Bibliomanie

Le donne alla periferia del mito. Andrea Broglia racconta Elena di Sparta di Loreta Minutilli
di , numero 48, novembre 2019, Letture e Recensioni

Le donne alla periferia del mito. Andrea Broglia racconta <em>Elena di Sparta</em> di Loreta Minutilli

«Io ero la donna più bella del mondo, l’unica mia consapevolezza era il mio corpo, non sapevo fare nulla, il mio cervello quello di una mosca. Solo accudire forme straordinarie, null’altro».
Così si racconta Elena dopo la maturità al culmine di una vita intensa, in cui ha lottato per far crescere un io diverso da quello in cui si trova incastrata fin dalla nascita. Un corpo da ammirare, da offrire agli uomini e poco altro. Il suo sogno: essere famosa e splendente per qualcosa di realizzato e non per quello che era.
In questo modo Loreta Minutilli ci porta dentro questa auto narrazione di una delle poche donne entrate nei racconti mitici greci. Chi ha mai chiesto a Elena, la bellissima regina di Sparta, perché è fuggita con Paride, lasciando prole e marito? A chi è mai interessata la sua versione dei fatti, la sua visione del mondo, le sue emozioni, i suoi sentimenti, le sue parole? In questo romanzo l’io narrante è proprio Elena di Sparta, pronta a dar risposte a queste domande.
La sua nascita è semidivina, figlia di Leda, regina di Sparta, ingannata dalla bellezza di un cigno, le mentite spoglie di Zeus. Il seme divino si mischia con quello terrestre del padre e ne nascono due coppie, i fratelli Castore-umano e Polluce-semidio, le sorelle Clitennestra-umana e Elena-semidea.
Elena è consapevole, sa riconoscere la gelosia che sorge nelle altre, ma nella sorella legge altro, qualcosa che la inquieta ma non coglie, se non anni dopo: nei suoi occhi c’è solo pena. Clitennestra è molto meno bella, ma sa fare molte cose, ha pensieri e convincimenti, ha potuto coltivare lo spirito e la mente.
Elena ha ricevuto come unico insegnamento la cura del proprio corpo. La madre la guardava svanita, forse per i ricordi confusi dell’incontro con il divino, il padre la sfuggiva. Alle prime mestruazioni Elena teme di essersi ferita, ma viene rassicurata dalle ancelle, in particolare una, che le sussurra «ora il tuo corpo ha un senso…» una frase che la turba ma che diverrà motore di cambiamenti.
Teseo, uomo brutto, selvaggio si impossessa di Elena come di una preda. L’uomo non ha domande da rivolgerle né alcun interesse se non di possederla, forte del suo status di eroe. «Quando mi denudò brandii il mio corpo come una spada, certa che la perfezione e la mia bellezza fossero la mia difesa». Ma Teseo la stupra. Elena non prova vergogna, anzi rivendica che semmai sono i vari uomini da Teseo in poi, che l’hanno presa a doversi vergognare. Nella tristezza della violenza subita, in attesa di un prevedibile ritorno a corte riportata dai fratelli Castore e Polluce, Elena conosce la madre di Teseo, Etra, figura chiave della sua formazione, mentore che le apre la strada della consapevolezza, a come usare il proprio corpo per tessere la propria tela. «L’unica gioia ti può arrivare dal potere» la esorta, poiché tutti gli uomini seguiranno una strategia simile a quella di Teseo, brutale, senza rapporti oltre alla mera sessualità; fingere, far credere, dissimulare, e così trarre propri vantaggi. Eppoi l’intelligenza, merce rara: «le persone intelligenti sono quelle che parlano di meno, per lo più donne». E forse l’unico incontro maschile in tal senso sarà Ulisse. Etra da mentore diventa schiava di Elena e la segue, temendo l’ira del figlio per essersi lasciata scappare quella prelibata preda.
Il matrimonio. Anche qui, a decidere é il padre. Elena sogna spazi aperti, pascoli e pastori, ma Afrodite la vende per una mela. Le sue ancelle le insegnano come non perdere i suoi sogni al risveglio. Ma il suo sogno non é un marito, é la ricerca di sé stessa.
Mentre Agamennone utilizza Clitennestra per riprendersi il potere a Micene, e poi la sposa, a Sparta si presentano in molti per la bella Elena, anche se sfregiata dallo stupro di Teseo. C’è anche Odisseo, conscio di non esser prescelto, perché meno bello e con un regno molto piccolo; viste queste considerazioni Elena gli chiede perché sia venuto a Sparta: «Non potevo perdermi lo spettacolo dei pretendenti…»
Etra la mette in guardia, diffidandola dal prendere in giro uomini intelligenti, poiché alla lunga questi finiscono per essere dominanti nel rapporto, e rammentandole che deve essere lei, Elena, a donarsi, e non il pretendente, a prenderla. Come sappiamo è Menelao a spuntarla, simile al pastorello dei suoi sogni, non particolarmente sveglio e succube del fratello Agamennone.
