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Il magico crocevia verso il delta del Mississipi. Robert Johnson, il musicista che scese a patto col demonio. Eudora Welty, Notte sul Delta, minimum fax
di , numero 50, dicembre 2020, Letture e Recensioni,

Il magico crocevia verso il delta del Mississipi. Robert Johnson, il musicista che scese a patto col demonio. Eudora Welty, <em>Notte sul Delta</em>, minimum fax

A San Antonio, in Texas, fu picchiato dalla polizia, arrestato per vagabondaggio e sbattuto in galera, la sua chitarra sfasciata perché s’era messo in testa di suonarla per strada. Era il novembre del 1936 e Robert Johnson era giunto in città da poche ore. Il giorno dopo, nella stanza 414 del Gunter Hotel, avrebbe inciso una manciata di canzoni poi entrate nella storia. 16 brani giunti a noi. Il produttore Don Law gli chiese almeno due versioni per ogni canzone. Wikipedia lo definisce così: “Tra le massime leggende della musica blues, è considerato uno dei più grandi e influenti musicisti del ventesimo secolo”. Ma prima di Wikipedia altre leggende della musica lo avevano iscritto tra le stelle a cui ispirarsi, da Jimi Hendrix ai Rolling Stones.
Lo scorso anno l’editore Chicago Review Press ha pubblicato Up Jumped the Devil – The Real Life of Robert Johnson, un libro che recensori e addetti ai lavori hanno subito celebrato come la biografia definitiva di Johnson, facendo luce su alcune leggende che lo circondavano. Sulla sua morte: il dove e il perché e, soprattutto il nome dell’uomo che lo avvelenò all’età di soli ventisette anni. Oggi sappiamo che il musicista morì solo nella sua camera dopo due giorni di agonia, soffocato dal vomito e dall’emorragia cagionata all’avvelenamento.
Di Robert Johnson sono conosciute due sole fotografie, quelle realizzate nello studio fotografico dei fratelli Hooks nel 1936 per accompagnare le incisioni texane, ma lo scorso anno la sorella, 94 anni, forse l’unica vivente che ha conosciuto personalmente il musicista, ha tirato fuori una nuova foto che nessuno, a parte i familiari, aveva mai visto (la terza a dx). Ma anche la sua storia di musicista sembra esplodere dal nulla.
Leggenda vuole che Robert Johnson come musicista non fosse granché. Suonava bene l’armonica a bocca, questo gli viene riconosciuto, anche a detta di un altro dotato bluesman, Son House, ma quanto ad accompagnarsi alla chitarra, lasciamo stare. I colleghi bluesmen su questo erano concordi: un bravo ragazzo ma dal talento limitato. Poi successe che Johnson, d’un tratto, sparì dalla circolazione. Nessuno sapeva dove fosse finito; il ragazzo aveva fama di vagabondo, su e giù dai treni, un’anima in pena che vagava per il Delta del Mississippi. E tutto sommato la sua assenza non destò preoccupazioni. Robert si rifece improvvisamente vivo di lì a qualche mese, come se niente fosse. Imbracciò una chitarra e, bum!, fra lo stupore dei vecchi bluesmen fermi sui loro tre accordi, s’era trasformato in un fenomeno… Mai visto né sentito qualcuno nell’intero stato del Mississippi suonare la chitarra a quel modo. Il fatto trova una spiegazione, tra il vero e la leggenda, come sempre da queste parti: Robert Johnson sarebbe andato giù al crocevia a farsela col diavolo. Cos’era successo è presto detto. Robert Johnson s’era messo in testa di ritrovare il padre, e per farlo se n’era tornato nel sud del Delta. Ma laggiù, dalle parti di Hazlehurst, dov’era nato, in luogo del padre, s’era imbattuto in un chitarrista che in pochi mesi gli insegnò dei nuovi trucchi e un nuovo modo di suonare il blues. Quel chitarrista si chiamava Ike Zimmerman. Era lui il diavolo, con un cognome che pochi anni dopo avrebbe vestito un altro monumento della storia musicale, passato alla storia come Bob Dylan. Di questo Zimmerman, invece, sappiamo poco, se non che aveva imparato a suonare il blues al cimitero, un luogo tranquillo, dove poteva esercitarsi di notte, senza arrecare disturbo alla comunità dei vivi. Zimmerman portò Johnson con sé e, accomodato su una tomba, gli insegnò tutto quanto sapeva, blues antichi e nuovi trucchi, le diverse accordature, la tecnica slide.
Johnson tornò al nord e mostrò i suoi progressi a Son House. Secondo l’antica cultura del continente nero è la vibrazione, il “nommo”, a possedere un potere magico sacrale. Questo è il segreto trasferito nel sapiente uso della tecnica slide. Le sue origini, per alcuni, i rituali di possessione afroamerindi. Una narrazione suggestiva che lo stesso Johnson non mancò di alimentare in alcuni dei suoi blues più famosi, Hellhound on my trail:

And the days keeps on worryin’ me
There’s a hellhound on my trail, hellhound on my trail

(Non c’è giorno che non mi preoccupi
C’è un cerbero sulle mie tracce, un cerbero sulle mie tracce).

