su quale dovesse essere la consapevolezza dei combattenti italiani riguardo alla loro presenza in Unione Sovietica. Ci sembra inoltre che il saggio presenti una scrittura storiografica molto matura, valorizzata peraltro da una grammatica corretta, con un lessico puntuale, e da un “tono medio” (privo d’impennate moralistiche, con giudizi equilibrati e rispettosi del sacrificio di chi era sul campo di battaglia a patire) che garantisce al lettore di poter affrontare il volume con animo sereno, affidandosi a un autore capace di condurlo, senza pregiudizi ideologici, attraverso una materia talora urticante 10.

Note

  1. Nuto Revelli, La campagna di Russia, in Mario Isnenghi (a cura di), I luoghi della memoria: strutture ed eventi dell’Italia unita, Roma-Bari, Laterza, 1997, pp. 365-380.
  2. Si pensi alla complessa opera di organizzazione della memoria che sta alla base dell’istituzione della “Giornata nazionale della memoria e del sacrificio degli Alpini”, che si celebra il 26 gennaio, giorno della battaglia di Nikolajewka (cfr. Filippo Masina, La “Giornata nazionale della memoria e del sacrificio degli Alpini”, tra storia e memoria, in “Novecento.org”, 19, 2023, DOI: 10.52056/9791254693872/25, , visto il 9 settembre2023).
  3. Alessandro Massignani, Alpini e tedeschi sul Don. Documenti e testimonianze sulla ritirata del Corpo d’armata alpino e del 24° Panzerkorps germanico in Russia nel gennaio 1943. Con il diario di guerra del generale tedesco presso l’8a Armata italiana, Novale di Valdagno, Rossato, 1991.
  4. Thomas Schlemmer, Die Italiener an der Ostfront 1942/43. Dokumente zu Mussolinis Krieg gegen die Sowjetunion, München, Oldenbourg, 2005; trad. it.: Invasori, non vittime. La campagna italiana di Russia: 1941-1943, Roma-Bari, Laterza, 2009.
  5. Maria Teresa Giusti, La campagna di Russia: 1941-1943, Bologna, Il Mulino, 2016.
  6. Ibidem, p. 241.
  7. Raffaello Pannacci, L’occupazione italiana in URSS. La presenza fascista fra Russia e Ucraina (1941-1943), Roma, Carocci, 2023.
  8. Filippo Focardi, Il cattivo tedesco e il bravo italiano. La rimozione delle colpe della seconda guerra mondiale, Roma-Bari, Laterza, 2013; vedi la nostra recensione del saggio di Focardi in «Archivio Trentino», LXI, 2 (2012).
  9. Mario Rigoni Stern, Storie dall’altipiano, a cura di Eraldo Affinati, Milano, Mondadori, 2014, pp. 591, 582.
  10. Potremmo fare un solo appunto, a conferma dell’apprezzamento del lavoro, laddove l’autore scrive in modo non del tutto appropriato «ex sottotenente» (p. 43) ed «ex tenente» (p. 45): difatti, se non si tratta di soggetti radiati dal ruolo ufficiali, essi non hanno mai perduto il grado; quindi, semmai, è bene usare espressioni come «l’allora tenente» ecc.; è invece corretta la dizione «ex comandante» (ad esempio alle pp. 75 e 139) in quanto la funzione di comando è pro tempore.

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