Il matrimonio l’avvicina al potere, e così può mettere in pratica gli insegnamenti di Etra, ma anche se il gioco funziona Elena si trova combattuta tra l’idea di sé come donna astuta con quella di giovane creatura paurosa di toccare le cose del mondo. E Menelao non è di aiuto. In questo contesto matura il desiderio di avventura, lasciarsi alle spalle tutto per raggiungere quella mitica città in cui si narra le donne siano padrone di sé stesse. E’ disposta a mettere all’angolo l’Elena timorosa che necessita di un nido sicuro, non percepisce lo spirito materno e di Ermione, sua figlia, forse preferisce liberarsene, non sente alcun amor patrio, un sentimento forse troppo maschile; è la mente a guidarla, le sue fantasie, il suo desiderio di mettersi alla prova, di trovare un senso, anche se Paride ha una bellezza spaventata e non sembra in grado di articolare discorsi di un qualche interesse. Più ci si avvicina, più si sceglie un occhio diverso, quello di una donna che non ha nulla da perdere, più gli eroi stingono e perdono sostanza. Serve la narrazione omerica. Paride ci prova a inserire la chiave sentimentale, «mi ami?» Ma Elena ride, lo disorienta, godendo nel privare d’amore, forse perché lui deve pagare il conto per tutti gli altri che lo hanno preceduto.
A Troia metà della popolazione la vede come un trofeo da sventolare in faccia agli Achei, l’altra metà la considera una sgualdrina. Nessuno tace, nessuno ascolta. A corte è l’ultima arrivata, e comunque resta una paria. Elena se lo aspettava, ma era questa la sfida che cercava, farsi apprezzare dalle donne e rispettare dagli uomini. Funziona solo in parte. Con Cassandra si apre un varco, c’è un reciproco rispetto, che diventa condivisione, complicità. Confidenza che si apre alle altre figlie di Priamo, Polissena e Laodice. Con Ecuba e Andromaca, trova un muro: in quest’ultima «riconosce tra sopracciglia folte, l’odio sicuro verso il nuovo», un odio che solo chi ha pochi punti fermi possiede.
La straniera. Passano le generazioni ma si torna sempre lì. Solo allargando i nostri confini, trovando nuovi punti fermi, possiamo sfuggire al rancore e all’odio. Paride, invece, la lasciava sola ogniqualvolta si accorgeva che Elena iniziava a provare un’emozione. Come quando apprende che Agamennone ha scarificato la figlia Ifigenia agli dei per aver benevolenza nella guerra che lo aspetta contro Troia.
Elena soffre più per la reificazione di un’altra donna che per il lutto in sé, che, oltretutto si accompagna alla scomparsa della madre Leda. Cassandra la osserva, i suoi presagi di morte non la condizionano. Alla domanda sulla fedeltà e sulle speranze sull’esito finale del conflitto Elena non ha certezze, «quando saprò chi spero che vinca la guerra saprò quello che voglio e quello che sono». Quando Paride gli chiede se vuole un figlio le ride in faccia; si sente ancora un oggetto, qualcosa senz’anima che può produrre o essere spostata a piacimento. Qualcosa comincia a prendere forma dentro di sé, fino a prender coraggio e dire di no a Cassandra, che ammira ma di cui prova soggezione. Si aspetta il rimprovero duro, e invece la donna alza le sopracciglia sorpresa e si mette in ascolto. Elena aveva sempre ascoltato, ma per la prima volta è ascoltata. Non immaginava come fosse difficile far uscire le proprie idee, con ordine e senso. Ma provò un grande senso di pienezza. La svolta avviene, e persino Ettore tenta un dialogo con lei, per cercare di avere notizie, suggerimenti per combattere gli Achei. Elena non sfugge, e parla di Achille, della sua debolezza per le passioni, e per non desiderare la vita da eroe, che, alla fine, prevede sempre una morte prematura. La guerra andò avanti e Troia si trasformò in un cimitero. Lutti, dolore, rabbia. E lei era un possibile bersaglio. Elena era venuta a Troia perché pensava di trovare un’umanità diversa. Neanche in questa città è riuscita a trovare sollievo dalla colpa di essere bella. Poi finì per scoprire che tutte le emergenze di stato cancellavano tutte le diversità con i greci. Anche le figlie di Priamo dovevano sottostare per il bene della città. Questa delusione diventa uno dei mattoni con cui Elena costruisce il senso di sé, lo rafforza, pur nella tragedia di dieci anni guerra.
Il ritorno. Anche qui non c’è gloria, ma nemmeno la svolta sognata. La tragedia di una città distrutta, l’uccisione di Agamennone da parte di Clitennestra, la fine di Cassandra portata come schiava concubina in Grecia.
Menelao finalmente si avvicina in un modo diverso e le pone la domanda più difficile: perché hai rovinato tutto? E la risposta non si fa attendere «Era l’unico modo perché gli altri vedessero in me una persona! Ho potuto sperimentarmi, vissuto cose che non avrei mai vissute qui nella reggia di Sparta, volevo provare angoscia, paura, rimorso, solitudine, volevo essere spaesata, sentirmi perduta, imparare lingue, nuove usanze. Ho ucciso il mio secondo marito con un pugnale. Ho deciso che avevo bisogno di provare anche l’altra metà della vita e l’ho fatto!»
Menelao si siede accanto lei e dice: «Racconta, allora». E Elena comincia. Anche qui, come in Proust che chiude ne Il tempo ritrovato il suo percorso, la circolarità è perfetta. A Elena è restituito un diritto che non ha avuto, il diritto alla parola. Gli uomini, che hanno avuto il monopolio della parola, ora devono ascoltare.

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