Anche Bessie Smith, l’imperatrice del blues, nel 1929 cantava di spiriti demoniaci:

Evil spirits, all around my bed
The devil came and grabbed my hand
Took me way down to that red hot land


(Spiriti maligni attorno al mio letto
È venuto il diavolo e mi ha preso la mano
Mi ha trascinato giù nel suo paese rovente).

E ancora. Me And The Devil Blues, registrato nel 1937. Qui Johnson gioca con la figura di Satana ma, al di là della visione romantica che vedrebbe il Nostro preda di una possessione demoniaca:

Early this morning
When you knocked upon my door
Early this morning, ooh
When you knocked upon my door
And I said “hello Satan
I believe it’s time to go”


(Stamattina presto/Quando hai bussato alla mia porta/Stamattina presto, ooh/quando hai bussato alla mia porta/E io ho detto “Ciao Satana/Credo sia ora di andare”).

Johnson era tutt’altro che l’unico bluesman che cantava del diavolo; Skip James, Tampa Red, Lonnie Johnson, Joe Williams e Peetie Wheatstraw cantavano tutti di Satana – quest’ultimo si soprannominava persino Il genero del diavolo dopo una delle sue registrazioni del 1931.
… ma l’idea che il blues moderno del Delta, il blues “inventato” da Robert Johnson, si sia cristallizzato giù al  crossroads, al crocevia, nel punto esatto in cui si intersecano la strada buona e quella cattiva, nasce proprio allora. Johnson, stando alla leggenda, scelse la cattiva strada, e per il blues e il rock dopo di lui, la via fu segnata. Dice il narratore Noah Lefevre. “Finché gli umani si organizzeranno nelle città, rimarranno crocevia, così come le leggende dei loro poteri oscuri e degli strani spiriti che li occupano. Lo spazio liminale, il passaggio dal noto al grande ignoto”. Il crocevia è anche oggi il luogo dove si celebrano tutti i riti sincretici dedicati agli antenati, ma anche agli Orixas, agli Exu, entità demoniache. Se passate per Bali a ogni crovevia prima del tramonto donne e bambini vi lasciano una piccola composizione di fiori. Johnson si trovò proprio a quel crocevia impossibile, lo celebrò con Crossroads e divenne figura di riferimento per i grandi rockettari, da Keith Richards dei Rolling stones a Bod Dylan, Jimi Hendrix, BB King, Muddy Waters e Led Zeppelin. L’inconfondibile voce, soffocata dall’appassionata e agonizzante tensione, insieme alla brillante tecnica chitarristica che svaria dall’energetico percussivo fraseggio slide ad efficaci pattern di basso ereditati dai primi pianisti di Boogie Woogie fa sì che Robert Johnson sia considerato la personificazione del Delta-Blues. Anche lui fa parte del club 27, l’età in cui sono morti tanti grandi, lo stesso Hendrix, Kurt Cobain, Janis Joplin, Jim Morrison, Amy Winehouse. Questo genio musicale incontrò la morte improvvisamente e tragicamente vicino Greenwood, Mississippi, nel pieno del suo successo, avvelenato in un locale notturno da un uomo ingelosito per come Johnson corteggiasse sua moglie. La storia dice che spesso concentrava la sua performance su una sola donna tra il pubblico; una scelta quantomeno rischiosa in un mondo in cui gli uomini erano felici di combattere quando si sentivano offesi. Quel mondo trovò traduzione in una grande scrittrice che attraversò tutto il novecento, Eudora Welty. Nata nel 1909, si era presto nutrita di letture grazie alla madre, che prima le leggeva e poi le regalò una preziosa biblioteca di classici, nomi come Dickens, Scott, Stevenson, Twain. “Vivo in gratitudine ai miei genitori – scrisse Eudora – per avermi iniziato nella conoscenza della parola, nella lettura e nell’ortografia, attraverso l’alfabeto. Me l’hanno insegnato a casa prima di iniziare a scuola. Credo che l’alfabeto non sia più considerato un equipaggiamento essenziale per viaggiare attraverso la vita. Ai miei tempi era la chiave di volta della conoscenza.” Eudora aveva conosciuto Faulkner, che descrisse come un “gigante in grado di esplorare le profondità abissali delle cose”.
Nel romanzo Notte sul Delta, pubblicato di recente da minimum fax, Eudora Welty scrive:

Nel Delta pareva esserci quasi solo il cielo. Le nuvole erano grandi, più dei cavalli e delle case, più delle barche, delle chiese e delle sgranatrici di cotone, più di qualsiasi cosa, tranne le piantagioni dei Fairchild. Col naso nella buccia di banana come nella corolla di un giglio, Laura guardava il Delta. La terra era perfettamente piatta e uniforme, ma scintillava come l’ala di una libellula luminosa. Vibrava come uno strumento a corda appena pizzicato. Capitava che tra il cotone spuntasse un albero con pochi rami stentati: quelli che disegnava lei erano meglio. Capitava che, simile a un millepiedi peloso, tra il cotone si dipanasse una fila fitta e serpeggiante di salici e cipressi verdi, e quando il treno attraversava quella boscaglia, correndo su un rumoroso ponte di ferro, lì sotto, come una macchia dorata sul dorso del millepiedi, spiccava un canale: un bayou.
(Eudora Welty, Notte sul Delta, traduzione di Simona Fefè, minimum fax, 2020, p. 19)

Leggendo il romanzo della Welty, ambientato nel 1923, l’epoca in cui Robert Johnson diventava adulto in quella stessa rigogliosa terra chiamata Delta del Mississippi, ci si rende presto conto di come i neri nella trama del romanzo siano delle figure poste sullo sfondo, elementi del paesaggio, non presenze capaci di determinare, prima ancora che la realtà, la mitologia del sud. Di quella mitologia i neri non sono mai stati parte. Il blues, così come le altre forme dell’arte e della cultura afro-americana, ha tentato, nella sua forma arcaica e suo modo primitiva, di abbozzare un ordine del cosmo a usufrutto di genti private di una mitologia oltre che di una storia, e l’ha fatto, giocoforza, con gli scarti che i bianchi erano disposti a lasciarsi dietro. Nel lungo cammino di emancipazione degli afro-americani, lotte per i diritti civili compresi, non va dimenticato che la privazione perpetrata sul piano mitologico sarà quella più difficilmente sanabile. Quel che è certo è che il sud degli Stati Uniti e il blues del Delta che ne fu emanazione restano due realtà difficili da immaginare in armonia. In primo luogo proprio per la difficoltà di far coincidere la mitologia dell’uno con la schietta e dolorosa realtà dell’altro.
La biografia di Johnson è piena dei topos mitici del blues. Giovanissimo aveva sposato Virginia Travis, morta poco tempo di parto, ad appena sedici anni, mentre lui non era presente; forse il senso di colpa per la sua assenza in quel momento tragico influì sul suo carattere e sulla sua musica. Tentò l’avventura con una donna poco più grande di lui, Callie Craft, ma non andò bene, e così iniziò a vagabondare in solitario

I got ramblin’
I got ramblin’ on my mind


(Ho il vagabondaggio/Ho il vagabondaggio nella mia testa)

Ramblin’ on my mind Blues pezzo amato da Eric Clapton che lo mise nel suo repertorio.
Un continuo spostarsi che potrebbe nascondere il desiderio di sfuggire alla miseria della condizione umana, alla ricerca di un posto o una situazione più vantaggiosi, come sembra spiegarci tramite i versi di Sweet Home Chicago, il Blues in assoluto più famoso di sempre:

Now one and one is two
Two and two is four
I’m heavy loaded, baby
I’m booked, I gotta go

Cryin’ baby
Honey don’t you want to go?
Back to the land of California
To my sweet home Chicago


(Beh, è chiaro come uno e uno fa due/Due e due fa quattro/Ho un carico pesante, baby/Sono impegnato, devo andare/
Baby/Dolcezza non vuoi andare?/Di nuovo in terra di California/verso la mia dolce casa Chicago)
(Sweet Home Chicago, 1936 – Vocalion)

…dove California significa, nel gergo, denaro.
Ecco com’è statto riletto in chiave moderna da un’ensemble di maestri della chitarra, Buddy Guy, Eric Clapton, Johnny Winter, Robert Cray, Hubert Sumlin.
Robert Johnson. Vagabondo assetato d’amore. Love In Vain, struggente blues che parla di un amore vano che si chiude con un lamento amaro:

When the train rolled up to the station, I looked her in the eye
When the train rolled up to the station, and I looked her in the eye
Well, I was lonesome, I felt so lonesome, and I could not help but cry
All my love’s in vain

Quando il treno fece il suo ingresso in stazione/La guardai negli occhi/Quando il treno arrivò in stazione/La guardai negli occhi/Ero solo, mi sentivo così solo che non ho potuto fare a meno di piangere/tutto il mio amore è vano

(Love In Vain, 1937 )

Questa canzone deve forse la sua longevità alla versione incisa quasi trent’anni dopo dai Rolling Stones. I suoi vagabondaggi si sono fermati troppo presto, il 16 agosto del 1938, e oggi ci sono almeno tre luoghi che rivendicano la sua tomba

You may bury my body, hoo
Down by the highway side
So my old evil spirit
Can get a Greyhound bus and ride


(Dovresti seppellire il mio corpo/Vicino alla strada/Così il mio spiritello cattivo/Potrà prendere un bus della Greyhound e viaggiare)

Anche a me piace immaginarlo ancora in viaggio con lo sferragliare del treno che lo provoca a sprigionare il suo blues. Di Johnson sento vicina la sua attitudine, di mischiare e rinnovare, di agganciare il tutto a testi che riprendeva qua e là adattandoli al proprio sentito. Non ho nulla del suo talento, ma riprendere storie e scritti reinventandoli, questo sì è una passione che mi avvicina a lui.